passoscuro

   apoditticamente scorretto


giovedì, 26 novembre 2009
 

secondo lavoro

Fendo in mezzo alla strada, vestito della mia tenuta catarifrangente da corsa, la folla dei manifestanti sul Corso dietro il 53, che la attraversa: le facce che reggono fischietti e bandiere - tanto che mi verrebbe voglia di passare a pugno chiuso, ma non so se sarebbe ben accetto -  vanno a richiudere il Mar Rosso quasi minacciosamente . Mentre passo, una voce stentorea più o meno familiare urla: «Facciamo passare anche il secondo autobus!». Così anche l'850 raggiunge l'agognata meta del Tritone.

Insomma, come politico non so, ma come vigile urbano Di Pietro ha il futuro assicurato.
postato da GiacominoLosi | 20:47 | commenti (4)
roma


domenica, 15 novembre 2009
 

secondo me è stato il Cinese

che nel suo alibi non ha tenuto conto dei fusi orari, e mi chiede, in un Inglese brutto ma corretto, dove andare coi suoi genitori per santa Maria maggiore, mappa alla mano. La tiene con una mano e punta la direzione, supposta, dove siamo, con l'unghia lunghissima del mignolo. Ha i denti divaricati e sembra un cuoco di qualche film di Bud Spencer. Gli spiego che non siamo nella sua mappetta del cazzo, ovviamente tenendomi per me il giudizio di merito e rispolverando il mio accento East Dulwich, che può sia salire e scendere il Celio e poi risalire l'Oppio (che poi dovrebbe intendersene), oppure prendere lo stradone, questo qui, ecco, tornando indietro, a destra, fino al Colosseo. Ma se va dritto? no, guarda, non farlo: torna indietro, vai al Colosseo. Se vado dritto non trovo la metro? no, non la trovi, puoi prenderla qui a Circo Massimo ma essendoci il vertice della Fao, col segretario ciccione in digiuno e incatenato e uno schieramento di polizia che replica uno pro capite il numero degli abitanti, sarà verosimilmente chiusa: torna indietro, vai a destra, poi giri per la strada quella grande, oppure sali e scendi questa collina, questa qui; gli faccio ampi gesti con le mani, che disegnano parabole perfette come Indurain in una cronometro. Quindi non vado dritto? No. Torna indietro. Lui capisce, ringrazia, mi dice di passare una bella giornata; io sto facendo stretching prima dell'allenamento, lo ringrazio, mi afferro una caviglia e faccio in tempo a vedere che va dalla parte opposta.

Ma allora non sei solo Cinese, sei pure della lazio.

(Intanto abbiamo avuto le Forze Armate al Circo Massimo, oggi il vertice Fao, la banda dei vigili allo zoo e addirittura la sfilata di auto d'epoca - che poi non so come si faccia a chiamare l'A112 un'auto d'epoca, allora pure la Panda. E mi chiedo quando cazzo sposteranno la capitale a Rieti. Sai che bello le olimpiadi sul Turano, le fiction in burino, la festa del cinema con i fan club che dopo l'autografo degli idoli si vanno a mangiare la porchetta.)

 
postato da GiacominoLosi | 13:49 | commenti (7)
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lunedì, 02 novembre 2009
 

