passoscuro

   apoditticamente scorretto


venerdì, 17 aprile 2009
 

L'ispettore Mortacci al cospetto di Sua Maestà

Ovviamente pioveva. L'ispettore Mortacci non dovette nemmeno sollevare la tapparella per saperlo, sentiva le gomme delle macchine alzare l'acqua dall'asfalto. E poi la tapparella manco c'era. Cominciava a capire perché tanti Inglesi di genio avessero lasciato la patria, Lawrence d'Arabia, Stan Laurel, Richard Benson. Aveva ancora i fianchi doloranti dal giorno prima, quando aveva incontrato una banda di pischelli giamaicani e aveva sentito che ridevano. Non aveva capito cosa dicessero, ma aveva replicato per sicurezza «tu' madre fa le pompe». Loro invece dovettero capire perfettamente, perché lo avevano corcato per cinque minuti d'orologio. Bendato alla bell'e meglio, sbirciò dietro le tende zozze la casa che doveva tenere d'occhio. Dall'Italia l'avevano mandato a stroncare un traffico di figurine di calciatori degli anni Ottanta, che dietro i lineamenti innocui di Beardsley e Lineker nascondevano cocaina purissima. Mah. A lui pareva una stronzata. L'aveva anche detto. «E se era una cosa seria ce mannavamo a te?», gli era stato risposto. Le loro madri facevano le pompe, e sentì una fitta, mentre cercava di colpire al volo lo scarafaggio di casa con una all star. Lo scarafaggio fu mancato per buoni dieci centimetri, ma svenne per il fetore e fu giustiziato da Mortacci con una raccolta dei suoi 45 giri preferiti. Sorrise, ringraziandosi per l'idea di esserseli fatti spedire a spese della polizia raggirando la dogana. Ma non sempre un grande stratega viene premiato dai fatti: dopo l'evento rimase un alone brunito su «Chicchicchì coccoccò». Maledizione, pensò, accendendosi una sigaretta.
Le ore passavano troppo lente, nella casa di fronte non succedeva nulla, a parte che l'occupante principale aveva coperto la finestra con una gigantografia di Brio con scritto «fuck off». Non capì se si stava riferendo a Brio, a lui stesso, oppure era una sottile allusione al traffico di figurine. Si trovava d'accordo con le tre ipotesi. Accese un porno scaricato da internet, ma gli dava fastidio l'audio sfalsato: i gemiti di lei cadevano sempre sulla bocca aperta di lui, e questo gli instillava un senso di insicurezza. Ma ecco cosa poteva svoltargli la giornata, mentre spargeva fogli di giornale sulla moquette per non entrare in contatto con gli acari, un bel pranzetto. Aveva in mente una ricetta anglo-italiana, come il torneo che ci partecipava la ladzie tanti anni fa, ah no, quella era la mitropa, anzi manco quella. Si ricordava il primo giorno che era arrivato a Victoria, che era entrato in un ristorante italiano dopo neppure cinque minuti dall'arrivo, e aveva ordinato «canelloni alla ammatriciana». Ora non era più così ingenuo. Gli prese voglia di trascrivere la ricetta che stava per fare, aho', magari me faccio ricco, si disse:
1 scatola di fagioli al sugo
2 toast
350 g fusilli del discount
67 g stilton andato a male
4 cavoletti di bruxelles
2 ali di pollo fritto dagli indiani di fronte, disossate
sale q.b.
Mise l'acqua sul fuoco e tutto il resto nel microonde. Aspettò che bollisse l'acqua e invertì le due posizioni. Poi si andò a fare la doccia. Tornato, fischiettando «ciumachella de Trastevere», vide che dalla casa di fronte stavano caricando dei pacchi in un furgone. Cazzo, mo' li becco. Si dileguò per riapparire vestito solo di un asciugamano in mezzo alla strada. Si avventò contro un omino in rosso. Con un destro al mento lo mannò giù a quattro di bastoni. Sto fijo de 'na miggnotta. Che te strilli, e si avventò ancora sull'ometto, dandogli un calcio. Si mise a armeggiare attorno al pacco. Che cazzo era? mutande, lenzuola, reggiseni... non seppe mai che era semplicemente il trasloco della vecchia del piano di sopra, perché nel frattempo dalla porta uscì il suo sorvegliato speciale e lo stordì con una chiave. Inglese. Per l'appunto.
Risolte alcune formalità con l'ometto dei traslochi e la giustizia britannica, tornò a casa. Trovò il microonde fuso, il gas aperto, e la sua senape Heinz usata per scrivere sul muro «Mortacci sucks». Aho', stava diventando famoso. Ciavete strizza, eh? Sorrise, e riaccese il porno abbassando il volume al minimo.
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roma, gelb, ispettore mortacci


