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martedì, 10 novembre 2009
Ecco che prendo l'atteggiamento di mio padre, solo davanti alla trattoria, solo davanti alla cameriera napoletana in una trattoria siciliana a Bologna; alle pareti croste tra cui un'allegoria di segni zodiacali e sulla tavola il pacco di grissini antigienicamente appoggiato sui taralli. La musica è una versione dance del Volo del calabrone. Dico io. Entro e mi rendo conto della cazzata che ho fatto, ma d'altronde sono stremato, e assumo quel sussiego di chi «a lui non la si fa». Madri, padri, figli, ci mancano solo buoi e asini, d'altronde sono figlio unico, e Gesù - è spiegato dai teologi - aveva fratelli solo se pensiamo alle famiglie allargate de' negri (questo dicono, in buona sostanza: dunque siamo entrambi figli unici, ma io sono leggermente più anziano di lui). Mia madre poi mi va ripetendo giustamente che non devo far risparmiare la Fondazione Compositore-Importante-Di-Cui-Mi-Occupo, e che visto che questo viaggio stremante e ossessivo da un manoscritto all'altro, stremante, ossessivo, inutile, aggiungerei, mi viene spesato (anche se subodoro inganni ovunque, e alla fine la storia mi darà ragione, anzi speriamo di no), io sono il Maestro, il Dottore, il Professore - questo ultimo titolo completamente abusivo è quello che preferiscono darmi, senza avermi visto, ovviamente - e che mi devo dare delle arie, o meglio, lei dice che devo darmi un tono e devo essere preso sul serio. Mica facile. Ho uno squarcio in un tallone dovuto alle scarpe, non porto cravatte, Carolina mi ha detto che dimostro vent'anni, e dunque la gente oscilla tra il tu e il lei, mi chiede come deve chiamarmi, maestro, professore, dottore, e io ovviamente vorrei che fossimo in un paese in cui essere chiamati «signor» non sia, essendo in fondo già un titolo onorifico, tutto sommato più che sufficiente. E allora assumiamo sussiego, dicevo, e noto allora proprio i grissini etc. etc., e che l'inzolia ha il sapore un po' troppo virato sull'acido. Ma sono a stomaco vuoto, e dico, e mi chiedo, come si fa a avere un atteggiamento normale e pensare e pensare da solo, in una trattoria siciliana a Bologna, senza arricciare apposta le labbra, senza bere apposta del vino, senza sentirsi soli, oltre a esserlo - come fanno tutti quelli che mangiano da soli, oppure tutti hanno un'amante che quando girano per lavoro li accompagna a cena? non foss'altro che ho visto Firenze e Bologna in una stessa giornata e io nutro una diffidenza e una scarsa simpatia per entrambe le città - e sono sempre stato, chissà perché, criticato per questo. Però è così: sarà perché ci vengo sempre a novembre, a Bologna, sarà per via che ci vado sempre carico di valigie, eppure anche in altre città vado a novembre, in altre città sono trafelato e carico di intollerabili orpelli, di borse in cui nutro pezzi per orchestra insieme a cavetti USB e libri di Veronesi, eppure non sento quel fastidio che ho per Firenze e Bologna - forse per la ricchezza, forse perché sospetto Bologna di essere solo un posto per Leccesi che riscoprono il Salento al DAMS, forse perché la ricchezza così come i Leccesi si travestono, si danno una vernice democristiana di portico rossiccio, con il pavimento lasciato sconnesso, le trattorie e gli aperitivi in agguato. Un malumore immotivato, da Bologna e Firenze non ho ricevuto altro che bene, eppure mi urtano sovranamente, buie e care, come tutte quelle città di mezza tacca grandi abbastanza per avere il traffico e gli aperitivi e il DAMS, ma non grandi per sperderti, per avere veramente tanti rivoli, la confusione spaventosa e senza pietà di una città grande. Bologna, nobile patria di aggressioni e di mortadelle, diceva il Compositore-Importante-Di-Cui, e invece di stare aspettando mortadelle aspetto pescespada in crosta di caciocavallo ragusano e cuscus di ceci con gamberetti, una froceria che sarà sicuramente perniciosa e costosissima.
