passoscuro

   apoditticamente scorretto


lunedì, 02 novembre 2009
 

la montagna del sapone

Da quando uno stiramento mi ha impedito di allenarmi, proprio mentre stavo filando a tutta velocità e dopo anni avevo rifatto i 5000 a 20'12", così da poter aspirare, chissà, a ritornare ai dieci chilometri sotto i 41'30" (e intanto sento la voce del Matto che direbbe che lui alla Best woman ha fatto 38'52", ma che adesso non può allenarsi più dalle tre alle cinque ore al giorno, troppo lavoro) - e chissà, a ricorrere la mezza sotto 1h30' - ecco, ho ripreso a camminare forte, spingendo. Come se mi dicessi: c'è da spingere? e allora si spinga, perdio, ecco, tallone che spinge, e la punta, non a ricasco, si figge metaforicamente nell'asfalto bucherellato e irregolare e acquitrinoso del marciapiede della via che porta alla biblioteca di Valle Aurelia, i muscoli si tendono in un ersatz di sforzo, ahi quanto pallido rispetto a un allenamento: spingo ancora di più, per sentire il calore montare dalle cosce che sbattono sui pantaloni umidi, calore che si unisce con quello, di opposta direzione, dei calcagni. Le scarpe, regalate dal sindaco, scivolano ma sono - o paiono - perfettamente impermeabili. Le immergo nelle pozzanghere più insidiose, quelle che stanno tra il marciapiede e la carreggiata, quelle in cui le signore che scendono dal quattro e novantacinque immergono il tacco basso e bestemmiano e fanno cadere la spesa, e resistono: le scarpe, le mie, non le signore. Che invece immagino inzaccherate, con i pacchi di pasta e gli ossibuchi che nuotano nell'acqua grigiopiombo, sotto lo sguardo della coatta un po' cicciona con l'ipod e la gomma da masticare.
Mi viene in mente Tours, quando passo in mezzo al parco dietro le case popolari. Effettivamente è un panorama da periferia francese, cemento a vista, palazzoni, sentieri stremati in mezzo a salici e a panchine di cemento anch'esse, come dietro place saint Paul. Andavo con la stessa andatura anche allora. Non mi potevo permettere la tessera dell'autobus. Undici anni dopo ho finalmente il mio status symbol in tasca, annuale, altra città, molto più vasta. Valuto così la distanza dal me di allora, sempre spingendo sulle salite, e a Tours, di là dalla Loira, per raggiungere le aule di geografia dove potevo scroccare internet, ce n'erano, di salite, e ci mettevo tre quarti d'ora da casa. E andavo di fretta perché se no si faceva tardi, e andavo di fretta anche quando uscivo la sera, e uscivo quasi tutte le sere, perché poi fece meno dieci per buona parte dell'autunno, e allora camminare così impetuosamente mi teneva in uno stato di fretta e di sospensione e di freddo. Spingevo in un paio di scarpe che tornarono scalcagnatissime, e che erano un pelo troppo leggere, e un altro paio che come quelle che indosso adesso mi ferivano i talloni.
Ma mi è andata bene. Penso a Campana scendere a Firenze con una specie di pantalone a fiorami, scarpe in cui nuotava, freddo come l'inverno a Firenze è freddo e umido, lui che parla con Soffici, suo lontano parente, e Soffici che perde il suo manoscritto, non lo nasconde, no, peggio: lo perde, per incuria e non se ne accorge, nemmeno dopo morto. E pantaloni di lino ha il ricercatore tedesco che si mette una giacca solo nel giorno in cui parla. Il giorno prima pantalone di lino, incongruo, ai trentuno di ottobre, mocassino arancione scamosciato. Camminare forte, anzi fortissimo, sulla salita di Baldo degli Ubaldi, con buste di ogni tipo, camminare arrestandosi solo per dar precedenza a qualche vecchia cautelosa, a qualche signora portatrice di ombrello, ed ecco la biblioteca col suo pavimento a rilievo in linoleum, l'uomo dietro il banco ha la pancia e ha la giacca dentro la biblioteca: ha freddo. Mi chiede se leggo per diletto o per - No, per diletto. Non so perché riesca a dire solo la verità. Dev'essere un vizio non di famiglia.
Ho un bisogno che mi si manchi di rispetto per attaccare briga, che se non fosse che questo accade di continuo lo cercherei apposta. La coinquilina che non pulisce, le persone che non ascoltano, quelle che ti usano. Mi ha usato Ch.? penso di sì. E io? ho mai usato qualcuno? Usato, adoperato, per camminare come le scarpe che porto, usate ma nuove, in fondo: adoperato fino a fargli mostrare la corda, riponendo poi il tutto sperando che la casa fosse abbastanza grande per dimenticare, troncare, sopire. - Tra i cornicioni e le farmacie omeopatiche e le autoscuole mi faccio anche un esame di coscienza al doppio della velocità, e non lo supero. Non è che non lo superi, non so se lo supero o no. Il non sapere, come non sapere con un occhio esterno se io mai... se un giorno... se forse... Nulla, solo quest'indecrittabilità moltiplicata per mille, e alle cinque è già buio e di lì per quattordici ore buone non se ne riparla.
Il giorno prima sulla Flaminia, a piedi come le legioni romane, ma il mio obiettivo è più modestamente l'auditorium, non gli Arverni, sole e vento in faccia. Sant'Andrea è aperto, ne sta uscendo il prete, la faccia come un vecchio televisore Sinudyne incorniciata di grigioperla. Mi fa entrare. Non mi godo quanto posso questa chiesa dove non si entra quasi mai, tra il tram i giardinetti e lo svincolo per i Parioli. La sorpresa, che poi non è tale, e che rovino al prete stesso, è che l'esterno è una sfera dentro un cubo, all'interno invece Vignola ha disegnato un'ellissi con una complicata modanatura. La perfezione, sembra dire, non esiste: oppure, la perfezione del Pantheon a cui questa chiesuola si rifà in-sessantaquattresimo, non esiste più, non è possibile. Ma il resto è semplice, come in San Sebastiano a Mantova, rimarrei meditabondo, non fosse che il prete, a colloquio con un bengalese che promette di pulire, di tornare, di sistemare, mi indica il pavimento e mi garantisce che vengono da tutta Europa a vedere la sua chiesa. E ci credo, gli dico. Mi ha fatto un grande regalo, gli stringo le mani, è un po' sordo, glielo ripeto, mi ha fatto un grande grande regalo. Riprendo a marciare verso nord, la sciarpa mi disegna ombre strane nel profilo che si muove irregolare tra i binari.

