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lunedì, 27 aprile 2009
Due cozze.
venerdì, 27 febbraio 2009
Ho trentaquattro anni e mezzo e mi sento realizzato. Non ho un lavoro, una famiglia, una casa, una macchina. Non sono alto, ho i capelli sempre spettinati. Ho l'orecchio assoluto e temo di perdere la vista. Mi intendo un po' di tutto e su tutto ho da rompere i coglioni. Sono un drago a carpire le somiglianze: per esempio Sacconi assomiglia a Bertolino con una punta di Cochi Ponzoni, ed Epifani a Zeffirelli un po' asciugato. Detesto non sapere le cose e non avere una mappa del posto dove sono. Mi sento felice. Dicono che da ragazzino avessi molto talento. Tutti i ragazzini hanno molto talento. Non sono mai diventato un grande doppiatore, un grande attore, un grande scrittore, un grande musicista, un grande mezzofondista, e credo che esista un motivo per questo, pur se nel mezzofondo ho colto le più grandi gioie e i peggiori risultati. Credo nel soprannaturale. Credo nel destino. Credo in qualcosa così come i personaggi di Lovecraft credono che esista un cono iperintelligente con le ventose. So fare un po' di tutto, do ottimi consigli, risolvo problemi, non sbaglio ortografia in almeno tre lingue diverse. Detesto che mi si pretendano affetto e denaro, pur avendo dissipato molto di entrambi. Ho detto «ti amo» ad almeno quattro persone differenti. O solo a quattro persone differenti? Convintamente, comunque. Tanto alla fine, dico sempre, è zero a zero, è entropia, è Maelström. A calcio ero una pippa volenterosa, un Tommasi terzino di fascia. Ma non ho forza di volontà, in effetti. Tutto quello che ho preteso non l'ho mai ottenuto. Raf aveva torto. Le migliori soddisfazioni le ho avute o correndo o in posizione orizzontale. Anche le migliori soddisfazioni le ho date in posizione orizzontale. Mi riferisco soprattutto allo stare sbracato su un pratino col sole in faccia. So cucinare bene due tre piatti non particolarmente raffinati, ma lo faccio in modo raffinato. Sono ipocondriaco. Temo i sorci. Più dei sorci temo insetti che non nomino. Credo che esista una razza superiore da quando ho visto correre Carl Lewis e Toninho Cerezo. Sono di Roma e tifo la Roma. Sono di Roma in modo parossistico. Non vado spesso allo stadio, ma se avessi qualche soldo ci andrei. Sto scrivendo due libri e un quartetto che non finirò mai (più i libri del quartetto, dovessi quotarli). Da ragazzino rimorchiavo sui mezzi pubblici, ma solo da grande ho portato ad effetto la cosa. Credo nei mezzi pubblici da sempre. Non parlo con mio padre da quattro mesi e questo mi rende felice. Sono contento di non avere i soldi per psicanalizzarmi. Forse i mesi sono cinque. Sogno delle cose aggrovigliatissime e il giorno dopo a volte me le segno. I numeri che gioco non escono mai. Amo il Monopoli, le tette, la cioccolata fondente, in realtà del Monopoli posso fare a meno. Penso che Giuseppe Verdi sia il più grande drammaturgo mondiale insieme a Shakespeare, che la juventus abbia sempre rubato, che in un mondo migliore la finale di coppa uefa del 1991 sia arbitrata da Gandhi e non da Spirin. Credo che chi si vende una volta si venda per sempre, ma la battuta non è mia. Io non ho ancora stabilito il mio prezzo, dunque al momento non sono in vendita, a differenza di Viola Valentino. Ho doppiato Grandi magazzini. Guardo film porno e corteggio le donne appena posso. Organizzo scampagnate indimenticabili. Ho trentaquattro anni e mezzo e grazie a dio posso smettere di non sentirmi giovane.
giovedì, 12 febbraio 2009
Un giorno i giovani scopriranno il Torrino: «L'altra sera so' stato fino alle quattro a suonare i bonghi in piazza Cina, poi quelli di sopra li mortacci loro hanno chiamato le guardie...»; affitteranno casa: «so' andato a vivere al Torrino, si sta bene, sabbato ce stanno tutti i locali aperti nelle vecchie palazzine residenziali, però costa caro, dice che ce portano la metro»; oppure meglio ancora a Giardinetti: «pensa che era tutta una zona abbusiva, hai presente dove c'è la vineria a via Luigi Rossini? lì hanno tutti nomi di incisori, artisti, so' tutte stradine pittoresche, poi è vicino a Tor Vergata...»; «Aho', stasera ce sta er festival de ggiocoleria a Ggiardinetti, poi annamo tutti a ballare al Villaggio Breda; ammazza che traffico ce sta su'a Casilina»; «domani festeggio la mia laurea con un aperitivo solidale a via Gallori». Solo che tutto sarebbe detto con accento pugliese.
