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sabato, 17 ottobre 2009
Leggo gli appunti di questo convegno dopo un po' di tempo, e in calce all'intervento che stavo ascoltando trovo la mia calligrafia: «chiedere se c'entra Artaud», e, poco sotto, la sua, riconoscibilissima: «AM» sono le iniziali della convegnista che parlava in quel momento «curva delle labbra stupenda, pelle chiara chiara, voce mezzosopranile, due bombe!». E chi l'avrebbe detto che in poco più di un anno, dopo un corteggiamento a distanza, qualche chiacchiera a proposito del trash musicale, cinque-sei scopate, mi sarei ritrovato a dormire su un divano maledicendo quel primo appunto e soprattutto prendendomela con lui.
È l'aratro che traccia il solco. Nel mio caso, è il pisello che mi guida, come una bacchetta da rabdomante, per colpa di tutte le vessazioni che ha subito da ragazzino, quando, legato alla mia cervellotica nerditudine, veniva completamente misconosciuto, da tutti, tranne che da me, che ne sapevo le virtù e ancora ne ignoravo i vizi, se non quello di volere pasti regolari, igiene assoluta, un posto che non stringesse troppo. Da tutti, dovrei dire da tutte: colpa di quella ragazzetta poco più grande che insinuò che non si rizzava nemmeno? o anche del povero Robi, che aveva tutte le ragazze che voleva, ma era fedelissimo, e un giorno, durante una litigata, mi fece pesare il fatto - gli fece pesare il fatto - che nessuna mi si filava. Quante sofferenze, armer Schwanz!, da cui poi si ripagò a usura una volta che (per motivi che stento a capire ancora oggi) quella terribile stagione di veglie e di astinenze fu finita per sempre.
Da quel giorno, forse anche da prima, da quando abbordavo libro alla mano sognanti liceali che aspettavano iil novanta barrato, si lancia nelle imprese più disparate, è un can da tartufi, capisce al volo dove starebbe bene, vezzeggiato, dove potrebbe esprimersi al meglio, mentre io mi dico: ma sarà il caso? forse non è il caso. Lascia stare. Lì, no. No, dai, dici quella? ma l'hai sentita come parla? e come scrive? e come...Troppo tardi, è partito, e io posso fare come Napolitano con Berlusconi: un sussurrato e irriso caveat. A volte mi dà ragione, postuma, quando si sazia e si abbrutisce, come quello che va alla trattoria dove si cucina bene ma salato, la notte si sveglia con una sete spaventosa e si ripropone di mangiare solo insalatine. Ma è irrefrenabile. È come Lino Banfi in La liceale, il diavolo e l'acquasanta: incontenibile, una specie di Maccus, un istrione da atellana che usa me per le pubbliche relazioni. È lui la mentalità artistica. I nostri caratteri sono così diversi. Io che ho dei sentimenti delicati, penso ai grandi temi, a cercare una compagna, amicizie normali, una vita sana, lui che si espone sempre, saluta dal balcone, crea, appunto. A volte, quando un paio di battute di musica mi vengono meglio di altre, ho il dubbio - un esame della calligrafia basterebbe a scoprirlo - che sia lui a scriverle. E mi figuro, tramutato in un'appendice di un metro e settantadue, diventato, come Fabullo, invece di naso, tutto - Lasciamo stare. Tutto sommato mi aiuta a passare il tempo. È meglio del sudoku, qualunque cosa sia il sudoku, della playstation, dei mondiali, del cinema d'intrattenimento.
A volte, grazie a lui, ho conosciuto delle persone meravigliose, che nulla sanno della fatica che mi è costato persuaderlo. Questo glielo riconosco, mentre medito ancora rancoroso su quella volta che ho dormito sul divano, e sull'altra che... Beh, ma va bene così. Non vorrei che si offendesse. Siamo una coppia affiatata, ma nelle migliori convivenze bisogna anche mettere in chiaro le cose. Ma spiegami, perdio, perché sono sempre io a cucinare e a passare lo straccio.