postato da GiacominoLosi | 22:56 | commenti (5)
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martedì, 20 ottobre 2009
 

RVF

 «Libreria Scienze e lettere?», e io attacco. Con il dito che entra largo assai nel buco del combinatore telefonico lo rifaccio. «Libreria Scienze e lettere?». È una voce femminile. Sembra quella di Alice, ma lo sarà? Riattacco. Rifaccio quel numero varie volte, nel ricordo sembrano - non so - sette otto, magari solo due. Io non parlo, a quel telefono. La libreria che cerco è la libreria Zavattini, e gli Zavattini sono Angelo e Alice, e Alice ha risposto tutto sommato paziente a quel silenzio fatto di ansimi di bamboccio solo a casa, che chiama dalla sua cameretta dell'Aventino, angolo via dell'Ara di Conso e Fonte di Fauno, con la visuale verso via della Fonte di Fauno. Non so ancora che la libreria Zavattini è la stessa la cui targhetta dorata copre il prezzo col nome libreria Scienze e lettere nel Corsaro nero, se è il Corsaro nero. In realtà io visualizzo la copertina arancione del Giornalino di Gian Burrasca, che però mi è stata regalata al mare dalle Lungarotti. Improbabile, dunque, che siano andate nella libreria Zavattini, che poi la sera mia madre mi spiegò essere appunto la «libreria Scienze e lettere», davanti al Senato.
La colpa è del fatto che mia madre ci lavorasse, nella libreria, la colpa del fatto che io oggi debba chiamare, ventinove anni circa dopo quella telefonata, la biblioteca comunale perché ho scordato due bollettini postali - pagati - in un libro che ho restituito. Chiamo vergognandomi perché sospetto grandemente una conversazione del genere:
«Pronto biblioteca»
«Guardi... buongiorno... io ho--- scusi, è un'impresa disperata... mi rendo conto... ma - devo aver lasciato - ah, il mio nome è C***, tessera -- insomma ho lasciato delle ricevute in un libro che ho restituito la settimana scorsa...»
«E che libro?»
«Brucia, troia».
Ecco, la signora che mi risponde sente solo la prima metà della telefonata. Perché decido di usare la perifrasi: un libro di Sandro Veronesi, il cui titolo è - eccetera. Che poi le bollette sono in un altro libro ancora, Il karma del gorilla, che ho preso perché l'autore è nato a Cremona e mi piacciono i polizieschi.
E la colpa è del fatto che mia madre, per arrotondare il magro assegno di mio padre, che già arrotondava vendendo vestiti alle amiche per conto di negozi di abbigliamento, lavorava ogni tanto dagli Zavattini. Io temevo che durante la sua assenza succedesse chissà che cosa. Una volta infatti un'amica si affacciò al cancelletto e io non le aprii, ma mi lasciai interrogare. Si arrabbiò moltissimo. Non l'amica, mia madre. Ecco perché la chiamavo, forse, in quell'occasione: per una conferma, per l'imprevisto, per lo spavento, per la zia Margherita che mi cercava dal piano di sopra per giocare alle macchinine.
Ma altre volte mia madre mi portava con sé. E visto che non potevo avere tutti i libri che volevo, lì, in quella stanzetta che era l'ultima di una serie di stanzette unite da un corridoio angustissimo, in una di quelle vecchie librerie che erano in realtà dei magazzini di libri, perché raramente i clienti arrivavano in fondo: chiedevano, un libro veniva disincellofanato - e quanta polvere, di quella nera, sugnosa, che odorava di polvere - e riesumato: ma raramente - e io, lì, nella stanzetta più remota, mentre mia madre lavorava sotto il neon, i pomeriggi, che si usciva di casa con una luce invernale a prendere il 94 al Circo massimo, mi vendicavo di non poter avere i libri che volevo, e leggevo fumetti: le raccolte, quelle che c'erano in libreria. Topolino degli anni Trenta, volumi monografici dedicati - che so - a Flash gordon, a Tex, a un certo Valerian che poi finì in casa mia. Perché qualche libro poi mi veniva regalato, alla fine. Ma quelli che leggevo in libreria non erano miei, e dunque sapevo che dovevo leggerli stando attento.
Da allora mi è rimasto un amore per i libri letti, da bancarella, da biblioteca. Però ora li leggo nervosamente e da bulimico come faccio coi miei. E l'inconscio, evidentemente, mi ha fatto seppellire quelle bollette di cui una reca il mio nome per dire: sono miei, sono tutti miei.
Così i libri che sono rovinati li smantello, e quelli nuovi li leggo masticandoli quasi, come facevo in autobus, in giardino, mangiando patatine che hanno unto il primo giorno irrimediabilmente la mia copia dello Hobbit, che poi, gonfia di umido e sempre chiazzata, ventisei-sette anni dopo è al mare. Edizioni economiche, copertinacce plastificate, junk food degli occhi, rimasti da allora gravemente colpiti, perché poi quando uno si sfonda di pizzette non puoi cercare il gusto, vai sulla quantità, accumuli, e i libri nella mia libreria tuttora sono sfatti, lerci, come una scopata in un albergo vicino a Termini. Colpa degli Zavattini, lui parente, ma non so in che grado, del grande Cesare: forse addirittura fratello, o cugino primo? mi ricordo un Giulio Cesare, non Cesare, anzianissimo, ospite loro tra i vigneti della casa di Lanuvio dove ci invitarono.
(E anche lì avrò appresso i libri, mi sarò messo sotto un pergolato a leggere. Ero contento perché potevo leggere. Pensa che stronzo. I libri, questa cosa che assolutamente non serve a un cazzo se non a passare il tempo, io leggevo i libri perché non avevo il Commodore 64 ma solo il Vic 20, e tardi, leggevo perché ero figlio unico, perché mi annoiavo, perché mia madre era in libreria o a vendere vestiti, ma anche se era in casa, e poi anche in macchina, nella Centoventisei bianca di cui ricordo la targa, e dalle amiche dove era invitata a cena, e ovunque potessi, leggevo. Me ne intendo, dunque: leggere, lo sapevo, era un atto egoistico, inutile quanto è vero Dio, perché il prete del Belli che diceva «li libbri nun zo' robba da cristiani» aveva ragione, i libri, mio Dio, questa cosa che oltre a non servire e a fare danni ha un'illusione di utilità - ma sono utili solo ai Petrarca, o almeno ai Muratori e ai Curtius: agli altri non serve, non serve proprio leggere, se non quanto avere uno hobby, cucinare, trombare, e al limite anzi il contrappasso di deprimerti, o peggio una gioia effimera, un'ansia di emulazione, parole che ti si riverberano invece di quelle dei cari, dei mortali: per non parlare di quando li regali, perché vuoi trasmettere qualcosa con i libri, non solo leggerli, come se non fosse abbastanza, ma anche trasmettere qualcosa, comunicare con amici, donne che ti vorresti fare: e loro non capiscono, non capiscono mai. Rimani solo con tutta sta robaccia in due copie. Robaccia, i libri, che adesso sfoglio compulsivamente e con vergogna, e restituisco con un paio di bollette dentro. Questo falso mito dell'Occidente, questa conversazione rituale con i maggiori, queste cene di sfoggio erudito, queste conversazioni che si riducono a zero via zero.) - E che metto tra parentesi perché, in fondo, non ci credo del tutto.
postato da GiacominoLosi | 20:12 | commenti (9)
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sabato, 29 agosto 2009
 