domenica, 04 gennaio 2009
 

Il ritorno dell'ispettore Mortacci

Il telefono squillò e lo distolse dalla sua occupazione preferita. Prima di andare a dormire aveva messo Se questo fosse vero amore dei Ragazzi italiani, ma al contrario, sicuro di scoprire un messaggio satanico. Non riuscì che a sentire dei fruscii incomprensibili, schiocchi, miagolii, sussurri, e poi in mezzo parole strane, discorsi senza senso, e poi di nuovo gemiti, gemiti sempre più forti. Si accorse che aveva collegato male l'amplificatore, non allo stereo ma alla televisione; SkyAffamelo24 su cui era sempre sintonizzato stava trasmettendo la scena più importante di Moana e Cicciolina ai mondiali. Povera Moana, pensò, la faranno rivivere in un film, interpretata da una senza tette. Che schifo. Ma tanto non è morta. Nun pò fini' così, nun deve finì così. È in Islanda a sorvegliare i geyser. È in Brasile con Jim Morrison e Elvis. È Claudio Baglioni. Travolto dai ricordi stava per mettere lo slow motion per apprezzare la scena insieme al sosia di Klinsmann quando, appunto, squillò il telefono.
- Ispettore Mortacci, squadra anticrimine. Che cazzo vuoi a quest'ora? Ah. Sì. Capisco. Alla Stradale non c'è l'anticrimine.Sì, sono solo le otto. Le nove, che differenza fa. D'accordo, arrivo.
Cazzo di un cazzo. Di un cazzo. Corse a farsi la barba. Non avrebbe mai voluto tornare in pista. Ma avevano bisogno di lui, i suoi ragazzi. Da quando era alla Stradale aveva visto il mondo sotto un altro aspetto, perfino i Chips gli erano stati di giovamento. Poncharello, cretino, non sparare alle gomme attraverso il parabrezza, si era sorpreso a dire. Ma la vita non era mai abbastanza tranquilla. Avrebbe voluto dedicarsi ai suoi passatempi. Cucinare con la marijuana sequestrata, per esempio, adoperandola al posto dei broccoletti.
La ricetta era pronta, facile. Pizza bianca del fornaro, 200g. Ricotta di pecora, 80g. Tempo di preparazione: distrazione del fornaro mentre gli rubi dal frigo a parete una Baffo d'oro, cinque secondi. Fuga perché quella stronza della sora Gina se ne accorge e fa la spia, mezzo minuto. Scuse e tentativo di farlo passare per uno scherzo, mezz'ora. La consistenza però cambiava troppo rispetto ai broccoletti. E il sapore, dio mio, il sapore. La lingua felpata. Maledetto mestiere. Storse il naso, e si tagliò con la lametta. Maledetto mestiere. Er Zorcio era tornato in pista. Er Caccola aveva seguito er Zorcio. I tentativi di sgominare la banda togliendo loro i punti dalla patente si era rivelato inutile. Espellerli facendoli passare per senegalesi, controproducente. Additarli come laziali. Ecco. L'avrebbe detto al capo della Mobile.
Corse giù per le scale, a perdifiato, troppo a perdifiato, finché fu in cantina. Dovette risalire di un piano e si ritrovò fuori. Nella realtà. Al Quartaccio. Gli era sempre piaciuto quel quartiere. Avrebbe potuto vivere a Collina Fleming, ma preferiva lo stile IACP 1980. Quelle linee sobrie. Quei cortili pieni di calcinacci. Quelle macchine bruciate ogni trecento metri. Quei ragazzini del cazzo che gli facevano esplodere i raudi tra i piedi chiamandolo «guardia der cazzo». Quegli scherzi come fargli trovare solo le ruote del motorino applicate a un triciclo. La mia cazzo di città, il mio fottutissimo quartiere. Io amo questo posto.
- Sei in ritardo, Morta'.
- Tranquillo, Paride, mo' ce penso io.
Si mise il grembiule. Forze, si disse, ce metto davero li bbroccoletti. Senza manco la pizza. Fortuna che mi' cognato fa 'r verduraro. Cominciò a servire i clienti. E rubbo pure de meno sur peso, disse ar Caccola, che era venuto a cojonallo. Ma dentro di sé pensava: prima o poi te ribbecco. T' aripijo. Prima o poi.
Famo poi, concluse.


