passoscuro

   apoditticamente scorretto


sabato, 17 ottobre 2009
 

Coinquilinato

Leggo gli appunti di questo convegno dopo un po' di tempo, e in calce all'intervento che stavo ascoltando trovo la mia calligrafia: «chiedere se c'entra Artaud», e, poco sotto, la sua, riconoscibilissima: «AM» sono le iniziali della convegnista che parlava in quel momento «curva delle labbra stupenda, pelle chiara chiara, voce mezzosopranile, due bombe!». E chi l'avrebbe detto che in poco più di un anno, dopo un corteggiamento a distanza, qualche chiacchiera a proposito del trash musicale, cinque-sei scopate, mi sarei ritrovato a dormire su un divano maledicendo quel primo appunto e soprattutto prendendomela con lui.
È l'aratro che traccia il solco. Nel mio caso, è il pisello che mi guida, come una bacchetta da rabdomante, per colpa di tutte le vessazioni che ha subito da ragazzino, quando, legato alla mia cervellotica nerditudine, veniva completamente misconosciuto, da tutti, tranne che da me, che ne sapevo le virtù e ancora ne ignoravo i vizi, se non quello di volere pasti regolari, igiene assoluta, un posto che non stringesse troppo. Da tutti, dovrei dire da tutte: colpa di quella ragazzetta poco più grande che insinuò che non si rizzava nemmeno? o anche del povero Robi, che aveva tutte le ragazze che voleva, ma era fedelissimo, e un giorno, durante una litigata, mi fece pesare il fatto - gli fece pesare il fatto - che nessuna mi si filava. Quante sofferenze, armer Schwanz!, da cui poi si ripagò a usura una volta che (per motivi che stento a capire ancora oggi) quella terribile stagione di veglie e di astinenze fu finita per sempre.
Da quel giorno, forse anche da prima, da quando abbordavo libro alla mano sognanti liceali che aspettavano iil novanta barrato, si lancia nelle imprese più disparate, è un can da tartufi, capisce al volo dove starebbe bene, vezzeggiato, dove potrebbe esprimersi al meglio, mentre io mi dico: ma sarà il caso? forse non è il caso. Lascia stare. Lì, no. No, dai, dici quella? ma l'hai sentita come parla? e come scrive? e come...Troppo tardi, è partito, e io posso fare come Napolitano con Berlusconi: un sussurrato e irriso caveat. A volte mi dà ragione, postuma, quando si sazia e si abbrutisce, come quello che va alla trattoria dove si cucina bene ma salato, la notte si sveglia con una sete spaventosa e si ripropone di mangiare solo insalatine. Ma è irrefrenabile. È come Lino Banfi in La liceale, il diavolo e l'acquasanta: incontenibile, una specie di Maccus, un istrione da atellana che usa me per le pubbliche relazioni. È lui la mentalità artistica. I nostri caratteri sono così diversi. Io che ho dei sentimenti delicati, penso ai grandi temi, a cercare una compagna, amicizie normali, una vita sana, lui che si espone sempre, saluta dal balcone, crea, appunto. A volte, quando un paio di battute di musica mi vengono meglio di altre, ho il dubbio - un esame della calligrafia basterebbe a scoprirlo - che sia lui a scriverle. E mi figuro, tramutato in un'appendice di un metro e settantadue, diventato, come Fabullo, invece di naso, tutto - Lasciamo stare. Tutto sommato mi aiuta a passare il tempo. È meglio del sudoku, qualunque cosa sia il sudoku, della playstation, dei mondiali, del cinema d'intrattenimento.
A volte, grazie a lui, ho conosciuto delle persone meravigliose, che nulla sanno della fatica che mi è costato persuaderlo. Questo glielo riconosco, mentre medito ancora rancoroso su quella volta che ho dormito sul divano, e sull'altra che... Beh, ma va bene così. Non vorrei che si offendesse. Siamo una coppia affiatata, ma nelle migliori convivenze bisogna anche mettere in chiaro le cose. Ma spiegami, perdio, perché sono sempre io a cucinare e a passare lo straccio.
postato da GiacominoLosi | 08:46 | commenti (5)
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lunedì, 03 agosto 2009
 

