passoscuro

   apoditticamente scorretto


martedì, 10 novembre 2009
 

Colpo di scena e palinodia

Ecco che prendo l'atteggiamento di mio padre, solo davanti alla trattoria, solo davanti alla cameriera napoletana in una trattoria siciliana a Bologna; alle pareti croste tra cui un'allegoria di segni zodiacali e sulla tavola il pacco di grissini antigienicamente appoggiato sui taralli. La musica è una versione dance del Volo del calabrone. Dico io. Entro e mi rendo conto della cazzata che ho fatto, ma d'altronde sono stremato, e assumo quel sussiego di chi «a lui non la si fa». Madri, padri, figli, ci mancano solo buoi e asini, d'altronde sono figlio unico, e Gesù - è spiegato dai teologi - aveva fratelli solo se pensiamo alle famiglie allargate de' negri (questo dicono, in buona sostanza: dunque siamo entrambi figli unici, ma io sono leggermente più anziano di lui). Mia madre poi mi va ripetendo giustamente che non devo far risparmiare la Fondazione Compositore-Importante-Di-Cui-Mi-Occupo, e che visto che questo viaggio stremante e ossessivo da un manoscritto all'altro, stremante, ossessivo, inutile, aggiungerei, mi viene spesato (anche se subodoro inganni ovunque, e alla fine la storia mi darà ragione, anzi speriamo di no), io sono il Maestro, il Dottore, il Professore - questo ultimo titolo completamente abusivo è quello che preferiscono darmi, senza avermi visto, ovviamente - e che mi devo dare delle arie, o meglio, lei dice che devo darmi un tono e devo essere preso sul serio. Mica facile. Ho uno squarcio in un tallone dovuto alle scarpe, non porto cravatte, Carolina mi ha detto che dimostro vent'anni, e dunque la gente oscilla tra il tu e il lei, mi chiede come deve chiamarmi, maestro, professore, dottore, e io ovviamente vorrei che fossimo in un paese in cui essere chiamati «signor» non sia, essendo in fondo già un titolo onorifico, tutto sommato più che sufficiente. E allora assumiamo sussiego, dicevo, e noto allora proprio i grissini etc. etc., e che l'inzolia ha il sapore un po' troppo virato sull'acido. Ma sono a stomaco vuoto, e dico, e mi chiedo, come si fa a avere un atteggiamento normale e pensare e pensare da solo, in una trattoria siciliana a Bologna, senza arricciare apposta le labbra, senza bere apposta del vino, senza sentirsi soli, oltre a esserlo - come fanno tutti quelli che mangiano da soli, oppure tutti hanno un'amante che quando girano per lavoro li accompagna a cena? non foss'altro che ho visto Firenze e Bologna in una stessa giornata e io nutro una diffidenza e una scarsa simpatia per entrambe le città - e sono sempre stato, chissà perché, criticato per questo. Però è così: sarà perché ci vengo sempre a novembre, a Bologna, sarà per via che ci vado sempre carico di valigie, eppure anche in altre città vado a novembre, in altre città sono trafelato e carico di intollerabili orpelli, di borse in cui nutro pezzi per orchestra insieme a cavetti USB e libri di Veronesi, eppure non sento quel fastidio che ho per Firenze e Bologna - forse per la ricchezza, forse perché sospetto Bologna di essere solo un posto per Leccesi che riscoprono il Salento al DAMS, forse perché la ricchezza così come i Leccesi si travestono, si danno una vernice democristiana di portico rossiccio, con il pavimento lasciato sconnesso, le trattorie e gli aperitivi in agguato. Un malumore immotivato, da Bologna e Firenze non ho ricevuto altro che bene, eppure mi urtano sovranamente, buie e care, come tutte quelle città di mezza tacca grandi abbastanza per avere il traffico e gli aperitivi e il DAMS, ma non grandi per sperderti, per avere veramente tanti rivoli, la confusione spaventosa e senza pietà di una città grande. Bologna, nobile patria di aggressioni e di mortadelle, diceva il Compositore-Importante-Di-Cui, e invece di stare aspettando mortadelle aspetto pescespada in crosta di caciocavallo ragusano e cuscus di ceci con gamberetti, una froceria che sarà sicuramente perniciosa e costosissima.

