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martedì, 20 ottobre 2009
«Libreria Scienze e lettere?», e io attacco. Con il dito che entra largo assai nel buco del combinatore telefonico lo rifaccio. «Libreria Scienze e lettere?». È una voce femminile. Sembra quella di Alice, ma lo sarà? Riattacco. Rifaccio quel numero varie volte, nel ricordo sembrano - non so - sette otto, magari solo due. Io non parlo, a quel telefono. La libreria che cerco è la libreria Zavattini, e gli Zavattini sono Angelo e Alice, e Alice ha risposto tutto sommato paziente a quel silenzio fatto di ansimi di bamboccio solo a casa, che chiama dalla sua cameretta dell'Aventino, angolo via dell'Ara di Conso e Fonte di Fauno, con la visuale verso via della Fonte di Fauno. Non so ancora che la libreria Zavattini è la stessa la cui targhetta dorata copre il prezzo col nome libreria Scienze e lettere nel Corsaro nero, se è il Corsaro nero. In realtà io visualizzo la copertina arancione del Giornalino di Gian Burrasca, che però mi è stata regalata al mare dalle Lungarotti. Improbabile, dunque, che siano andate nella libreria Zavattini, che poi la sera mia madre mi spiegò essere appunto la «libreria Scienze e lettere», davanti al Senato.
La colpa è del fatto che mia madre ci lavorasse, nella libreria, la colpa del fatto che io oggi debba chiamare, ventinove anni circa dopo quella telefonata, la biblioteca comunale perché ho scordato due bollettini postali - pagati - in un libro che ho restituito. Chiamo vergognandomi perché sospetto grandemente una conversazione del genere:
«Pronto biblioteca»
«Guardi... buongiorno... io ho--- scusi, è un'impresa disperata... mi rendo conto... ma - devo aver lasciato - ah, il mio nome è C***, tessera -- insomma ho lasciato delle ricevute in un libro che ho restituito la settimana scorsa...»
«E che libro?»
«Brucia, troia».
Ecco, la signora che mi risponde sente solo la prima metà della telefonata. Perché decido di usare la perifrasi: un libro di Sandro Veronesi, il cui titolo è - eccetera. Che poi le bollette sono in un altro libro ancora, Il karma del gorilla, che ho preso perché l'autore è nato a Cremona e mi piacciono i polizieschi.
E la colpa è del fatto che mia madre, per arrotondare il magro assegno di mio padre, che già arrotondava vendendo vestiti alle amiche per conto di negozi di abbigliamento, lavorava ogni tanto dagli Zavattini. Io temevo che durante la sua assenza succedesse chissà che cosa. Una volta infatti un'amica si affacciò al cancelletto e io non le aprii, ma mi lasciai interrogare. Si arrabbiò moltissimo. Non l'amica, mia madre. Ecco perché la chiamavo, forse, in quell'occasione: per una conferma, per l'imprevisto, per lo spavento, per la zia Margherita che mi cercava dal piano di sopra per giocare alle macchinine.
Ma altre volte mia madre mi portava con sé. E visto che non potevo avere tutti i libri che volevo, lì, in quella stanzetta che era l'ultima di una serie di stanzette unite da un corridoio angustissimo, in una di quelle vecchie librerie che erano in realtà dei magazzini di libri, perché raramente i clienti arrivavano in fondo: chiedevano, un libro veniva disincellofanato - e quanta polvere, di quella nera, sugnosa, che odorava di polvere - e riesumato: ma raramente - e io, lì, nella stanzetta più remota, mentre mia madre lavorava sotto il neon, i pomeriggi, che si usciva di casa con una luce invernale a prendere il 94 al Circo massimo, mi vendicavo di non poter avere i libri che volevo, e leggevo fumetti: le raccolte, quelle che c'erano in libreria. Topolino degli anni Trenta, volumi monografici dedicati - che so - a Flash gordon, a Tex, a un certo Valerian che poi finì in casa mia. Perché qualche libro poi mi veniva regalato, alla fine. Ma quelli che leggevo in libreria non erano miei, e dunque sapevo che dovevo leggerli stando attento.
Da allora mi è rimasto un amore per i libri letti, da bancarella, da biblioteca. Però ora li leggo nervosamente e da bulimico come faccio coi miei. E l'inconscio, evidentemente, mi ha fatto seppellire quelle bollette di cui una reca il mio nome per dire: sono miei, sono tutti miei.