Dai, trovate anche voi una zona brutta dove mandare i giovani.
venerdì, 23 gennaio 2009
E Luís Moreno si vedeva che parlava lui.
venerdì, 05 dicembre 2008
Credo che siamo delle persone singole. Credo che non esista la comunicazione. Credo nella proprietà privata, nell'individualismo, nel mio e nel tuo, nella separazione, nel distacco. Credo che non bisogni rompere i coglioni, recriminare, ma all'occorrenza dare una mano. Credo che non bisogni reclamare, pretendere, ammalarsi. Credo che bisogni ascoltare. Avere pregiudizi di tanto in tanto. Essere intolleranti di tanto in tanto. Credo che facciamo tutti una finaccia, inutile far finta di niente. Credo che i riscaldamenti andrebbero meglio tarati. Credo che non si debba proliferare. Credo che si possa perder tempo. Credo che bisogni essere affidabili, onesti, morali, non come il capitano di Wozzeck, ma nel possibile. Credo che non esista un lavoro più interessante dell'altro. Credo che ci si possa lamentare e non si debba farlo. Credo in molte cose in contrasto fra di loro. Credo che si possa fare.
mercoledì, 05 novembre 2008
Pete Sampras tinto di nero?
martedì, 04 dicembre 2007
Discussione estenuante. «Ma tu cosa vuoi fare?» La lettera dalla Germania, lettera cialtrona, sul suo tavolo. «Gli spaghetti sono ottimi», e sono ottimi davvero. Hanno cotto molto, e sono ancora saldi, non si sfanno, il dente li giustizia senza difficoltà ma trovando un ostacolo. Parliamo d’altro? «Non farmi il solito cazziatone», insisto, e lo fa, come se non avessi voluto abbastanza. Il pregiudizio sul pigro di talento mi ha rotto il cazzo, dico letteralmente. «Che cosa vuoi fare?», ancora. «Devi capire cosa vuoi fare. Il direttore? rifai domanda. Il compositore? Il musicologo? Vai dal tuo relatore e di’ che desideri fare il musicologo sopra ogni altra cosa.» Non è vero, e non lo direi mai. «Che cosa vuoi fare?» Non posso sperdermi in mille rivoli. Ha ragione, e torto. Io riesco mediocremente (ossia: in modo medio-buono) in varie cose. «Perché devo scegliere? Perché mi devono fare l’esame di coscienza?» «Che cosa vuoi, vuoi, vuoi.» Questa volizione, gli dico, mi terrorizza tanto che la butto sul personale e gli chiedo perché voglia cucinare a un individuo che così poco vuole diventare o fare. Ecco: io non voglio, non esigo, e ho sempre aspettato che le cose arrivassero, non ho mai voluto tanto da dire «quello e non altro», credo nei mille rivoli, li curo, e li curo meglio che posso. Scendono non dal Casentino ma dalla mia precarietà, fin dalle elementari, l’attore, il doppiatore, poi ho continuato e continuato e continuato. Volere è potere, e il mutilatino di Cuore sale le pertiche, e Verdi incede mentre in una nottata nevosa gli viene incontro Nabucco.
E dicevo, ecco che cosa voglio. Qualcosa alla portata. Niente più podio di Otello. Ma scendere sotto 1h30’. Finire la cantata che ho lasciato lì, nel suo preservativo-busta che qui chiamerebbero «borsina», scrivere un buon pezzo per teatro. E voglio anche il libro su Rossini e due o tre saggi. Voglio perfino non dovere: rispondere delle mie azioni, viceversa anche, in fondo non mi ha eletto nessuno. Voglio delle cose, ma non voglio tanto da cambiare il mio modo di volere. Mille scampagnate e uno scudetto prima che Totti smetta, non sbagliare, non sbagliare più, essere presente, sapere che fare. Preferisco, ecco, sapere, e non volere. Sapere il sapibile, volere il volubile, comprendere il comprensorio. Smetto di parlare senza capire quel che dico, ma non voglio, ecco, gli dico, mi riprendo, non voglio tradire i miei difetti, che sono, al netto, pur se non li ho voluti, l’unica cosa che ho.