E invece no. Tutto è ottimo. Mangio, bevo uno zibibbo, flirto con la cameriera napoletana, torno in albergo.


martedì, 22 settembre 2009
 

Detti postumi di Filippo Ottonieri

Gli Oasis e i cosi, lì, come si chiamano, quelli col cantante tutto sfiatato, i Guns'n'roses. Veramente degli zeri. Ma come fate a farvi turlupinare così, tutte le volte, dai tempi di Sei forte papà e di Michael Bolton?
postato da GiacominoLosi | 09:44 | commenti (16)
musicologia


mercoledì, 16 settembre 2009
 

Attualità

La bellezza dovrebbe essere portata come gli abiti eleganti che non ho mai avuto se non di seconda mano: portata, dunque, non esibita, anzi, con una contegnosità e un tono fragile, con  sprezzatura, con una noncuranza che permetta qualche ammaccatura. Le donne belle che sanno di esserlo non hanno, su di me, nessuna presa. Anzi, le squadro per notare l'imperfezione, per proiettare, nel futuro prossimo, una mascella troppo invadente o un'anca che tira verso il basso, un seno troppo distanziato o troppo abbondante - per vederle simili alle loro mamme, e nonne, ridotte al pelo superfluo e al rosario o al bridge, un burraco rancoroso, anzi, da giocare il martedì sera mentre il marito ricco guarda le partite della squadra che nemmeno tifa pur di non stare con lei. Sarà che ho avuto un'idea troppo estensiva della bellezza, nelle donne, preferendo cogliere nell'umile tamericio qualcosa che lei stessa non si aspetterebbe, un'imperfezione cara, il dettaglio superbo,o forse perché, come direbbe qualche malevolo, per me basta che respirino. Non decido. So solo che la bellezza è una grande sciagura, per la gente comune che ne sia affetta, nonostante quel che diceva Belli; per fortuna la cosa non mi riguarda, e posso così osservare, con una punta di sarcasmo, le donne che incedono sotto casa mia con lo shopping fresco sotto il braccio, che, si vede, vendono a caro prezzo le loro forme ancora contenute, il loro naso disegnato al millimetro, perché - e questo è lo sconforto - qui la bellezza viene posta aux enchères, come nella Parigi di Luigi Filippo, ma più di allora ha un controvalore stabilito, una negoziazione con lo sfortunato che ne venga preso. E mi viene da ridere guardando chi si sente bella e non lo è davvero, la squadro, fermandomi in mezzo alla strada, con un colpo d'occhio dalla punta dei capelli alla punta dell'esecrato stivale, con un mezzo sorriso tutt'altro che ammirativo, impudicamente. Da questa esibizione di muscoli si capisce la decadenza, la fragilità della nostra epoca che fa i mutui sul proprio aspetto, costruisce sull'aria, puntando sulla fiducia del consumatore. Puntando sull'orientamento consapevole di un branco di pecore cui si può dire tutto, e minacciare financo.

E il pensiero va agli sfoghi di qualche politico-tecnico basso e sformato, che tratta di poltrone (nel senso dell'aggettivo) chi si occupa di arte. Ebbene, caro ministro, è vero. Siamo dei poltroni. Per questo, se Lei avesse il coraggio di togliere, tagliare, recidere anche il piccolo esile filo dei rubinetti del governo di cui fa parte, sarebbe un gesto di coraggio. Toglierebbe l'ipocrisia di quell'irrigazione insufficiente, ci costringerebbe a ricominciare da capo, a far sì che una parte si piegasse finalmente del tutto al mercato, venendo incontro a Maria De Filippi, e l'altra invece clandestinamente reagisse. Ci vuole il sale sulle rovine. Tagliate tutto, scorciate pure. Così si fa, se si è convinti. Ma non lo siete, Lei per primo, e ci costringete in una laodicea aspettazione di tempi migliori. E invece no: colpite, stroncate, togliete finanziamenti - ma del tutto - a musei, teatri, cinema, sovrintendenze. Ma del tutto. Abbiate coraggio, e datene a noi. Certo, patiremmo la fame, ma qualche altro mestiere si trova. In fondo la bellezza finisce e noi moriamo (e Lei, visto che è più anziano, secondo legge di natura è assai più vicino al termine ultimo); in questo grande zero a zero vorremmo che la bellezza, o la bruttezza, venissero elargite una volta tanto gratis et amore dei. 



