passoscuro

   apoditticamente scorretto


venerdì, 25 settembre 2009
 

Incontri ravvicinati per l'ispettore Mortacci

Il supermercato aveva cominciato allora allora a scaricare la merce: cassette di ogni dimensione, ma parallelepipede, inghiottite da carrelli tonanti. L'ispettore Mortacci era in incognito, come sempre, e aveva una nuova identità: sui suoi documenti figurava il nome «Mortacci Ernesto». Questo perché l'ispettore Mortacci si chiamava in realtà Mortalli, ma fin da piccolo l'avevano sempre chiamato Mortacci. E allora, co' n'arzata de 'ngeggno, aho', er capitano 'a sapeva lunga, l'identità fornitagli era stata «Mortacci». Così da nun confonnelo, pensava. Ma si sentiva ugualmente confuso, forse perché erano le sei di mattina e il cappuccino gli subbugliava in pancia. Un professore canadese aveva detto che una banda di templari (o erano rosacroce) satanisti e laziali aveva preso di mira la città santa. Dal punto A in cui si raccoglieva l'energia (identificato da una scritta in caratteri cuneiformi che parevano formare la scritta «puppa») si sarebbe scatenato un flusso, una corente, una ggigantesca sciorta, 'nzomma, come quella che si sentiva formare piano piano. E mo' 'ndo' la faccio? si chiese, mentre ripeteva la storia: flussi di energia negativa che si sarebbero ripercossi (o ripercuotuti) sulla facciata dell'osteria diventata laungebbare per poi amplificarsi e oltrepassare il Tevere fino a incidere sulla facciata di San Pietro un aquilotto rovesciato. O forze no, ma nun m'aricordo. E pe sta cazzata m'hanno fatto vestì da barbone, penzava Mortacci, er tempo passava e lui si era libberato ner vicoletto dietro al supermercato. Si stava rimettendo su i carzoni, quando un bimbominchia su una Ligier metallizzata manca poco lo 'nfrocia. «A stronzetto, a fijo de 'na bocchinara», gli urlò Mortacci, impossibilitato a seguirlo dai calzoni calati. Maledetta sciolta. Altrimenti, sinnò, lo corcava e je la riduceva a un dindarolo, sta machina der cazzo. Era colpa della maggnata di ieri, quando davanti a una puntata di Doraemon si era cucinato la sua famosa ricetta: facioli all'ucelletto alla Mortacci.

2 scatole di fagioli col tonno del discount, scadenza 2006

1 capa d'aglio

1/2 bicchiere di Tavernello bianco

1 striscetta di lardo

sale, pepe, salvia, finocchietto selvatico q.b.

Il segreto della ricetta era portare lentamente il fagiuolo e il tonno ad amalgamarsi perfettamente in una crema omogenea, grazie al vino e al lardo che si squagliavano insieme ad essi. E in un solluchero di gusto e di nari aperte a inspirare l'afrore penetrante del piatto, portare ad ebollizione il tutto e poi versarlo sulla coda del gatto di casa. Divertimento assicurato. Si chiamavano all'ucelletto perché era uno scherzo del cazzo. Ah ah ah, rise dentro di sé Mortacci. Che però poi si era sbafato l'antra scatoletta accompagnata da una boccia di vodka alla liquirizia rimasta da un furto al supermercato Sisa di San Vito lo capo nel 1993 (nun c'erano mai arivati a capì che era stato lui). Le nuvole s'addenzavano, intanto, er momento della sciorta, quella dei satanisti, doveva arivà entro un paro de minuti. Mortacci alzò la testa e venne centrato da un calcio nei coglioni a tradimento. «Chi è la bocchinara? a barbone de mmerda, bocchinara ce sarà tu'madre, mo' te bbruciamo, a stronzo, a frocio, rivattene in Romania», era ovviamente il bimbominchia tornato cor cuggino Pierluca, iscritto fuori corso dal 1989 ar San Giuseppe De Merode. A san Giusè, perché te rode?, venne in mente a Mortacci, prima che uno svenimento pietoso gli impedisse di sentire i calci allo sterno e di avvertire la benzina che gli colava sui vestiti.

Lo salvò, provvidenzialmente, l'arrivo dell'astronave aliena, che mise in fuga la popolazione e rapì Mortacci in un raggio di luce. Vista però l'impossibilità di tracciare du' cerchi ner grano e de costruì 'na piramide, perché 'a piramide a Roma ggià ce stava, ricordava Mortacci qualche giorno dopo con compiacimento ar capo suo, l'avevano rideposto davanti alla questura der Colleggio Romano. Er capo diceva sì, sì, e intanto penzava: sto 'mbriaco prima o poi s'o leveremo da li cojjoni? A prossima vorta je faccio perquisì da solo un campo nomadi. Mortacci, ridivenuto Mortalli, cioè Mortacci, si avviò dolorante verzo casa. Quanto so' gajjardo, penzava, stavorta è la siconna che je porto li marziani come giustificazzione, mo' ciò la giornata libbera, me carico 'na strappona su'a Salaria e m'ascorto la mia musica preferita. E arzò 'r volume:

Tu e le tue amiche

ciavete rotto

siete voi, siete voi

che avete capito tutto...