la montagna del sapone

Da quando uno stiramento mi ha impedito di allenarmi, proprio mentre stavo filando a tutta velocità e dopo anni avevo rifatto i 5000 a 20'12", così da poter aspirare, chissà, a ritornare ai dieci chilometri sotto i 41'30" (e intanto sento la voce del Matto che direbbe che lui alla Best woman ha fatto 38'52", ma che adesso non può allenarsi più dalle tre alle cinque ore al giorno, troppo lavoro) - e chissà, a ricorrere la mezza sotto 1h30' - ecco, ho ripreso a camminare forte, spingendo. Come se mi dicessi: c'è da spingere? e allora si spinga, perdio, ecco, tallone che spinge, e la punta, non a ricasco, si figge metaforicamente nell'asfalto bucherellato e irregolare e acquitrinoso del marciapiede della via che porta alla biblioteca di Valle Aurelia, i muscoli si tendono in un ersatz di sforzo, ahi quanto pallido rispetto a un allenamento: spingo ancora di più, per sentire il calore montare dalle cosce che sbattono sui pantaloni umidi, calore che si unisce con quello, di opposta direzione, dei calcagni. Le scarpe, regalate dal sindaco, scivolano ma sono - o paiono - perfettamente impermeabili. Le immergo nelle pozzanghere più insidiose, quelle che stanno tra il marciapiede e la carreggiata, quelle in cui le signore che scendono dal quattro e novantacinque immergono il tacco basso e bestemmiano e fanno cadere la spesa, e resistono: le scarpe, le mie, non le signore. Che invece immagino inzaccherate, con i pacchi di pasta e gli ossibuchi che nuotano nell'acqua grigiopiombo, sotto lo sguardo della coatta un po' cicciona con l'ipod e la gomma da masticare.
Mi viene in mente Tours, quando passo in mezzo al parco dietro le case popolari. Effettivamente è un panorama da periferia francese, cemento a vista, palazzoni, sentieri stremati in mezzo a salici e a panchine di cemento anch'esse, come dietro place saint Paul. Andavo con la stessa andatura anche allora. Non mi potevo permettere la tessera dell'autobus. Undici anni dopo ho finalmente il mio status symbol in tasca, annuale, altra città, molto più vasta. Valuto così la distanza dal me di allora, sempre spingendo sulle salite, e a Tours, di là dalla Loira, per raggiungere le aule di geografia dove potevo scroccare internet, ce n'erano, di salite, e ci mettevo tre quarti d'ora da casa. E andavo di fretta perché se no si faceva tardi, e andavo di fretta anche quando uscivo la sera, e uscivo quasi tutte le sere, perché poi fece meno dieci per buona parte dell'autunno, e allora camminare così impetuosamente mi teneva in uno stato di fretta e di sospensione e di freddo. Spingevo in un paio di scarpe che tornarono scalcagnatissime, e che erano un pelo troppo leggere, e un altro paio che come quelle che indosso adesso mi ferivano i talloni.
Ma mi è andata bene. Penso a Campana scendere a Firenze con una specie di pantalone a fiorami, scarpe in cui nuotava, freddo come l'inverno a Firenze è freddo e umido, lui che parla con Soffici, suo lontano parente, e Soffici che perde il suo manoscritto, non lo nasconde, no, peggio: lo perde, per incuria e non se ne accorge, nemmeno dopo morto. E pantaloni di lino ha il ricercatore tedesco che si mette una giacca solo nel giorno in cui parla. Il giorno prima pantalone di lino, incongruo, ai trentuno di ottobre, mocassino arancione scamosciato. Camminare forte, anzi fortissimo, sulla salita di Baldo degli Ubaldi, con buste di ogni tipo, camminare arrestandosi solo per dar precedenza a qualche vecchia cautelosa, a qualche signora portatrice di ombrello, ed ecco la biblioteca col suo pavimento a rilievo in linoleum, l'uomo dietro il banco ha la pancia e ha la giacca dentro la biblioteca: ha freddo. Mi chiede se leggo per diletto o per - No, per diletto. Non so perché riesca a dire solo la verità. Dev'essere un vizio non di famiglia.
Ho un bisogno che mi si manchi di rispetto per attaccare briga, che se non fosse che questo accade di continuo lo cercherei apposta. La coinquilina che non pulisce, le persone che non ascoltano, quelle che ti usano. Mi ha usato Ch.? penso di sì. E io? ho mai usato qualcuno? Usato, adoperato, per camminare come le scarpe che porto, usate ma nuove, in fondo: adoperato fino a fargli mostrare la corda, riponendo poi il tutto sperando che la casa fosse abbastanza grande per dimenticare, troncare, sopire. - Tra i cornicioni e le farmacie omeopatiche e le autoscuole mi faccio anche un esame di coscienza al doppio della velocità, e non lo supero. Non è che non lo superi, non so se lo supero o no. Il non sapere, come non sapere con un occhio esterno se io mai... se un giorno... se forse... Nulla, solo quest'indecrittabilità moltiplicata per mille, e alle cinque è già buio e di lì per quattordici ore buone non se ne riparla.
Il giorno prima sulla Flaminia, a piedi come le legioni romane, ma il mio obiettivo è più modestamente l'auditorium, non gli Arverni, sole e vento in faccia. Sant'Andrea è aperto, ne sta uscendo il prete, la faccia come un vecchio televisore Sinudyne incorniciata di grigioperla. Mi fa entrare. Non mi godo quanto posso questa chiesa dove non si entra quasi mai, tra il tram i giardinetti e lo svincolo per i Parioli. La sorpresa, che poi non è tale, e che rovino al prete stesso, è che l'esterno è una sfera dentro un cubo, all'interno invece Vignola ha disegnato un'ellissi con una complicata modanatura. La perfezione, sembra dire, non esiste: oppure, la perfezione del Pantheon a cui questa chiesuola si rifà in-sessantaquattresimo, non esiste più, non è possibile. Ma il resto è semplice, come in San Sebastiano a Mantova, rimarrei meditabondo, non fosse che il prete, a colloquio con un bengalese che promette di pulire, di tornare, di sistemare, mi indica il pavimento e mi garantisce che vengono da tutta Europa a vedere la sua chiesa. E ci credo, gli dico. Mi ha fatto un grande regalo, gli stringo le mani, è un po' sordo, glielo ripeto, mi ha fatto un grande grande regalo. Riprendo a marciare verso nord, la sciarpa mi disegna ombre strane nel profilo che si muove irregolare tra i binari.