E invece no. Tutto è ottimo. Mangio, bevo uno zibibbo, flirto con la cameriera napoletana, torno in albergo.
domenica, 06 settembre 2009
Avete rotto il cazzo con questi aperitivi. L'aperitivo si fa in Lombardia, non a Roma, dove diventa un modo per abbuffarsi di frittate border-line, verdure grigliate male e mozzarelle di finta bufala. A Roma si prende un caffè, si fa una passeggiata, si mangia un gelato, si va in trattoria. Fine dei discorsi. Imitare Milano è da sfigati; si è mai vista una macchina di lusso cercare di scimmiottare l'andatura di un Ape carico di macerie?
mercoledì, 19 agosto 2009
Se mi eleggerete capo del mondo vi prometto:
- una moratoria sui versi di almeno un anno. Obbligo per tutti di scrivere senza andare a capo e con la punteggiatura, divieto assoluto di impiegare le seguenti parole: «poesia», «confine», «sogno»;
- moratoria altresì sui blog zozzi. Verrà nominata una commissione ambosessi, automunita, no perditempo, da scegliersi tra provati onanisti, che valuterà se il blog zozzo ha effetti o no. In caso negativo, l'autore sarà costretto a dedicarsi per un anno a biografie edificanti: preti partigiani, filantropi, presidenti della Roma a parte Ciarrapico;
- divieto di fotografare panorami, monumenti famosi, opere d'arte in genere, tramonti, cani gatti e bambini vivi. All'uopo sarà emanata una direttiva antiterrorismo che spiegherà come Bin Laden, Breznev, il mullah Omar, Diabolik e Lotito si siano travestiti da turisti e con la macchina fotografica abbiano fatto un sopralluogo sui luoghi di futuri attentati. Chiedere a Gasparri se può rilasciare una dichiarazione in proposito (poi liberarsene con un trucco qualsiasi);
- allo stesso tempo, proibizione di andare all'estero e di tornare con più di dieci foto (contate); chi venga sorpreso a mostrare agli amici cinquecento foto dello stesso cactus con una persona davanti sarà costretto ad andare in vacanza a Treviglio (BG);
- se finiscono i posti a Treviglio si può optare per Voghera (PV), Frosinone, Alessandria, Catanzaro;
- in genere, incitare ognuno a starsene a casa propria e a non rompere i coglioni per andare in posti di cui non si sa un cazzo e da cui si torna diffondendo notizie infondate;
- interdizione al commercio dei seguenti alimenti (ove non siano indigeni): pachino, rughetta, mozzarella di bufala, bresaola, formaggio coi buchi, lardo di colonnata;
- proibizione di vedere film americani a lieto fine per un quinquennio. Potranno essere fatte eccezioni solo in caso di resurrezioni impreviste di Billy Wilder;
- restrizione all'uso dei profumi, incitamento all'uso del deodorante;
- abolizione degli smalti inutili;
- obbligo di prendere i mezzi pubblici, che saranno gratuiti, almeno cinque volte a settimana, in fasce orarie differenti; proibizione di parlarne male pena il ritiro perpetuo della patente; i delatori saranno ricompensati con tessere intera rete;
- apertura delle frontiere a tutti gli stranieri, purché prendano una nave di linea, a spese del contribuente;
- divieto di riportare i fatti di cronaca in più di cinque minuti complessivi per mezz'ora di telegiornale;
- obbligo di mostrare un certificato medico quando si voglia comprare l'acqua in bottiglia, che verrà distribuita solo in farmacia;
- deportazione (amichevole) di Antonio Ricci; insegnamento non solo del dialetto, ma a quel punto secessione del Lombardo-Veneto, ripristino dell'autorità temporale del papa, dei Giudicati sardi, delle città libere imperiali, dell'economia curtense;