mercoledì, 16 settembre 2009
La bellezza dovrebbe essere portata come gli abiti eleganti che non ho mai avuto se non di seconda mano: portata, dunque, non esibita, anzi, con una contegnosità e un tono fragile, con sprezzatura, con una noncuranza che permetta qualche ammaccatura. Le donne belle che sanno di esserlo non hanno, su di me, nessuna presa. Anzi, le squadro per notare l'imperfezione, per proiettare, nel futuro prossimo, una mascella troppo invadente o un'anca che tira verso il basso, un seno troppo distanziato o troppo abbondante - per vederle simili alle loro mamme, e nonne, ridotte al pelo superfluo e al rosario o al bridge, un burraco rancoroso, anzi, da giocare il martedì sera mentre il marito ricco guarda le partite della squadra che nemmeno tifa pur di non stare con lei. Sarà che ho avuto un'idea troppo estensiva della bellezza, nelle donne, preferendo cogliere nell'umile tamericio qualcosa che lei stessa non si aspetterebbe, un'imperfezione cara, il dettaglio superbo,o forse perché, come direbbe qualche malevolo, per me basta che respirino. Non decido. So solo che la bellezza è una grande sciagura, per la gente comune che ne sia affetta, nonostante quel che diceva Belli; per fortuna la cosa non mi riguarda, e posso così osservare, con una punta di sarcasmo, le donne che incedono sotto casa mia con lo shopping fresco sotto il braccio, che, si vede, vendono a caro prezzo le loro forme ancora contenute, il loro naso disegnato al millimetro, perché - e questo è lo sconforto - qui la bellezza viene posta aux enchères, come nella Parigi di Luigi Filippo, ma più di allora ha un controvalore stabilito, una negoziazione con lo sfortunato che ne venga preso. E mi viene da ridere guardando chi si sente bella e non lo è davvero, la squadro, fermandomi in mezzo alla strada, con un colpo d'occhio dalla punta dei capelli alla punta dell'esecrato stivale, con un mezzo sorriso tutt'altro che ammirativo, impudicamente. Da questa esibizione di muscoli si capisce la decadenza, la fragilità della nostra epoca che fa i mutui sul proprio aspetto, costruisce sull'aria, puntando sulla fiducia del consumatore. Puntando sull'orientamento consapevole di un branco di pecore cui si può dire tutto, e minacciare financo.
E il pensiero va agli sfoghi di qualche politico-tecnico basso e sformato, che tratta di poltrone (nel senso dell'aggettivo) chi si occupa di arte. Ebbene, caro ministro, è vero. Siamo dei poltroni. Per questo, se Lei avesse il coraggio di togliere, tagliare, recidere anche il piccolo esile filo dei rubinetti del governo di cui fa parte, sarebbe un gesto di coraggio. Toglierebbe l'ipocrisia di quell'irrigazione insufficiente, ci costringerebbe a ricominciare da capo, a far sì che una parte si piegasse finalmente del tutto al mercato, venendo incontro a Maria De Filippi, e l'altra invece clandestinamente reagisse. Ci vuole il sale sulle rovine. Tagliate tutto, scorciate pure. Così si fa, se si è convinti. Ma non lo siete, Lei per primo, e ci costringete in una laodicea aspettazione di tempi migliori. E invece no: colpite, stroncate, togliete finanziamenti - ma del tutto - a musei, teatri, cinema, sovrintendenze. Ma del tutto. Abbiate coraggio, e datene a noi. Certo, patiremmo la fame, ma qualche altro mestiere si trova. In fondo la bellezza finisce e noi moriamo (e Lei, visto che è più anziano, secondo legge di natura è assai più vicino al termine ultimo); in questo grande zero a zero vorremmo che la bellezza, o la bruttezza, venissero elargite una volta tanto gratis et amore dei.
mercoledì, 19 agosto 2009
Se mi eleggerete capo del mondo vi prometto:
- una moratoria sui versi di almeno un anno. Obbligo per tutti di scrivere senza andare a capo e con la punteggiatura, divieto assoluto di impiegare le seguenti parole: «poesia», «confine», «sogno»;
- moratoria altresì sui blog zozzi. Verrà nominata una commissione ambosessi, automunita, no perditempo, da scegliersi tra provati onanisti, che valuterà se il blog zozzo ha effetti o no. In caso negativo, l'autore sarà costretto a dedicarsi per un anno a biografie edificanti: preti partigiani, filantropi, presidenti della Roma a parte Ciarrapico;
- divieto di fotografare panorami, monumenti famosi, opere d'arte in genere, tramonti, cani gatti e bambini vivi. All'uopo sarà emanata una direttiva antiterrorismo che spiegherà come Bin Laden, Breznev, il mullah Omar, Diabolik e Lotito si siano travestiti da turisti e con la macchina fotografica abbiano fatto un sopralluogo sui luoghi di futuri attentati. Chiedere a Gasparri se può rilasciare una dichiarazione in proposito (poi liberarsene con un trucco qualsiasi);
- allo stesso tempo, proibizione di andare all'estero e di tornare con più di dieci foto (contate); chi venga sorpreso a mostrare agli amici cinquecento foto dello stesso cactus con una persona davanti sarà costretto ad andare in vacanza a Treviglio (BG);
- se finiscono i posti a Treviglio si può optare per Voghera (PV), Frosinone, Alessandria, Catanzaro;
- in genere, incitare ognuno a starsene a casa propria e a non rompere i coglioni per andare in posti di cui non si sa un cazzo e da cui si torna diffondendo notizie infondate;
- interdizione al commercio dei seguenti alimenti (ove non siano indigeni): pachino, rughetta, mozzarella di bufala, bresaola, formaggio coi buchi, lardo di colonnata;