Wenn man moralisch ist

Mi osservo con gli occhi della turista con la borsa con un teschio e la scritta «St. Pauli», e che è probabilmente italiana, mi osservo in metropolitana con aria soddisfatta. La mia mise post-lago comprende il costume della Cremonese sotto un pantalone criticabile, ciabattoni ancora più da mettere all'indice, maglietta recante il motto «What is this? I don't know», abbronzato, in peso forma, lenti a contatto giornaliere da far saltare come al gioco delle pulci la sera. Lo zaino della Roma, le bozze della biografia di Rossini in cui scrivo come Rossini abbia costruito accuratamente il suo personaggio, un foglio di carta pentagrammata imbrattato di matita 2b e con qualche goccia di Martignano, invece di Napoléon, quello che un gatto ti guarda e ti fa un sorriso se te ne cade un po' addosso nella pubblicità degli anni Ottanta, un taccuino, e Pnin di Nabokov. Non amo le automobili e non esco la sera. Peccato che l'anno scorso abbia ceduto e mi sia accaparrato un telefonino. Anzi, il telefono si è accaparrato me. Se no il complesso, a trentacinque anni meno cinque giorni, sarebbe assai soddisfacente. Uno snob dall'aria giovanile e noncurante, che ascolta volentieri, osserva, ama l'opera, la topa, il calcio, sa della tattica dell'Avellino di Vinicio (beh, facile: un catenaccio con energumeni baffuti a menare come fabbri), del butt plug, di Delitto in Formula uno, e la sera va ai concerti di musica barocca; cucina, fa le marmellate, è disordinato, ce l'ha enorme (va be', la pubblicità è l'anima del commercio). Non ha deciso ancora cosa fare e se la tira. Ecco, il personaggio è originale e mi soddisfa, chi riconoscerebbe il ragazzino che leggeva In viaggio con Disney e la bibbia illustrata, che quella festa di carnevale si cacò nei pantaloni? Lo riconoscerei io, non mi fossi rotto i coglioni di analizzarmi con gli occhi della turista che, in definitiva, non solo ha i brufoli ma manco mi guarda, colpa imperdonabile. E quindi scendo a Spagna, in mezzo a gente tirata a lucido, pensando in fondo di assomigliarmi abbastanza, finché dal fondo della mia personalità non salga fuori il mostro di Rostock (lapsus) o una drag queen. Ma per quello c'è tempo, almeno fino al prossimo bagno, o a una sana rivoluzione che eviti ai professori universitari di scrivere di vita intellettuale, di intellettuali ebrei di parlare di ebrei intellettuali, di scrittori di scrivere di scrittori. Dei musicisti non parlo, facciamo da soli. Apri, sono io.
postato da GiacominoLosi | 09:29 | commenti (28)
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mercoledì, 26 agosto 2009
 