- resta inteso che se i polentoni vorranno recarsi a sud del Po avranno bisogno di un passaporto speciale, modello «puppamelo»;
- il primo che giustifica il coito interrotto dicendo: «ma tanto io mi controllo» subirà l'amputazione del pisello in modo da non nuocere;
- nascita del campionato del centro Italia; per non scontentare nessuno ci sarà anche la Coppa della Burinia (detta anche Salary Cup, nel senso della via omonima), con ladzie, Frosinone, Viterbese e altre formazioni minori;
- obbligo per cantanti di tutti i generi, dall'opera al pop, di far CAPIRE QUELLO CHE CAZZO CANTANO. Non tutti sono Bob Dylan, perdio;
- detronizzazione immediata del capo del mondo all'attuazione del programma. Che, lo ricordiamo, comprende anche l'abolizione del tatuaggio, delle infradito, delle frasi come «sono confuso/a» o «non so quello che voglio». Se non sai quello che vuoi prendi impreparato, una nota sul diario, e torni a fine quadrimestre;
- abolizione della parola «giovani» dal lessico corrente. Tutti gli amministratori di enti pubblici verranno reclutati tra persone minori di venticinque anni, per prova. Se poi non funziona, non vi lamentate;
- proibizione di bonghi e cani ridicoli;
- i bambini irrequieti verranno istradati a Playboy al compimento dell'undicesimo anno d'età; i sedici anni saranno festeggiati con una torta alla marijuana; se continuano, pronti per la caccia grossa;
- le smart verranno derise dalla popolazione in una data da destinarsi;
- stimasti il comodato? Eh? Puppa!
- assunzione dell'ufficio stampa di Giovanni Allevi, o di chiunque gli scriva i testi delle interviste. Un giorno si saprà chi è e lo celebreranno insieme a Wodehouse e Ennio Flaiano. Votate votate votate.
martedì, 14 luglio 2009
http://milano.repubblica.it/dettaglio/articolo/1674058
Ultra Sauromatas fugere hinc libet, et glacialem
Oceanum...
martedì, 17 febbraio 2009
voglio proprio vedervi, con tutto l'orgoglio nazionalistico e onore e fede e patria e cavalli e coltelli e una parola sola la mia e l'ospite è sacro eccetera, voglio proprio vedervi quando, svenduto l'ultimo metro quadro di costa incontaminata, starete in fila tutti contenti per fare i camerieri di qualche imprenditore brianzolo, come fate dagli anni Cinquanta per l'Aga Khan e polentoni milionari ignoranti come scuregge vestite. Voglio proprio vedervi, concittadini di mia madre e dei miei antenati poveri e dignitosi, che avete fatto da carne per cannoni di mezzo mondo, che siete stati impuzzoniti dal fumo di raffinerie miniere natanti di vario cabotaggio, voglio proprio vedervi, ma forse, pensandoci bene, meglio di no.
giovedì, 29 gennaio 2009
Misuro con il mio passo affrettato
bitume non impermeabilizzato
del mio vecchio terrazzo
La città pare un dirupo
c'è un sole inatteso e scostumato
tu mi guardi e passi via con imbarazzo
aggiungo: e grazie al cazzo
Le finestre tutte chiuse,
due sedie e un paralume,
tre poster in un elastico
una poltrona da smontare anzi da rottamare
e mi levo dai coglioni-i
mi levo dai coglioni-i-i
perciò state tutti buoni
io canto anche se stono
nessuno mi fermerà:
perché mi levo dai coglioni-i
mi levo dai coglioni wowwoeowwow
che è lo sport che mi piace di più
più della pallamano
più degli insulti al Vaticano
più di te e anzi moolto di più-ù
Persino il salumiere mi saluta
con un'aria cortese e un poco astuta
mentre aspetta il pranzo.