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martedì, 20 ottobre 2009
 

RVF

 «Libreria Scienze e lettere?», e io attacco. Con il dito che entra largo assai nel buco del combinatore telefonico lo rifaccio. «Libreria Scienze e lettere?». È una voce femminile. Sembra quella di Alice, ma lo sarà? Riattacco. Rifaccio quel numero varie volte, nel ricordo sembrano - non so - sette otto, magari solo due. Io non parlo, a quel telefono. La libreria che cerco è la libreria Zavattini, e gli Zavattini sono Angelo e Alice, e Alice ha risposto tutto sommato paziente a quel silenzio fatto di ansimi di bamboccio solo a casa, che chiama dalla sua cameretta dell'Aventino, angolo via dell'Ara di Conso e Fonte di Fauno, con la visuale verso via della Fonte di Fauno. Non so ancora che la libreria Zavattini è la stessa la cui targhetta dorata copre il prezzo col nome libreria Scienze e lettere nel Corsaro nero, se è il Corsaro nero. In realtà io visualizzo la copertina arancione del Giornalino di Gian Burrasca, che però mi è stata regalata al mare dalle Lungarotti. Improbabile, dunque, che siano andate nella libreria Zavattini, che poi la sera mia madre mi spiegò essere appunto la «libreria Scienze e lettere», davanti al Senato.
La colpa è del fatto che mia madre ci lavorasse, nella libreria, la colpa del fatto che io oggi debba chiamare, ventinove anni circa dopo quella telefonata, la biblioteca comunale perché ho scordato due bollettini postali - pagati - in un libro che ho restituito. Chiamo vergognandomi perché sospetto grandemente una conversazione del genere:
«Pronto biblioteca»
«Guardi... buongiorno... io ho--- scusi, è un'impresa disperata... mi rendo conto... ma - devo aver lasciato - ah, il mio nome è C***, tessera -- insomma ho lasciato delle ricevute in un libro che ho restituito la settimana scorsa...»
«E che libro?»
«Brucia, troia».
Ecco, la signora che mi risponde sente solo la prima metà della telefonata. Perché decido di usare la perifrasi: un libro di Sandro Veronesi, il cui titolo è - eccetera. Che poi le bollette sono in un altro libro ancora, Il karma del gorilla, che ho preso perché l'autore è nato a Cremona e mi piacciono i polizieschi.
E la colpa è del fatto che mia madre, per arrotondare il magro assegno di mio padre, che già arrotondava vendendo vestiti alle amiche per conto di negozi di abbigliamento, lavorava ogni tanto dagli Zavattini. Io temevo che durante la sua assenza succedesse chissà che cosa. Una volta infatti un'amica si affacciò al cancelletto e io non le aprii, ma mi lasciai interrogare. Si arrabbiò moltissimo. Non l'amica, mia madre. Ecco perché la chiamavo, forse, in quell'occasione: per una conferma, per l'imprevisto, per lo spavento, per la zia Margherita che mi cercava dal piano di sopra per giocare alle macchinine.
Ma altre volte mia madre mi portava con sé. E visto che non potevo avere tutti i libri che volevo, lì, in quella stanzetta che era l'ultima di una serie di stanzette unite da un corridoio angustissimo, in una di quelle vecchie librerie che erano in realtà dei magazzini di libri, perché raramente i clienti arrivavano in fondo: chiedevano, un libro veniva disincellofanato - e quanta polvere, di quella nera, sugnosa, che odorava di polvere - e riesumato: ma raramente - e io, lì, nella stanzetta più remota, mentre mia madre lavorava sotto il neon, i pomeriggi, che si usciva di casa con una luce invernale a prendere il 94 al Circo massimo, mi vendicavo di non poter avere i libri che volevo, e leggevo fumetti: le raccolte, quelle che c'erano in libreria. Topolino degli anni Trenta, volumi monografici dedicati - che so - a Flash gordon, a Tex, a un certo Valerian che poi finì in casa mia. Perché qualche libro poi mi veniva regalato, alla fine. Ma quelli che leggevo in libreria non erano miei, e dunque sapevo che dovevo leggerli stando attento.