- proibizione di vedere film americani a lieto fine per un quinquennio. Potranno essere fatte eccezioni solo in caso di resurrezioni impreviste di Billy Wilder;
- restrizione all'uso dei profumi, incitamento all'uso del deodorante;
- abolizione degli smalti inutili;
- obbligo di prendere i mezzi pubblici, che saranno gratuiti, almeno cinque volte a settimana, in fasce orarie differenti; proibizione di parlarne male pena il ritiro perpetuo della patente; i delatori saranno ricompensati con tessere intera rete;
- apertura delle frontiere a tutti gli stranieri, purché prendano una nave di linea, a spese del contribuente;
- divieto di riportare i fatti di cronaca in più di cinque minuti complessivi per mezz'ora di telegiornale;
- obbligo di mostrare un certificato medico quando si voglia comprare l'acqua in bottiglia, che verrà distribuita solo in farmacia;
- deportazione (amichevole) di Antonio Ricci; insegnamento non solo del dialetto, ma a quel punto secessione del Lombardo-Veneto, ripristino dell'autorità temporale del papa, dei Giudicati sardi, delle città libere imperiali, dell'economia curtense;
- resta inteso che se i polentoni vorranno recarsi a sud del Po avranno bisogno di un passaporto speciale, modello «puppamelo»;
- il primo che giustifica il coito interrotto dicendo: «ma tanto io mi controllo» subirà l'amputazione del pisello in modo da non nuocere;
- nascita del campionato del centro Italia; per non scontentare nessuno ci sarà anche la Coppa della Burinia (detta anche Salary Cup, nel senso della via omonima), con ladzie, Frosinone, Viterbese e altre formazioni minori;
- obbligo per cantanti di tutti i generi, dall'opera al pop, di far CAPIRE QUELLO CHE CAZZO CANTANO. Non tutti sono Bob Dylan, perdio;
- detronizzazione immediata del capo del mondo all'attuazione del programma. Che, lo ricordiamo, comprende anche l'abolizione del tatuaggio, delle infradito, delle frasi come «sono confuso/a» o «non so quello che voglio». Se non sai quello che vuoi prendi impreparato, una nota sul diario, e torni a fine quadrimestre;
- abolizione della parola «giovani» dal lessico corrente. Tutti gli amministratori di enti pubblici verranno reclutati tra persone minori di venticinque anni, per prova. Se poi non funziona, non vi lamentate;
- proibizione di bonghi e cani ridicoli;
- i bambini irrequieti verranno istradati a Playboy al compimento dell'undicesimo anno d'età; i sedici anni saranno festeggiati con una torta alla marijuana; se continuano, pronti per la caccia grossa;
- le smart verranno derise dalla popolazione in una data da destinarsi;
- stimasti il comodato? Eh? Puppa!
- assunzione dell'ufficio stampa di Giovanni Allevi, o di chiunque gli scriva i testi delle interviste. Un giorno si saprà chi è e lo celebreranno insieme a Wodehouse e Ennio Flaiano. Votate votate votate.
mercoledì, 12 agosto 2009
http://palermo.repubblica.it/dettaglio/caltagirone-la-curia-vieta-cavalleria-rusticana-trama-immorale/1694917
Quattro anni fa avevo cominciato a scrivere questo pezzo:
[...] Il cardinal Ruini si è rivolto ai lavoratori del Teatro dell’Opera di Roma nella annuale Cerimonia per lo Spettacolo Cristiano, tenuta nella cappella di recente annessa al Teatro e progettata da Portoghesi. Il suo intervento era particolarmente atteso dopo l’ultimo pronunciamento di papa Benedetto XVI che ha esortato i cristiani, mercoledì scorso, a «chiedere all’arte una guida sicura e attenta al cammino dell’uomo nella società, che valorizzi i sentimenti di appartenenza a una comunità di fede, e ponga al riparo dalla tentazione del pessimismo, del relativismo, del qualunquismo che troppo spesso l’era moderna ha scambiato per valori.»
Le attese non sono state deluse, davanti a una folla particolarmente numerosa che ha seguito l’intervento del prelato. Dopo i passaggi di rito e il saluto dei vescovi ai lavoratori dello spettacolo, il cardinale ha, come sua abitudine, raggiunto immediatamente il nocciolo della questione. «Meraviglia, sorprende, e addolora» ha detto «che nella città che ospita il vicario di Cristo si diano rappresentazioni della vita e della morte fondamentalmente anti-cristiane.» Il riferimento implicito, ma che tutti hanno colto, è proprio al cartellone dell’Opera di Roma che presenta a febbraio La traviata nell’allestimento di Robert Carsen di qualche anno fa. «La famiglia, in questo tipo di lavori, è vista come oppressiva; ci sono opere in cui l’intervento del padre, figura di Dio all’interno del microcosmo familiare, negativo; il suo tentativo di ristabilire l’ordine porta solo a una tardiva autocritica, e non al riconoscimento della mano divina. La facile fuga dal peccato verso una convivenza tra uomo e donna è contraria agli insegnamenti della Chiesa di Dio, unica verità.»
Dopo il discorso, il cardinale è passato alla benedizione, ma appena le agenzie di stampa hanno battuto il contenuto della sua allocuzione, si sono scatenate le polemiche. Il segretario dei Comunisti Italiani Diliberto ha parlato di «inaccettabile ingerenza» in faccende interne allo Stato Italiano. Il sindaco di Bologna Cofferati, noto esperto di opera, ha commentato che «in fondo, Verdi è stato miglior cristiano di Ruini, visto che Violetta poi soccombe al fato.»
Levata di scudi dal centrodestra.