E per un'ultima mangiata
ho una sedia mal impagliata
ma che buono, che buono il bollito di manzo
aggiungo: chiamami stronzo
Sposto tavole, ignoro cocci
lascio stare le cartacce
ora c'è nebbia
nessuno mi sorprenderà
anche se
mi levo dai coglioni-i-i-i
sì, mi levo dai coglioni-i
niente paroloni
niente indecisioni
il treno è in ritardo, ma si sa.
Mi levo, mi tolgo, mi scanso
addio terrazza amori e manzo
vado nel blu dipinto di blu-u-u
wowwouwwou
sciabadadadadada
ritorno tra i terroni
dalle facili emozioni
dove è facile darsi del tu
come un cuore occupato
e un gattino arrabbiato
e un passerotto, che andrà via e paloma
cuccuruccuccù
wouuuuu
cu
tu
ù
chiù
ù-ù-ù-ù
lunedì, 19 gennaio 2009
Decido di farmela a piedi, da piazzale degli Eroi, anzi dall'incrocio di via Luigi Rizzo. Le pendici della Balduina, per non parlare del nome stesso «Balduina», mi sono sempre sembrate ridicole e scomode. C'era la Dragon film, alla fine di un bugigattolo, e per la via, verso la voragine di piazzale Clodio, dove vedrò i faccioni dei principi di Monaco, veramente grotteschi, soprattutto il sosia di Cecchi Paone, figurare sulla pubblicità del circo Medrano (a capirla, quella cosa delle tre piste), c'è un odore di città benestante, se non proprio chic, di cane beneducato, di anziana cotonata, quell'umidità invernale e pomeridiana, quell'odore, appunto, di zona residenziale. A quell'ora prendono sole i ripetitori di via Teulada, l'osservatorio astronomico, poco altro. Villa Madama è in ombra. Del resto è stata progettata per l'estate, si capisce, per questo è a bacío. Una serie di studi di doppiaggio della mia infanzia, alcuni, come la Dragon film dove si doppiava Bonanza accanto al mediocre cartone animato di cui ero il protagonista, mi hanno visto infelicissimo, a cercare di parlare in tuta e rincoglionito dal sonno con altri nerd redenti dal lavoro minorile, di prestigio, purtuttavia. Non sapevo ridere a comando, ogni quarto d'ora passato lì dentro, quando non scorrevo febbrilmente il copione cercando di non trovare la fatale parola «(ride IC)», era angoscioso. Passo intenerito via Durazzo (mah!), ma prima ancora vedo la chiesa dove, secondo mia madre, mio padre con la scusa di suonare l'organo, e il doppio senso l'ha voluto la provvidenza, concupiva o era concupito dalla sua attuale compagna, non che andasse in chiesa, lei, tutt'altro, ma lavorava in Rai. Oppure è solo il nome della santa che indispone mia madre. Oppure la leggenda l'ho inventata io per accollare una nuova colpa a mio padre, così come un ergastolano può ben accollarsi un divieto di sosta.
Fatto sta che la chiesa è orribile. Sembra di stare nella hall di uno Hotel Continental qualsiasi, un po' come al Comunale di Firenze, i confessionali sono particolarmente spaziosi, come se la pletora di funzionari dell'epoca Agnes avesse diritto a un po' di privatezza aggiuntiva. E dietro l'altare uno spazio a poligono, insomma, terrificante. Mormoro una preghiera che sembra una frase di scuse, esco. Mio padre mi dà da pensare per via del fatto che vado all'auditorium. Entravamo rigorosamente a scrocco, tra Ottanta e Novanta, perché oltre a conoscere tutti mio padre era amico fraterno dell'ufficio stampa. Entrava ovunque, luoghi, donne, case, alberghi, agli ultimi bagliori del suo sfarzo poteva ben entrare all'auditorium, quello vecchio, al turno della domenica. Con noi una congerie di polmoniti su due gambe, affanni ed enfisemi ottuagenari, un posto in quelle alette da cui si vedeva bene il direttore. Mi ricordo senza entusiasmo Sawallisch, e un Requiem di Mozart diretto da Barshai (se era lui) in cui il trombone fece un casino e gettò un'ombra di disdoro su tutto il concerto. Tra i movimenti di un pezzo i vecchi scatarravano, io ero concentratissimo e facevo le mostre d'intendermi di tutto. Come adesso.