Da allora mi è rimasto un amore per i libri letti, da bancarella, da biblioteca. Però ora li leggo nervosamente e da bulimico come faccio coi miei. E l'inconscio, evidentemente, mi ha fatto seppellire quelle bollette di cui una reca il mio nome per dire: sono miei, sono tutti miei.
Così i libri che sono rovinati li smantello, e quelli nuovi li leggo masticandoli quasi, come facevo in autobus, in giardino, mangiando patatine che hanno unto il primo giorno irrimediabilmente la mia copia dello Hobbit, che poi, gonfia di umido e sempre chiazzata, ventisei-sette anni dopo è al mare. Edizioni economiche, copertinacce plastificate, junk food degli occhi, rimasti da allora gravemente colpiti, perché poi quando uno si sfonda di pizzette non puoi cercare il gusto, vai sulla quantità, accumuli, e i libri nella mia libreria tuttora sono sfatti, lerci, come una scopata in un albergo vicino a Termini. Colpa degli Zavattini, lui parente, ma non so in che grado, del grande Cesare: forse addirittura fratello, o cugino primo? mi ricordo un Giulio Cesare, non Cesare, anzianissimo, ospite loro tra i vigneti della casa di Lanuvio dove ci invitarono.
(E anche lì avrò appresso i libri, mi sarò messo sotto un pergolato a leggere. Ero contento perché potevo leggere. Pensa che stronzo. I libri, questa cosa che assolutamente non serve a un cazzo se non a passare il tempo, io leggevo i libri perché non avevo il Commodore 64 ma solo il Vic 20, e tardi, leggevo perché ero figlio unico, perché mi annoiavo, perché mia madre era in libreria o a vendere vestiti, ma anche se era in casa, e poi anche in macchina, nella Centoventisei bianca di cui ricordo la targa, e dalle amiche dove era invitata a cena, e ovunque potessi, leggevo. Me ne intendo, dunque: leggere, lo sapevo, era un atto egoistico, inutile quanto è vero Dio, perché il prete del Belli che diceva «li libbri nun zo' robba da cristiani» aveva ragione, i libri, mio Dio, questa cosa che oltre a non servire e a fare danni ha un'illusione di utilità - ma sono utili solo ai Petrarca, o almeno ai Muratori e ai Curtius: agli altri non serve, non serve proprio leggere, se non quanto avere uno hobby, cucinare, trombare, e al limite anzi il contrappasso di deprimerti, o peggio una gioia effimera, un'ansia di emulazione, parole che ti si riverberano invece di quelle dei cari, dei mortali: per non parlare di quando li regali, perché vuoi trasmettere qualcosa con i libri, non solo leggerli, come se non fosse abbastanza, ma anche trasmettere qualcosa, comunicare con amici, donne che ti vorresti fare: e loro non capiscono, non capiscono mai. Rimani solo con tutta sta robaccia in due copie. Robaccia, i libri, che adesso sfoglio compulsivamente e con vergogna, e restituisco con un paio di bollette dentro. Questo falso mito dell'Occidente, questa conversazione rituale con i maggiori, queste cene di sfoggio erudito, queste conversazioni che si riducono a zero via zero.) - E che metto tra parentesi perché, in fondo, non ci credo del tutto.
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sabato, 10 ottobre 2009
 