Oh yeah.

postato da GiacominoLosi | 08:06 | commenti (17)
ispettore mortacci


venerdì, 17 aprile 2009
 

L'ispettore Mortacci al cospetto di Sua Maestà

Ovviamente pioveva. L'ispettore Mortacci non dovette nemmeno sollevare la tapparella per saperlo, sentiva le gomme delle macchine alzare l'acqua dall'asfalto. E poi la tapparella manco c'era. Cominciava a capire perché tanti Inglesi di genio avessero lasciato la patria, Lawrence d'Arabia, Stan Laurel, Richard Benson. Aveva ancora i fianchi doloranti dal giorno prima, quando aveva incontrato una banda di pischelli giamaicani e aveva sentito che ridevano. Non aveva capito cosa dicessero, ma aveva replicato per sicurezza «tu' madre fa le pompe». Loro invece dovettero capire perfettamente, perché lo avevano corcato per cinque minuti d'orologio. Bendato alla bell'e meglio, sbirciò dietro le tende zozze la casa che doveva tenere d'occhio. Dall'Italia l'avevano mandato a stroncare un traffico di figurine di calciatori degli anni Ottanta, che dietro i lineamenti innocui di Beardsley e Lineker nascondevano cocaina purissima. Mah. A lui pareva una stronzata. L'aveva anche detto. «E se era una cosa seria ce mannavamo a te?», gli era stato risposto. Le loro madri facevano le pompe, e sentì una fitta, mentre cercava di colpire al volo lo scarafaggio di casa con una all star. Lo scarafaggio fu mancato per buoni dieci centimetri, ma svenne per il fetore e fu giustiziato da Mortacci con una raccolta dei suoi 45 giri preferiti. Sorrise, ringraziandosi per l'idea di esserseli fatti spedire a spese della polizia raggirando la dogana. Ma non sempre un grande stratega viene premiato dai fatti: dopo l'evento rimase un alone brunito su «Chicchicchì coccoccò». Maledizione, pensò, accendendosi una sigaretta.
Le ore passavano troppo lente, nella casa di fronte non succedeva nulla, a parte che l'occupante principale aveva coperto la finestra con una gigantografia di Brio con scritto «fuck off». Non capì se si stava riferendo a Brio, a lui stesso, oppure era una sottile allusione al traffico di figurine. Si trovava d'accordo con le tre ipotesi. Accese un porno scaricato da internet, ma gli dava fastidio l'audio sfalsato: i gemiti di lei cadevano sempre sulla bocca aperta di lui, e questo gli instillava un senso di insicurezza. Ma ecco cosa poteva svoltargli la giornata, mentre spargeva fogli di giornale sulla moquette per non entrare in contatto con gli acari, un bel pranzetto. Aveva in mente una ricetta anglo-italiana, come il torneo che ci partecipava la ladzie tanti anni fa, ah no, quella era la mitropa, anzi manco quella. Si ricordava il primo giorno che era arrivato a Victoria, che era entrato in un ristorante italiano dopo neppure cinque minuti dall'arrivo, e aveva ordinato «canelloni alla ammatriciana». Ora non era più così ingenuo. Gli prese voglia di trascrivere la ricetta che stava per fare, aho', magari me faccio ricco, si disse:
1 scatola di fagioli al sugo
2 toast
350 g fusilli del discount
67 g stilton andato a male
4 cavoletti di bruxelles
2 ali di pollo fritto dagli indiani di fronte, disossate
sale q.b.
Mise l'acqua sul fuoco e tutto il resto nel microonde. Aspettò che bollisse l'acqua e invertì le due posizioni. Poi si andò a fare la doccia. Tornato, fischiettando «ciumachella de Trastevere», vide che dalla casa di fronte stavano caricando dei pacchi in un furgone. Cazzo, mo' li becco. Si dileguò per riapparire vestito solo di un asciugamano in mezzo alla strada. Si avventò contro un omino in rosso. Con un destro al mento lo mannò giù a quattro di bastoni. Sto fijo de 'na miggnotta. Che te strilli, e si avventò ancora sull'ometto, dandogli un calcio. Si mise a armeggiare attorno al pacco. Che cazzo era? mutande, lenzuola, reggiseni... non seppe mai che era semplicemente il trasloco della vecchia del piano di sopra, perché nel frattempo dalla porta uscì il suo sorvegliato speciale e lo stordì con una chiave. Inglese. Per l'appunto.
Risolte alcune formalità con l'ometto dei traslochi e la giustizia britannica, tornò a casa. Trovò il microonde fuso, il gas aperto, e la sua senape Heinz usata per scrivere sul muro «Mortacci sucks». Aho', stava diventando famoso. Ciavete strizza, eh? Sorrise, e riaccese il porno abbassando il volume al minimo.
postato da GiacominoLosi | 22:53 | commenti (7)
roma, gelb, ispettore mortacci