venerdì, 09 novembre 2007
La Prouidenza, che tutto a sua guisa regge, e destina a un meglior fine, ha così disposto, ut femina et huomo non solo differenti siino riguardo alla conformatione, uuoi della pelle (sebben femine ci siino irsute tal cignal de l’Amiata) uuoi del piè, de’ labri, se pur delle poppe (mirabile istrumento!) e d’altro parlar non desiderassimo: sed etiam in ciò, che inclina la femina altroue che non l’huomo, per cui molto più forti, et durature, son alcune paffioni e sentimenti preffo lei, come lo frequentar li autletti, come paffionarsi per li capibranco o per li rastamanni, come lo danzar giojosamente intrecciando carole sul tema di «Com’è bello far l’amore da Trieste in giuso», che preffo l’uomo: per lo quale non sol men durevoli e diresti quasi infiachite sono, ma che lo portano a fignere, tal fiata anche con successo, le medesime paffioni per rimorchiarla. Ecco dunque che l’huomo, che sortirebbe più volentieri con li amici sua sparando minchiate davanti a una birra di mediocre statura, si costrigne a ‘mpomatarsi nei discopabbi o altroue lo ne porti la foja di femine incontrarui e sogguardarle, mentre alla danza sciolgono i bei capegli e i lineamenti si scompongono loro come in amorosa lotta, oppure mentre con mouimenti discutibili interpretano i successi del popolo del villaggio, o pur qualche bazzecola latina come la bomba […].
Etiam ne lo trombare e ne lo rimorchio huomini e femine diferiscono. L’abordar la femina ne’ publici luoghi, attività dilettevole, è oggimai deposta a fauor de lo rimorchio supra retem. Tanto, che chi si disponga a lo rimorchio ne’ publici luoghi, effer pronto dee a un ricuso, mentre ne la rete chiunque puossi per caualliero, per prode, per nobilhuom spacciar, e la femina creder potrà a tutto: anonimi ingegneri mutati in Perciualle et impiegati oscuri ne l’Alighieri. El principale inconueniente, è che la recerca de la femina (e la correspettiua recerca dell’huom da parte de la femina) opera sì, che le persone dependono dalla rete medesima, lo che nomasi attacco di chattite. Dura solitamente due settimane o al mese al più, dopodiché facesi una scorta di nominatiui, et de indirizzi, et de numeri, et de quelle che uolgarmente nomansi pippe, cum alquante trombate o sine, et per un altro mese si puole dedicar la uita alle attività uirili, quali la Roma, la pizza nel quartier de santo lorenzo, le scampagnate a passoscuro, et le femine a le feminili, quali li acquisti compulsivi, le telefonate, le recriminationi. […]
Offeruar dee el gentilhuomo uno cerimoniale con le femine supra retem. Esibir a la femina el proprio collo de papero, o uantarlo ex abrupto, non sorte per l’ordinario effetto alcuno. Deuesi inuece, come li poeti de Prouenza, seguire un rituale amoroso. Uantar la pronta intelligenza de la femina è d’uso, pur se non ui si creda; se timida, riseruata; se sfacciata, diretta; se graffa, formosa. Per l’ordinario una femina supra retem può trombar chicchessia: non ha dunque ella bisogno dell’huom, ma l’huom de lei. Dirallesi che è speciale, e attender deuesi el momento, in lo cui ella etiam dirà dell’huom che è speciale. Allor el primo paffo è compito. Altresì dee l’huom non mostrar la sua sete di topa, lo che produce per l’ordinario contrario effetto. […] Ma come diffi, ricordar deuesi non effer questo altro che un cerimoniale, che tutte le femine e li huomini conoscono senza prestarli la menoma attentione. […]
L’apertura di quel che gli angli nomano un blog sicuramente è cosa da femina, come colei che deue figurar per problematica et altra da quel che è, et inuolgersi di mistero e pur mettersi in piazza al medesimo instante, o pur è cosa da amatori della faba (o faua), huomini gaii: capita però che lo huomo segua l’odor di femina anche lì, e apra el medesimo blog. Tale artifizio è speffo una sublimatione de l’attacco di chattite, et uera è la sententia del saggio, che dice: «nel blog havvi più qualitate, sed trombasi di meno.» Gratie a lo blog puossi però osseruar lo scorrere del tempo mettendo a parte li altri de li propri pensieri, e fignerli importanti. Lo che, come el cerimoniale uuole, osseruato ua, sed da nullo ueramente creduto.[…]