Rioni VIII, IX, IV

Ventisette. Io mi ricordavo sedici. Chissà perché. Sono nove volte tre colonne, da davanti la cremeria si vede un'infilata di granito, un po' sopra il piano stradale, del portico, intendo. Nove? Otto, in realtà. No, non sono ventisette né ventiquattro, ma venti. Certo, il centro del portico è libero. No, sono sedici. Ecco, dunque, erano sedici. Solo quattro file sono piene, le altre quattro hanno solo la colonna che regge il frontone, sopra cui si legge il nome di Marco Agrippa, ed è una ricostruzione, perché il rifacimento del Pantheon si deve a Caracalla, se mi ricordo bene. Il diluvio ha spazzato via molta gente dalla prospettiva del sabato sera, guardo il monumento con una strana fissità. Sono reduce dall'ennesima insensata spedizione wombwards, e non mi capisco. Ma del resto non capisco neppure il bisogno dei nostri antenati di cercare questo supremo equilibrio, questo ritmo e questa proporzione ossessivi, da imitare per chissà quanti secoli, altro che i venticinque dell'ombra d'Argo. Non riesco a figurarmi, e sì che ci provo, la loro testa, la loro ossessione dello spazio. Non puoi abolire lo spazio? li immagino pensare, senza saperlo. Ebbene, lo segmenti.
Noi siamo invece alle prese col tempo, viviamo di più, viviamo meglio, ma abbiamo bisogno di abbreviare i tempi. Così il sogno di equilibrio si trasforma in una ridda di smart in doppia fila, caute nell'evitare, quando escono dal parcheggio fantasia, il domino di motorini truccati. Naturalmente, non una parola spesa dai vigili, che pure lì stazionano, su insegne enormi in mezzo alla strada, tavolini che assalgono quasi la fontana dietro una vernice di urbanità e pronti alla stufa da aperitivo, riducendo la piazza a una di quelle caramelle quadrate che avevano il buco in mezzo, erano dei toffees tipo Quality street, che poi la scatola serviva per metterci ago e filo (dai Droste e dagli After eights, invece, non potevi trarre la stessa beneficiata).
Un malevolo direbbe, data l'occupazione delle isole pedonali e il carico-scarico merci tollerato a ogni ora, che i vigili del centro abitino tutti (horribile dictu) nel popoloso quartiere della Stecchignola, e impinguino i mancati guadagni al superenalotto col non infierire su questo andirivieni abusivo. Oh!, che calunnie. Risalire il Corso o il Tritone diventa impresa per polmoni d'acciaio, attraversare piazza Venezia in bicicletta necessita i nervi di Barnard. Ma è un problema storico, non etico. Certo, visto alla lente della storia, tutto impallidisce e svapora. Perfino il Pantheon diventa la Rotonda, e poi ridiventa Pantheon. Passeggini impazziti e pomicioni di mezzanotte stazionano nel portico.
Grazie ad Augusto il Campo marzio si pacificò, si arricchì di costruzioni civili. L'organizzatore popolo romano perdeva la necessità delle adunate, delle elezioni, della guerra. Fu, naturalmente, un bene. Ma si abituò a essere suddito, perse la presa sullo spazio, si fece formica, arraffando il granello a portata. I camerieri si aggiustano il farfallino. Sotto casa mia, una scorta per un personaggio ignoto, hanno la faccia da sbirro che ha visto finti poliziotti alla tv in gabbiotti soffocanti, questi della sera tarda, sono dei Bob Hoskins incrociati con qualche personaggio di Un posto al sole. Devo scremare, concentrarmi, raccogliermi. Continuo a pensare che non sia tardi, e poi, domani, il supermercato apre più tardi, forse dormo. Forse no, ma la storia falsa sempre le prospettive.
postato da GiacominoLosi | 23:44 | commenti (6)
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sabato, 03 ottobre 2009
 