domenica, 12 luglio 2009
 

Considerazioni postume di Filippo Ottonieri

Stavo sentendo il 467 dicendo che me lo ricordavo meglio, poi è arrivato l'Andante. Avere il coraggio di scrivere un pezzo e farlo eseguire nello stesso concerto metterà alla prova i miei muscoli facciali, magari mi dipingo di blu come il Puffo brontolone.[...]
Sto diventando zio e penso: ma in fondo Bruckner era il Bondi austriaco.[...]
Io li aspetto tutti tra vent'anni, eleganze del riccio, cacciatori di aquiloni, alchimisti, vento che soffia etc. etc., così li troverò a un euro sulle bancarelle di Invito alla lettura insieme ai libri di Arrigo Petacco, a Scandalo al sole, ai Peccatori di Peyton place, ai dischi di Allevi, optando poi per un Topolino coi disegni di Scarpa.[...]
Sono un grande sottovalutato. Giustamente.[...]
postato da GiacominoLosi | 09:12 | commenti (11)
roma, musicologia


martedì, 24 marzo 2009
 

Sulle guide di Londra mettono come attrazioni Downing Street, Harrod's e i mercatini. Un po' come se a Roma uno andasse a vedere la Regione in via della Pisana, la Rinascente e via Sannio. Resisterò fino a maggio? Ieri i miei (ora ex) coinquilini mi hanno fatto venire l'ennesimo magone. E che sarà mai! La cosa più difficile è spiegare perché in buona sostanza non me ne frega nulla di questo viaggio, non mi entusiasma, mi intimorisce, e la cosa ancora più difficile è dirsi da solo «sti cazzi». Arrivedoir.
postato da GiacominoLosi | 10:31 | commenti (6)
musicologia, scorrettezza


martedì, 03 febbraio 2009
 

Er dua de febbraro

Gregorio XVI fu eletto proprio alla Candelora. Tira vento, ma non piove se non a sprazzi: difficile tirare auspici sul tempo. Invece dei cardinali, professori ordinari durante una conferenza nell'aula di storia della musica. Tre di loro sono ebrei, indice che grazie al cielo qualcosa rispetto al diciannovesimo secolo è cambiato; non cambia l'aria cardinalizia di chi officia, di chi sa. Mi sento prodigiosamente esterno, nell'aula dove tentavo di rimorchiare negli anni Novanta, con qualche esito e qualche rovescio di fortuna. Mi ricordo Cecilia, col suo cognome catalano, i suoi stivaletti e la sigaretta e le occhiaie e i jeans e il maglione a vu color mont blanc; cantava jazz, aveva la erre moscia e le dedicai cinque o sei racconti orribili che per fortuna non uscirono dai due metri quadri della mia pur grande scrivania dell'epoca; e poi però una sinfonia di cozze, che anche oggi persiste, come un bordone, a parte una ragazza troppo laccata e una che corre in bagno prima della fine della conferenza, e wooOOooshhh oggi come allora si sente lo sciacquone a punteggiare il discorso del professore americano. Lui ha problemi alla gamba; il suo collega, parimenti americano, ha una distesa di forfora che inviterebbe i fratelli Pramotton a riprendere gli sci. E poi le sedie, uguali, la Sapienza che lentamente si ammutolisce, la porta tagliafuoco che non si apre se non di rado, fino all'ora di andarsene - loro - a cercare miglior fortuna e magari una carbonara malfatta a san Lorenzo. Io ripasso per san Lorenzo che trovo nauseabondo oggi come allora, a parte le due pizzerie a poco prezzo ma buone, ma insomma veramente un'accozzaglia di studenti fuori sede e di locali e macchine in doppia fila, e puzza di fotocopie che un tempo erano a sessanta lire e sono rincarate nemmeno tanto fino ai quattro centesimi, se ben m'appongo, quell'odore di ammoniaca e il caldo dei macchinari, e il campo da calciotto dove seminavo lo scompiglio sulla fascia destra (solo perché gli altri erano lenti e appesantiti da alcool e marijuana). Mi garantiscono che si sta bene, anzi, anzi, non cambierei questo posto con nulla al mondo, dice lei. Mah. Mi sento esterno e vedo molte delle stesse persone, loro internissime: quanto si sono fatti brutti e pelati, molti di loro, e noiosi, sempre in cerca di un assenso, vessati da quelle luci al neon. Musicologo tra i compositori, compositore tra i musicologi, e adesso, Dio mi perdoni, faccio anche altro per conto mio, un segreto inconfessabile, un'opra senza nome, pur di rimanere in disparte e di librarmi tre centimetri sopra la gente che si impegna. Ma l'indulgenza che ho per me stesso è la mia più bella scoperta. Non ho nulla, tranne la contemplazione che, diceva Pitagora o chi per lui, forse De Crescenzo nella Storia della filosofia greca, è il massimo cui si possa aspirare. Scrivo musica molto meno di quanto dica che sono un compositore: e allora? Tutto pur di essere al di fuori, appunto (extra meite!), e non stare lì a meditare domande intelligenti ed essere magari convinto. Convinto di che? siamo quindici al massimo, nell'aula, dieci metri più sotto le strisce blu si rivedono sotto i lumi giallastri.
postato da GiacominoLosi | 22:40 | commenti
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giovedì, 29 gennaio 2009
 