sabato, 01 settembre 2007
Il sabato sera non si esce. Sono stato fedele per tutta la vita a questa linea di condotta, e quando me ne sono discostato sono sempre stato punito. Sono stato giovane con difficoltà e a sprazzi, tra il '92 e il '95, e in seguito ho rimosso quel periodo in cui il sabato sera si usciva. Uscire il sabato sera è da sfigati. Sabato sera (se esistessero) i mostri uscirebbero per strada a seminare zizzania e gli orchi si radunerebbero per mangiare carne di fanciulle ancora mal strangolate; si possono consumare atrocità d'ogni tipo, il sabato sera. Così, anche oggi, declinato politely l'invito a vedere gli artisti di strada sul Po (notate niente di strano nella frase?), me ne stavo tranquillo a fare i cazzi miei. Ma poi i morsi della fame mi hanno fatto venire l'idea somma di un gelato. Esco, e scopro che la città - già esigua - è divisa in due. La gelateria, tutte le gelaterie degne di essere gelaterie e non spacci di polverine, dall'altra parte. In mezzo, zingari che suonano.
Ora, qui notoriamente sono nordici provinciali e quindi odiano gli zingari. Anzi, probabilmente confondono tutti, zingari, russi, giamaicani, saharawi, molisani e quant'altro sotto il nome di negher. Allora com'è che basta che gli odiati zingari si mettano flicorni e tube in spalla e tutti, bambini e vecchietti e ragionieri di Olmeneta e contabili di Casalbuttano cominciano a ballare freneticamente?
La città è in mano a mangiafuoco, pagliacci e giovani polentoni che attendono l'ora della disco. Sconvolto da questa parodia di un film di Kusturica (penso al titolo: Gatto nero, Ciccio e Franco) torno indietro rapidamente, chiedo scusa agli dei per la mia sconsideratezza e mi rifugio in un kebab. Almeno i negher me li scelgo da me.
martedì, 24 aprile 2007
Ricordi inutilmente nitidi si affastellano nella vita, z. B. reminiscenze musicali che occupano spazio prezioso.
Che ci fa quel vecchio partecipante alla Corrida che cantava Il moscolone? Mi ricordo la musica e la strofa, accompagnata dal pubblico in responsorio battendo le mani.
"Nella mia stanza - c'è un moscolone
(pubblico: ah ah ah)
che gira intorno - alla lampadina
(ah ah ah)
e a me nun - me fa dormire
(ah ah ah)
E il moscolone - sto furbacchione
dalla finestra - non vuole uscire
e gira intorno - alla lampadina
e a me nun me fa dormì."
Se poi passo oltre, nel florilegio, mi rivedo a otto anni cantare la seguente canzoncina di mia invenzione:
"Io sapevo che tu volevi - prenderti tutto tutto tutto
per carità - non togliermi la libertà!"
che fa il paio (anzi il trittico) con una composizione di tre note variamente combinate scritta a sei o sette anni, intitolata Composizione in un momento di tristezza. Ero al pianoforte e stavo guardando un vecchio kolossal ispirato alla battaglia delle Termopili. È consolante che sono un vecchio rincoglionito e tutto sommato non è cambiato niente. La composizione non l'ho ancora depositata, potrebbe venirmi utile. Re-Fa-Re-Mi-Re-Fa-Mi...
Ci sono ricordi inutili ovunque. Che magari ti fanno anche piacere. Poi però ti scordi cose più importanti come la capitale del Ghana o il nome di uno che ti presentano, o come si dice "sera" in Inglese. Verrà il momento dell'oblio totale, o quasi. E sono sicuro che allora, farfugliante, io mi riscuoterò e canticchierò, con una camicia dalle strane maniche addosso, in una stanza imbottita
"Ma il moscolone- quel furbacchione - dalla finestra - non vuole uscire..."
Lo spazio è cordialmente offerto a chiunque volesse liberarsi di ricordi in esubero.
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