Vivere in centro

Piazza Augusto Imperatore, quanto cazzo sei brutta. Sei brutta tu e chi ti ha creato. Sei brutta e sfigata. Triste come un film di Ken Loach ma coi marmi al posto dei mattoncini rossi. Tu e i tuoi negozi improponibili lungo tutti i lati, coi manichini che mutuano l'andatura inarcata dei coatti che spendono i milioni per un giubbotto da coatto portato dai manichini vestiti da coatti. Per non parlare dei cartoni e dei poveracci che trovano rifugio sotto i tuoi portici puzzolenti e scomodi, dei sorci, dei ristoranti alla moda di Milano dove si fa il brunch e l'aperitivo. Ma vaffanculo, piazza Augusto Imperatore, che manco stai vicino a via Ottaviano.
Ripasso da lì dopo averti accompagnata. Adesso mi cerchi, mi carezzi, mi metti la mano sul pacco, mi attiri. Mi cerchi di nuovo, mi forzi, mi telefoni e mi scrivi. E io come una campana fessa, ridò la nota con armonici sbagliati, confusionari, senza vibrazione. Se mentre ti scopo mi ricordo quando ti amavo, e quanto, non prevale l'amarezza, né la rivalsa, ma la presa di coscienza della palingenesi, anzi no, della palinodia, della palinderculità della vita, piuttosto, che è palindromica, comincia e finisce con un brusìo indistinto, la foglia gialla. Quei mesi con le mani stese avanti mentre smaniavo, a duemila chilometri e più, e adesso cosa noto? le forme fuori forma, l'ortografia sbagliata, la sbirulinizzazione della tua voce. Il non ancora che ha dato luogo al non più. Forse torni perché vivo in centro, perché la fine di Perpetua è sempre in agguato. È sempre bella la tua compagnia, il rumore della spallina che sfiora le lentiggini, ma come vederti alla lente dell'amore di febbraio-marzo, quello, come il febbraio stesso, come il broccoletto che lascia spazio al carciofo e poi pian piano alla melanzana, diluito in questo sole allungato, un po' opaco. Compio tutti i passi giusti, la strada è cambiata sotto i miei piedi, non è colpa tua, o meglio, lo è, ma non posso insistere, sarei poco gentiluomo, e non starei riaccompagnandoti.
Piazza Augusto Imperatore, facessi almeno angolo invece di sbucare nel Corso come un eritema, come l'acqua della pasta che assaggi e che ti scola sulla guancia, come un paradosso illeggibile, le macchine in doppia fila e la teca nuova, l'artista che esibisce le scarpe bucate da trent'anni e si chiama artista. Solo qui potrebbe accadere, piazza orribile, sbucata da un compromesso in una dittatura oscena e dunque oscena, senza colpa, accenno anche io un'andatura sbieca, grottesca, le braccia allargate e stese, quasi mimando.


mercoledì, 19 agosto 2009
 

Programma elettorale (bis)

Se mi eleggerete capo del mondo vi prometto:
- una moratoria sui versi di almeno un anno. Obbligo per tutti di scrivere senza andare a capo e con la punteggiatura, divieto assoluto di impiegare le seguenti parole: «poesia», «confine», «sogno»;
- moratoria altresì sui blog zozzi. Verrà nominata una commissione ambosessi, automunita, no perditempo, da scegliersi tra provati onanisti, che valuterà se il blog zozzo ha effetti o no. In caso negativo, l'autore sarà costretto a dedicarsi per un anno a biografie edificanti: preti partigiani, filantropi, presidenti della Roma a parte Ciarrapico;
- divieto di fotografare panorami, monumenti famosi, opere d'arte in genere, tramonti, cani gatti e bambini vivi. All'uopo sarà emanata una direttiva antiterrorismo che spiegherà come Bin Laden, Breznev, il mullah Omar, Diabolik e Lotito si siano travestiti da turisti e con la macchina fotografica abbiano fatto un sopralluogo sui luoghi di futuri attentati. Chiedere a Gasparri se può rilasciare una dichiarazione in proposito (poi liberarsene con un trucco qualsiasi);