venerdì, 04 luglio 2008
 

Rebuses

integrale DI Kalì F ano
Kitty si NCU la
G recò D IT ufo
Pappa P pero
AB bona mento IN tribù NA TE vere
Bell astro NZA
la zio IN b
Farsi lese GHE CON le pile DI
RE Vivaldi gaz EBO
RO marò! mar om A
PAR lardi cere TTE DI show PING Edi ciclo
scia M Po AN tifo RF ora
MIN gozzo DI Troia I
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roma, gelb, plurali sbagliati


sabato, 09 febbraio 2008
 

Concorso per romanzi in sei parole*? (Beschreibung eines Wochenendes, con alcuna licenza)

*(da un articolo letto sulla Repubblica)

I - Libri benpensanti invadono le Ferrovie Nord

 

Miopi, donne leggono, accigliate – da vicinissimo. Somministrano continuamente istruzioni in dialoghi repressi. «Dove siam? che posto è questo?», canticchio muto (Macbeth) per non perdermi. Fiera, Cormano, Cusano, capannoni, Paderno, Seveso. I fiumi s’interrano, ma parzialmente.

 

II - E se il bene non trionfasse?

 

Dietro una pizzeria, seminascosto, il teatro; rotatoria davanti al club di Berlusconi. L’attore: «Solo i mediocri copiano.» Dipende dal compagno di Banco. Così esco, e dormo in una branda.

 

III - Le donne amano recitare e ballare

 

Molto meno, come sempre, gli uomini. Per altri colpa, merito per me: che amo il rumore dei passi. E correndo immagino i canali accompagnarmi.

 

IV

 

«Sta sorgendo il sole, così chiaro…»; mi recito la traduzione dal Tedesco. Ma non questo, no, volevo dirti.

 

V - Tracce di candeggiante per i cessi

 

Preparativi e promesse e irreali visite. Decadono le alternative, ben altrimenti invitanti.

 

VI

 

Vasellame al ritorno, zozzo, ricorsivo, anticipato.

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pressione, cisterne, cardenza, gelb


domenica, 09 dicembre 2007
 

Alleggerire la pressione

È l'ora più buia per Eugenio, con le due idee principali contrastanti in due tonalità minori a distanza di quarta. Ci s'immagini un solo di violoncello discretamente accompagnato. Uno solo o due? C'è allegria di là in salotto, e lui si chiede cosa fare, che dire, come interrompere, prendere un respiro. Una concolina con dei cascami di grana grattugiato a scaglie, grattugiato con un pelacarote, e una forchetta, i rebbi incrostati, il disegno in rilievo attraversato dalla lampada da tavolo fa una sorta di arabesco sporco. Eugenio odia le donne. No, non le odia, ma sta bene da solo. Ha deciso di non uscire, di non parlare, di non tenere fede alle sue decisioni. Ogni passo avanti verso la verità è anche un ripiegamento su posizioni indifendibili, al riparo dei cavalli di frisia della sua giornata. Ogni contentezza è posticcia, ogni tristezza lo è del pari, se non quella mestizia - no, troppo connotato: un malessere asettico, senza legami, stantío. Eugenio vuole stare da solo e non vuole rispondere delle sue azioni. Parlo troppo, si disse, ma taceva da giorni. O meglio, correggendosi come al solito, non dico cose vere da giorni. Una radio divelta dalla sua stessa economicità, un televisore portatile. Un manifesto ripiegato. Non si alza. Il suo nome vi figura in un posto neanche tanto secondario, ma non proprio così visibile. Aspetta, aspetta gran tempo pur di avere la verità a portata, le dita corrono veloci nel lavoro di tutti i giorni.