Così i libri che sono rovinati li smantello, e quelli nuovi li leggo masticandoli quasi, come facevo in autobus, in giardino, mangiando patatine che hanno unto il primo giorno irrimediabilmente la mia copia dello Hobbit, che poi, gonfia di umido e sempre chiazzata, ventisei-sette anni dopo è al mare. Edizioni economiche, copertinacce plastificate, junk food degli occhi, rimasti da allora gravemente colpiti, perché poi quando uno si sfonda di pizzette non puoi cercare il gusto, vai sulla quantità, accumuli, e i libri nella mia libreria tuttora sono sfatti, lerci, come una scopata in un albergo vicino a Termini. Colpa degli Zavattini, lui parente, ma non so in che grado, del grande Cesare: forse addirittura fratello, o cugino primo? mi ricordo un Giulio Cesare, non Cesare, anzianissimo, ospite loro tra i vigneti della casa di Lanuvio dove ci invitarono.
(E anche lì avrò appresso i libri, mi sarò messo sotto un pergolato a leggere. Ero contento perché potevo leggere. Pensa che stronzo. I libri, questa cosa che assolutamente non serve a un cazzo se non a passare il tempo, io leggevo i libri perché non avevo il Commodore 64 ma solo il Vic 20, e tardi, leggevo perché ero figlio unico, perché mi annoiavo, perché mia madre era in libreria o a vendere vestiti, ma anche se era in casa, e poi anche in macchina, nella Centoventisei bianca di cui ricordo la targa, e dalle amiche dove era invitata a cena, e ovunque potessi, leggevo. Me ne intendo, dunque: leggere, lo sapevo, era un atto egoistico, inutile quanto è vero Dio, perché il prete del Belli che diceva «li libbri nun zo' robba da cristiani» aveva ragione, i libri, mio Dio, questa cosa che oltre a non servire e a fare danni ha un'illusione di utilità - ma sono utili solo ai Petrarca, o almeno ai Muratori e ai Curtius: agli altri non serve, non serve proprio leggere, se non quanto avere uno hobby, cucinare, trombare, e al limite anzi il contrappasso di deprimerti, o peggio una gioia effimera, un'ansia di emulazione, parole che ti si riverberano invece di quelle dei cari, dei mortali: per non parlare di quando li regali, perché vuoi trasmettere qualcosa con i libri, non solo leggerli, come se non fosse abbastanza, ma anche trasmettere qualcosa, comunicare con amici, donne che ti vorresti fare: e loro non capiscono, non capiscono mai. Rimani solo con tutta sta robaccia in due copie. Robaccia, i libri, che adesso sfoglio compulsivamente e con vergogna, e restituisco con un paio di bollette dentro. Questo falso mito dell'Occidente, questa conversazione rituale con i maggiori, queste cene di sfoggio erudito, queste conversazioni che si riducono a zero via zero.) - E che metto tra parentesi perché, in fondo, non ci credo del tutto.
sabato, 17 ottobre 2009
Leggo gli appunti di questo convegno dopo un po' di tempo, e in calce all'intervento che stavo ascoltando trovo la mia calligrafia: «chiedere se c'entra Artaud», e, poco sotto, la sua, riconoscibilissima: «AM» sono le iniziali della convegnista che parlava in quel momento «curva delle labbra stupenda, pelle chiara chiara, voce mezzosopranile, due bombe!». E chi l'avrebbe detto che in poco più di un anno, dopo un corteggiamento a distanza, qualche chiacchiera a proposito del trash musicale, cinque-sei scopate, mi sarei ritrovato a dormire su un divano maledicendo quel primo appunto e soprattutto prendendomela con lui.
È l'aratro che traccia il solco. Nel mio caso, è il pisello che mi guida, come una bacchetta da rabdomante, per colpa di tutte le vessazioni che ha subito da ragazzino, quando, legato alla mia cervellotica nerditudine, veniva completamente misconosciuto, da tutti, tranne che da me, che ne sapevo le virtù e ancora ne ignoravo i vizi, se non quello di volere pasti regolari, igiene assoluta, un posto che non stringesse troppo. Da tutti, dovrei dire da tutte: colpa di quella ragazzetta poco più grande che insinuò che non si rizzava nemmeno? o anche del povero Robi, che aveva tutte le ragazze che voleva, ma era fedelissimo, e un giorno, durante una litigata, mi fece pesare il fatto - gli fece pesare il fatto - che nessuna mi si filava. Quante sofferenze, armer Schwanz!, da cui poi si ripagò a usura una volta che (per motivi che stento a capire ancora oggi) quella terribile stagione di veglie e di astinenze fu finita per sempre.