Puzza

«Puzza? ve puzzerà un tantino er culo», avrebbe risposto il pesciarolo di Belli, mentre invece l'eritreo (o etiope?) che sta al banco si limita a sorridere e a dire: «Ma che fa!?» alla giovane donna forse anche lei etiope (o somala?) che ha preso d'impeto un pescione bianco e lilla e lo ha portato al naso. Le mosche circolano tra lo sgombro (scritto «sgomro») e il cefalo, come un'ape ne' giorni d'aprile, e l'attesa mi snerva. È uno di quei giorni in cui la gente è antipatica, e andrebbe rimessa a posto. Quello che vuole un euro e cinquanta di fagiolini e il commesso gli dice: è un euro e sessanta. Ma no, lui ne vuole cinquanta, e sposta il peso dal piede destro al sinistro, ha un cattivo odore; piazza Vittorio, la denigrata piazza Vittorio, non ha quell'odore, e questo, con la polo violetta e un casco in mano, cinquant'anni, chiede un euro e cinquanta anche quando il commesso toglie una manciata di fagiolini e gli propone: un euro e quaranta. Ma non puoi farne uno e cinquanta? dice l'uomo col cattivo odore, sgarbatamente. Andrebbe rimesso a posto, ma anche il gestore dello stesso banco al mercato Esquilino (che è appunto piazza Vittorio) andrebbe rimesso a posto, perché mi giura che le susine sono morbide, quelle gialle, quelle nere sono come le pietre, con una faccia scontenta.
Mi scrive la Pennellona che non vuole fare la ex pallosa, ma perché non mi faccio vivo? ho qualche avventura sentimentale, certamente. Lei però preferisce lasciarmi in pace, dice. Mah. Ho una maglietta ocra troppo corta. Paolo Rumiz quest'anno dopo Annibale, l'Appennino, la cortina di ferro, si fa il tour dei vulcani. L'anno prossimo a che toccherà? alle discariche del Portogallo? agli stadi di Italia '90? a tutti i posti dove si coltivano le pere spadone? meglio, i set dei film di Lino Banfi, da Favignana a Roma a Rovigo a Cortina a San Severo?, ecco, magari glielo suggerisco. Vedo un banco frigo, e chiedo se hanno salsicce, mentre fisso le cosce di pollo. No, che salsicce. Prendo del pollo, allora. Due cosce. Prendo due di tutto. Chiedo due bistecche di maiale. No, maiale dall'altra parte. A quel punto realizzo. Anatra, gallina, tacchino, questi sono solo banco pollame. Andrei rimesso a posto. Potrei fare il rimettitore a posto. La mia divisa è una maglietta ocra, e per insegna un paio di buste della spesa, come l'uomo con le buste che andava a vedere il ciclo di Fassbinder al cinema dei piccoli. Un matto. Dico a un lettore dell'università di Stoccarda che mi chiede l'articolo per una rivistina, che va bene, lo prenda pure, non ho tempo per mandarlo a una rivista più importante. Lui si fa vivo dopo mesi e mi dice che ha corretto e uniformato, ma per caso ho mandato l'articolo alla rivista più importante? No, non ho tempo per correggere l'articolo in modo da mandarlo a una rivista più importante, lo pubblichi dove preferisce. E lui mi dice: bene. Però questo mese non lo pubblicano, perché non lo correggi e lo mandi a una rivista più importante?
Il macellaio, che evidentemente è attizzato dal piercing della commessa del banco polli perché la fissa e non mi guarda, è antipatico quanto gli altri. Andrebbe rimesso a posto, non fosse che è enorme e non mi guarda, come si fa a sfidare a duello uno che guarda di profilo come una figura egizia? Dovrei frustarlo con un gambo di sedano. Gli chiedo due salsicce e due bistecche di maiale. Tutto due. Quanto dura in frigo? «Ma non lo so, tre quattro giorni, due e ottanta». Perché chiedo tutto doppio? oggi mi è presa così. Alla signora incanutita coi baffi che di solito mi spalleggia e mi chiede come faccio il pane, e mi complimenta per i miei tentativi alimentari, chiedo dunque quattro uova. No, sei, mi fa. Pure lei, penso. Le spiego che sei uova per uno che sta da solo ad agosto sono sovrabbondanti, ma non importa, farò senza uova, mi dia pure tre pacchi di pasta, le alicette, il caffè. Allora lei sorride, fa una battuta contro gli zingari, storco la bocca, mi chiede perché oggi ho fretta, le spiego che è colpa della carne, mi dice che coltiva verdure cinesi e dunque va in ferie una settimana, forse, e mi dice che mi darà quattro uova. Torno a casa, e le uova non ci sono. È uno di quei giorni in cui la gente andrebbe insegnata l'educazione, con tanto di accusativo. Da ragazzino mi chiedevo perché si chiamasse complemento di limitazione anche quando si diceva «il più bravo cane del mondo». Sarà per questo che torno a casa, e il cane ridicolo del mio coinquilino ha cacato sul tappeto. Ma non puzza. È uno di quei giorni lì. È uno di quei giorni in cui la gente, ma anche gli oggetti e perfino gli animali domestici andrebbero, se non puoi tagliarli e metterli in freezer, rimessi a posto. Sì, è uno di quei giorni in cui se fossi una donna direi di avere le mestruazioni, invece le mie cose «sono quelle, che volgarmente noi chiamiamo palle». Il Califfo, benché nato nella stessa città di Gentile, ha sempre (o quasi) ragione.
postato da GiacominoLosi | 13:34 | commenti (11)
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lunedì, 15 dicembre 2008
 