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giovedì, 29 novembre 2007
 

Appunti per un poliziesco di successo

L’ispettore Mortacci si sedette sulla sua poltrona Ikea, esausto. Gli rodeva il chiccherone di non aver insistito nell’interrogatorio der Zorcio, perché c’era qualcosa che non tornava. Si versò un bicchiere di scotch. Beveva solo single malt da quando aveva visto la pubblicità dei blended tipo il Ballantine e il Lipton Ice Tea. Si versò un secondo bicchiere. Continuò a pensare all’alibi der Zorcio e der Pappagallo, incessantemente. C’era qualcosa che non andava, e che quindi non tornava. Si accorse che il Pappagallo era solo il nome di un bar, e non aveva bisogno di alibi. E che in realtà si era abbioccato. Sentiva dentro di sé una rabbia impetuosa montare contro quella giornata.

Accese lo stereo, si versò un terzo bicchiere, contemporaneamente cominciò a leggere un libro che gli era sempre piaciuto, cominciò a cucinare, e si accese lo stereo. L’aveva già acceso, ma meglio rincarare la dose. Che disco ascoltare? L’altro giorno, in un negozio a Centocelle tenuto da un vecchietto marxista-leninista e tabagista, aveva comprato due vinili. Nessuno comprava più vinili in quel negozio. Non si capiva perché il vecchio continuasse a tenerlo aperto. Forse si sarebbe dovuto abbatterlo. Dei due dischi (aho’, che ficata, si era detto quando li aveva strappati dalle mani tremanti del vecchio a tre euri e ce stai largo) il primo era degli Spud Webb, una miscela dura di garage rock, musica industriale e liscio, di cui ricordava fin da quando era pischello il loro successo, Ain’t gonna u to be mine or u’re graffing sick to me ’n’ all other guys, o qualcosa del genere, un pezzo stupendo su testo di Faulkner (o forse no).

Mise però il secondo sotto la puntina. Cominciò a canticchiare mentre cucinava.

 

A volte sono un bastardo a volte un buono

a volte non so neppure come io sono

mi piace qualunque cosa che è proibita

ma io vivo le cose semplici, vivo la vita…

ivo la vita

ivo la vita

ivo la vita

 

diede una pizza al giradischi. Schizzi di sugo disegnarono traiettorie ardite nel vento, come i gabbiani in Ti avrò di Ruggeri, e il vinile si disincantò. Stava cucinando un’antica ricetta, i fusilli der refettorio. Non era facile trovare gli ingredienti. Lui, per esempio, si faceva arrivare i fusilli direttamente dalla Francia, i Barilla da esportazione, le torsades. Solo quelli riuscivano a scuocersi in un secondo, li assaggiò soddisfatto, già ridotti in pappa. Poi aprì una scatola di pelati Doria, e li buttò direttamente nel cesso. A quel punto mise la latta (rigorosamente da 800 grammi, non bisognava fare gli avari) sotto il rubinetto. Si sentiva un cerusico resuscitato secoli dopo. Riempì a metà la latta vuota, cimbe natanti di pelato corevano corevano sotto il getto. Scolò la pasta e la condì.

Sentì un rumore, e vide una sagoma dietro la tenda. Sangue freddo, ispetto’ – si disse. Si avvicinò con un movimento repentino, saltando il divano solo all’ultimo momento. E prese per l’orecchio un delinquentello zingaro di sua conoscenza. Sto fijo de ‘na mignotta, gli disse. Che ci faceva? ma quello non capiva, e rispose qualcosa che manco l’ispettore capì. Lo zingaro provò ad ammollaje un destro, l’ispettore parò e gli fece «ma te ne voi annà a ffanculo?», gettandolo dalla finestra.

Si sentiva vecchio e stanco. Manco aveva provato ad arrestarlo. Tatiana se n'era andata di casa, le altre sue amanti avevano quarant'anno pe ggamba o chiedevano due piotte cor guanto, la vita era quello che era. Aprì per consolarsi un libro che gli era sempre piaciuto, sottovalutato, secondo lui, da critica e pubblico. Ma a lui piacevano gli outsider, forse perché lui stesso era un outsider - si chiese se anche Italsider si pronunciasse Italsaider mentre sfogliava le prime pagine di Anima mundi, perdendosi nella lucente prosa della Tamaro come nel labirinto di Hampton Court o nei sensi unici del Prenestino. Cominciò a mangiare, versandosi un terzo (o quarto?) bicchiere di whisky. Pensando al caso, mangiando la pasta oramai fredda, si accorse che er Zorcio non c'entrava nulla. E che lui, cazzo, s'era scordato er zale.