Il ministro per lo spettacolo Buttiglione ha promosso invece un’indagine ministeriale per vedere se nella Traviata «si prospetti una violazione della legge» sulla pubblica decenza, se sia stata garantita «la sicurezza dei lavoratori» e «le spese per l’allestimento non siano state eccessive, perché il denaro pubblico deve essere investito senza sprechi e al servizio dell'uomo, non della vanità di qualche regista.»
Il centrosinistra ribatte. Tutti i politici della parte opposta hanno qualificato l’iniziativa di Buttiglione come «strumentale». «Al ministro non interessa nulla della sicurezza dei lavoratori». Nel rispetto del magistero del papa, ha avvertito Veltroni, la civiltà italiana ha prodotto alcuni dei massimi capolavori. Basti pensare a «Ave Maria» di Renato Zero.
Il sovrintendente Ernani ha minacciato immediatamente le dimissioni se l’ispezione ministeriale non rientrerà, ricevendo solidarietà dai dipendenti del Teatro, che però, in un comunicato, mettono in luce «gli sprechi della attuale gestione», e si auspicano un mutamento di rotta prima delle inevitabili agitazioni.
Esistono esempi positivi, incalza un editoriale di «Avvenire»: il musical su Padre Pio, lavoro «di grande degnità» in cui viene raffigurato dall’autore Sandro Mayer l’accerchiamento di San Giovanni Rotondo a opera di armate musulmane, che però, per mezzo di una vergine e dell’intervento miracoloso del santo, sono convertite alla vera religione. Marcello Pera, in un’intervista rilasciata fuori dall’Osteria dell’Angelo, a Lucca, ha ricordato che la figura di Violetta è sostanzialmente negativa e non può essere sa [...]
Poi avevo lasciato perdere. Ho fatto bene. La realtà supera a destra. Ma Cavalleria rusticana meno la fanno meglio è, quasi quasi ritorno nel seno della Chiesa.
sabato, 07 febbraio 2009
http://www.youtube.com/watch?v=8w7huuxnNRg&feature=related
...a quel grido il ciel risponde
quasi voglia impietosito
propagar per l'infinito,
patria oppressa, il tuo dolor...
martedì, 03 febbraio 2009
Gregorio XVI fu eletto proprio alla Candelora. Tira vento, ma non piove se non a sprazzi: difficile tirare auspici sul tempo. Invece dei cardinali, professori ordinari durante una conferenza nell'aula di storia della musica. Tre di loro sono ebrei, indice che grazie al cielo qualcosa rispetto al diciannovesimo secolo è cambiato; non cambia l'aria cardinalizia di chi officia, di chi sa. Mi sento prodigiosamente esterno, nell'aula dove tentavo di rimorchiare negli anni Novanta, con qualche esito e qualche rovescio di fortuna. Mi ricordo Cecilia, col suo cognome catalano, i suoi stivaletti e la sigaretta e le occhiaie e i jeans e il maglione a vu color mont blanc; cantava jazz, aveva la erre moscia e le dedicai cinque o sei racconti orribili che per fortuna non uscirono dai due metri quadri della mia pur grande scrivania dell'epoca; e poi però una sinfonia di cozze, che anche oggi persiste, come un bordone, a parte una ragazza troppo laccata e una che corre in bagno prima della fine della conferenza, e wooOOooshhh oggi come allora si sente lo sciacquone a punteggiare il discorso del professore americano. Lui ha problemi alla gamba; il suo collega, parimenti americano, ha una distesa di forfora che inviterebbe i fratelli Pramotton a riprendere gli sci. E poi le sedie, uguali, la Sapienza che lentamente si ammutolisce, la porta tagliafuoco che non si apre se non di rado, fino all'ora di andarsene - loro - a cercare miglior fortuna e magari una carbonara malfatta a san Lorenzo. Io ripasso per san Lorenzo che trovo nauseabondo oggi come allora, a parte le due pizzerie a poco prezzo ma buone, ma insomma veramente un'accozzaglia di studenti fuori sede e di locali e macchine in doppia fila, e puzza di fotocopie che un tempo erano a sessanta lire e sono rincarate nemmeno tanto fino ai quattro centesimi, se ben m'appongo, quell'odore di ammoniaca e il caldo dei macchinari, e il campo da calciotto dove seminavo lo scompiglio sulla fascia destra (solo perché gli altri erano lenti e appesantiti da alcool e marijuana). Mi garantiscono che si sta bene, anzi, anzi, non cambierei questo posto con nulla al mondo, dice lei. Mah. Mi sento esterno e vedo molte delle stesse persone, loro internissime: quanto si sono fatti brutti e pelati, molti di loro, e noiosi, sempre in cerca di un assenso, vessati da quelle luci al neon. Musicologo tra i compositori, compositore tra i musicologi, e adesso, Dio mi perdoni, faccio anche altro per conto mio, un segreto inconfessabile, un'opra senza nome, pur di rimanere in disparte e di librarmi tre centimetri sopra la gente che si impegna. Ma l'indulgenza che ho per me stesso è la mia più bella scoperta. Non ho nulla, tranne la contemplazione che, diceva Pitagora o chi per lui, forse De Crescenzo nella Storia della filosofia greca, è il massimo cui si possa aspirare. Scrivo musica molto meno di quanto dica che sono un compositore: e allora? Tutto pur di essere al di fuori, appunto (extra meite!), e non stare lì a meditare domande intelligenti ed essere magari convinto. Convinto di che? siamo quindici al massimo, nell'aula, dieci metri più sotto le strisce blu si rivedono sotto i lumi giallastri.