Troppa America nei manifesti

Henry James, che andava in estasi vedendo gli Italiani in Italia, si deprimeva molto incontrandoli nel Connecticut.

Vado in giro con due libri di narratori americani più o meno contemporanei, uno vivo l'altro morto nonagenario o quasi. La serata finisce con la telefonata con mia madre: - Ciao, che fai? - Sto pisciando. - Ah, ma sei a casa allora. Ti sei bagnato? - Sì. - Vedi a non prenderti un ombrello. - Ma avevo la giacca impermeabile. - Io sono qui ancora con gli Uccelli. - Beh, data la situazione anche io...
Tutto comincia da Chuck Norris. A casa di mia madre, davanti a una tazza di brodo, perché lei non resiste al calcio volante e all'amico negro in fin di vita di Walker Texas Ranger. - Lo riconosci quell'attore lì? Quant'è invecchiato, a me piaceva. - No. - Indovina. - Chi è? - Dai, quello di Uccelli. - Ah! ma ti piaceva? non è un po' burino per te? sembra di Frosinone. - Come si chiama? - Non ricordo, ho un vuoto di memoria, un nome semplice. - Sì, tipo Mac, Van... - No, no. Ecco. «Don» - Che Don... - Ma sì, un nome semplice, tipo Don, Don Backy. - Ma non abbiamo a casa Gli uccelli? - No. - Come no! eccolo, vedi? - E l'avevo pure comprato io.
È probabilmente il mio film preferito. Tutte le volte mi stupisco di quanto mi piaccia e lo commento con parolacce, ma come cazzo gli è venuto in mente, guarda che cazzo di genio. Non so se guardarlo per la decima o non so che volta con mia madre, trattandosi di un film sul complesso di Edipo («la vedi? ha solo poco di rosso, ora. Le labbra, le unghie. Poi si estenderà, il rosso. E la maestra, indossa una giacca carminio, la casa è identificata dalla buca delle lettere rossa»), sia corretto. Ma con la scusa di ricordarsi come si chiama davvero la sorellina di Rod Taylor, ossia non l'attrice, il nome, che non è Alice, ma non è nemmeno Lucy, me ne ripasso una mezz'ora. Mi beo dell'omino in drogheria la testa inquadrata dai salami. No, mamma, non è la Cornovaglia, è la California. Sì, certo che è inglese, Hitchcock, ma non ti rendi conto che tutti i film del periodo centrale li ha fatti in America? e come no. Scusa, non ti è mai venuto il dubbio? James Stewart è americano (oddio, credo). Cary Grant non so. Sì, lo so che ti piaceva Cary Grant. E anche Anthony Perkins, l'hai visto dal vivo a Taormina. Poi hai scoperto che era dell'altra sponda. Mamma, pure Cary Grant. Non dire di no. Lo sanno tutti. Ci hanno scritto libri. Innamorato di Sophia Loren, dici? Mah. E poi, scusa, che c'è di strano? Quel che non capisco è che ti piacesse Rod Taylor, a te piace il tipo fine. Sì, mamma, è invecchiato e gli è rimasto il nasone e i sopracciglioni, una caricatura, dimagrito, raffinato, non con quell'aspetto da lupo di mare ciociaro, scusa la contraddizione in termini. Sì, vado, vado.
