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domenica, 15 novembre 2009
che nel suo alibi non ha tenuto conto dei fusi orari, e mi chiede, in un Inglese brutto ma corretto, dove andare coi suoi genitori per santa Maria maggiore, mappa alla mano. La tiene con una mano e punta la direzione, supposta, dove siamo, con l'unghia lunghissima del mignolo. Ha i denti divaricati e sembra un cuoco di qualche film di Bud Spencer. Gli spiego che non siamo nella sua mappetta del cazzo, ovviamente tenendomi per me il giudizio di merito e rispolverando il mio accento East Dulwich, che può sia salire e scendere il Celio e poi risalire l'Oppio (che poi dovrebbe intendersene), oppure prendere lo stradone, questo qui, ecco, tornando indietro, a destra, fino al Colosseo. Ma se va dritto? no, guarda, non farlo: torna indietro, vai al Colosseo. Se vado dritto non trovo la metro? no, non la trovi, puoi prenderla qui a Circo Massimo ma essendoci il vertice della Fao, col segretario ciccione in digiuno e incatenato e uno schieramento di polizia che replica uno pro capite il numero degli abitanti, sarà verosimilmente chiusa: torna indietro, vai a destra, poi giri per la strada quella grande, oppure sali e scendi questa collina, questa qui; gli faccio ampi gesti con le mani, che disegnano parabole perfette come Indurain in una cronometro. Quindi non vado dritto? No. Torna indietro. Lui capisce, ringrazia, mi dice di passare una bella giornata; io sto facendo stretching prima dell'allenamento, lo ringrazio, mi afferro una caviglia e faccio in tempo a vedere che va dalla parte opposta.
Ma allora non sei solo Cinese, sei pure della lazio.
(Intanto abbiamo avuto le Forze Armate al Circo Massimo, oggi il vertice Fao, la banda dei vigili allo zoo e addirittura la sfilata di auto d'epoca - che poi non so come si faccia a chiamare l'A112 un'auto d'epoca, allora pure la Panda. E mi chiedo quando cazzo sposteranno la capitale a Rieti. Sai che bello le olimpiadi sul Turano, le fiction in burino, la festa del cinema con i fan club che dopo l'autografo degli idoli si vanno a mangiare la porchetta.)
lunedì, 27 aprile 2009
«Prego»
«No, grazie, non mi interessa»
«Come, non sei interessato a Dio?»
Pensavo mi proponesse qualche ristorante italiano.
«In questo momento della mia vita ho qualche difficoltà.»
«Ma tu ami Gesù?»
«Lui ama me, quindi che problema c'è?»
«Ma anche tu devi amare Gesù. Ami Dio?»
«Mi ha creato, quindi mi sento con le spalle coperte.»
«Ma tu devi abbracciare Dio. Dio ti abbraccia.»
Provo a dargli la mano mentre mima l'abbraccio e a congedarlo. Non ci sente da quell'orecchio.
«Devi abbracciare Dio. E soprattutto pentirti. Pentirti. Devi pentirti. Per i peccati.»
«Ma io mi sto pentendo.»
«Ma bisogna pentirsi ora.»
«Mi sto pentendo ora. Sei molto gentile a preoccuparti della mia salute.»
«Bisogna pentirsi subito, domani potrebbe essere troppo tardi.»
«Ci penserò.»
Ha un'aria desolata. Ma io ci sto pensando davvero, eh! Comunque, caro il mio negro avventista del settimo giorno o di una setta non meglio identificata, domani era ieri.