lunedì, 19 gennaio 2009
Decido di farmela a piedi, da piazzale degli Eroi, anzi dall'incrocio di via Luigi Rizzo. Le pendici della Balduina, per non parlare del nome stesso «Balduina», mi sono sempre sembrate ridicole e scomode. C'era la Dragon film, alla fine di un bugigattolo, e per la via, verso la voragine di piazzale Clodio, dove vedrò i faccioni dei principi di Monaco, veramente grotteschi, soprattutto il sosia di Cecchi Paone, figurare sulla pubblicità del circo Medrano (a capirla, quella cosa delle tre piste), c'è un odore di città benestante, se non proprio chic, di cane beneducato, di anziana cotonata, quell'umidità invernale e pomeridiana, quell'odore, appunto, di zona residenziale. A quell'ora prendono sole i ripetitori di via Teulada, l'osservatorio astronomico, poco altro. Villa Madama è in ombra. Del resto è stata progettata per l'estate, si capisce, per questo è a bacío. Una serie di studi di doppiaggio della mia infanzia, alcuni, come la Dragon film dove si doppiava Bonanza accanto al mediocre cartone animato di cui ero il protagonista, mi hanno visto infelicissimo, a cercare di parlare in tuta e rincoglionito dal sonno con altri nerd redenti dal lavoro minorile, di prestigio, purtuttavia. Non sapevo ridere a comando, ogni quarto d'ora passato lì dentro, quando non scorrevo febbrilmente il copione cercando di non trovare la fatale parola «(ride IC)», era angoscioso. Passo intenerito via Durazzo (mah!), ma prima ancora vedo la chiesa dove, secondo mia madre, mio padre con la scusa di suonare l'organo, e il doppio senso l'ha voluto la provvidenza, concupiva o era concupito dalla sua attuale compagna, non che andasse in chiesa, lei, tutt'altro, ma lavorava in Rai. Oppure è solo il nome della santa che indispone mia madre. Oppure la leggenda l'ho inventata io per accollare una nuova colpa a mio padre, così come un ergastolano può ben accollarsi un divieto di sosta.
Fatto sta che la chiesa è orribile. Sembra di stare nella hall di uno Hotel Continental qualsiasi, un po' come al Comunale di Firenze, i confessionali sono particolarmente spaziosi, come se la pletora di funzionari dell'epoca Agnes avesse diritto a un po' di privatezza aggiuntiva. E dietro l'altare uno spazio a poligono, insomma, terrificante. Mormoro una preghiera che sembra una frase di scuse, esco. Mio padre mi dà da pensare per via del fatto che vado all'auditorium. Entravamo rigorosamente a scrocco, tra Ottanta e Novanta, perché oltre a conoscere tutti mio padre era amico fraterno dell'ufficio stampa. Entrava ovunque, luoghi, donne, case, alberghi, agli ultimi bagliori del suo sfarzo poteva ben entrare all'auditorium, quello vecchio, al turno della domenica. Con noi una congerie di polmoniti su due gambe, affanni ed enfisemi ottuagenari, un posto in quelle alette da cui si vedeva bene il direttore. Mi ricordo senza entusiasmo Sawallisch, e un Requiem di Mozart diretto da Barshai (se era lui) in cui il trombone fece un casino e gettò un'ombra di disdoro su tutto il concerto. Tra i movimenti di un pezzo i vecchi scatarravano, io ero concentratissimo e facevo le mostre d'intendermi di tutto. Come adesso.
Che sono clandestino, e noto che la generazione mia, il maschio trentenne, che dovrebbe essere il nerbo del pubblico, è invece troppo povera per esserci; se non come me, clandestinamente. Moltissimi appunto i residuati punici e ittiti e qualche donna giovane solo perché mantenuta. Meglio così. Splendono le dentiere nello sfondo progettato da Piano, non Guido (io lo pensavo davvero, che Guido Piano fosse un nome). L'orchestra potrebbe essere figlia del pubblico, quanto a età. È cambiata molto. Non ci sono più i grandi virtuosi, i solisti boriosi e commoventi al primo apparire di un «1. solo» sulla partitura, esecutori stupendi, ma che rendevano quell'orchestra decisamente deludente dal punto di vista dell'insieme. Meno male. Adesso si limitano a essere un'orchestra, il direttore non ti trasporta nell'iperuranio ma si vede che loro si sentono a proprio agio e suonano volentieri, merito suo, che tiene infallibilmente il discorso, non sbrodola. Il concerto di Brahms lo suona un violinista che assomiglia a Bierhoff ai tempi in cui faceva la pubblicità dello shampoo. È bravissimo. Intonato, cede qualcosina solo nel secondo tempo, ma anche lui tiene la linea, non si perde, si butta, dev'essere uno che pensa molto, con quella capoccia. Peccato però per quel gol alla Repubblica Ceca, meritavano loro.