- allo stesso tempo, proibizione di andare all'estero e di tornare con più di dieci foto (contate); chi venga sorpreso a mostrare agli amici cinquecento foto dello stesso cactus con una persona davanti sarà costretto ad andare in vacanza a Treviglio (BG);
- se finiscono i posti a Treviglio si può optare per Voghera (PV), Frosinone, Alessandria, Catanzaro;
- in genere, incitare ognuno a starsene a casa propria e a non rompere i coglioni per andare in posti di cui non si sa un cazzo e da cui si torna diffondendo notizie infondate;
- interdizione al commercio dei seguenti alimenti (ove non siano indigeni): pachino, rughetta, mozzarella di bufala, bresaola, formaggio coi buchi, lardo di colonnata;
- proibizione di vedere film americani a lieto fine per un quinquennio. Potranno essere fatte eccezioni solo in caso di resurrezioni impreviste di Billy Wilder;
- restrizione all'uso dei profumi, incitamento all'uso del deodorante;
- abolizione degli smalti inutili;
- obbligo di prendere i mezzi pubblici, che saranno gratuiti, almeno cinque volte a settimana, in fasce orarie differenti; proibizione di parlarne male pena il ritiro perpetuo della patente; i delatori saranno ricompensati con tessere intera rete;
- apertura delle frontiere a tutti gli stranieri, purché prendano una nave di linea, a spese del contribuente;
- divieto di riportare i fatti di cronaca in più di cinque minuti complessivi per mezz'ora di telegiornale;
- obbligo di mostrare un certificato medico quando si voglia comprare l'acqua in bottiglia, che verrà distribuita solo in farmacia;
- deportazione (amichevole) di Antonio Ricci; insegnamento non solo del dialetto, ma a quel punto secessione del Lombardo-Veneto, ripristino dell'autorità temporale del papa, dei Giudicati sardi, delle città libere imperiali, dell'economia curtense;
- resta inteso che se i polentoni vorranno recarsi a sud del Po avranno bisogno di un passaporto speciale, modello «puppamelo»;
- il primo che giustifica il coito interrotto dicendo: «ma tanto io mi controllo» subirà l'amputazione del pisello in modo da non nuocere;
- nascita del campionato del centro Italia; per non scontentare nessuno ci sarà anche la Coppa della Burinia (detta anche Salary Cup, nel senso della via omonima), con ladzie, Frosinone, Viterbese e altre formazioni minori;
- obbligo per cantanti di tutti i generi, dall'opera al pop, di far CAPIRE QUELLO CHE CAZZO CANTANO. Non tutti sono Bob Dylan, perdio;
- detronizzazione immediata del capo del mondo all'attuazione del programma. Che, lo ricordiamo, comprende anche l'abolizione del tatuaggio, delle infradito, delle frasi come «sono confuso/a» o «non so quello che voglio». Se non sai quello che vuoi prendi impreparato, una nota sul diario, e torni a fine quadrimestre;
- abolizione della parola «giovani» dal lessico corrente. Tutti gli amministratori di enti pubblici verranno reclutati tra persone minori di venticinque anni, per prova. Se poi non funziona, non vi lamentate;
- proibizione di bonghi e cani ridicoli;
- i bambini irrequieti verranno istradati a Playboy al compimento dell'undicesimo anno d'età; i sedici anni saranno festeggiati con una torta alla marijuana; se continuano, pronti per la caccia grossa;
- le smart verranno derise dalla popolazione in una data da destinarsi;
- stimasti il comodato? Eh? Puppa!
- assunzione dell'ufficio stampa di Giovanni Allevi, o di chiunque gli scriva i testi delle interviste. Un giorno si saprà chi è e lo celebreranno insieme a Wodehouse e Ennio Flaiano. Votate votate votate.