martedì, 03 marzo 2009
Per andare da casa di C. a casa mia ci metto un'ora, a volte un'ora e un quarto, stamattina anche più. Ma tutto è provvisorio, sembra. Però ho il privilegio di passare davanti al Palatino, e di vedere il vecchio edificio del Comune in via della Greca che conserva, chissà per quanto ancora, invece della tinta salmonata o ocretta che dall'amministrazione Rutelli in poi - in nome di un restauro soi-disant filologico - ci hanno inflitto in tutto il centro di Roma, quel rosso screpolato e tendente ormai a un grigio venato del rosso originario, che era anche il colore di casa mia, forse più arancione, anche quello certo storicizzato perché risalente agli anni Venti, storicizzato come il sogno di unire Garbatella Primavalle Testaccio e Aventino con lo stesso colore pompeiano, colore dignitoso e non superluxe, ma adatto a trascolorare dal mattone antico al travertino senza intoppi. Penso a Tirotta che si metteva in porta urlando «Dalglish» come a identificarsi con quel giocatore. E a parte che odiavo il Liverpool dicevo: a Tirotta, ma mica è un portiere, Dalglish! O era Ghezzi? che diceva «Nocelli è il figlio dell'oca bianca» perché Nocelli non voleva andare in porta? Non sopporto chi rimpiange gli anni Ottanta (ancora adesso stanno contraffacendo cubi di Rubik in giro per il mondo), ma d'altronde non avevamo scelta. Avevano tutti un sacco di capelli, Scarnecchia mi sembrava forte, c'erano i calciatori pelati, quelli coi baffi. Adesso solo il presidente della nostra società ha i baffi. Corro la Roma-Ostia con un gesuita belga che rimpiange gli anni Ottanta, sì, ma del Cinquecento, quando costruirono la scuola che poi ho frequentato. «Un tempo era tutto nostro», mi dice. Beh, per fortuna l'hanno espropriata!, rispondo. Forse per questo quando, sul tram, mi sono alzato per cedere il posto a una ragazza (eravamo ancora fermi) dicendo: «non ce la posso fare», lei mi ha guardato in modo strano.
«Non ce la posso fare a rimanere seduto con una signora in piedi. È più forte di me.» Mi guarda sbigottita e io aggiungo, mentendo: «Sa, l'educazione, ho studiato dai preti»
Lei mi guarda desolata e fa: «Mi dispiace. Dovrebbe liberarsi». Che poi alla fine del tragitto, comprendendo che non volevo affatto rimorchiarla, mi tocchi il gomito e mi saluti con un sorriso, non cambia il mio pensiero. Che è: a stronza, la prossima volta il viaggio te lo fai in piedi. Si vede che dalle suore ci ho fatto solo le elementari.
'All seems alive' said Louis. 'I cannot hear death anywhere to-night. Stupidity, on that man's face, age, on that woman's, would be strong enough, one would think, to resist the incantation, and bring in death. But where is death to-night? All the crudity, odds and ends, this and that, have been crushed like glass splinters into the blue, the red-fringed tide, which, drawing into the shore, fertile with innumerable fish, breaks at our feet'
martedì, 30 dicembre 2008
1) Mollica
Mi dia quella bistecca di mezzo chilo che non esito a definire straordinaria. Si sente proprio il bisogno di carne come questa, fresca, anzi freschissima: la più fresca che sia mai stata tagliata da un macellaio. Per una volta la sua carne mette d'accordo critica e pubblico, una carne che è difficile non faccia epoca. Supera così il pur bellissimo tentativo degli straccetti; supera così il macinato che avevo preso la volta scorsa, che pure era fuori della norma. Adesso aspettiamo di sentire il cavallo, l'abbacchio, e perché no, anche il tentativo sdrammatizzante delle salsicce, sicuri che nessuno, dalla sora Angela al geometra Luponi, in questa rilassante atmosfera, potrà sentire la mancanza della buona carne di una volta.
2) Saviano
Entro e chiedo una bistecca. Una semplice bistecca. Anzi una fettina. Quante volte abbiamo chiesto una bistecca, non pensando a che cos'è una bistecca. Uno spessore di carne. Un cadavere. Carne. Di quella carne che è carne e sangue. Che è muscoli. Che è rossa, terrena, insanguinata, assassinata e scavata nelle fibre. Grasso. Vene. Sangue e nervi, impulsi che ancora passano nella carne che noi mangiamo. Divoriamo. Assassiniamo una seconda volta. Come la terra, la carne viene morsa a vivo. La carne urla al cielo la sua fine. Dopo non ce n'è più. Non ce n'è più sul balcone, non ce n'è più per i nostri figli, non ce n'è più. E dopo è troppo tardi. Se ci sarà un dopo.