Cantautoriamo ter

Misuro con il mio passo affrettato
bitume non impermeabilizzato
del mio vecchio terrazzo

La città pare un dirupo
c'è un sole inatteso e scostumato
tu mi guardi e passi via con imbarazzo
aggiungo: e grazie al cazzo

Le finestre tutte chiuse,
due sedie e un paralume,
tre poster in un elastico
una poltrona da smontare anzi da rottamare

e mi levo dai coglioni-i
mi levo dai coglioni-i-i
perciò state tutti buoni
io canto anche se stono
nessuno mi fermerà:
perché mi levo dai coglioni-i
mi levo dai coglioni wowwoeowwow
che è lo sport che mi piace di più
più della pallamano
più degli insulti al Vaticano
più di te e anzi moolto di più-ù

Persino il salumiere mi saluta
con un'aria cortese e un poco astuta
mentre aspetta il pranzo.

E per un'ultima mangiata
ho una sedia mal impagliata
ma che buono, che buono il bollito di manzo
aggiungo: chiamami stronzo

Sposto tavole, ignoro cocci
lascio stare le cartacce
ora c'è nebbia
nessuno mi sorprenderà

anche se
mi levo dai coglioni-i-i-i
sì, mi levo dai coglioni-i
niente paroloni
niente indecisioni
il treno è in ritardo, ma si sa.
Mi levo, mi tolgo, mi scanso
addio terrazza amori e manzo
vado nel blu dipinto di blu-u-u
wowwouwwou
sciabadadadadada
ritorno tra i terroni
dalle facili emozioni
dove è facile darsi del tu
come un cuore occupato
e un gattino arrabbiato
e un passerotto, che andrà via e paloma
cuccuruccuccù
wouuuuu
cu
tu
ù
chiù
ù-ù-ù-ù


venerdì, 09 gennaio 2009
 

Frammenti da un programma di sala (per rispondere a varie domande)

«Arrigo Boito ebbe a dire a Verdi che per due persone tutto sommato laconiche come loro due l’unico modo per rimanere in contatto e scriversi di frequente era lavorare insieme. Lo costatava ex post, con un po’ di esagerazione, ripensando agli ultimi anni passati si può dire in affinità elettiva con Verdi, dal nuovo Simon Boccanegra (1881) in avanti. E invero Boito aveva sempre trovato delle ottime scuse per far lavorare il compositore. Ma in quel giubilare 1889 era rimasto poco da fare: l’Ave maria su scala enigmatica, strascichi dell’Otello...
Ed ecco che, fatalmente, nello scambio di lettere tra Verdi e Boito emerge il tema di Falstaff: la prima lettera che ci resta in questo senso è del 6 luglio 1889. Verdi è in vacanza a Montecatini, ciononpertanto reagisce subito ed entusiasticamente.
[...]Sembrava tutto dunque a buon punto. Il libretto era per due terzi pronto già nel settembre 1889, lo fu definitivamente nell’inverno successivo.
[...]Franco Faccio, compositore e amico da sempre di Boito, era stato il direttore di Otello. Il lavoro alla Scala però l’aveva logorato; la prima italiana dei Maestri cantori l’aveva lasciato svuotato, spaesato. Difficoltà di concentrazione, malesseri di vario tipo. Nel marzo 1890 dovette fermarsi. Gli accertamenti rivelarono che non si trattava di stress, ma di una malattia vera e propria. La stessa che aveva colpito Schubert, Donizetti, poi Hugo Wolf e Nietzsche, che sarà immortalata da Mann nel Doktor Faustus: sifilide. Che avrebbe condotto Faccio progressivamente alla demenza, e alla morte.
Boito rifiutò dapprincipio l’idea: «quello è un cervello stanco ma non è una mente che si spegne». Una cura in sanatorio in Austria avrebbe rimesso a posto le cose. Ma pochi giorni dopo doveva scrivere a Verdi questa lettera:

Tristi giornate, caro Maestro. – Le prime impressioni che ho ricevute dal malato erano buone perché in quei giorni lo avevo sempre visto nelle ore del pomeriggio. Ma poi quando lo vidi nell’ore del mattino e della sera rimasi sgomentato. Non avrei mai immaginato un mutamento simile.
Jeri fu l’ultima sera. [...] Io non lo accompagnai alla Stazione per evitargli un’emozione più acuta, lo salutai un’ora prima della sua partenza, alle dieci della sera, jeri.
Era così buono e così schiettamente onesto.
Avevamo studiato insieme.
Caro Maestro
Una stretta di mano
suo
A. Boito

Il 15 aprile: «Caro Maestro. Il povero amico è perduto. Non c’è più speranza di salvarlo. È meglio morire.» Verdi risponde il 17 aprile: «Pur troppo è inutile ora ogni parola. Meglio è morire!».
Il 3 ottobre, Boito: «Questo mondo è un ammasso di tristezze, le condizioni del nostro amico si fanno sempre più fatali, il vecchio padre minaccia di andarsene, è malatissimo... Vediamo di star sani, Caro Maestro, più che possiamo e di dimenticare la vita lavorando.»
6 ottobre, Verdi: «Quel povero Faccio! Non è passato un’anno da quando venne quì, e, passeggiando sul tardi in giardino, le dissi parole franche, sincere, e forse anche un po’ dure, che ora mi rimprovero... Mondo ladro!...».

[...] La vicenda materiale di Falstaff è a lieto fine. L’opera fu completata nell’autunno 1891 e dopo pochi aggiustamenti andò in scena nel febbraio 1893. E anche quella di Faccio, nella sua tristezza, ha un colore di lieto fine, al termine della lunga malattia.

24 luglio 1891
Caro Maestro.
Tutto è finito. L’amico riposa in pace ed è rientrato nella eterna normalità delle anime e delle cose. Non poteva guarirlo che la morte e la morte lo ha veramente guarito. Su quel viso, dopo la vita, ricomparve la nobile espressione della ragione umana.

[...] Lieto fine e grande accoglienza, alla prima e alle riprese. Ma non un trionfo vero e proprio. Julian Budden ha sintetizzato così l’accoglienza: «non divenne mai un successo popolare».
[...] Perché l’opera ha una trama, uno svolgimento, ci racconta una storia; d’accordo. Ma l’umorismo di Falstaff è anche nel fatto che l’opera è un bagaglio di citazioni da tutto il repertorio operistico (Verdi compreso). Nel distaccarsi dal mondo teatrale e nell’erigere a questo mondo un monumentum aere perennius.
Falstaff non è ovviamente solo questo; ma dell’altro, della sua vitalità, della sua fattura squisita, lo spettatore si accorgerà da sé, mentre lo guarda. A noi preme sottolineare la sua natura moderna, la sua natura metafisica, anzi, meta-operistica: è un’opera che parla di opera. Riassume e ingloba l’opera dell’Ottocento in un tessuto nuovo e moderno.
Don Pasquale, Don Giovanni, I maestri cantori, Un ballo in maschera, Simon Boccanegra, Il trovatore... Ariosto quando sta per arrivare in porto passa in rassegna tutti i letterati del tempo; l’ultima opera di Verdi si fa tenere compagnia dalle sue illustri consorelle.
[...]Non basta. Ci sono allusioni e giochi sulla natura stessa del discorso musicale.
La musica tonale si articola semplicemente: da un accordo si va a un altro, è tutto un passare di energia che ora si potenzia ora si placa. Queste articolazioni si chiamano cadenze. E i modi di dire musicali come «Reverenza» o «Povera donna» sono nient’altro che delle cadenze sottolineate, ora al loro posto, ora incongrue. Dunque l’umorismo, il distacco, riguarda proprio gli elementi costitutivi della comunicazione musico-drammatica.
E poi, l’inizio e la fine. La prima scena, dall’ingresso all’uscita del dottor Cajus, come è ormai patrimonio comune degli studiosi, è un primo movimento di sonata, con tanto di primo e secondo tema; finisce con un «Amen» cantato dai ribaldi Bardolfo e Pistola: con «Amen» Verdi finiva quasi tutte le sue lettere.
Alla fine, invece, il solito coro di giubilo e di riconciliazione viene “deformato”, come si è visto, in una fuga. Questa però avrebbe dovuto essere «buffa»: una metafora degli affanni e del rincorrersi durante la vita per poi raggiungere la conclusione che tutti, in fondo, sono gabbati. E in questo non c’è niente di male, nel terminare tutti insieme in un’ultima cadenza.