mercoledì, 12 agosto 2009
 

Antiveggenza

http://palermo.repubblica.it/dettaglio/caltagirone-la-curia-vieta-cavalleria-rusticana-trama-immorale/1694917

Quattro anni fa avevo cominciato a scrivere questo pezzo:

[...] Il cardinal Ruini si è rivolto ai lavoratori del Teatro dell’Opera di Roma nella annuale Cerimonia per lo Spettacolo Cristiano, tenuta nella cappella di recente annessa al Teatro e progettata da Portoghesi. Il suo intervento era particolarmente atteso dopo l’ultimo pronunciamento di papa Benedetto XVI che ha esortato i cristiani, mercoledì scorso, a «chiedere all’arte una guida sicura e attenta al cammino dell’uomo nella società, che valorizzi i sentimenti di appartenenza a una comunità di fede, e ponga al riparo dalla tentazione del pessimismo, del relativismo, del qualunquismo che troppo spesso l’era moderna ha scambiato per valori.»
Le attese non sono state deluse, davanti a una folla particolarmente numerosa che ha seguito l’intervento del prelato. Dopo i passaggi di rito e il saluto dei vescovi ai lavoratori dello spettacolo, il cardinale ha, come sua abitudine, raggiunto immediatamente il nocciolo della questione. «Meraviglia, sorprende, e addolora» ha detto «che nella città che ospita il vicario di Cristo si diano rappresentazioni della vita e della morte fondamentalmente anti-cristiane.» Il riferimento implicito, ma che tutti hanno colto, è proprio al cartellone dell’Opera di Roma che presenta a febbraio La traviata nell’allestimento di Robert Carsen di qualche anno fa. «La famiglia, in questo tipo di lavori, è vista come oppressiva; ci sono opere in cui l’intervento del padre, figura di Dio all’interno del microcosmo familiare, negativo; il suo tentativo di ristabilire l’ordine porta solo a una tardiva autocritica, e non al riconoscimento della mano divina. La facile fuga dal peccato verso una convivenza tra uomo e donna è contraria agli insegnamenti della Chiesa di Dio, unica verità.» Dopo il discorso, il cardinale è passato alla benedizione, ma appena le agenzie di stampa hanno battuto il contenuto della sua allocuzione, si sono scatenate le polemiche. Il segretario dei Comunisti Italiani Diliberto ha parlato di «inaccettabile ingerenza» in faccende interne allo Stato Italiano. Il sindaco di Bologna Cofferati, noto esperto di opera, ha commentato che «in fondo, Verdi è stato miglior cristiano di Ruini, visto che Violetta poi soccombe al fato.»
Levata di scudi dal centrodestra. Il ministro per lo spettacolo Buttiglione ha promosso invece un’indagine ministeriale per vedere se nella Traviata «si prospetti una violazione della legge» sulla pubblica decenza, se sia stata garantita «la sicurezza dei lavoratori» e «le spese per l’allestimento non siano state eccessive, perché il denaro pubblico deve essere investito senza sprechi e al servizio dell'uomo, non della vanità di qualche regista.»
Il centrosinistra ribatte. Tutti i politici della parte opposta hanno qualificato l’iniziativa di Buttiglione come «strumentale». «Al ministro non interessa nulla della sicurezza dei lavoratori». Nel rispetto del magistero del papa, ha avvertito Veltroni, la civiltà italiana ha prodotto alcuni dei massimi capolavori. Basti pensare a «Ave Maria» di Renato Zero. Il sovrintendente Ernani ha minacciato immediatamente le dimissioni se l’ispezione ministeriale non rientrerà, ricevendo solidarietà dai dipendenti del Teatro, che però, in un comunicato, mettono in luce «gli sprechi della attuale gestione», e si auspicano un mutamento di rotta prima delle inevitabili agitazioni.
Esistono esempi positivi, incalza un editoriale di «Avvenire»: il musical su Padre Pio, lavoro «di grande degnità» in cui viene raffigurato dall’autore Sandro Mayer l’accerchiamento di San Giovanni Rotondo a opera di armate musulmane, che però, per mezzo di una vergine e dell’intervento miracoloso del santo, sono convertite alla vera religione. Marcello Pera, in un’intervista rilasciata fuori dall’Osteria dell’Angelo, a Lucca, ha ricordato che la figura di Violetta è sostanzialmente negativa e non può essere sa [...]