3) Cantante pop italiana
Buownaeu seuraw, miw dareoubbew mewzzoau chilow di-- caeornew. La braciowlaeou andreb-bew beaouwne. Mi ci met-taeo anche del row -- smarienoeou. Non esaougeriw aw tagliarmeao--la fi-nea (nel frattempo il negozio chiude)
mercoledì, 22 ottobre 2008
Fedone: Chaire, o Socrate
Socrate: Fedone! che Apollo sia con te
F.: e con il tuo spirito.
S.: Non peccare di sincretismo, anche se non sai di che si tratta. Che fine avevi fatto?
F.: Ah! Socrate! quante cose ho da raccontarti! Sono stato in viaggio, quest'estate. Sono andato in Asia. Ho girato tutte le città greche della costa, e poi sono andato a vedere i luoghi dove sorse Ilio, poi sono penetrato in Anatolia. E lì ho fatto delle esperienze bellissime, che mi hanno cambiato veramente. Ho girato veramente tutta l'Asia, dal Ponto in giù. Ho fatto il bagno nelle terme dei Re, sono salito sugli altipiani, ho visto l'alba sulle.... ma Socrate, dove vai?
S.: No, Fedone, aspettavo che finissi e intanto andavo a fare la spesa dal fruttivendolo. Ma lasciami chiedere: per caso hai dormito coi pastori avvolto nelle pelli di pecora?
F: Sì
S: e poi hai bevuto il latte acido nei contenitori rituali?
F: Sì
S: e sei entrato nel tempio in cui si facevano i sacrifici umani?
F: Sì, per Zeus
S: e ti sei portato via una statuetta di terracotta votiva con il tuo nome inciso in caratteri Medi?
F: o Socrate, sei un mago.
S: No, Fedone, è che fate tutti le stesse cose. E quindi ti ho risparmiato fatica e tempo.
F: Ma perché, Socrate, tu che sei stato definito il più saggio dei mortali non ami i viaggi?
S: No, e se la borghesia fosse stata inventata li troverei una cosa borghese. Andare in giro a contagiarsi il colera e venire beffati da barbari vestiti da maschera di carnevale è ridicolo. Viaggi anch'io ne intrapresi, è vero, ma solo perché l'oracolo mi ci costrinse - per la verità anche Santippe mi ci costrinse, mi aveva minacciato di spaccarmi il cratere in testa se mi fossi fatto vivo prima di tre mesi - comunque sia, no, non capisco perché in questa Atene tutti debbano raccontare viaggi o essere artisti.
F: Socrate, proprio non comprendo. Che c'entrano gli artisti?
S: O Fedone, se tutti quelli che si dichiarano artisti lo fossero veramente, l'Attica non sarebbe il nido di nequizie che è. Invece non c'è uno scalzacani o una donna costretta a infelici nozze che non si dichiari poeta, o pittore, o ballerino. Preferiscono essere cattivi e dilettanti artisti piuttosto che amanti dell'arte e buoni cittadini, e forse questo li deprime tanto da comportarsi in modo insoffribile. Ma ho la gola secca, offrimi un mezzo ciato e ti perdonerò il tuo viaggio in Asia.
F: Volentieri, Socrate. Ma dunque l'amante della sapienza che cosa deve fare?
S: Non so, io non so scrivere e a disegno ero una schiappa. Mi sono messo a pensare, e poi ho trovato gente come te che mi chiedeva pareri sullo scibile umano. Ottimo questo vino. Vuoi chiedermi un parere?
F: Sì, caro Socrate. Più che pareri ho alcune curiosità.
S: Sia.
F: La Magica che fa stasera?
S: Passa alla domanda di riserva mentre mi gratto.
F: Il sapiente cosa deve chiedere nella vita? La fama? La gloria? La felicità?
S: Un cantuccio al sole dell'Attica, molta curiosità, e una donna non importuna.
F: Quasi impossibile, dunque! infine, che cosa ci va nella cacio e pepe?
S: Ovviamente i tonnarelli, in mancanza di meglio la chitarra. Soddisfatto? Ah, ricordati che alla nuova luna mangiai la minestra a fette e laisti.