Da quel giorno, forse anche da prima, da quando abbordavo libro alla mano sognanti liceali che aspettavano iil novanta barrato, si lancia nelle imprese più disparate, è un can da tartufi, capisce al volo dove starebbe bene, vezzeggiato, dove potrebbe esprimersi al meglio, mentre io mi dico: ma sarà il caso? forse non è il caso. Lascia stare. Lì, no. No, dai, dici quella? ma l'hai sentita come parla? e come scrive? e come...Troppo tardi, è partito, e io posso fare come Napolitano con Berlusconi: un sussurrato e irriso caveat. A volte mi dà ragione, postuma, quando si sazia e si abbrutisce, come quello che va alla trattoria dove si cucina bene ma salato, la notte si sveglia con una sete spaventosa e si ripropone di mangiare solo insalatine. Ma è irrefrenabile. È come Lino Banfi in La liceale, il diavolo e l'acquasanta: incontenibile, una specie di Maccus, un istrione da atellana che usa me per le pubbliche relazioni. È lui la mentalità artistica. I nostri caratteri sono così diversi. Io che ho dei sentimenti delicati, penso ai grandi temi, a cercare una compagna, amicizie normali, una vita sana, lui che si espone sempre, saluta dal balcone, crea, appunto. A volte, quando un paio di battute di musica mi vengono meglio di altre, ho il dubbio - un esame della calligrafia basterebbe a scoprirlo - che sia lui a scriverle. E mi figuro, tramutato in un'appendice di un metro e settantadue, diventato, come Fabullo, invece di naso, tutto - Lasciamo stare. Tutto sommato mi aiuta a passare il tempo. È meglio del sudoku, qualunque cosa sia il sudoku, della playstation, dei mondiali, del cinema d'intrattenimento.
A volte, grazie a lui, ho conosciuto delle persone meravigliose, che nulla sanno della fatica che mi è costato persuaderlo. Questo glielo riconosco, mentre medito ancora rancoroso su quella volta che ho dormito sul divano, e sull'altra che... Beh, ma va bene così. Non vorrei che si offendesse. Siamo una coppia affiatata, ma nelle migliori convivenze bisogna anche mettere in chiaro le cose. Ma spiegami, perdio, perché sono sempre io a cucinare e a passare lo straccio.
sabato, 03 ottobre 2009
Sine ira et studio. Quindi è totalmente sbagliato che adesso mi metta a parlarne. Ma d'altronde è un nodo, un gruppo rintrecciato, questo di come non riesca più a essere solidale a ogni manifestazione importante cui tutti aderiscono, e mi trovo a discuterne con A. e mi insulta, e io non riesco nemmeno a indignarmi, anzi, dentro di me le do ragione. È una questione di principio, e io adoro i princípi.
La manifestazione si tiene a meno di un chilometro da casa mia, la evito accuratamente. Che mi è successo? Mi infastidisce il solo pensiero di essere solidale coi giornalisti italiani, con questa razza di servi al 90%, coi D'Avanzo e i Merlo, eppure dovrei. Perché se confondi gli uomini coi princípi fai un lavoro sbagliato, come uomo e come storico, lo storico, appunto, che dovrebbe esserlo sine ira et studio. E non sarà che invece non sei convinto più di nulla? che sei diventato solo un iracondo, isolato iracondo che, sia pure per non incollerirsi, e dunque non peccare, i princípi li evita, va allo stadio e non alle manifestazioni (l'ultima con convinzione nel 2003), resta in casa a collazionare fonti, a porsi problemi più che storici di antiquario, fa la fine dei don Ferrante, riporta le didascalie cogliendo nelle diverse iniziali, nelle sfumature, una genealogia dei libretti, dei testimoni, cerca una verità chiudendo gli occhi alla fiumana di persone di segno contrario, in un'allucinazione in cui si mischiano i fuoristrada che chiedono largo in vie pedonali e finte zecche che non sanno nemmeno cos'è l'articolo di cui portano il numero impresso sulla maglia. Generalizzazioni e qualunquismo, appunto: di questo m'accuso. Non sono solidale, del resto, con nessuna categoria, men che meno con gli intellettuali, disonore d'Italia. Conoscere, sapere, ma non poter conoscere e non sapere davvero nulla.