Poi avevo lasciato perdere. Ho fatto bene. La realtà supera a destra. Ma Cavalleria rusticana meno la fanno meglio è, quasi quasi ritorno nel seno della Chiesa.
postato da GiacominoLosi | 18:02 | commenti (1)
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martedì, 07 luglio 2009
 

Dal diario di Wittgenstein

1. Certo, dopo aver assaggiato le pesche tabacchiere ogni frutto sembra un Ersatz[...]
24. Se io dico che i laziali sono brizzolati e con le basette, questo non vuol dire che io non possa supporre un laziale senza queste caratteristiche. Posso anche pensare che esista un laziale che abbia fatto solo dieci anni in B, ma questo non ne fa un laziale non-caratteristico.
25. Se io dico che i laziali non-brizzolati sono per forza argomentativi, non dico che un laziale non-argomentativo debba essere non-brizzolato. Sembra la supercazzola, ma ho ragione. Dimostrare.
[...] 345. Adoro le donne che cercano di metterti in difficoltà. Sai, quelle permalose, che usano i punti fermi. Quelle che precisano sempre, che se non ti ricordi che cosa mangiano a colazione dopo cinque minuti di chiacchiera si adontano, quelle che ti trattano male e come se dovessi dimostrare qualcosa, che traggono conclusioni, quelle che ti dicono di sì ma in realtà è un sì che va letto alla lente del contesto, della puntualizzazione seguente al ciclo della luna che quel giorno era opposta e si è incrociata con un energumeno che ha pestato loro l'incauto alluce uscito fuori dalle infradito, e che dunque ti trattano male perché è destino. Le adoro. Almeno per i primi dieci minuti.
346. Che poi è noto che a me piace il pèsce.[...]
367. L'ispettore Derrick vestiva benissimo.[...]
531. Non è che perché lavoro a casa tutto il giorno vuol dire che non faccio un cazzo e che dunque posso pisciarti il cane.[...]
545. Ma alla fine il teorema di Fermat non era tutta sta gran cosa.
546. Mi sarebbe piaciuto essere chiamato «Gino», per brevità. My name is Gino, Gino Wittgenstein. Informarsi se è possibile.
postato da GiacominoLosi | 12:42 | commenti (38)
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sabato, 13 giugno 2009
 