domenica, 04 gennaio 2009
 

Il ritorno dell'ispettore Mortacci

Il telefono squillò e lo distolse dalla sua occupazione preferita. Prima di andare a dormire aveva messo Se questo fosse vero amore dei Ragazzi italiani, ma al contrario, sicuro di scoprire un messaggio satanico. Non riuscì che a sentire dei fruscii incomprensibili, schiocchi, miagolii, sussurri, e poi in mezzo parole strane, discorsi senza senso, e poi di nuovo gemiti, gemiti sempre più forti. Si accorse che aveva collegato male l'amplificatore, non allo stereo ma alla televisione; SkyAffamelo24 su cui era sempre sintonizzato stava trasmettendo la scena più importante di Moana e Cicciolina ai mondiali. Povera Moana, pensò, la faranno rivivere in un film, interpretata da una senza tette. Che schifo. Ma tanto non è morta. Nun pò fini' così, nun deve finì così. È in Islanda a sorvegliare i geyser. È in Brasile con Jim Morrison e Elvis. È Claudio Baglioni. Travolto dai ricordi stava per mettere lo slow motion per apprezzare la scena insieme al sosia di Klinsmann quando, appunto, squillò il telefono.
- Ispettore Mortacci, squadra anticrimine. Che cazzo vuoi a quest'ora? Ah. Sì. Capisco. Alla Stradale non c'è l'anticrimine.Sì, sono solo le otto. Le nove, che differenza fa. D'accordo, arrivo.
Cazzo di un cazzo. Di un cazzo. Corse a farsi la barba. Non avrebbe mai voluto tornare in pista. Ma avevano bisogno di lui, i suoi ragazzi. Da quando era alla Stradale aveva visto il mondo sotto un altro aspetto, perfino i Chips gli erano stati di giovamento. Poncharello, cretino, non sparare alle gomme attraverso il parabrezza, si era sorpreso a dire. Ma la vita non era mai abbastanza tranquilla. Avrebbe voluto dedicarsi ai suoi passatempi. Cucinare con la marijuana sequestrata, per esempio, adoperandola al posto dei broccoletti.
La ricetta era pronta, facile. Pizza bianca del fornaro, 200g. Ricotta di pecora, 80g. Tempo di preparazione: distrazione del fornaro mentre gli rubi dal frigo a parete una Baffo d'oro, cinque secondi. Fuga perché quella stronza della sora Gina se ne accorge e fa la spia, mezzo minuto. Scuse e tentativo di farlo passare per uno scherzo, mezz'ora. La consistenza però cambiava troppo rispetto ai broccoletti. E il sapore, dio mio, il sapore. La lingua felpata. Maledetto mestiere. Storse il naso, e si tagliò con la lametta. Maledetto mestiere. Er Zorcio era tornato in pista. Er Caccola aveva seguito er Zorcio. I tentativi di sgominare la banda togliendo loro i punti dalla patente si era rivelato inutile. Espellerli facendoli passare per senegalesi, controproducente. Additarli come laziali. Ecco. L'avrebbe detto al capo della Mobile.
Corse giù per le scale, a perdifiato, troppo a perdifiato, finché fu in cantina. Dovette risalire di un piano e si ritrovò fuori. Nella realtà. Al Quartaccio. Gli era sempre piaciuto quel quartiere. Avrebbe potuto vivere a Collina Fleming, ma preferiva lo stile IACP 1980. Quelle linee sobrie. Quei cortili pieni di calcinacci. Quelle macchine bruciate ogni trecento metri. Quei ragazzini del cazzo che gli facevano esplodere i raudi tra i piedi chiamandolo «guardia der cazzo». Quegli scherzi come fargli trovare solo le ruote del motorino applicate a un triciclo. La mia cazzo di città, il mio fottutissimo quartiere. Io amo questo posto.
- Sei in ritardo, Morta'.
- Tranquillo, Paride, mo' ce penso io.
Si mise il grembiule. Forze, si disse, ce metto davero li bbroccoletti. Senza manco la pizza. Fortuna che mi' cognato fa 'r verduraro. Cominciò a servire i clienti. E rubbo pure de meno sur peso, disse ar Caccola, che era venuto a cojonallo. Ma dentro di sé pensava: prima o poi te ribbecco. T' aripijo. Prima o poi.
Famo poi, concluse.