F: Eh?
S: Poppa. Uno a zero. Venti dracme, segna e non ti scordare di pagarmi. Mi hai preso per Frate indovino? Ecco, smetti di fare domande sciocche, e smetti di viaggiare. Resta saldamente in Attica, conosci gli uomini e diffidane quanto più credi di conoscerli.
F: O Socrate, non bisognava conoscere soprattutto se stessi? e dov'è finita la tua tolleranza?
S: Mi ci pulisco il culo. Siamo in un'era post-classica. E iI culo, spero, è abbastanza moderno.
giovedì, 28 agosto 2008
- Ma dai, non ci posso credere che guardi Veline!
- No, è solo che sono molto religioso.
giovedì, 31 luglio 2008
Due vecchi sotto casa mia
V1 Ma è questa la valle dell'inferno?
V2 No. Questa è la periferia della valle dell'inferno. Io ti porto al centro della valle dell'inferno.
V1 (ride)
Fedone e Platone
F. Chaire, Platone.
P. Chaire a te, Fedone. Che hai? ti vedo stanco.
F. Sì, ho avuto una giornataccia.
P. Che hai fatto?
F. Guarda, stamattina ero al Sunio, poi stasera ho un matrimonio e domani riparto presto.
P. E allora io che dovrei dire? L'altro giorno ho traslocato...
F. Sì, ma io non ho dormito...
P. ... poi tutti i giorni vado al Pireo a controllare se arriva la nave da Cos, parlo coi marinai, torno, faccio lezione...
F. Sì, ma io ho dovuto anche occuparmi di..
P. ...e poi faccio mezz'ora di esercizi fisici, leggo un po'...
F. D'accordo, ma io...
P. ... poi faccio un po' di conti, vado a trovare i miei parenti, mangio...
F. Sì, io però dicevo...
P. ... poi esco, faccio una lunga passeggiata fin dall'altra parte della città, compro dei fiori, se è il caso mi faccio una trombata, discuto un paio d'ore sull'immortalità dell'anima, faccio uno spuntino, torno, leggo un po', do da mangiare al gatto, scrivo due lettere, preparo la lezione, mi faccio un bagno freddo, mi metto a letto tre quattro ore e all'alba sono fresco e pimpante per tornare al Pireo.
F. Va be', Plato', ho capito, SEI PIU' BRAVO TE, d'accordo?! (esce)
P. (pausa) (lo guarda uscire, poi si stringe nelle spalle e con calma:) ....ma che gli avrò mai detto?
venerdì, 13 giugno 2008
«Quanto hai fato odji.» Così, quasi senza chiedere, mi interpella Mohammed, col suo aspetto da maggiore a riposo dell'esercito marocchino. Se è marocchino. Pare - se ben mi ricordo l'unica volta che riuscii a distoglierlo dalla sua unica fissazione, la corsa - che lavori o abbia lavorato in fabbrica. Gran fisico, alla sua età, peraltro ignota. Antipatica come la merda quella maniera di chiedere a tutti che lavoro abbiano fatto o abbiano intenzione di fare oggi in pista. «Corere è difiscile». Eh, sì, lo sappiamo, ma io non ci vado con quaranta gradi a fare le ripetute dei duecento in pista, oggi. Che poi lui è più forte di me, mi fa partire davanti per superarmi sul rettilineo, tipo lepre, oppure mi costringe a dare tutto per tigna e dunque a ritirarmi dopo due o tre ripetute: tertium non datur. E che sia o sia stato forte si evince dal rispetto che gli portano, pur trovandolo probabilmente insoffribile, e per di più negro, questi polentoni doc: anche quelli più rapidi, Vittorio, per esempio, l'immarcescibile, sempre sprezzante, perché lui si piazza sempre tra i primi tre della regione, si allena tutti i giorni, come Mohammed, e quando io dico a Mohammed che non mi alleno tutti i giorni perché non mi va, lui inarca i sopraccigli sale e pepe, e dice: «Come fai a andare forte?» - ma a me basta stare bene. Lui si indigna: «Che vuole dire, stare bene. Si tu fai tricento a uno minuto, stai bene, si tu fai i mil a tre e quarenta, stai bene, ma se no finisci l'allenamento con uno soriso e sofri, che vuole dire, non stai bene. Che hai fato odji.». E siamo daccapo. Scuote la testa, non ha dei pantaloni da corsa né l'attrezzatura di tutti i membri forti del Marathon, ma un pantaloncino quasi bermuda, la maglietta sempre dentro la cintura. Ha dei piedi enormi, corre lanciandoli in avanti, mi immagino che scuota la testa anche quando passa il traguardo.