Che sono clandestino, e noto che la generazione mia, il maschio trentenne, che dovrebbe essere il nerbo del pubblico, è invece troppo povera per esserci; se non come me, clandestinamente. Moltissimi appunto i residuati punici e ittiti e qualche donna giovane solo perché mantenuta. Meglio così. Splendono le dentiere nello sfondo progettato da Piano, non Guido (io lo pensavo davvero, che Guido Piano fosse un nome). L'orchestra potrebbe essere figlia del pubblico, quanto a età. È cambiata molto. Non ci sono più i grandi virtuosi, i solisti boriosi e commoventi al primo apparire di un «1. solo» sulla partitura, esecutori stupendi, ma che rendevano quell'orchestra decisamente deludente dal punto di vista dell'insieme. Meno male. Adesso si limitano a essere un'orchestra, il direttore non ti trasporta nell'iperuranio ma si vede che loro si sentono a proprio agio e suonano volentieri, merito suo, che tiene infallibilmente il discorso, non sbrodola. Il concerto di Brahms lo suona un violinista che assomiglia a Bierhoff ai tempi in cui faceva la pubblicità dello shampoo. È bravissimo. Intonato, cede qualcosina solo nel secondo tempo, ma anche lui tiene la linea, non si perde, si butta, dev'essere uno che pensa molto, con quella capoccia. Peccato però per quel gol alla Repubblica Ceca, meritavano loro.
La maschera con cui poteva esserci, tempo fa, un grande amore mi vede e scappa. Dopo, per messaggio - ah, lo vedi, lo vedi che stavo meglio senza telefono! - mi dirà che è stato per timidezza, come quella volta, ti ricordi... Sì, mi ricordo, ma ingenuamente pensavo che ti sentissi in colpa. Donne donne eterni dei. Le sbaglio tutte. Quando mi innamoro faccio come i maniaci al parco pubblico: apro l'impermeabile e mostro tutta la mercanzia, dal dumpennente in su, compreso il mio quartetto incompiuto. In Delitto a Porta Romana Tomas Milian chiede durante un concerto: «Ma che è sta palla?». «Questa? L'Incompiuta». «Meno male».C'è stato un periodo in cui assomigliavo a Schubert. Nella peggiore delle ipotesi, ad Al Bano.
domenica, 04 gennaio 2009
Il telefono squillò e lo distolse dalla sua occupazione preferita. Prima di andare a dormire aveva messo Se questo fosse vero amore dei Ragazzi italiani, ma al contrario, sicuro di scoprire un messaggio satanico. Non riuscì che a sentire dei fruscii incomprensibili, schiocchi, miagolii, sussurri, e poi in mezzo parole strane, discorsi senza senso, e poi di nuovo gemiti, gemiti sempre più forti. Si accorse che aveva collegato male l'amplificatore, non allo stereo ma alla televisione; SkyAffamelo24 su cui era sempre sintonizzato stava trasmettendo la scena più importante di Moana e Cicciolina ai mondiali. Povera Moana, pensò, la faranno rivivere in un film, interpretata da una senza tette. Che schifo. Ma tanto non è morta. Nun pò fini' così, nun deve finì così. È in Islanda a sorvegliare i geyser. È in Brasile con Jim Morrison e Elvis. È Claudio Baglioni. Travolto dai ricordi stava per mettere lo slow motion per apprezzare la scena insieme al sosia di Klinsmann quando, appunto, squillò il telefono.