Mi muovo sotto uno scroscio continuo ma vario, coi due libri americani sotto il braccio, però tradotti, una busta da spedire, e il mio quartetto nella tasca laterale. Non lo finirò, e questo era chiaro fin dal primo momento che ne ho scritto la prima nota, che poi non era la prima, e che poi ancora era semplicemente una variazione della primissima. Oltretutto, mi chiedono, se mi piace scriverlo, se mi diverto. Macché. Una faticaccia. E come viene? Mah, è brutto, direi. Sono sincero. Non ho sempre scritto musica brutta. Ho scritto una bellissima opera, secondo me, beh, insomma, carina, anche le musiche per Eliot lo erano, dai, d'accordo, sopportabili. Ma non importa. Poi a maggio ho scritto un brutto trio, però originale, e adesso un brutto quartetto. Ossia, l'idea è buona, buonissima, tutto si tiene, ma a vederlo è brutto, coerente e brutto. Però lo scrivo, nessuno pagandomi per questo, se non altro per dirmi che compongo ancora. E poi perché spero che andando avanti e accumulando, al termine di un lavoro impossibile da farsi, materiale brutto, si possa poi rivederlo, emendarlo, depurarlo, oppure semplicemente, questo brutto quartetto, visto che brutto sì, ma fosse finito, e non lo finirò, non sarebbe sicuramente più brutto del trio, peccato che non lo finirò, dicevo che si potrebbe semplicemente, di gradino in gradino, giungere a quel nocciolo di verità che dovrò pure avere da qualche parte.
Supposto che esista. No, non ho niente contro i gatti in casa. Chiudo la tavoletta del cesso e vado a letto.


giovedì, 09 ottobre 2008
 

L'urtimo amico va via

Siamo in quattro o in cinque al lago, sparsi su tutta la riva, armenti a parte, un po' lontani, caldo e sole sulla pelle bagnata, tanto che mi crederei in Meriggio, fossi D'Annunzio, ma purtroppo non lo sono: non il Serchio e il Gombo, ma un pedalò verde a sinistra, primo di un'infilata, tirato in secca, e uno arancione, quasi simmetrico, a destra. La vegetazione con macchie di ruggine: non l'autunno, ma un principio di incendio. Un pescatore che non prende nulla, una coppia si mette sull'altalena, una specie di Branduardi obeso con uno slip da bagno, mio Doppelgänger perché è fornito di libri e giornali. Allora non posso dargli ragione, non apro il quartetto, non faccio nulla, e come al solito penso alle seccature del futuro ribadendomi no, no, e no. L'altro giorno, senza volere, senza sapere, solo per la mia solita ignoranza, ho rifiutato una supplenza annuale a Casalmaggiore. Conosco uno di Casalmaggiore, non mi sta simpatico, non so perché. Se fossi stato accorto, avrei risolto i miei problemi economici e sarei a Casalmaggiore. Prenderei un autobus quando il sole ancora non è sorto, e se fosse sorto non si vedrebbe, e andrei a Casalmaggiore. Uscirei da scuola a Casalmaggiore, dove non sono ancora stato. Immagino Casalmaggiore: una piazza, due strade, un parcheggio dei pullman accanto alla stazione, nel silenzio. A volte gli errori hanno risvolti inaspettati, un premio immeritato. Qui anche c'è silenzio. Ho un costume grigio e rosso. Sono contento di non essere a Casalmaggiore. C'è più caldo che al compleanno di Manu, duemilauno, un ottobre ancora caldissimo, eravamo qui, da un anno avevamo scoperto il lago, che avevo sempre snobbato per via delle finte zecche e dei bonghi.