Flaminio è a suo dire un conservatore. Ultimamente ha avuto un po' di bronchi malandati, niente di grave. Sessant'anni, magrissimo, fisico asciutto e quando corriamo mi parla di Stendhal. Lui ha lavorato nello statale, ma è per l'impresa. Di quelli che quando piantano una grana sanno tutto il codice. Un ottimo lettore del Corriere. È sempre pronto alla battuta, anche a quelle a sfondo sessuale fatte apposta per Andrea, che parla quasi solo in dialetto ma ride sempre, tatuato, ha fatto il militare alla Cecchignola, un po' di scucchia, così Angelo, poco più della mia età e dieci anni di matrimonio, che mi spiega come io non possa essere chiamato terrone: no, i terroni sono quelli che fanno confusione e non hanno rispetto, ma secondo me lo dice solo per gentilezza, quella gentilezza un po' burbera di qui - e si gira, e soltanto quando siamo soli a trotterellare Flaminio mi parla dei Souvenirs d'égotisme.
Fa caldo e però sotto i tigli ci sono vaste zone d'ombra; Flaminio è uno dei pochi che mi chiama per nome, ma adesso molti mi salutano e io ho imparato a stare in gruppo, e se non vado più forte e tutto sommato, Mohammed, non andrò mai forte, almeno mi distraggo dalle mie perpetue biscrome, e dal resto, e non devo dire quanto mi pesa, a volte mi domandano che cosa faccia io, è complicato, Angelo mi dice che se vado poi via da qui poi però devo tornarci, lo dice quasi partecipatamente, a correre al campo scuola, e poi a ottobre c'è la mezza, posso abbassarlo il tempo, e io preferisco ascoltare, Luca ha avuto una frattura da stress e il signore coi capelli bianchi che mi ricorda il mio vicino di casa al mare - non fosse per l'accento - mi spiega come si fa in bici il circuito dei due ponti, che io non farò mai. Da San Daniele Po si segue l'argine... Io vorrei tagliare corto, lui mi spiega come si arrivi all'altro ponte, poi a Villa Verdi, poi alla casa di riposo, poi all'incrocio con l'altro argine, e in fondo c'è tempo, c'è tempo, e hai presente il secondo baracchino, e allora depongo ogni fretta, annuisco, annuisco ancora, annuisco convintamente ma in modo impercettibile, guardo le pietruzze roteare tra i nostri piedi sul pistino, finché abbiamo compiuto un altro giro e lontano suona un unico sfumato tocco al campanile, verso sudovest.
lunedì, 26 maggio 2008
«Anvedi che bella pisella sta passando sull’altro marciapiede» dice Tomas.
Il padre di Tomas, guardando a destra: «Regà, ve siete persi il più bel paro d’occhi de Roma…»
«…e il culo più moscio del rione» chioso io.