Arrivo in piazza che una nasona - che scopro essere Nicki, o Niki?, o Nicchi? Nicolai - canta un pezzo che imita spudoratamente Vorrei che fosse amore. L'obelisco di Ramesse II ospita alcuni tazebao. Vago con un senso di fastidio e di malumore. Sono lì per quei due tre giornalisti che veramente domandano, investigano, chiedono. Sono lì pensando che forse Ilaria Alpi, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, ci sarebbero andati. Sono lì più per i morti che per i vivi, per quella parte necrotizzata di me, e dunque mi riconosco perfettamente, per questo sono lì. Sono lì, ma sono arrivato tardi. Si sgombra, non completamente, da tutte le direzioni. Left, il Manifesto, Repubblica, Cgil, discerno a malapena socchiudendo gli occhi, scritte, presidiate da qualche sparuto con barba. L'autunno si rivela nella notte precoce, nelle automobili infastidite. Giro intorno con urgenza, l'obelisco mi fa da rotore, sono il criceto del mio status atrabiliare, che a forza di vedere tutto sotto l'aspetto dell'eternità, non distingue più, come in questa oscurità segnata da lampioni gialli, dalla sagoma del Pincio che sbuca dietro il palco, un colore dall'altro - una tonalità di neri e viola che si inseguono, e mi riportano, ancora controcorrente, alle borse di carta dello shopping, al Diperdì sbadigliante. Apro il portone, mi siedo, scrivo senza correggere.
mercoledì, 16 settembre 2009
La bellezza dovrebbe essere portata come gli abiti eleganti che non ho mai avuto se non di seconda mano: portata, dunque, non esibita, anzi, con una contegnosità e un tono fragile, con sprezzatura, con una noncuranza che permetta qualche ammaccatura. Le donne belle che sanno di esserlo non hanno, su di me, nessuna presa. Anzi, le squadro per notare l'imperfezione, per proiettare, nel futuro prossimo, una mascella troppo invadente o un'anca che tira verso il basso, un seno troppo distanziato o troppo abbondante - per vederle simili alle loro mamme, e nonne, ridotte al pelo superfluo e al rosario o al bridge, un burraco rancoroso, anzi, da giocare il martedì sera mentre il marito ricco guarda le partite della squadra che nemmeno tifa pur di non stare con lei. Sarà che ho avuto un'idea troppo estensiva della bellezza, nelle donne, preferendo cogliere nell'umile tamericio qualcosa che lei stessa non si aspetterebbe, un'imperfezione cara, il dettaglio superbo,o forse perché, come direbbe qualche malevolo, per me basta che respirino. Non decido. So solo che la bellezza è una grande sciagura, per la gente comune che ne sia affetta, nonostante quel che diceva Belli; per fortuna la cosa non mi riguarda, e posso così osservare, con una punta di sarcasmo, le donne che incedono sotto casa mia con lo shopping fresco sotto il braccio, che, si vede, vendono a caro prezzo le loro forme ancora contenute, il loro naso disegnato al millimetro, perché - e questo è lo sconforto - qui la bellezza viene posta aux enchères, come nella Parigi di Luigi Filippo, ma più di allora ha un controvalore stabilito, una negoziazione con lo sfortunato che ne venga preso. E mi viene da ridere guardando chi si sente bella e non lo è davvero, la squadro, fermandomi in mezzo alla strada, con un colpo d'occhio dalla punta dei capelli alla punta dell'esecrato stivale, con un mezzo sorriso tutt'altro che ammirativo, impudicamente. Da questa esibizione di muscoli si capisce la decadenza, la fragilità della nostra epoca che fa i mutui sul proprio aspetto, costruisce sull'aria, puntando sulla fiducia del consumatore. Puntando sull'orientamento consapevole di un branco di pecore cui si può dire tutto, e minacciare financo.
E il pensiero va agli sfoghi di qualche politico-tecnico basso e sformato, che tratta di poltrone (nel senso dell'aggettivo) chi si occupa di arte. Ebbene, caro ministro, è vero. Siamo dei poltroni. Per questo, se Lei avesse il coraggio di togliere, tagliare, recidere anche il piccolo esile filo dei rubinetti del governo di cui fa parte, sarebbe un gesto di coraggio. Toglierebbe l'ipocrisia di quell'irrigazione insufficiente, ci costringerebbe a ricominciare da capo, a far sì che una parte si piegasse finalmente del tutto al mercato, venendo incontro a Maria De Filippi, e l'altra invece clandestinamente reagisse. Ci vuole il sale sulle rovine. Tagliate tutto, scorciate pure. Così si fa, se si è convinti. Ma non lo siete, Lei per primo, e ci costringete in una laodicea aspettazione di tempi migliori. E invece no: colpite, stroncate, togliete finanziamenti - ma del tutto - a musei, teatri, cinema, sovrintendenze. Ma del tutto. Abbiate coraggio, e datene a noi. Certo, patiremmo la fame, ma qualche altro mestiere si trova. In fondo la bellezza finisce e noi moriamo (e Lei, visto che è più anziano, secondo legge di natura è assai più vicino al termine ultimo); in questo grande zero a zero vorremmo che la bellezza, o la bruttezza, venissero elargite una volta tanto gratis et amore dei.