Annali

Sine ira et studio. Quindi è totalmente sbagliato che adesso mi metta a parlarne. Ma d'altronde è un nodo, un gruppo rintrecciato, questo di come non riesca più a essere solidale a ogni manifestazione importante cui tutti aderiscono, e mi trovo a discuterne con A. e mi insulta, e io non riesco nemmeno a indignarmi, anzi, dentro di me le do ragione. È una questione di principio, e io adoro i princípi.
La manifestazione si tiene a meno di un chilometro da casa mia, la evito accuratamente. Che mi è successo? Mi infastidisce il solo pensiero di essere solidale coi giornalisti italiani, con questa razza di servi al 90%, coi D'Avanzo e i Merlo, eppure dovrei. Perché se confondi gli uomini coi princípi fai un lavoro sbagliato, come uomo e come storico, lo storico, appunto, che dovrebbe esserlo sine ira et studio. E non sarà che invece non sei convinto più di nulla? che sei diventato solo un iracondo, isolato iracondo che, sia pure per non incollerirsi, e dunque non peccare, i princípi li evita, va allo stadio e non alle manifestazioni (l'ultima con convinzione nel 2003), resta in casa a collazionare fonti, a porsi problemi più che storici di antiquario, fa la fine dei don Ferrante, riporta le didascalie cogliendo nelle diverse iniziali, nelle sfumature, una genealogia dei libretti, dei testimoni, cerca una verità chiudendo gli occhi alla fiumana di persone di segno contrario, in un'allucinazione in cui si mischiano i fuoristrada che chiedono largo in vie pedonali e finte zecche che non sanno nemmeno cos'è l'articolo di cui portano il numero impresso sulla maglia. Generalizzazioni e qualunquismo, appunto: di questo m'accuso. Non sono solidale, del resto, con nessuna categoria, men che meno con gli intellettuali, disonore d'Italia. Conoscere, sapere, ma non poter conoscere e non sapere davvero nulla.
Arrivo in piazza che una nasona - che scopro essere Nicki, o Niki?, o Nicchi? Nicolai - canta un pezzo che imita spudoratamente Vorrei che fosse amore. L'obelisco di Ramesse II ospita alcuni tazebao. Vago con un senso di fastidio e di malumore. Sono lì per quei due tre giornalisti che veramente domandano, investigano, chiedono. Sono lì pensando che forse Ilaria Alpi, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, ci sarebbero andati. Sono lì più per i morti che per i vivi, per quella parte necrotizzata di me, e dunque mi riconosco perfettamente, per questo sono lì. Sono lì, ma sono arrivato tardi. Si sgombra, non completamente, da tutte le direzioni. Left, il Manifesto, Repubblica, Cgil, discerno a malapena socchiudendo gli occhi, scritte, presidiate da qualche sparuto con barba. L'autunno si rivela nella notte precoce, nelle automobili infastidite. Giro intorno con urgenza, l'obelisco mi fa da rotore, sono il criceto del mio status atrabiliare, che a forza di vedere tutto sotto l'aspetto dell'eternità, non distingue più, come in questa oscurità segnata da lampioni gialli, dalla sagoma del Pincio che sbuca dietro il palco, un colore dall'altro - una tonalità di neri e viola che si inseguono, e mi riportano, ancora controcorrente, alle borse di carta dello shopping, al Diperdì sbadigliante. Apro il portone, mi siedo, scrivo senza correggere.
postato da GiacominoLosi | 19:27 | commenti (11)
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mercoledì, 16 settembre 2009
 

Attualità

La bellezza dovrebbe essere portata come gli abiti eleganti che non ho mai avuto se non di seconda mano: portata, dunque, non esibita, anzi, con una contegnosità e un tono fragile, con  sprezzatura, con una noncuranza che permetta qualche ammaccatura. Le donne belle che sanno di esserlo non hanno, su di me, nessuna presa. Anzi, le squadro per notare l'imperfezione, per proiettare, nel futuro prossimo, una mascella troppo invadente o un'anca che tira verso il basso, un seno troppo distanziato o troppo abbondante - per vederle simili alle loro mamme, e nonne, ridotte al pelo superfluo e al rosario o al bridge, un burraco rancoroso, anzi, da giocare il martedì sera mentre il marito ricco guarda le partite della squadra che nemmeno tifa pur di non stare con lei. Sarà che ho avuto un'idea troppo estensiva della bellezza, nelle donne, preferendo cogliere nell'umile tamericio qualcosa che lei stessa non si aspetterebbe, un'imperfezione cara, il dettaglio superbo,o forse perché, come direbbe qualche malevolo, per me basta che respirino. Non decido. So solo che la bellezza è una grande sciagura, per la gente comune che ne sia affetta, nonostante quel che diceva Belli; per fortuna la cosa non mi riguarda, e posso così osservare, con una punta di sarcasmo, le donne che incedono sotto casa mia con lo shopping fresco sotto il braccio, che, si vede, vendono a caro prezzo le loro forme ancora contenute, il loro naso disegnato al millimetro, perché - e questo è lo sconforto - qui la bellezza viene posta aux enchères, come nella Parigi di Luigi Filippo, ma più di allora ha un controvalore stabilito, una negoziazione con lo sfortunato che ne venga preso. E mi viene da ridere guardando chi si sente bella e non lo è davvero, la squadro, fermandomi in mezzo alla strada, con un colpo d'occhio dalla punta dei capelli alla punta dell'esecrato stivale, con un mezzo sorriso tutt'altro che ammirativo, impudicamente. Da questa esibizione di muscoli si capisce la decadenza, la fragilità della nostra epoca che fa i mutui sul proprio aspetto, costruisce sull'aria, puntando sulla fiducia del consumatore. Puntando sull'orientamento consapevole di un branco di pecore cui si può dire tutto, e minacciare financo.