Falstaff mostra quanto sia operistica l’opera; e quanto l’opera sia umana. È un discorso sul teatro. Il teatro ai tempi dei Greci aveva una funzione educativa. E Falstaff insegna quanto sia opportuno essere indulgenti nei confronti della natura umana.
L’insegnamento non è solo che «tutto nel mondo sia burla», ma che, shakespearianamente, tutto il mondo è teatro. Il teatro rappresenta la parte migliore, immortale, di quello che per sua natura (l’uomo) è transeunte. Falstaff è un’opera umanistica, dunque, nel migliore dei sensi. Gli umanisti edificavano in un’epoca di guerre e fame edifici che nelle proporzioni riproducevano la natura umana idealizzata. Verdi non credeva che l’uomo fosse migliore di quello che aveva disegnato con pessimismo nei cinquant’anni precedenti, tutt’altro. Ma alla tolleranza, all’indulgenza, allo smascheramento dei vizi – a un’innocua trama di un grassone burlato – affidava un estremo e vivido messaggio di speranza.»
postato da GiacominoLosi | 21:53 | commenti (7)
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giovedì, 04 dicembre 2008
 

Si parva licet

Rossini a Roma si faceva fare la barba tutte le mattine dalla stessa persona. Un giorno il barbiere gli dice: «Maestro, ci vediamo a teatro stasera.» «Come a teatro?!» «Sì, si prova la vostra opera e io sono il primo clarinetto.» Rossini rabbrividì al pensiero di aver potuto maltrattare, non l'avesse saputo, un uomo che tutte le mattine gli portava una lama alla gola.
Lo stesso capita a me. Scelgo accuratamente il barbiere di vecchi del posto, scalcinato e solo, alle due e mezza del pomeriggio. È campano, sento, senza por tempo in mezzo mi fa accomodare, due parole e brandisce le accette del mestiere - da come le manovra pare il Paul Bunyan dei barbieri. Pensando al mio barbiere di vecchi a Cardenza mi viene il magone... spero che mi parli, e ciurli nel manico. E infatti:
- Hai visto sti cavolo di zingari al Casiline sembra che so' morti di fame e invece so' ppieni 'e soldi.
- No.
Non dico altro. Dovrei tuonare e dirgli di vergognarsi, vecchio idiota. Ma mi guardo nello specchio e mi vedo con mezza testa tagliata. Niente da fare, Rossini aveva ragione.
postato da GiacominoLosi | 14:06 | commenti (5)
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martedì, 18 novembre 2008
 

Dubbi (e memorie per servire alla storia dei nostri tempi)

Scambio epistolare, tolto dal vero.

Cari amici, Vi ricordo la manifestazione dell'Università e della Ricerca prevista per venerdì 14 a Roma: perché quello all'istruzione rimanga un diritto, non un privilegio. Spero di incontrarvi tutti!
Giulia.

Ciao Giulia, confesso che la tua mail mi fa pensare e ripensare alle motivazioni per cui ho deciso che, con tutta probabilità, non ci sarò. Ma è difficile riassumerle in una lettera; ho le mie idee su come è stato depredato il sacrosanto diritto allo studio! Comunque ti ringrazio molto, e in tutta l'estensione del termine un caro saluto.

*****
Dialogo tra due quarantenni, tolto dal vero. - Buongiorno, noi ci conosciamo!
- Come no! Come mai qui all'Istituto?
- Avevo da fare delle ricerche. Ma mi riconosci?
- Non sei S***?
- No, no, io sono G***, adesso sono ricercatore a Crotone.
- Ah, congratulazioni; ti avevo scambiato per un altro degli allievi di B., non ci vediamo dai tempi dell'Università...
- E questa giovane fanciulla?
- È un'italianista, in verità. Deve fare delle ricerche musicologiche.
- Ah, italianista, dunque è un grado inferiore al nostro. Ah ah.
- Ah ah.
- E tu hai tempo per fare le ricerche?
- Io? no, sai, il lavoro... e tu?
- Eh, sai, gli studenti...però dovevo curare gli atti di un convegno, avrei una monografia in cantiere... ma gli esami, le tesi, i ricevimenti, i comitati...
- Eh, lo so. Dunque, carissimo, piacere di averti incontrato.
- Il piacere è mio, caro, a presto.
(una volta uscito, l'altro si volta verso la ragazza)
- Questo non lo conosci? che adesso è tutto brizzolato, compito, in giacca? questo è un ex portaborse di B. Eh, mi ricordo bene. Ma gli faceva tutto, le fotocopie, gli esami, le lezioni. Era anche bravino, ma se lo vedevi allora, tutto sudato, era il suo scendiletto, stava tutto il giorno in Facoltà...