- Ispettore Mortacci, squadra anticrimine. Che cazzo vuoi a quest'ora? Ah. Sì. Capisco. Alla Stradale non c'è l'anticrimine.Sì, sono solo le otto. Le nove, che differenza fa. D'accordo, arrivo.
Cazzo di un cazzo. Di un cazzo. Corse a farsi la barba. Non avrebbe mai voluto tornare in pista. Ma avevano bisogno di lui, i suoi ragazzi. Da quando era alla Stradale aveva visto il mondo sotto un altro aspetto, perfino i Chips gli erano stati di giovamento. Poncharello, cretino, non sparare alle gomme attraverso il parabrezza, si era sorpreso a dire. Ma la vita non era mai abbastanza tranquilla. Avrebbe voluto dedicarsi ai suoi passatempi. Cucinare con la marijuana sequestrata, per esempio, adoperandola al posto dei broccoletti.
La ricetta era pronta, facile. Pizza bianca del fornaro, 200g. Ricotta di pecora, 80g. Tempo di preparazione: distrazione del fornaro mentre gli rubi dal frigo a parete una Baffo d'oro, cinque secondi. Fuga perché quella stronza della sora Gina se ne accorge e fa la spia, mezzo minuto. Scuse e tentativo di farlo passare per uno scherzo, mezz'ora. La consistenza però cambiava troppo rispetto ai broccoletti. E il sapore, dio mio, il sapore. La lingua felpata. Maledetto mestiere. Storse il naso, e si tagliò con la lametta. Maledetto mestiere. Er Zorcio era tornato in pista. Er Caccola aveva seguito er Zorcio. I tentativi di sgominare la banda togliendo loro i punti dalla patente si era rivelato inutile. Espellerli facendoli passare per senegalesi, controproducente. Additarli come laziali. Ecco. L'avrebbe detto al capo della Mobile.
Corse giù per le scale, a perdifiato, troppo a perdifiato, finché fu in cantina. Dovette risalire di un piano e si ritrovò fuori. Nella realtà. Al Quartaccio. Gli era sempre piaciuto quel quartiere. Avrebbe potuto vivere a Collina Fleming, ma preferiva lo stile IACP 1980. Quelle linee sobrie. Quei cortili pieni di calcinacci. Quelle macchine bruciate ogni trecento metri. Quei ragazzini del cazzo che gli facevano esplodere i raudi tra i piedi chiamandolo «guardia der cazzo». Quegli scherzi come fargli trovare solo le ruote del motorino applicate a un triciclo. La mia cazzo di città, il mio fottutissimo quartiere. Io amo questo posto.
- Sei in ritardo, Morta'.
- Tranquillo, Paride, mo' ce penso io.
Si mise il grembiule. Forze, si disse, ce metto davero li bbroccoletti. Senza manco la pizza. Fortuna che mi' cognato fa 'r verduraro. Cominciò a servire i clienti. E rubbo pure de meno sur peso, disse ar Caccola, che era venuto a cojonallo. Ma dentro di sé pensava: prima o poi te ribbecco. T' aripijo. Prima o poi.
Famo poi, concluse.
lunedì, 27 ottobre 2008
La Lombardia è come ognuno sa un piano inclinato verso il Po, inclinato verso il mare, ma leggermente
Ha approssimativamente la forma di un quadrilatero. Il declinare della pianura è quasi impercettibile. Per esempio, poniamo la ferrovia fra Treviglio e Cremona. La linea arieggia l'itinerario dell'Adda, ma lo scansa, ne sovrappassa uno dei tributari, il Serio, presso Crema, ma l'Adda nel giorno che si ammorza è lontano. La linea non è esattamente diritta. Così i fossi, che si allontanano e si avvicinano, formando quadrilateri o triangoli con ipotenusa proprio la strada ferrata, in cui, alla mattina dopo, molto presto, cani ordinati quanto gli appezzamenti e cacciatori che li tendono col filo invisibile dell'addestramento, forse a folaghe - o saranno beccacce, le folaghe esistono solo in poesia. Eppure il dislivello c'è: vedi la pigra corrente del Serio, la pigerrima dei fossi, tesi però tutti al Po. Le statali generalmente passano sopra la linea, le provinciali hanno il passaggio a livello. Ce n'è uno presso Soresina. Uno presso Castelleone. Nomi strani, altri no. Caravaggio, e si designa nella caligine la sagoma del santuario. Capralba. Beh, e come non citare il toponimo dei toponimi, Casalbuttano, dal cui comprensorio mi hanno chiamato l'altro giorno, per due ore di supplenza settimanali alle medie.