La maschera con cui poteva esserci, tempo fa, un grande amore mi vede e scappa. Dopo, per messaggio - ah, lo vedi, lo vedi che stavo meglio senza telefono! - mi dirà che è stato per timidezza, come quella volta, ti ricordi... Sì, mi ricordo, ma ingenuamente pensavo che ti sentissi in colpa. Donne donne eterni dei. Le sbaglio tutte. Quando mi innamoro faccio come i maniaci al parco pubblico: apro l'impermeabile e mostro tutta la mercanzia, dal dumpennente in su, compreso il mio quartetto incompiuto. In Delitto a Porta Romana Tomas Milian chiede durante un concerto: «Ma che è sta palla?». «Questa? L'Incompiuta». «Meno male».C'è stato un periodo in cui assomigliavo a Schubert. Nella peggiore delle ipotesi, ad Al Bano.
venerdì, 09 gennaio 2009
«Arrigo Boito ebbe a dire a Verdi che per due persone tutto sommato laconiche come loro due l’unico modo per rimanere in contatto e scriversi di frequente era lavorare insieme. Lo costatava ex post, con un po’ di esagerazione, ripensando agli ultimi anni passati si può dire in affinità elettiva con Verdi, dal nuovo Simon Boccanegra (1881) in avanti. E invero Boito aveva sempre trovato delle ottime scuse per far lavorare il compositore. Ma in quel giubilare 1889 era rimasto poco da fare: l’Ave maria su scala enigmatica, strascichi dell’Otello...
Ed ecco che, fatalmente, nello scambio di lettere tra Verdi e Boito emerge il tema di Falstaff: la prima lettera che ci resta in questo senso è del 6 luglio 1889. Verdi è in vacanza a Montecatini, ciononpertanto reagisce subito ed entusiasticamente.
[...]Sembrava tutto dunque a buon punto. Il libretto era per due terzi pronto già nel settembre 1889, lo fu definitivamente nell’inverno successivo.
[...]Franco Faccio, compositore e amico da sempre di Boito, era stato il direttore di Otello. Il lavoro alla Scala però l’aveva logorato; la prima italiana dei Maestri cantori l’aveva lasciato svuotato, spaesato. Difficoltà di concentrazione, malesseri di vario tipo. Nel marzo 1890 dovette fermarsi. Gli accertamenti rivelarono che non si trattava di stress, ma di una malattia vera e propria. La stessa che aveva colpito Schubert, Donizetti, poi Hugo Wolf e Nietzsche, che sarà immortalata da Mann nel Doktor Faustus: sifilide. Che avrebbe condotto Faccio progressivamente alla demenza, e alla morte.
Boito rifiutò dapprincipio l’idea: «quello è un cervello stanco ma non è una mente che si spegne». Una cura in sanatorio in Austria avrebbe rimesso a posto le cose. Ma pochi giorni dopo doveva scrivere a Verdi questa lettera:
Tristi giornate, caro Maestro. – Le prime impressioni che ho ricevute dal malato erano buone perché in quei giorni lo avevo sempre visto nelle ore del pomeriggio. Ma poi quando lo vidi nell’ore del mattino e della sera rimasi sgomentato. Non avrei mai immaginato un mutamento simile.
Jeri fu l’ultima sera. [...] Io non lo accompagnai alla Stazione per evitargli un’emozione più acuta, lo salutai un’ora prima della sua partenza, alle dieci della sera, jeri.
Era così buono e così schiettamente onesto.
Avevamo studiato insieme.
Caro Maestro
Una stretta di mano
suo
A. Boito
Il 15 aprile: «Caro Maestro. Il povero amico è perduto. Non c’è più speranza di salvarlo. È meglio morire.» Verdi risponde il 17 aprile: «Pur troppo è inutile ora ogni parola. Meglio è morire!».
Il 3 ottobre, Boito: «Questo mondo è un ammasso di tristezze, le condizioni del nostro amico si fanno sempre più fatali, il vecchio padre minaccia di andarsene, è malatissimo... Vediamo di star sani, Caro Maestro, più che possiamo e di dimenticare la vita lavorando.»
6 ottobre, Verdi: «Quel povero Faccio! Non è passato un’anno da quando venne quì, e, passeggiando sul tardi in giardino, le dissi parole franche, sincere, e forse anche un po’ dure, che ora mi rimprovero... Mondo ladro!...».
[...]
La vicenda materiale di Falstaff è a lieto fine. L’opera fu completata nell’autunno 1891 e dopo pochi aggiustamenti andò in scena nel febbraio 1893. E anche quella di Faccio, nella sua tristezza, ha un colore di lieto fine, al termine della lunga malattia.
24 luglio 1891
Caro Maestro.
Tutto è finito. L’amico riposa in pace ed è rientrato nella eterna normalità delle anime e delle cose. Non poteva guarirlo che la morte e la morte lo ha veramente guarito. Su quel viso, dopo la vita, ricomparve la nobile espressione della ragione umana.
[...]