*****

Inizio di una conferenza di un professore ordinario, tolto dal vero.

- Comincio col dire che oggi mi ritengo scioperante, in quanto non sto esercitando un'attività didattica ma solo partecipando a un convegno; e partecipo al convegno e porto i frutti della mia ricerca perché si veda quanto noi docenti siamo fannulloni.

*****

Altro scambio di lettere, tolto dal vero.

Cara A.
io non mi metterò mai dalla stessa parte della barricata con i professori e gli ex sessantottini che hanno fatto scempio dell'università italiana. Non farò mai la carne da cannone.
L'università è stata annientata da loro e poi da Berlinguer. Ecco la verità. Al massimo mi prendo la mia borsa di cinque mesi. Ma io dalla stessa parte di certa gente non mi ci metto.
Mille Berlusconi ci vorrebbero, per certa gente. Anzi centomila Gelmini e duecentomila Moratti. E non dire che sono qualunquista, io soffro anche solo a pensare a certe cose, e ci penso tutti i giorni. Mi hanno tolto quello a cui tenevo di più, i sogni di poter lavorare onestamente e fare quello che amavo, non li posso e non li potrò mai perdonare per questo. E ci penso dal dicembre 2001. I sogni di quando avevo ventisette anni non me li ridà nessuno. Li odio con tutte le mie forze, e il fatto che debba scenderci talvolta a patti mi fa odiare anche un po' me stesso.


Caro D.
Sì, infatti, non sono d'accordo con te e non ti dirò che sei qualunquista, anche se, francamente, leggendo quello che hai scritto è molto difficile non usare quella parola.
Ora ho poco tempo (l'aereo parte tra qualche ora) e forse non è neanche il caso di discutere via mail di queste cose. Ma due cose vorrei dirtele.
Condivido gran parte di quello che dici sugli ex-sessantottini, su Berlinguer e il resto (mettiamoci pure Mussi!) e capisco i tuoi sentimenti che spesso sono anche i miei ma non è questo il punto. Il punto è che nelle tue analisi si gioca sempre la partita col resto del mondo, stai sempre a fare l'elenco dei buoni e dei cattivi, a recriminare, mentre in questo caso, come in molti altri, bisognerebbe mettere da parte queste cose e valorizzare dei principii di portata generale, ovvero che l'università e la ricerca sono cose importanti e da salvaguardare. Punto. Che poi il sistema faccia schifo, che tanti professori sono delle merde, non c'entra niente in questo momento. In questo momento serve dire che non si possono fare politiche qualunquiste dicendo che si abbassa o elimina l'ICI e poi tagliare i soldi alla scuola pubblica. Sono politiche culturali da terzo mondo, non da paese europeo. E poi scusa, ma che all'univerisità ci sono solo i baroni? Quei poveracci di ricercatori che fanno ricerche serie a 1200 euro al mese dove li metti? Tutta la gente che sgobba dalla mattina alla sera per due lire e che ora è senza prospettive dove la metti? Cosa sono? solo poveri stronzi?
Boh, non ti capisco. Mi verrebbe da dirti "Esci da Frittole", non puoi recriminare ogni volta e per ogni cosa il fatto che non riesci a fare il [...] come vorresti, il direttore del Musikverein e il professore ordinario! Ma veramente pensi che sia stata l'università o il conservatorio a portarti via i tuoi sogni? O piuttosto non è stata semplicemente la vita, le tue scelte, punto e basta. Come accade a tutti, per mille ragioni diverse. Esistono dei valori e dei principii che vanno al di là della tua storia. Vorrei che ogni tanto ti guardassi intorno. Tutto qua.
postato da GiacominoLosi | 08:37 | commenti (5)
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