È per questo che me ne vado?
Dovrebbe essere apprezzabile dunque il dislivello, spalmato su settanta chilometri? dalla pianura alta alla linea delle risorgive che tanto ha contribuito alla prosperità di questa gente metodica. Per finire al Po, e dall'altra parte risalire impercettibilmente, un po' più bruschi, all'Appennino. Nel Quattrocento il latte lombardo era proverbiale, come i formaggi, l'acqua innumere, la Lombardia sfuggì alla recessione, conservò la sua popolazione e non fu mai sovrappopolata. Poi fu abitata densamente. E percorsa da strade. Linee che possono andare in ogni direzione, con modesti sforzi ingegneristici. Anche le scolaresche che salgono e scendono hanno una prevedibilità propria a questo giorno livido, non livido perché sia particolare, è uno dei giorni lividi nella serie, ma non credo di andarmene anche per questo.
Un albero viene di prima mattina rischiarato dalle luci al neon del treno. Il treno è fermo poco prima di un paese. O forse in aperta campagna. Dietro il fogliame c'è la pianura, capannoni, una linea d'alberi, una cascina, una linea d'alberi, un campo, un capannone. No, esagero, dietro l'albero si intravede a pena un paesaggio urbano, di quelli disseminati tipici di qua, un campanile. Prima, una linea d'alberi. No, forse no, perché non uno solo è l'albero in riva al fosso parallelo alla strada ferrata e non uno solo è il fosso bordato di alberi che lasciano intravedere, dietro, un campo arato e un gruppo di villette a schiera. Dunque dall'altra parte. Una ragazza bionda, al ritorno bruna, guarda davanti a sé o dorme. Dietro di lei il vetro, dietro cui non si vede bene per via del neon che si riflette e lo screzia quasi come fosse imbevuto d'olio. Dietro, le case di un paese oppure uno scorrere veloce di alberi piantati lungo la ferrovia o lungo un fosso che la costeggia. Oppure no, la pianura con una cascina intorno a cui si raggrumano delle macchine, se non fossero raggrumate attorno a villette a schiera tinte in rosa scuro od ocra.
Il treno si ferma poco prima di una delle stazioni, Olmeneta o Ulmeneda, da cui viene Andrea, uno di quelli che si allenano al campo sportivo da cui si vede la linea ferroviaria, ma non questa, quella di Mantova. D'inverno si vede, dal campo, un filare di alberi dietro una cascina ora centro sociale, la massicciata impedisce che si vedano i palazzi a loro volta nascosti dalla statale per Mantova e da una strada di rispetto, dietro a sua volta a un filare di alberi. Sarà forse per questo.
Appena si passa Soresina si avverte l'odore di concime, fortissimo, che invece la pianura alta non conosce, mentre conosce quello delle industrie, che però sono anche a Cremona, le vedi, le raffinerie, se vai verso Fidenza, l'altra linea ferroviaria, una delle altre. C'è quella per Codogno, quella per Brescia, che incontra quella di Treviglio a Olmeneta, dove i sottopassaggi sono scrostati e la stazione coi suoi quattro binari è incongrua per un paese che non c'è, è dietro un viottolo bordato di piante. No, non che non ci sia, ma non si vede quasi. Oramai è notte e io penso ancora, guidato dall'odore, di essere a Olmeneta dove i campi sono più vicini. Invece solo un Marocchino che mi chiede se il treno vada a Treviglio mi risveglia. No, va a Cremona. Ma siamo a Cremona. Non me n'ero accorto, non volevo scendere. Sarà forse per questo?