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gelb, ispettore mortacci


martedì, 16 ottobre 2007
 

Detti postumi di Filippo Ottonieri II

Quesito n° 2437. 

Bruce Willis incontra Filippo Ottonieri e lo ammonisce così:

Devi stare attento, Ottonieri, perché le ragazzine di quindici anni ne dimostrano trenta, e tu, grande, grande figlio di puttana, dovresti esiliarti in Grecia una domenica d'ottobre. Altrimenti diventeresti una barzelletta: come quella del fantasma formaggino. O un servo della gleba, in Russia (da Occidente a Oriente, e anche se sei il migliore, chissà  se quel che cerchi ci sarebbe), come Rocky: angelo per le strade del mondo; e tutto questo per non mettere incinta una liceale - che si sveglierebbe a primavera, oramai, donna bambina.

Perché Ottonieri capisce che Willis sta scherzando?

La soluzione a pag. 46.

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scorrettezza, gelb


giovedì, 21 giugno 2007
 

Stagno Adda: si chiama così perché c'è uno stagno e perché c'è l'Adda poco distante. L'ovvietà non è mai abbastanza. La parrocchiale è coronata da un campanile altissimo, chiaro, elegante nonostante la data: nato quasi da un eponimo del barocchetto romano, oppure da qualcuno andato a Parma in gita, riportatone confuse immagini di chiarità, di spazio, di crocicchi da dominare. Ci era andato la prima volta per un brutto incidente, due donne e una bambina investite dal solito motociclista padano, un'indagine quasi inutile, che avrebbe potuto fare il vice oppure un qualunque subordinato; ma prese la macchina, in un luglio accecante, sulle provinciali deserte alle quattro del pomeriggio i cartelli di svolta pericolosa erano come virgolette basse, sopraelevate dal caldo; sull'argine passava qualche ciclista con visiera; aveva chiesto a un po' di testimoni possibili, c'era un bar di vecchi; si ricordava la padrona, un parallelepipedo con i lati smussati. Sperava di non essere riconosciuto. Si era portato Eugenio per la sua innata capacità a mimetizzarsi, a imitare dialetti, gli rimproverava, come i terroni, che vanno dappertutto e cercano di nascondere le proprie origini parlando come i mal contenti anfitrioni. Eugenio lo insultò, ma venne lo stesso, lusingato: costituiva la specialità della casa, parlare una cadenza padana (col virtuosismo di fingere di non essere proprio di Cardenza, ma di una città poco oltre) slargando le "a" e finendo con un inatteso groppo di consonanti. Era  una di quelle giornate settembrine e pallide, ci andarono in bicicletta alle due del pomeriggio, per figurare scampagnatori vogliosi che facessero un giro sugli argini. Il bar di vecchi era un bar di vecchi anch'esso - in cambio della loro ventura imitazione da Ambra-Jovinelli - mimetizzato da un ombrellone ripiegato con la scritta Heineken. La signora-parallelepipedo c'era. I vecchi giocavano a carte sullo stradone, quasi, contenti del solicchio, e a turno andavano ad abbeverarsi.

"Un biàanc".

Un altro vecchio, appollaiato sullo sgabello, con gli occhi addensati da una cataratta o cose simili, lo correggeva, brandendo il suo bicchiere di Bonarda: "Ma che biàanc! Un ròos, vuoi el ròos."

Il primo, esitava. Il parallelepipedo sorridente quasi decise per tutti:

"Un bianco."

Si informarono, mentre sorbivano un rosso anche loro, su che cosa ci fosse da vedere in paese. Come succede spesso, la barista, che probabilmente aveva passato i tre quarti della sua vita nelle poche decine di metri tra il crocicchio della provinciale e il bar, non sapeva nulla. Indicò loro come attrattiva la meridiana. E in effetti una meridiana c'era, nuova, metallizzata, posta dietro la strada che quasi faceva corona, separava in trincea il paese dallo Stagno. Poi Eugenio, non parendo, adocchiò e prese un giornale, scartando solo dopo averne visto i titoli sul Milan della Gazzetta e poi afferrando La provincia.