E il pensiero va agli sfoghi di qualche politico-tecnico basso e sformato, che tratta di poltrone (nel senso dell'aggettivo) chi si occupa di arte. Ebbene, caro ministro, è vero. Siamo dei poltroni. Per questo, se Lei avesse il coraggio di togliere, tagliare, recidere anche il piccolo esile filo dei rubinetti del governo di cui fa parte, sarebbe un gesto di coraggio. Toglierebbe l'ipocrisia di quell'irrigazione insufficiente, ci costringerebbe a ricominciare da capo, a far sì che una parte si piegasse finalmente del tutto al mercato, venendo incontro a Maria De Filippi, e l'altra invece clandestinamente reagisse. Ci vuole il sale sulle rovine. Tagliate tutto, scorciate pure. Così si fa, se si è convinti. Ma non lo siete, Lei per primo, e ci costringete in una laodicea aspettazione di tempi migliori. E invece no: colpite, stroncate, togliete finanziamenti - ma del tutto - a musei, teatri, cinema, sovrintendenze. Ma del tutto. Abbiate coraggio, e datene a noi. Certo, patiremmo la fame, ma qualche altro mestiere si trova. In fondo la bellezza finisce e noi moriamo (e Lei, visto che è più anziano, secondo legge di natura è assai più vicino al termine ultimo); in questo grande zero a zero vorremmo che la bellezza, o la bruttezza, venissero elargite una volta tanto gratis et amore dei. 



domenica, 06 settembre 2009
 

Repetita iuvant

Avete rotto il cazzo con questi aperitivi. L'aperitivo si fa in Lombardia, non a Roma, dove diventa un modo per abbuffarsi di frittate border-line, verdure grigliate male e mozzarelle di finta bufala. A Roma si prende un caffè, si fa una passeggiata, si mangia un gelato, si va in trattoria. Fine dei discorsi. Imitare Milano è da sfigati; si è mai vista una macchina di lusso cercare di scimmiottare l'andatura di un Ape carico di macerie?