Lo jargon da maschio medio etero è la cifra dei miei ritorni a Roma. Diceva uno dei miei maître à penser che è sconfortante pensare che le migliori serate le si passino a parlare di fica di pallone di minchiate. Con l’eccezione del pallone, siamo in pieno ultimo capitolo dell’Educazione sentimentale, quindi non mi sconforto affatto. E Tomas – soprannome derivatogli dalla somiglianza tra il Novantotto e il Duemila con l’Ispettore Giraldi - è una delle persone per cui ho maggiori motivi di stima, anche se fingiamo di ingaglioffirci. A tredici anni ha finito la scuola dell’obbligo, si è messo a lavorare con il padre nella tappezzeria in centro. È un comunista cui piace l’ordine, lo accuso di star diventando di destra. Vuole trasferirsi in Francia, al seguito di una delle sue fidanzate, l’ultima, perché questo ammiratore indiscriminato di grazie muliebri (un petto, una coscia, uno sguardo, una collazione degna di un gusto macabro alla Barbey che però viene rivitalizzato in un entusiasmo vero e senza limiti, appiglio per una glorificazione della donna che niente ha a che vedere con la donna-oggetto) ha in realtà un cuore di panna come il cornetto Algida, soprattutto per le giovanissime (e come lo capisco!). Ma si trasferisce in Francia anche perché si è rotto i coglioni di questo Paese, dice, in cui nessuno fa il proprio dovere o ha senso dello stato. Lo invidio: per il suo mestiere, dice, esistono quaranta o cinquanta posti disponibili nell’Esagono. Ora si è diplomato alla scuola serale, con la stessa pervicacia con cui si è tenuto informato per anni sulla politica internazionale, documentandosi, leggendo, guardando, e sempre di sera studia – non so ancora se con intenzione di proseguire –all’Università.
Ci vediamo molto saltuariamente ma devo dire che è soprattutto lui ad aver tenuto il filo della nostra amicizia, è pure venuto ad annoiarsi a un concerto di musica contemporanea – anzi due, con miei pezzi. Ci siamo conosciuti più di dieci anni or sono, pulendo spiagge in una di quelle inutili iniziative di Legambiente, la mia prima volta all’ottavo cancello, venticinque maggio o giù di lì. E chi c’era mai andato a Ostia. Non pensavo facesse caldo, i miei jeans e la maglietta Opera erano veramente un errore. Parlando appunto di fica, non di pallone, perché Tomas è solo un tifoso moderato pur se deve combattere con un padre laziale. Ma anche di Chiapas o di cose del genere, io con estremo scetticismo, lui da vero frequentatore (non corrivo) di centri sociali e di gente più scema di lui. Però le manifestazioni con Tomas erano piene di brunette dagli occhi lucenti e tra le amiche della sua fidanzata storica ce n’era una con un modo ineguagliato di reggere la sigaretta tra le dita che mi rendeva febbrile, mi convinceva a fare i miei complimenti (estrema viltà) persino al suo cane.
Era la festa di Vladimiro a villa Pamphilj, penso, mentre ci ripasso di corsa, i tavoli però li hanno tolti, altri cani della stessa stazza depositano chilate di merda, quello sarà defunto. Sto andando fino al Roseto, giù e su per il Gianicolo e per l’Aventino. Lì sono nato e lì vorrei tornare, fossi un predestinato dalla sorte, perché il Roseto guarda al Palatino e al Circo Massimo, e nessun parc floral per quanto sensazionale può stargli a paro. Lo costruì il Comune sul vecchio cimitero ebraico e per omaggiare la comunità ebraica, che da poco aveva un Tempio, certo eclettico ma non disprezzabile, proprio lì dove era stata costretta per anni, la pianta del declivio del Roseto ricorda un candelabro a sette braccia.
È mezzogiorno, non si sente il profumo che a tratti. Ritorno verso la mia nuova casa, nuova da vent’anni, che non mi ci sono mai abituato a quell’edilizia anni Cinquanta, ai guai delle scatole sifonate che si ostruiscono. Non mi abituerò mai alla bambina del piano di sotto, posseduta dal demonio, che per ingannare i parenti e non subire il meritorio trattamento esorcistico la mattina urla «Aprite le porte a Cristo!», e poi «Aprite le porte a Cristo!!», con il tono di «Mi compri le figurine di Poochie?» (o quel che è). Poi pesta i piedi, alle otto di mattina, chiede «Perché mi provocate?» ai genitori, alza la voce, minaccia, piange.