No, mentre scendo il declivio impercettibile di via Palestro. Me ne accorgerei fossi in bicicletta. Ma cammino sulla corsia delle biciclette, senza averne una. L'avverto dietro di me che arriva, mi scosto. Risalgo sul marciapiede, la signora mi guarda con un'impercettibile esitazione di biasimo.
giovedì, 11 settembre 2008
«Perché adesso non è chiaramente come prima, a Capri. Con quei pulmini che scendono giù, tutti ammaccati. Mi ricordo che eravamo in viaggio di nozze, con mia moglie, eravamo a Portici, da mio cugino. Ho un cugino a Portici. Eravamo a Torino, è tutta da ridere, eravamo a Torino e non c’era un albergo libero. Allora che facciamo, andiamo a Firenze. Mi sono giocato metà dei soldi, a Firenze, perché sono andato all’albergo sbagliato. Eh, ero sceso a mezzanotte e sono andato al Baglioni, sì, il Baglioni. Capirai. Ma finché hai il biglietto di ritorno, bon, andiamo a Portici! e ogni giorno andavo a Capri con mia moglie, mio cugino ci portava al porto e poi ci riprendeva. Poi sono tornato, c’era il sottomarino. Sì, quello là, giallo, che vede su questa cartolina. Si scendeva a ottanta metri. L’hanno poi usato per Scherzi a parte, ha presente? ma ora no, non c’è più. Eh, e quest’anno in Sicilia, tutto il giro» mi dice con un sorriso entusiasta.
È stata una vacanza di otto giorni. Il problema della Sicilia sono le cartacce, crede. Non lo disilludo che a metà. Sorrido e mi guardo con una gualdrappa addosso mentre i ricci cadono, che poi non sono veri ricci, come il vecchio, vestito di un telo grigio leopardato, poco prima, che ammiccava e forse non i pensieri, ma quello che vedeva gli disegnava un sorriso appena smorzato: le labbra sottili, il naso a bitorzoli. ll barbiere si è dimagrato, ha come dei bargigli sotto il mento e la sua camminata non sembra così decisa, ma non è vero, decido alla fine, mentre mi osservo nello specchio libero, prima, e leggo Oggi. Mi trovo intollerabilmente d’accordo con Sgarbi per ben due volte, lungo l’attesa. E il principe di … sarà frocio? sicuro. Bettarini è un buon padre, ecco, i miei pantaloni di lino sono ancora necessari, inarco le sopracciglia per scorgermi.
La porta a soffietto dà su uno stanzino, ma il quadro è sfondato, dietro lo stanzino – scopa, tubetto di crema spremuto a metà e fiocchi di capelli grigi ammonticchiati vicino alla scopa – appare un tubo coricato, mostruoso, con quattro più piccoli, zigrinati, e ghiaino, e poi si apre la visuale, un cavo sospeso, una corte ingombra di calcinacci. Come a casa mia: calcinacci su tutta la camera, in alto, sulla cintura che avevo lasciata appesa, i piccioni che mi cacano sul balcone. Il vecchio si toglie il manto, non è Carlo V, ha una maglietta rosa salmone, una polo, tirata su fino al bottone estremo. Al mignolo destro porta qualcosa che sembra la chiave di una cassetta di sicurezza.
Una volta mi sono fatto una foto nudo, in piedi con la macchina nella destra, e dietro un panchetto ingombro, una scatola rossa e dorata con le viti, un dettaglio di un aspirapolvere, una smorfia seriosa e qualcosa che tremola nello sguardo, mi assomiglio. Il barbiere mi chiede se va bene: sì, va bene, anche se non è poi così vero, ma va abbastanza bene, il taglio.
Dietro la porta a soffietto, appena dopo l’al di là, una piuma oscilla.
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