Lieto fine e grande accoglienza, alla prima e alle riprese. Ma non un trionfo vero e proprio. Julian Budden ha sintetizzato così l’accoglienza: «non divenne mai un successo popolare». [...]
Perché l’opera ha una trama, uno svolgimento, ci racconta una storia; d’accordo. Ma l’umorismo di Falstaff è anche nel fatto che l’opera è un bagaglio di citazioni da tutto il repertorio operistico (Verdi compreso). Nel distaccarsi dal mondo teatrale e nell’erigere a questo mondo un monumentum aere perennius.
Falstaff non è ovviamente solo questo; ma dell’altro, della sua vitalità, della sua fattura squisita, lo spettatore si accorgerà da sé, mentre lo guarda. A noi preme sottolineare la sua natura moderna, la sua natura metafisica, anzi, meta-operistica: è un’opera che parla di opera. Riassume e ingloba l’opera dell’Ottocento in un tessuto nuovo e moderno.
Don Pasquale, Don Giovanni, I maestri cantori, Un ballo in maschera, Simon Boccanegra, Il trovatore... Ariosto quando sta per arrivare in porto passa in rassegna tutti i letterati del tempo; l’ultima opera di Verdi si fa tenere compagnia dalle sue illustri consorelle.
[...]Non basta. Ci sono allusioni e giochi sulla natura stessa del discorso musicale.
La musica tonale si articola semplicemente: da un accordo si va a un altro, è tutto un passare di energia che ora si potenzia ora si placa. Queste articolazioni si chiamano cadenze. E i modi di dire musicali come «Reverenza» o «Povera donna» sono nient’altro che delle cadenze sottolineate, ora al loro posto, ora incongrue. Dunque l’umorismo, il distacco, riguarda proprio gli elementi costitutivi della comunicazione musico-drammatica.
E poi, l’inizio e la fine. La prima scena, dall’ingresso all’uscita del dottor Cajus, come è ormai patrimonio comune degli studiosi, è un primo movimento di sonata, con tanto di primo e secondo tema; finisce con un «Amen» cantato dai ribaldi Bardolfo e Pistola: con «Amen» Verdi finiva quasi tutte le sue lettere.
Alla fine, invece, il solito coro di giubilo e di riconciliazione viene “deformato”, come si è visto, in una fuga. Questa però avrebbe dovuto essere «buffa»: una metafora degli affanni e del rincorrersi durante la vita per poi raggiungere la conclusione che tutti, in fondo, sono gabbati. E in questo non c’è niente di male, nel terminare tutti insieme in un’ultima cadenza.
Falstaff mostra quanto sia operistica l’opera; e quanto l’opera sia umana. È un discorso sul teatro. Il teatro ai tempi dei Greci aveva una funzione educativa. E Falstaff insegna quanto sia opportuno essere indulgenti nei confronti della natura umana.
L’insegnamento non è solo che «tutto nel mondo sia burla», ma che, shakespearianamente, tutto il mondo è teatro. Il teatro rappresenta la parte migliore, immortale, di quello che per sua natura (l’uomo) è transeunte. Falstaff è un’opera umanistica, dunque, nel migliore dei sensi. Gli umanisti edificavano in un’epoca di guerre e fame edifici che nelle proporzioni riproducevano la natura umana idealizzata. Verdi non credeva che l’uomo fosse migliore di quello che aveva disegnato con pessimismo nei cinquant’anni precedenti, tutt’altro. Ma alla tolleranza, all’indulgenza, allo smascheramento dei vizi – a un’innocua trama di un grassone burlato – affidava un estremo e vivido messaggio di speranza.»
giovedì, 04 dicembre 2008
Rossini a Roma si faceva fare la barba tutte le mattine dalla stessa persona. Un giorno il barbiere gli dice: «Maestro, ci vediamo a teatro stasera.» «Come a teatro?!» «Sì, si prova la vostra opera e io sono il primo clarinetto.» Rossini rabbrividì al pensiero di aver potuto maltrattare, non l'avesse saputo, un uomo che tutte le mattine gli portava una lama alla gola.
Lo stesso capita a me. Scelgo accuratamente il barbiere di vecchi del posto, scalcinato e solo, alle due e mezza del pomeriggio. È campano, sento, senza por tempo in mezzo mi fa accomodare, due parole e brandisce le accette del mestiere - da come le manovra pare il Paul Bunyan dei barbieri. Pensando al mio barbiere di vecchi a Cardenza mi viene il magone... spero che mi parli, e ciurli nel manico. E infatti:
- Hai visto sti cavolo di zingari al Casiline sembra che so' morti di fame e invece so' ppieni 'e soldi.
- No.
Non dico altro. Dovrei tuonare e dirgli di vergognarsi, vecchio idiota. Ma mi guardo nello specchio e mi vedo con mezza testa tagliata. Niente da fare, Rossini aveva ragione.
domenica, 21 settembre 2008
Duo sunt genera pipponum: primum genus ingenieristicum sive elenchativum; alterum est parentheticum sive interiectivum, propter interiectiones quas adhaerens facit, sicut «Te stavo a dì», «no», «cioè».