Poi scendemmo col Pugile e ci trovammo di fronte, doveva essere maggio, a questo posto. Il Pugile sostiene che ho adottato tutti i suoi modi di dire. Io attenuo, e mi viene in mente, ora che si sposa con Chiaruzza e io e Giovanni testimoniamo, se dovessimo dividerci le espressioni a me che rimarrebbe? qualcosa sì: «pornobambina», per esempio, e il concetto stesso di scampagnata. E poi, rifletto, Martignano e Passoscuro non li abbiamo scoperti insieme? Norchia, poi, gliel'ho suggerita io, ho incanalato le sue energie in una rete geografica salda, abbiamo battuto la Tuscia palmo a palmo, le sagre e tutto quanto. Penso a quanto siamo fortunati a lasciarlo nelle mani di Chiaruzza, che lo sopporta e sta sopportando noi, come quella volta che ci presero per matti i suoi amici fotografi, a me al Pugile e a Giovanni, con tutto il fuoco di fila delle nostre allusioni, una vera pirotecnia, che poi finisce e ti senti meglio, un marinismo dei nostri tempi, e lei non batte ciglio, ormai, anzi a volte partecipa o ci dice che siamo scemi.

Ed è quanto di meglio si possa fare, il maggior complimento.

Però ammetto che quanto a lessico vince lui a mani basse: dalla figura del gay al mettere pressione, al dove sta l'errore, ai plurali sbagliati e alle cisterne. E va bene, tanto lo so che non sono mai originale; sono bravo ad ampliare, a sistematizzare, non a inventare. Trovo un gran consolamento, come Giacomo da Lentini direbbe, vedendo la ghiora di questa pozza d'acqua in cui sono, per cinque minuti, cimba natante. No, non mi credo D'Annunzio, salgo anche io sull'altalena sentendo l'odore pungente del ferro lasciato all'aperto. Sotto il pelo dell'acqua le alghe emergono, alberi d'alto fusto che fanno una corona sotto la corona del vulcano spento e arrotondato. Una bava di vento da ovest, si fanno le tre e mezza, l'ultimo bagno della stagione, come al solito.

Sono da solo, canticchio un motivetto del Califfo imitandone la voce, la cosa fa sempre ridere tutti, e anche me.


sabato, 30 agosto 2008
 

capo del mondo

se mi eleggerete alla carica, queste sono le mie promesse:

- ogni abuso edilizio verrà punito con l'esilio perpetuo al Laurentino38, senza potere uscire dal perimetro
- abolizione del calcio inglese e in genere di tutte le forme di anticalcio, come i lanci lunghi, le perdite di tempo, la juventus, i Filippini
- demolizione del Vittoriano, a colpi di miccette (l'operazione richiederà qualche tempo, ma la soddisfazione è garantita)
- distruzione delle fabbriche che producono infradito
- eliminazione della frase «al cinema» alla fine delle pubblicità cinematografiche. Perché, dove altro dovevamo andare? dal senegalese che vende video pirata?
- moratoria su pachino e rucola nelle liste dei ristoranti
- sospensione per un anno del turismo a Roma, ivi compresi gli elettori della Lega (che andranno a Varese)
- le donne che se la tirano verranno private della visione di Sex and the city (che tanto verrà abolito per legge due mesi dopo, 'ste quattro borghesucce ripulite)
- i libri di Pansa, Vespa, Fallaci, Jovanotti, Faletti, insomma ci siamo capiti, verranno permessi solo se stampati su carta riciclata finissima, senza copertine, carattere corpo 6
- obbligo per i polentoni di risiedere quindici giorni a Napoli e per i Napoletani di mangiare solo verdura cruda una settimana all'anno
- abolizione delle automobili
- sospensione dei tatuaggi, a meno che uno non dimostri di essere stato al gabbio, in marina, o di avere un avo maori
- vino rosso gratuito a chi rinuncia a bere mojito o simili intrugli da gay
- apertura di un teatro d'opera nuovo, gratuito, al posto di Fonopoli.. come? dite che non esiste? ah-
- squarciamento pubblico di tutti i bonghi presenti in Occidente. Per non parlare delle treccine: chi vorrà tenersele dovrà dimostrare di esserne degno correndo i 100 metri in 10''50 o i 10000 in 26'.
- balli e musica popolare confinati nei musei, una volta che gli ultimi vecchi depositari saranno morti.

Votate, votate, votate.


martedì, 20 maggio 2008
 

detti postumi di Filippo Ottonieri

S'io fossi frocio arderei lo monno.
postato da GiacominoLosi | 22:57 | commenti (24)
scorrettezza, gay vs vero uomo


lunedì, 19 maggio 2008
 

tendenze

Eurostar tra Orvieto e Roma, interno giorno.

Strumentista ciociara attacca bottone, le do corda. Scambio di numeri, ma so perfettamente che non la chiamerò mai.

L'indomani. Metropolitana linea A tra Spagna e Termini, sera.

Attacco bottone con studentessa lucana, mi dà corda. Per non fare la figura del gay le chiedo di prendere un caffè insieme, mi risponde che non vuole dare un dispiacere al suo ragazzo.

Mio padre avrebbe insistito garbatamente. Io riconosco nell'ordine superiore una tendenza di fondo all'1-1, incasso con disinvoltura e mi allontano nelle brume.



domenica, 18 novembre 2007
 

Maleducazione sentimentale

Chissà perché passiamo tutta la vita a accumulare (i peggiori) o a migliorarci (i migliori: giusto che chi è migliore si migliori di continuo) e alla resa dei conti siamo tutti convinti che la nostra vita precedente fosse meglio. Colpa di Flaubert, suppongo. Ma a mente lucida, cazzate: siam d’accordo. Io ho accumulato titoli a cui – coerentemente – non ho mai creduto; e per esempio ho paura di abbandonare questo isolamento luminoso e assai silente, queste abitudini, il sole che entra a fiotti e il riscaldamento autonomo, le crepe da cui ho visto un ragno far capolino, la geometria allucinata della mia ultima settimana. Un cubo, la mia camera, un rettangolo, il piano della mia scrivania. Sotto i libretti di Rossini vedo da qui il Reparil gel, vicini il filo interdentale (chiuso!) e la guida delle città d’arte di qui intorno. Abbandonare questo posto mi mette paura. Alle persone chiedi se cambierebbero qualcosa di quello che hanno fatto, soprattutto se li vedi infelici, e loro rispondono (come fosse naturale) «No. Rifarei tutto.». Altre cazzate (credo). Il linguaggio che ti parla, e non viceversa. Li vedo, invece, andare lì col quaderno, il panico di non essersi segnati tutti gli errori da cancellare, il 26 agosto 1992 devo ricordarmi di non andare lì, il 4 ottobre non devo credere a X, ho acquistato il pane per mesi dal fornaio Y e poi ho scoperto che c’erano i topi, e così via.

E io rifarei tutto. Per essere qui, da solo, pareti bianche, divanoletto, computer che sembra decollare, emicrania. Stanotte ho sognato che avevo una supplenza a Piadena. Dovevo prendere il treno delle otto e cinquantaquattro. Andavo lì più di un’ora prima. Mi dimenticavo le cose. Tornavo a casa di fretta. Ne dimenticavo altre. Facevo di tutto per evitarmi questa supplenza. Ci riesco: il sogno finisce senza che io arrivi a Piadena. Beh, non mi sembra una grande perdita.