Anti

Fossi sull'Adriatico inferiore o sullo Ionio recriminerei per questa schiumetta, questo tono verde-marrone, queste sciabolate di alghe, saltuarie e pigre come un ago di pino molle. Ma questo è il mio mare, in cui mi sono bagnato da prima che nascessi, equidistante da Porto Santo Stefano e Talamone, se intendessimo gli estremi di un golfo che in realtà non è nominato sulle carte. Così in questa bagnacauda sempre battuta dal maestrale, che non puoi tenere due porte aperte contemporaneamente quasi mai, tranne nelle spaventose giornate di scirocco, che però il mare poi si fa, una volta tanto, trasparente, mi volto e do sparse bracciate. La mia fiamma britannica mi cerca, ma per il resto il telefono serve solo a indicare l'ora. Il Pugile e io abbiamo sbagliato, l'altro giorno, i nostri calcoli, penso, e questo mi colpisce ancora di più e più negativamente dei peli bianchi nella mia barba (domani me la taglio), ancora più negativamente del broncio e della stanchezza permalosa di mia madre, che farò senza Euridice, ma anche con Euridice, che farò? Insomma avevamo deciso di andare a vedere Angeli e demoni nella speranza di farci due risate in una sala piena di coatti. Con lo stesso spirito ci eravamo goduti anni fa lo sbarco in Normandia di Troy, io stavo con la sinologa (che poi era magiarista, sostanzialmente) e le zorelle trattenevano il respiro quando si vedevano i glutei di Brad Pitt, mentre Giovanni il Pugile e io ci sganasciavamo.
Sbagliamo tutte le previsioni. Il cinema-simbolo dei coatti, l'Adriano, è vuoto in questa sala. Il film, che ci aspettavamo pieno di minchiate, alla fine lo è, ma è moscio come un pisello moscio: tristemente, dunque, salvato dagli ultimi venti minuti, soprattutto grazie all'antipapa che si catapulta da un elicottero. Mi conforta di aver indovinato che il colpevole è appunto l'antipapa, e che sarebbe stato fatto santo subito, ma poteva andare anche nel verso opposto. Siamo i più giovani della sala, fatta eccezione per un paio di pornobambine dall'aria intellettuale. Gli altri, sparuti signori di mezza età, noi che siamo nel mezzo del cammin e abbiamo perduto il polso della situazione. Questo vuol dire che i coatti vanno a vedere qualcosa di ancora più ridicolo. Cioè, che il professore di Harvard che si fa aiutare in Latino da una fisica, la scoperta che esistono Raffaello e Bernini, le fontane che esplodono, la mattanza dei carabinieri e gli attaccamenti di pippa alla Giacobbo non sono abbastanza trash. Giusta punizione per il nostro snobismo. Il postmoderno e il trash, dice Claudio Giunta in un libro che anche potendo non scriverei mai, tanto riflette il mio pensiero, sono per chi se li può permettere. Ma che andranno mai a vedere? Tutte le mie congetture sull'opera italiana e sul tipo di spettacolo che rappresenta sono dunque una fola, se poco mi intendo della società in cui, volens nolens, vivo. Sti cazzi, comunque, mentre ritorno verso riva dopo essermi appeso a una boa, antigabbiano, antipostmoderno, antilaziale, antico.
postato da GiacominoLosi | 21:18 | commenti (9)
roma, passoscuro


venerdì, 01 maggio 2009
 

Per un nuovo concetto di marchetta

http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/economia/fiat-3/torino-detroit/torino-detroit.html

Narra Tacito che Tiberio, uscendo dal Senato tra un gran concorso di gente che lo elogiava e gli chiedeva favori, abbia detto in Greco, in tono sprezzante, tra sé e sé: «O uomini pronti a servire!». Tacito lo riporta in Latino, e l'espressione ci risulta ahimé ancipite; così non è chiaro se Tiberio avesse di mira la specie umana o i senatori. Sicuramente non avrebbe escluso i giornalisti.
postato da GiacominoLosi | 12:23 | commenti (7)
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giovedì, 12 febbraio 2009
 

Detti postumi di Filippo Ottonieri

Un giorno i giovani scopriranno il Torrino: «L'altra sera so' stato fino alle quattro a suonare i bonghi in piazza Cina, poi quelli di sopra li mortacci loro hanno chiamato le guardie...»; affitteranno casa: «so' andato a vivere al Torrino, si sta bene, sabbato ce stanno tutti i locali aperti nelle vecchie palazzine residenziali, però costa caro, dice che ce portano la metro»; oppure meglio ancora a Giardinetti: «pensa che era tutta una zona abbusiva, hai presente dove c'è la vineria a via Luigi Rossini? lì hanno tutti nomi di incisori, artisti, so' tutte stradine pittoresche, poi è vicino a Tor Vergata...»; «Aho', stasera ce sta er festival de ggiocoleria a Ggiardinetti, poi annamo tutti a ballare al Villaggio Breda; ammazza che traffico ce sta su'a Casilina»; «domani festeggio la mia laurea con un aperitivo solidale a via Gallori». Solo che tutto sarebbe detto con accento pugliese.
Dai, trovate anche voi una zona brutta dove mandare i giovani.