"Che tragedia!" pausa, poi, con un cipiglio appena frenato dalla barba, "Non sapevo che era di qua"

Il vecchio abboccò. "Eh sì." Parlando col parallelepipedo, in dialetto, non troppo stretto, chiedeva se era il figlio della Caterina o della Ivana. Della Ivana, rispondeva la barista. Avevano abboccato.

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mercoledì, 07 febbraio 2007
 

Invettiva gratuita

Se mai scriverò un giallo, mi dicevo, l'assassinato sarà un bibliotecario odioso e l'assassino uno studente universitario gay.

Dopo la giornata di ieri mi avanzano da uccidere:

- un'oboista

- un direttore d'orchestra (ma quello è già gay, può fare le veci)

- un genitore rompicazzo

-  il testadiminchia, qualunque sia, che (sono sicuro) ha inventato l'ottavino in un giorno ventoso e ostile, quando quella gran puttana etc. etc. della sorella si è stancata di suonare il normale flauto (di pelle).

- e, per stare tranquillo, almeno uno a scelta tra un docente universitario e il cavalier Giovanni Treccani. Ma quello è già morto. Doveva morire prima.

Dopo la giornata di oggi è tornato in lievissimo vantaggio il bibliotecario. Lo segue a un'incollatura il tecnico della caldaia (non ho ancora capito perché una verifica della caldaia non si può fare dopo le otto del mattino. Ma che fanno il resto della giornata? si raccontano quello che hanno visto? fanno l'uncinetto?), che come vittima, barbetta gialla e anellozzi d'argento, la penna gli sparisce nelle manone, è anche perfetto. Assassinato dal suo bidone del cazzo che fa uooooshhhhhh e lo risucchia ai confini della realtà.

O passo la vita a scrivere gialli, oppure mi do una calmata.

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martedì, 16 gennaio 2007
 

Le cascine (Boscone, Opellini, Prandi, Pioppeto) tra il Cavo e l'Adda, tra gli argini, verso la confluenza non sembravano in diverso stato di conservazione ad Auro mentre correva nel suo quotidiano allenarsi a due passi dal tramonto di gennaio (le cinque meno un quarto), immerse nella nebbia che da sei sette giorni affogava Cardenza e comuni limitrofi. Auro sconfinava appunto nell'adiacente comune di Sesto d'Adda, quando la strada sterrata faceva due bozze e curvava, verso l'autostrada che valicava il fiume sopra la frazione di Pioppeto; di questo minuscolo non-luogo il lettore indovinerà il perché del nome: e anche nella nebbia forme dritte e scure si intuivano più fitte a coprire parzialmente le villette a schiera e case basse dei Cardentini che avevano fatto il gran rifiuto e si erano esiliati tra fiume autostrada e inceneritore alla ricerca di un appartamento nuovo e di un giardino per il barbecue a prezzo modesto. Più grandi, basse, comode, tinte, ritinte, di pittura disseccata, circondate dalle sagome familiari di automobili trattori e ape carica di calcinacci, nuove o vecchie, con cani o senza, mucche mugghianti, invase dagli sterpi tra cui si affacciava qualche volenterosa betoniera, affiancavano il sentiero (che recava i segni di chissà quanti diversi tipi di pneumatici, comprese le macchine dei cacciatori) le cascine sopranominate, e davanti a quelle più vecchie, tra una cisterna e una cabina elettrica, il comune aveva posto un cartello turistico che le trattava di "antica costruzione tipica della Pianura padana". Sulle case, invece, più banali e padanissimi anch'essi cartellini coi nomi dei proprietari (dalle desinenze in -ada o in -otti) e intimazioni specifiche come "cane e padrone leghisti e armati", scritta che spiccava accanto a una villetta proprio sotto l'argine, con una mesta piscina rialzata e fissata con giganteschi bulloni (immaginari?) al terreno.

[21- continua]

postato da GiacominoLosi | 10:54 | commenti (2)
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