domenica, 06 settembre 2009
Avete rotto il cazzo con questi aperitivi. L'aperitivo si fa in Lombardia, non a Roma, dove diventa un modo per abbuffarsi di frittate border-line, verdure grigliate male e mozzarelle di finta bufala. A Roma si prende un caffè, si fa una passeggiata, si mangia un gelato, si va in trattoria. Fine dei discorsi. Imitare Milano è da sfigati; si è mai vista una macchina di lusso cercare di scimmiottare l'andatura di un Ape carico di macerie?
mercoledì, 26 agosto 2009
Piazza Augusto Imperatore, quanto cazzo sei brutta. Sei brutta tu e chi ti ha creato. Sei brutta e sfigata. Triste come un film di Ken Loach ma coi marmi al posto dei mattoncini rossi. Tu e i tuoi negozi improponibili lungo tutti i lati, coi manichini che mutuano l'andatura inarcata dei coatti che spendono i milioni per un giubbotto da coatto portato dai manichini vestiti da coatti. Per non parlare dei cartoni e dei poveracci che trovano rifugio sotto i tuoi portici puzzolenti e scomodi, dei sorci, dei ristoranti alla moda di Milano dove si fa il brunch e l'aperitivo. Ma vaffanculo, piazza Augusto Imperatore, che manco stai vicino a via Ottaviano.
Ripasso da lì dopo averti accompagnata. Adesso mi cerchi, mi carezzi, mi metti la mano sul pacco, mi attiri. Mi cerchi di nuovo, mi forzi, mi telefoni e mi scrivi. E io come una campana fessa, ridò la nota con armonici sbagliati, confusionari, senza vibrazione. Se mentre ti scopo mi ricordo quando ti amavo, e quanto, non prevale l'amarezza, né la rivalsa, ma la presa di coscienza della palingenesi, anzi no, della palinodia, della palinderculità della vita, piuttosto, che è palindromica, comincia e finisce con un brusìo indistinto, la foglia gialla. Quei mesi con le mani stese avanti mentre smaniavo, a duemila chilometri e più, e adesso cosa noto? le forme fuori forma, l'ortografia sbagliata, la sbirulinizzazione della tua voce. Il non ancora che ha dato luogo al non più. Forse torni perché vivo in centro, perché la fine di Perpetua è sempre in agguato. È sempre bella la tua compagnia, il rumore della spallina che sfiora le lentiggini, ma come vederti alla lente dell'amore di febbraio-marzo, quello, come il febbraio stesso, come il broccoletto che lascia spazio al carciofo e poi pian piano alla melanzana, diluito in questo sole allungato, un po' opaco. Compio tutti i passi giusti, la strada è cambiata sotto i miei piedi, non è colpa tua, o meglio, lo è, ma non posso insistere, sarei poco gentiluomo, e non starei riaccompagnandoti. Piazza Augusto Imperatore, facessi almeno angolo invece di sbucare nel Corso come un eritema, come l'acqua della pasta che assaggi e che ti scola sulla guancia, come un paradosso illeggibile, le macchine in doppia fila e la teca nuova, l'artista che esibisce le scarpe bucate da trent'anni e si chiama artista. Solo qui potrebbe accadere, piazza orribile, sbucata da un compromesso in una dittatura oscena e dunque oscena, senza colpa, accenno anche io un'andatura sbieca, grottesca, le braccia allargate e stese, quasi mimando.