giovedì, 29 novembre 2007
 

Appunti per un poliziesco di successo

L’ispettore Mortacci si sedette sulla sua poltrona Ikea, esausto. Gli rodeva il chiccherone di non aver insistito nell’interrogatorio der Zorcio, perché c’era qualcosa che non tornava. Si versò un bicchiere di scotch. Beveva solo single malt da quando aveva visto la pubblicità dei blended tipo il Ballantine e il Lipton Ice Tea. Si versò un secondo bicchiere. Continuò a pensare all’alibi der Zorcio e der Pappagallo, incessantemente. C’era qualcosa che non andava, e che quindi non tornava. Si accorse che il Pappagallo era solo il nome di un bar, e non aveva bisogno di alibi. E che in realtà si era abbioccato. Sentiva dentro di sé una rabbia impetuosa montare contro quella giornata.

Accese lo stereo, si versò un terzo bicchiere, contemporaneamente cominciò a leggere un libro che gli era sempre piaciuto, cominciò a cucinare, e si accese lo stereo. L’aveva già acceso, ma meglio rincarare la dose. Che disco ascoltare? L’altro giorno, in un negozio a Centocelle tenuto da un vecchietto marxista-leninista e tabagista, aveva comprato due vinili. Nessuno comprava più vinili in quel negozio. Non si capiva perché il vecchio continuasse a tenerlo aperto. Forse si sarebbe dovuto abbatterlo. Dei due dischi (aho’, che ficata, si era detto quando li aveva strappati dalle mani tremanti del vecchio a tre euri e ce stai largo) il primo era degli Spud Webb, una miscela dura di garage rock, musica industriale e liscio, di cui ricordava fin da quando era pischello il loro successo, Ain’t gonna u to be mine or u’re graffing sick to me ’n’ all other guys, o qualcosa del genere, un pezzo stupendo su testo di Faulkner (o forse no).

Mise però il secondo sotto la puntina. Cominciò a canticchiare mentre cucinava.

 

A volte sono un bastardo a volte un buono

a volte non so neppure come io sono

mi piace qualunque cosa che è proibita

ma io vivo le cose semplici, vivo la vita…

ivo la vita

ivo la vita

ivo la vita

 

diede una pizza al giradischi. Schizzi di sugo disegnarono traiettorie ardite nel vento, come i gabbiani in Ti avrò di Ruggeri, e il vinile si disincantò. Stava cucinando un’antica ricetta, i fusilli der refettorio. Non era facile trovare gli ingredienti. Lui, per esempio, si faceva arrivare i fusilli direttamente dalla Francia, i Barilla da esportazione, le torsades. Solo quelli riuscivano a scuocersi in un secondo, li assaggiò soddisfatto, già ridotti in pappa. Poi aprì una scatola di pelati Doria, e li buttò direttamente nel cesso. A quel punto mise la latta (rigorosamente da 800 grammi, non bisognava fare gli avari) sotto il rubinetto. Si sentiva un cerusico resuscitato secoli dopo. Riempì a metà la latta vuota, cimbe natanti di pelato corevano corevano sotto il getto. Scolò la pasta e la condì.

Sentì un rumore, e vide una sagoma dietro la tenda. Sangue freddo, ispetto’ – si disse. Si avvicinò con un movimento repentino, saltando il divano solo all’ultimo momento. E prese per l’orecchio un delinquentello zingaro di sua conoscenza. Sto fijo de ‘na mignotta, gli disse. Che ci faceva? ma quello non capiva, e rispose qualcosa che manco l’ispettore capì. Lo zingaro provò ad ammollaje un destro, l’ispettore parò e gli fece «ma te ne voi annà a ffanculo?», gettandolo dalla finestra.

Si sentiva vecchio e stanco. Manco aveva provato ad arrestarlo. Tatiana se n'era andata di casa, le altre sue amanti avevano quarant'anno pe ggamba o chiedevano due piotte cor guanto, la vita era quello che era. Aprì per consolarsi un libro che gli era sempre piaciuto, sottovalutato, secondo lui, da critica e pubblico. Ma a lui piacevano gli outsider, forse perché lui stesso era un outsider - si chiese se anche Italsider si pronunciasse Italsaider mentre sfogliava le prime pagine di Anima mundi, perdendosi nella lucente prosa della Tamaro come nel labirinto di Hampton Court o nei sensi unici del Prenestino. Cominciò a mangiare, versandosi un terzo (o quarto?) bicchiere di whisky. Pensando al caso, mangiando la pasta oramai fredda, si accorse che er Zorcio non c'entrava nulla. E che lui, cazzo, s'era scordato er zale.

postato da GiacominoLosi | 07:49 | commenti (76)
gelb, ispettore mortacci