 

Quanta differenza con quando sognai Lele, una volta delle tante che avevamo litigato e lui non se n’era manco accorto, chiamarmi da sotto il balcone come faceva sempre quando andavamo in spiaggia. Il sogno (fatto quindici anni fa) costituito da lui che mi dice «Alò, scendi?». E basta. Spero che si possa amare una persona del tuo stesso sesso senza essere froci. Ora è padre di famiglia, sua moglie non ama la casa al mare, e fa recupero crediti (col nostro solito cinismo, l’ultima volta che ci siamo visti, l’abbiamo definito «fare lo strozzino»). Perché l’amavo, la persona più naturalmente simpatica che avessi mai conosciuto, leggera e a volte un po’ stronza; il miglior piede destro delle Saline. Lo amavano tutti, io avevo il vantaggio di abitargli vicino: uscivamo e rientravamo insieme dopo l’ultima chiacchierata in pineta. Quando lo vedevo preferire qualcun altro, magari farmi qualche battutaccia, soffrivo. Lo amavo e lo invidiavo, perché stava simpatico a tutti, e io no, piaceva alle donne, pur se come me portava gli occhiali, e per questa invidia (l’unica volta che ho provato invidia) ho cominciato a avere anche io senso dell’umorismo e a voler piacere a tutti, e soprattutto a essere ossessionato dalle donne. Lui è rimasto coerente: gli piaceva una ragazza per volta, e non aveva mai il coraggio di dirglielo. Quelle a cui piaceva (tranne pochi casi, tra cui una ragazza umbra di tredici anni, cui cedette per una serie sfiancante di pomiciate) lo mettevano in imbarazzo. Credo sia rimasto vergine fino a tardi, forse fino alla sua attuale compagna. Era l’unica cosa di cui non parlavamo. Preferiva bere con gli amici e giocare a pallone. E in effetti, pure io. Un anno vincemmo tutti i tornei organizzati dal campeggio accanto sotto il nome «I panzanella»: calcio, pallanuoto (vicino alla riva: si toccava, feci una serie impressionante di gol), io aggiunsi al palmarès il torneo di biglie umiliando bambocci di dieci anni. Ci ubriacavamo tutte le sere, ma eravamo prudenti. A san Lorenzo ciondolavamo sulla spiaggia in cinque-sei con l’ultima bottiglia di vodka al limone. Allora Alberto, con tono risaputo, ci disse:

«Sapete ragazzi, sfondare una fica vergine è come bucare un pezzo di scottex.»

Andammo avanti a parlare d’altro.

Anche il giorno dopo, al bar, forse l’una, lividi, parlavamo d’altro – Alberto non c’era – stropicciandoci la faccia. Improvvisamente, un flash: faccio gli occhi allarmati e dico:

«Fermi tutti!»

Smisero di parlare, guardandomi. E io dissi, dopo una pausa retorica:

«…no, dico; LO SCOTTEX?!»

Se ne erano dimenticati. Quando ricordarono, risero tutti.



martedì, 13 novembre 2007
 

Domande postume di Filippo Ottonieri

Ma gli orecchioni sono una malattia da gay?

postato da GiacominoLosi | 15:40 | commenti (40)
gay vs vero uomo


venerdì, 09 novembre 2007
 

Chattitis sive de morbo nautico (frammenti)