mercoledì, 19 agosto 2009
Se mi eleggerete capo del mondo vi prometto:
- una moratoria sui versi di almeno un anno. Obbligo per tutti di scrivere senza andare a capo e con la punteggiatura, divieto assoluto di impiegare le seguenti parole: «poesia», «confine», «sogno»;
- moratoria altresì sui blog zozzi. Verrà nominata una commissione ambosessi, automunita, no perditempo, da scegliersi tra provati onanisti, che valuterà se il blog zozzo ha effetti o no. In caso negativo, l'autore sarà costretto a dedicarsi per un anno a biografie edificanti: preti partigiani, filantropi, presidenti della Roma a parte Ciarrapico;
- divieto di fotografare panorami, monumenti famosi, opere d'arte in genere, tramonti, cani gatti e bambini vivi. All'uopo sarà emanata una direttiva antiterrorismo che spiegherà come Bin Laden, Breznev, il mullah Omar, Diabolik e Lotito si siano travestiti da turisti e con la macchina fotografica abbiano fatto un sopralluogo sui luoghi di futuri attentati. Chiedere a Gasparri se può rilasciare una dichiarazione in proposito (poi liberarsene con un trucco qualsiasi);
- allo stesso tempo, proibizione di andare all'estero e di tornare con più di dieci foto (contate); chi venga sorpreso a mostrare agli amici cinquecento foto dello stesso cactus con una persona davanti sarà costretto ad andare in vacanza a Treviglio (BG);
- se finiscono i posti a Treviglio si può optare per Voghera (PV), Frosinone, Alessandria, Catanzaro;
- in genere, incitare ognuno a starsene a casa propria e a non rompere i coglioni per andare in posti di cui non si sa un cazzo e da cui si torna diffondendo notizie infondate;
- interdizione al commercio dei seguenti alimenti (ove non siano indigeni): pachino, rughetta, mozzarella di bufala, bresaola, formaggio coi buchi, lardo di colonnata;
- proibizione di vedere film americani a lieto fine per un quinquennio. Potranno essere fatte eccezioni solo in caso di resurrezioni impreviste di Billy Wilder;
- restrizione all'uso dei profumi, incitamento all'uso del deodorante;
- abolizione degli smalti inutili;
- obbligo di prendere i mezzi pubblici, che saranno gratuiti, almeno cinque volte a settimana, in fasce orarie differenti; proibizione di parlarne male pena il ritiro perpetuo della patente; i delatori saranno ricompensati con tessere intera rete;
- apertura delle frontiere a tutti gli stranieri, purché prendano una nave di linea, a spese del contribuente;
- divieto di riportare i fatti di cronaca in più di cinque minuti complessivi per mezz'ora di telegiornale;
- obbligo di mostrare un certificato medico quando si voglia comprare l'acqua in bottiglia, che verrà distribuita solo in farmacia;
- deportazione (amichevole) di Antonio Ricci; insegnamento non solo del dialetto, ma a quel punto secessione del Lombardo-Veneto, ripristino dell'autorità temporale del papa, dei Giudicati sardi, delle città libere imperiali, dell'economia curtense;
- resta inteso che se i polentoni vorranno recarsi a sud del Po avranno bisogno di un passaporto speciale, modello «puppamelo»;
- il primo che giustifica il coito interrotto dicendo: «ma tanto io mi controllo» subirà l'amputazione del pisello in modo da non nuocere;
- nascita del campionato del centro Italia; per non scontentare nessuno ci sarà anche la Coppa della Burinia (detta anche Salary Cup, nel senso della via omonima), con ladzie, Frosinone, Viterbese e altre formazioni minori;
- obbligo per cantanti di tutti i generi, dall'opera al pop, di far CAPIRE QUELLO CHE CAZZO CANTANO. Non tutti sono Bob Dylan, perdio;
- detronizzazione immediata del capo del mondo all'attuazione del programma. Che, lo ricordiamo, comprende anche l'abolizione del tatuaggio, delle infradito, delle frasi come «sono confuso/a» o «non so quello che voglio». Se non sai quello che vuoi prendi impreparato, una nota sul diario, e torni a fine quadrimestre;
- abolizione della parola «giovani» dal lessico corrente. Tutti gli amministratori di enti pubblici verranno reclutati tra persone minori di venticinque anni, per prova. Se poi non funziona, non vi lamentate;
- proibizione di bonghi e cani ridicoli;
- i bambini irrequieti verranno istradati a Playboy al compimento dell'undicesimo anno d'età; i sedici anni saranno festeggiati con una torta alla marijuana; se continuano, pronti per la caccia grossa;
- le smart verranno derise dalla popolazione in una data da destinarsi;
- stimasti il comodato? Eh? Puppa!
- assunzione dell'ufficio stampa di Giovanni Allevi, o di chiunque gli scriva i testi delle interviste. Un giorno si saprà chi è e lo celebreranno insieme a Wodehouse e Ennio Flaiano. Votate votate votate.
venerdì, 07 agosto 2009
Un manifesto geniale: «2500 alberi potati, 350 lecci ripiantati. E 'sti cazzi! De Lillo vattene». De Lillo è il farmacista vicino casa mia, poi assurto all'assessorato.