sabato, 29 agosto 2009
 

Wenn man moralisch ist

Mi osservo con gli occhi della turista con la borsa con un teschio e la scritta «St. Pauli», e che è probabilmente italiana, mi osservo in metropolitana con aria soddisfatta. La mia mise post-lago comprende il costume della Cremonese sotto un pantalone criticabile, ciabattoni ancora più da mettere all'indice, maglietta recante il motto «What is this? I don't know», abbronzato, in peso forma, lenti a contatto giornaliere da far saltare come al gioco delle pulci la sera. Lo zaino della Roma, le bozze della biografia di Rossini in cui scrivo come Rossini abbia costruito accuratamente il suo personaggio, un foglio di carta pentagrammata imbrattato di matita 2b e con qualche goccia di Martignano, invece di Napoléon, quello che un gatto ti guarda e ti fa un sorriso se te ne cade un po' addosso nella pubblicità degli anni Ottanta, un taccuino, e Pnin di Nabokov. Non amo le automobili e non esco la sera. Peccato che l'anno scorso abbia ceduto e mi sia accaparrato un telefonino. Anzi, il telefono si è accaparrato me. Se no il complesso, a trentacinque anni meno cinque giorni, sarebbe assai soddisfacente. Uno snob dall'aria giovanile e noncurante, che ascolta volentieri, osserva, ama l'opera, la topa, il calcio, sa della tattica dell'Avellino di Vinicio (beh, facile: un catenaccio con energumeni baffuti a menare come fabbri), del butt plug, di Delitto in Formula uno, e la sera va ai concerti di musica barocca; cucina, fa le marmellate, è disordinato, ce l'ha enorme (va be', la pubblicità è l'anima del commercio). Non ha deciso ancora cosa fare e se la tira. Ecco, il personaggio è originale e mi soddisfa, chi riconoscerebbe il ragazzino che leggeva In viaggio con Disney e la bibbia illustrata, che quella festa di carnevale si cacò nei pantaloni? Lo riconoscerei io, non mi fossi rotto i coglioni di analizzarmi con gli occhi della turista che, in definitiva, non solo ha i brufoli ma manco mi guarda, colpa imperdonabile. E quindi scendo a Spagna, in mezzo a gente tirata a lucido, pensando in fondo di assomigliarmi abbastanza, finché dal fondo della mia personalità non salga fuori il mostro di Rostock (lapsus) o una drag queen. Ma per quello c'è tempo, almeno fino al prossimo bagno, o a una sana rivoluzione che eviti ai professori universitari di scrivere di vita intellettuale, di intellettuali ebrei di parlare di ebrei intellettuali, di scrittori di scrivere di scrittori. Dei musicisti non parlo, facciamo da soli. Apri, sono io.
postato da GiacominoLosi | 09:29 | commenti (28)
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mercoledì, 26 agosto 2009
 

Vivere in centro

Piazza Augusto Imperatore, quanto cazzo sei brutta. Sei brutta tu e chi ti ha creato. Sei brutta e sfigata. Triste come un film di Ken Loach ma coi marmi al posto dei mattoncini rossi. Tu e i tuoi negozi improponibili lungo tutti i lati, coi manichini che mutuano l'andatura inarcata dei coatti che spendono i milioni per un giubbotto da coatto portato dai manichini vestiti da coatti. Per non parlare dei cartoni e dei poveracci che trovano rifugio sotto i tuoi portici puzzolenti e scomodi, dei sorci, dei ristoranti alla moda di Milano dove si fa il brunch e l'aperitivo. Ma vaffanculo, piazza Augusto Imperatore, che manco stai vicino a via Ottaviano.
Ripasso da lì dopo averti accompagnata. Adesso mi cerchi, mi carezzi, mi metti la mano sul pacco, mi attiri. Mi cerchi di nuovo, mi forzi, mi telefoni e mi scrivi. E io come una campana fessa, ridò la nota con armonici sbagliati, confusionari, senza vibrazione. Se mentre ti scopo mi ricordo quando ti amavo, e quanto, non prevale l'amarezza, né la rivalsa, ma la presa di coscienza della palingenesi, anzi no, della palinodia, della palinderculità della vita, piuttosto, che è palindromica, comincia e finisce con un brusìo indistinto, la foglia gialla. Quei mesi con le mani stese avanti mentre smaniavo, a duemila chilometri e più, e adesso cosa noto? le forme fuori forma, l'ortografia sbagliata, la sbirulinizzazione della tua voce. Il non ancora che ha dato luogo al non più. Forse torni perché vivo in centro, perché la fine di Perpetua è sempre in agguato. È sempre bella la tua compagnia, il rumore della spallina che sfiora le lentiggini, ma come vederti alla lente dell'amore di febbraio-marzo, quello, come il febbraio stesso, come il broccoletto che lascia spazio al carciofo e poi pian piano alla melanzana, diluito in questo sole allungato, un po' opaco. Compio tutti i passi giusti, la strada è cambiata sotto i miei piedi, non è colpa tua, o meglio, lo è, ma non posso insistere, sarei poco gentiluomo, e non starei riaccompagnandoti.
Piazza Augusto Imperatore, facessi almeno angolo invece di sbucare nel Corso come un eritema, come l'acqua della pasta che assaggi e che ti scola sulla guancia, come un paradosso illeggibile, le macchine in doppia fila e la teca nuova, l'artista che esibisce le scarpe bucate da trent'anni e si chiama artista. Solo qui potrebbe accadere, piazza orribile, sbucata da un compromesso in una dittatura oscena e dunque oscena, senza colpa, accenno anche io un'andatura sbieca, grottesca, le braccia allargate e stese, quasi mimando.