Exemplum primum (ingenieristicum):
«I film te li puoi scaricare facilmente. È veramente semplicissimo. Non è legale, ma la normativa non è chiara. Una sentenza che è stata emessa recentemente dalla Corte di Giustizia europea stabilisce che l'uso personale non è perseguibile, se prima è stato dimostrato da una scrittura privata come puoi vedere dal modello che ti invio. Per scaricarlo accetta il file che ti sto mandando. Devi premere col pulsante sinistro su "accetta". Se hai la versione inglese c'è scritto "ok" oppure "I accept". Ti consiglio di mettere l'impostazione di download su"cartella scelta dall'utente". Digita ora il nome della cartella. È meglio se crei una cartella nuova, e la chiami tipo "Pippo", così non ti sbagli. Salvalo col nome in Italiano che ti consenta di trovarlo facilmente, qualcosa di semplice. Per esempio: "Modulo apposito per la scrittura privata in caso di usufrutto di materiale scambiato via telematica". Ora, che cosa devi fare? Apri emule. Vedrai una lista di server che sono messi in ordine alfabetico. Puoi cambiare l'ordine, se preferisci, in quello di indirizzo IP, ma non so se ti conviene. Oppure di provenienza. Oppure di utenti. Io farei in ordine di quantità di file. Clicca una volta sola col tasto sinistro. Stai usando il mouse normale o quello del portatile? ti consiglio un mouse a infrarossi. Costa poco e non sporca. Riscalda solo un po' la superficie. Hai cliccato due volte o una? Una basta. Adesso vai su opzioni. Queste opzioni sono state inserite per la prima volta nella versione 1.0.1 da una coppia di informatici canadesi che non capiva come limitare il flusso di download. Hai messo la risoluzione più alta dello schermo, prima? vai su Impostazioni. Ti è apparso lo schermo? Clicca due volte. Non una, due volte. Clic, clic. Adesso ti si dovrebbe aprire [...]»
Secundum (parentheticum):
«Va be', insomma, l'altro giorno cerco da Ricordi quel pezzo di Dusapin di cui ti parlavo, quello che avevo visto l'altro giorno come anticipazione sulla rivista, ti ricordi, no?, stavamo a via del Corso, ma no, non era con te, era prima che ci incontrassimo, ero con Simone, che poi ti ricordi che avevamo litigato? cioè, non proprio litigato, ma c'era stata una volta che si era scordato di portare mia sorella al concerto, il concerto di Paolo Conte, che poi ieri è uscito l'ultimo album, l'ho sentito un pezzo ieri, non tutto, ma è una figata, niente a che vedere con quello prima, anche se di quello mi piaceva la canzone che lo termina, quella che fa "la la la la", ma sono belle le parole, solo che non ricordo bene, parlano della condizione dell'artista, che poi sarebbe lui, cioè di lui come cantante e come artista, che a me 'sta cosa di prendere posizione sulla propria musica mi piace, stavo pensando proprio l'altro giorno, perché se per esempio uno potesse spiegare quello che fa per filo e per segno non sarebbe meglio? te stavo a di', insomma, chi è che può giudicare, dicevo ieri a Federico, Federico no l'amico mio quello che hai conosciuto a capodanno, quello che è arrivato in ritardo e avevano già stappato le bottiglie e se ne è riandato subito, no, un mio amico chitarrista ma bravo, che ha suonato una volta al [...]»
Tertium genus est quidem mulierum, quod mulieres sunt primipilae in pipponibus adhaerendis: de caligis, de theatris, de omni genere nugarum conversationem infarciscunt sine iunctura.
«L'altro giorno ho rivisto Flavio, sai, dopo anni. Mi ha fatto un'impressione... Ero andata per parlare con un avvocato della possibilità di un tirocinio, quando mi giro e vedo Flavio. Gli faccio, Flavio, come stai? e lui mi risponde che - pensa! - si sta per sposare con la ragazza con cui si è messo da poco. Come? non stai più con Giorgia? no, risponde, sto con una ragazza e mi fa il nome, adesso mi sono scordata il nome, una cosa banale tipo Giulia o Laura, tra l'altro la stava aspettando lì fuori. Arriva e la vedo, una zora che non hai idea. Pensa che aveva le scarpe col tacco ma infradito, non so se hai mai visto quelle che stanno al negozio all'angolo tra via delle Carrozze e via, come si chiama, quella dove c'è il fioraio, va be', hai capito, tutte aggressive, con gli strass, e poi aveva una specie di tirabaci coi capelli tutti tagliati corti sotto, e il french. No, dico, il french, con lo smalto mezzo rovinato, che si vede che si mangia le unghie, e intanto Flavio se la guardava e ha detto che stanno per comprare casa a Vitorchiano. Come a Vitorchiano? e lei pare che ha la famiglia di là e si vogliono sistemare. Perché si sono conosciuti in uno studio di architettura, sai, dove c'era anche Filippo, quel mio amico coi capelli rasta, sì, che non sembra un architetto [...]»
Pippo est perniciosissima oratio, quia impedit ut alter loquatur; et memoria eius qui audiat immediate adeo plena est, ut eo die non possit aliam orationem audire sine fastidio et saliva in angulo oris. [...]
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