Jordan invece è il cugino di Yuri, il terzo ragazzino, che secondo me è il fratellino di Yuri, non so come si chiama. Rivoli di sudore sul treno da Ostia Cristoforo Colombo, stanno davanti a me e leggono quello che leggo io, ossia le pagine che volto, e che ogni tanto metto a favore di muso, del Venerdì. L'accoppiata Repubblica-Venerdì mi regala, a parte il solito gustoso paternalismo di Piero Ottone (il preferito dal Pugile, che lo porta in bagno e ne viene rilassato: e chi non lo sarebbe), un'intervista a Lucio Dalla che mette in scena Tosca e sostiene che l'opera va rinverdita. Va reinventata. Ci vogliono batterie e canzoni. Va tolta dai musei. E poi ha messo in luce degli episodi che Puccini ha colpevolmente trascurato, all'uopo utilizzando (lui Dalla) la musica di Mahler che ha scritto a Klagenfurt, come lui, lui Dalla, sempre, quando la moglie gli diceva, a lui, a lui Mahler, non a lui Dalla, che portava sfiga, non lui Mahler, nemmeno Dalla, Puccini meno che mai, no, quella musica lì, che poi però non credo sia stata usata da lui, cioè Dalla. (Lui direbbe così.)
E poi un'imperdibile reportage sulla spiaggia dove ci si può fare il bagno coi maiali (ai cancelli, al massimo, con delle alghette verdi a bottone, quasi delle micro-ninfee, e con due Belghe che abbordo solo per parlare Francese: verità pura, tanto più che mi annoiano dopo cinque minuti, una è antipatica e cozza, l'altra carina, ma è un metro e novanta e non ho intenzione di farle come il gatto Birba per Gargamella). E come non accogliere a braccia aperte la novità dell'estate, la carbonara con le pesche del nostro impagabile Vissani, eh, Vissani mio, prima o poi ti scoprono che sei Plottigat, Macchia nera, Spennacchiotto, tu e le tue taccole, il tuo olio extravergine del cazzo e le tue pesche tagliate alla Mirepoix (o è alla Beaumarchais?), e poi le tirate della Aspesi contro gli uomini fedifraghi e le donne ingenue, la disputa di Bartezzaghi su «'sti cazzi» e «me' cojjoni» che secondo me giunge a conclusioni imprecise, ma Jordan e Yuri sono attratti dall'oroscopo. Allora mi fermo, ostendendo la pagina: sti regazzini mi costringono a tenere davanti agli occhi una pubblicità di una macchina digitale. «Fortunato in amore!» urla Yuri. «Allora ce provo co Nicole». Nicole, Yuri, Jordan, sogguardo il fratellino alla sinistra e sto quasi per dirgli: «tu di che segno sei, Kevin?». Invece dico a Yuri: «dipende da che segno è Nicole.» Boh. Gli pare ariete. E come va tra ariete e gemelli? va be' che mi occupo di opera, ma insomma, mica sono Paolo Fox (chi la capisce, bene). Comunque provace, gli consiglio, tanto al massimo te dice de no. «Me lo dice anche mi' madre». Quella che ti ha scelto il nome, annamo bene. Jordan consiglia come approccio di tirarlo fuori dopo cinque minuti. Io mi permetto, senza essere invadente, di consigliare a Yuri di aspettarne dieci. Direi dieci almeno. Poi Nicole è una un po' sostenuta. Quanti anni ha? La sua età, dice Jordan, prendendo la parola, dodici, ma va in giro con un fratellino rompipalle.
Riuscirà il nostro eroe con i baffetti biondi e l'apparecchio a instaurare un'affettuosa amicizia con la cuginetta? Prova a offrirle un gelato, a portarla al cinema, mi raccomando: paga tu, e paga pure per il fratellino. Porcoddue, certo. Mah, Yuri, ti vedo male. Però ti incoraggio. Grazie per i consigli. Prego, tanto non funzionano. Sapessi io alla tua età. Però avevo i baffetti. Però erano neri. Però non leggevo il Venerdì a nessuno. Forse perché non era ancora uscito. Me' cojjoni.
lunedì, 03 agosto 2009
«Puzza? ve puzzerà un tantino er culo», avrebbe risposto il pesciarolo di Belli, mentre invece l'eritreo (o etiope?) che sta al banco si limita a sorridere e a dire: «Ma che fa!?» alla giovane donna forse anche lei etiope (o somala?) che ha preso d'impeto un pescione bianco e lilla e lo ha portato al naso. Le mosche circolano tra lo sgombro (scritto «sgomro») e il cefalo, come un'ape ne' giorni d'aprile, e l'attesa mi snerva. È uno di quei giorni in cui la gente è antipatica, e andrebbe rimessa a posto. Quello che vuole un euro e cinquanta di fagiolini e il commesso gli dice: è un euro e sessanta. Ma no, lui ne vuole cinquanta, e sposta il peso dal piede destro al sinistro, ha un cattivo odore; piazza Vittorio, la denigrata piazza Vittorio, non ha quell'odore, e questo, con la polo violetta e un casco in mano, cinquant'anni, chiede un euro e cinquanta anche quando il commesso toglie una manciata di fagiolini e gli propone: un euro e quaranta. Ma non puoi farne uno e cinquanta? dice l'uomo col cattivo odore, sgarbatamente. Andrebbe rimesso a posto, ma anche il gestore dello stesso banco al mercato Esquilino (che è appunto piazza Vittorio) andrebbe rimesso a posto, perché mi giura che le susine sono morbide, quelle gialle, quelle nere sono come le pietre, con una faccia scontenta.