La Prouidenza, che tutto a sua guisa regge, e destina a un meglior fine, ha così disposto, ut femina et huomo non solo differenti siino riguardo alla conformatione, uuoi della pelle (sebben femine ci siino irsute tal cignal de l’Amiata) uuoi del piè, de’ labri, se pur delle poppe (mirabile istrumento!) e d’altro parlar non desiderassimo: sed etiam in ciò, che inclina la femina altroue che non l’huomo, per cui molto più forti, et durature, son alcune paffioni e sentimenti preffo lei, come lo frequentar li autletti, come paffionarsi per li capibranco o per li rastamanni, come lo danzar giojosamente intrecciando carole sul tema di «Com’è bello far l’amore da Trieste in giuso», che preffo l’uomo: per lo quale non sol men durevoli e diresti quasi infiachite sono, ma che lo portano a fignere, tal fiata anche con successo, le medesime paffioni per rimorchiarla. Ecco dunque che l’huomo, che sortirebbe più volentieri con li amici sua sparando minchiate davanti a una birra di mediocre statura, si costrigne a ‘mpomatarsi nei discopabbi o altroue lo ne porti la foja di femine incontrarui e sogguardarle, mentre alla danza sciolgono i bei capegli e i lineamenti si scompongono loro come in amorosa lotta, oppure mentre con mouimenti discutibili interpretano i successi del popolo del villaggio, o pur qualche bazzecola latina come la bomba […].

Etiam ne lo trombare e ne lo rimorchio huomini e femine diferiscono. L’abordar la femina ne’ publici luoghi, attività dilettevole, è oggimai deposta a fauor de lo rimorchio supra retem. Tanto, che chi si disponga a lo rimorchio ne’ publici luoghi, effer pronto dee a un ricuso, mentre ne la rete chiunque puossi per caualliero, per prode, per nobilhuom spacciar, e la femina creder potrà a tutto: anonimi ingegneri mutati in Perciualle et impiegati oscuri ne l’Alighieri. El principale inconueniente, è che la recerca de la femina (e la correspettiua recerca dell’huom da parte de la femina) opera sì, che le persone dependono dalla rete medesima, lo che nomasi attacco di chattite. Dura solitamente due settimane o al mese al più, dopodiché facesi una scorta di nominatiui, et de indirizzi, et de numeri, et de quelle che uolgarmente nomansi pippe, cum alquante trombate o sine, et per un altro mese si puole dedicar la uita alle attività uirili, quali la Roma, la pizza nel quartier de santo lorenzo, le scampagnate a passoscuro, et le femine a le feminili, quali li acquisti compulsivi, le telefonate, le recriminationi. […]

Offeruar dee el gentilhuomo uno cerimoniale con le femine supra retem. Esibir a la femina el proprio collo de papero, o uantarlo ex abrupto, non sorte per l’ordinario effetto alcuno. Deuesi inuece, come li poeti de Prouenza, seguire un rituale amoroso. Uantar la pronta intelligenza de la femina è d’uso, pur se non ui si creda; se timida, riseruata; se sfacciata, diretta; se graffa, formosa. Per l’ordinario una femina supra retem può trombar chicchessia: non ha dunque ella bisogno dell’huom, ma l’huom de lei. Dirallesi che è speciale, e attender deuesi el momento, in lo cui ella etiam dirà dell’huom che è speciale. Allor el primo paffo è compito. Altresì dee l’huom non mostrar la sua sete di topa, lo che produce per l’ordinario contrario effetto. […] Ma come diffi, ricordar deuesi non effer questo altro che un cerimoniale, che tutte le femine e li huomini conoscono senza prestarli la menoma attentione. […]

L’apertura di quel che gli angli nomano un blog sicuramente è cosa da femina, come colei che deue figurar per problematica et altra da quel che è, et inuolgersi di mistero e pur mettersi in piazza al medesimo instante, o pur è cosa da amatori della faba (o faua), huomini gaii: capita però che lo huomo segua l’odor di femina anche lì, e apra el medesimo blog. Tale artifizio è speffo una sublimatione de l’attacco di chattite, et uera è la sententia del saggio, che dice: «nel blog havvi più qualitate, sed trombasi di meno.» Gratie a lo blog puossi però osseruar lo scorrere del tempo mettendo a parte li altri de li propri pensieri, e fignerli importanti. Lo che, come el cerimoniale uuole, osseruato ua, sed da nullo ueramente creduto.[…]