Mia madre è ossessionata dall’umidità e dalle chiazze sui muri, non a torto. Devo eccezionalmente condividere il bagno con lei, è spaventata dal fatto che io possa farmi la doccia e bagnare – incredibile dictu! – la vasca e le pareti e i ripiani. Le sue armi araldiche sarebbero una pezzetta in campo bianco e le carte che ogni tanto mi legge. Cieli stellati, fuoco e facce degne di Voyager. Notizie, cambiamenti, che so io. Tomas, mi dico, mentre le gambe mi si fanno legnose alla seconda ora di corsa, magari se beccamo a Marsiglia a parlare di fica. Perché proprio a Marsiglia, gli chiedo, mentre nel seminterrato dove fa la pausa pranzo abbiamo aspettato tre quarti d’ora trofie in salsa di noci per avere quelle al pesto, come quella volta che tornavamo dalla Spagna, ma è tutt’uno. Perché in bicicletta arrivi al mare, mi dice.
venerdì, 16 maggio 2008
«Tre per quattro; sette per quattro», e sorride, così la vecchietta che ho appena fatto passare stasera nella strettoia dei lavori in Corso Garibaldi. Dev'essere il suo modo per ringraziare, meglio di nulla: la riccia con gli occhiali, bianchissima, cui ho ceduto il passo prima, se n'è guardata bene. Ieri anch'io sono stato maleducato. Mi aggiravo per la Stazione centrale all'ombra dei leoni alati, e ho cercato inutilmente di fare un biglietto. Sto arrivando al dunque, un poliziotto si avvicina a mitra spianato e mi chiede se ne ho per molto. Rispondo seccato, mi impappino, poi alla fine dico «Tanto non è cosa, oggi» e, mentre mi allontano, «occhio alla sventagliata accidentale.» La temo, in effetti. Quando vedo una divisa divento maleducato e tracotante, per sfidare le autorità, come un ragazzino. In treno poco prima ho parimenti risposto male, quando il piemontese guardiafrontiera, dopo un esame approfondito del mio bifolio crema e beige, ha detto «scade a settembre.» Colpito da questa esercitazione lapalissiana sulla mia carta d'identità, non ho fatto meglio se non inarcare un sopracciglio: «tanto siamo a maggio».
La quantità di informazioni veicolata dal dialogo effettivamente è ridotta. Ma ho le mie giustificazioni. Prima ancora avevamo subito l'irruzione della polizia francese, che alla faccia di Schengen ci ha esaminato a lungo per evitare che Bin Laden viaggiasse in TGV. E io ho letto negli occhi del ragazzo con la camicia rossa, costretto a far scendere, spostare, aprire il suo bagaglio, distintamente, «se fossi stato bianco, non mi avreste mai trattato così.» La professoressa di storia contemporanea che avevo accanto - buona attaccatrice di pippe, tanto che per riuscire a spiccicare due parole sono costretto poco urbanamente quasi a darle sulla voce - mi ha appena parlato.
«Un bel meteorite, un ciclone, sullo Stretto. Io sono di Reggio. Ma mi sono trasferita molto giovane. Non ne posso più. Ma a parte questo, alla classe dirigente della sinistra italiana, che ho sempre votato, a tutti loro, auguro la morte. Dico davvero, guardi. La capisco. Ma io dico davvero. E auguro la morte sinceramente a tutti questi. Ma non basta. Mi lasci dire. Deve succedere qualcosa di molto brutto ai loro figli. Lo so che non si dice, ma a loro non basta. Perché i loro figli hanno potuto studiare nelle migliori università americane e adesso avranno in mano le leve giuste, mentre qui, come dicono i sociologi, abbiamo avuto il genocidio generazionale. Della Sua generazione, peraltro, come di quella di mio figlio. Una generazione sparita. Mio figlio è architetto, iscritto all'ordine, ha fatto l'esame al Politecnico, ama l'arte contemporanea. Se non lo aiutassimo mio marito ed io non potrebbe nemmeno lontanamente avere la vita dignitosa che merita, con una compagna e una figlia. Ecco perché auguro la morte e la distruzione a tutti loro e ai loro figli. Non esagero, mi creda. Arrivederci. Grazie, la mia valigia è quella, e poi quell'altra, molto gentile. I migliori auguri.»
Il mio prossimo pezzo avrà a che fare con le scampagnate. Che è quello che mi riesce meglio. Lo pensavo la mattina medesima, evitando le pozzanghere per arrivare al campanile della Gare de Lyon. Col tempo e con le scampagnate.
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