Mi scrive la Pennellona che non vuole fare la ex pallosa, ma perché non mi faccio vivo? ho qualche avventura sentimentale, certamente. Lei però preferisce lasciarmi in pace, dice. Mah. Ho una maglietta ocra troppo corta. Paolo Rumiz quest'anno dopo Annibale, l'Appennino, la cortina di ferro, si fa il tour dei vulcani. L'anno prossimo a che toccherà? alle discariche del Portogallo? agli stadi di Italia '90? a tutti i posti dove si coltivano le pere spadone? meglio, i set dei film di Lino Banfi, da Favignana a Roma a Rovigo a Cortina a San Severo?, ecco, magari glielo suggerisco. Vedo un banco frigo, e chiedo se hanno salsicce, mentre fisso le cosce di pollo. No, che salsicce. Prendo del pollo, allora. Due cosce. Prendo due di tutto. Chiedo due bistecche di maiale. No, maiale dall'altra parte. A quel punto realizzo. Anatra, gallina, tacchino, questi sono solo banco pollame. Andrei rimesso a posto. Potrei fare il rimettitore a posto. La mia divisa è una maglietta ocra, e per insegna un paio di buste della spesa, come l'uomo con le buste che andava a vedere il ciclo di Fassbinder al cinema dei piccoli. Un matto. Dico a un lettore dell'università di Stoccarda che mi chiede l'articolo per una rivistina, che va bene, lo prenda pure, non ho tempo per mandarlo a una rivista più importante. Lui si fa vivo dopo mesi e mi dice che ha corretto e uniformato, ma per caso ho mandato l'articolo alla rivista più importante? No, non ho tempo per correggere l'articolo in modo da mandarlo a una rivista più importante, lo pubblichi dove preferisce. E lui mi dice: bene. Però questo mese non lo pubblicano, perché non lo correggi e lo mandi a una rivista più importante?
Il macellaio, che evidentemente è attizzato dal piercing della commessa del banco polli perché la fissa e non mi guarda, è antipatico quanto gli altri. Andrebbe rimesso a posto, non fosse che è enorme e non mi guarda, come si fa a sfidare a duello uno che guarda di profilo come una figura egizia? Dovrei frustarlo con un gambo di sedano. Gli chiedo due salsicce e due bistecche di maiale. Tutto due. Quanto dura in frigo? «Ma non lo so, tre quattro giorni, due e ottanta». Perché chiedo tutto doppio? oggi mi è presa così. Alla signora incanutita coi baffi che di solito mi spalleggia e mi chiede come faccio il pane, e mi complimenta per i miei tentativi alimentari, chiedo dunque quattro uova. No, sei, mi fa. Pure lei, penso. Le spiego che sei uova per uno che sta da solo ad agosto sono sovrabbondanti, ma non importa, farò senza uova, mi dia pure tre pacchi di pasta, le alicette, il caffè. Allora lei sorride, fa una battuta contro gli zingari, storco la bocca, mi chiede perché oggi ho fretta, le spiego che è colpa della carne, mi dice che coltiva verdure cinesi e dunque va in ferie una settimana, forse, e mi dice che mi darà quattro uova. Torno a casa, e le uova non ci sono. È uno di quei giorni in cui la gente andrebbe insegnata l'educazione, con tanto di accusativo. Da ragazzino mi chiedevo perché si chiamasse complemento di limitazione anche quando si diceva «il più bravo cane del mondo». Sarà per questo che torno a casa, e il cane ridicolo del mio coinquilino ha cacato sul tappeto. Ma non puzza. È uno di quei giorni lì. È uno di quei giorni in cui la gente, ma anche gli oggetti e perfino gli animali domestici andrebbero, se non puoi tagliarli e metterli in freezer, rimessi a posto. Sì, è uno di quei giorni in cui se fossi una donna direi di avere le mestruazioni, invece le mie cose «sono quelle, che volgarmente noi chiamiamo palle». Il Califfo, benché nato nella stessa città di Gentile, ha sempre (o quasi) ragione.
lunedì, 27 luglio 2009
... questi tre grandi mali della nostra epoca, l'orgasmo simultaneo, le infradito, l'entusiasmo...
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