|
domenica, 15 novembre 2009
che nel suo alibi non ha tenuto conto dei fusi orari, e mi chiede, in un Inglese brutto ma corretto, dove andare coi suoi genitori per santa Maria maggiore, mappa alla mano. La tiene con una mano e punta la direzione, supposta, dove siamo, con l'unghia lunghissima del mignolo. Ha i denti divaricati e sembra un cuoco di qualche film di Bud Spencer. Gli spiego che non siamo nella sua mappetta del cazzo, ovviamente tenendomi per me il giudizio di merito e rispolverando il mio accento East Dulwich, che può sia salire e scendere il Celio e poi risalire l'Oppio (che poi dovrebbe intendersene), oppure prendere lo stradone, questo qui, ecco, tornando indietro, a destra, fino al Colosseo. Ma se va dritto? no, guarda, non farlo: torna indietro, vai al Colosseo. Se vado dritto non trovo la metro? no, non la trovi, puoi prenderla qui a Circo Massimo ma essendoci il vertice della Fao, col segretario ciccione in digiuno e incatenato e uno schieramento di polizia che replica uno pro capite il numero degli abitanti, sarà verosimilmente chiusa: torna indietro, vai a destra, poi giri per la strada quella grande, oppure sali e scendi questa collina, questa qui; gli faccio ampi gesti con le mani, che disegnano parabole perfette come Indurain in una cronometro. Quindi non vado dritto? No. Torna indietro. Lui capisce, ringrazia, mi dice di passare una bella giornata; io sto facendo stretching prima dell'allenamento, lo ringrazio, mi afferro una caviglia e faccio in tempo a vedere che va dalla parte opposta.
Ma allora non sei solo Cinese, sei pure della lazio.
(Intanto abbiamo avuto le Forze Armate al Circo Massimo, oggi il vertice Fao, la banda dei vigili allo zoo e addirittura la sfilata di auto d'epoca - che poi non so come si faccia a chiamare l'A112 un'auto d'epoca, allora pure la Panda. E mi chiedo quando cazzo sposteranno la capitale a Rieti. Sai che bello le olimpiadi sul Turano, le fiction in burino, la festa del cinema con i fan club che dopo l'autografo degli idoli si vanno a mangiare la porchetta.)
lunedì, 02 novembre 2009
Da quando uno stiramento mi ha impedito di allenarmi, proprio mentre stavo filando a tutta velocità e dopo anni avevo rifatto i 5000 a 20'12", così da poter aspirare, chissà, a ritornare ai dieci chilometri sotto i 41'30" (e intanto sento la voce del Matto che direbbe che lui alla Best woman ha fatto 38'52", ma che adesso non può allenarsi più dalle tre alle cinque ore al giorno, troppo lavoro) - e chissà, a ricorrere la mezza sotto 1h30' - ecco, ho ripreso a camminare forte, spingendo. Come se mi dicessi: c'è da spingere? e allora si spinga, perdio, ecco, tallone che spinge, e la punta, non a ricasco, si figge metaforicamente nell'asfalto bucherellato e irregolare e acquitrinoso del marciapiede della via che porta alla biblioteca di Valle Aurelia, i muscoli si tendono in un ersatz di sforzo, ahi quanto pallido rispetto a un allenamento: spingo ancora di più, per sentire il calore montare dalle cosce che sbattono sui pantaloni umidi, calore che si unisce con quello, di opposta direzione, dei calcagni. Le scarpe, regalate dal sindaco, scivolano ma sono - o paiono - perfettamente impermeabili. Le immergo nelle pozzanghere più insidiose, quelle che stanno tra il marciapiede e la carreggiata, quelle in cui le signore che scendono dal quattro e novantacinque immergono il tacco basso e bestemmiano e fanno cadere la spesa, e resistono: le scarpe, le mie, non le signore. Che invece immagino inzaccherate, con i pacchi di pasta e gli ossibuchi che nuotano nell'acqua grigiopiombo, sotto lo sguardo della coatta un po' cicciona con l'ipod e la gomma da masticare.
Mi viene in mente Tours, quando passo in mezzo al parco dietro le case popolari. Effettivamente è un panorama da periferia francese, cemento a vista, palazzoni, sentieri stremati in mezzo a salici e a panchine di cemento anch'esse, come dietro place saint Paul. Andavo con la stessa andatura anche allora. Non mi potevo permettere la tessera dell'autobus. Undici anni dopo ho finalmente il mio status symbol in tasca, annuale, altra città, molto più vasta. Valuto così la distanza dal me di allora, sempre spingendo sulle salite, e a Tours, di là dalla Loira, per raggiungere le aule di geografia dove potevo scroccare internet, ce n'erano, di salite, e ci mettevo tre quarti d'ora da casa. E andavo di fretta perché se no si faceva tardi, e andavo di fretta anche quando uscivo la sera, e uscivo quasi tutte le sere, perché poi fece meno dieci per buona parte dell'autunno, e allora camminare così impetuosamente mi teneva in uno stato di fretta e di sospensione e di freddo. Spingevo in un paio di scarpe che tornarono scalcagnatissime, e che erano un pelo troppo leggere, e un altro paio che come quelle che indosso adesso mi ferivano i talloni.
Ma mi è andata bene. Penso a Campana scendere a Firenze con una specie di pantalone a fiorami, scarpe in cui nuotava, freddo come l'inverno a Firenze è freddo e umido, lui che parla con Soffici, suo lontano parente, e Soffici che perde il suo manoscritto, non lo nasconde, no, peggio: lo perde, per incuria e non se ne accorge, nemmeno dopo morto. E pantaloni di lino ha il ricercatore tedesco che si mette una giacca solo nel giorno in cui parla. Il giorno prima pantalone di lino, incongruo, ai trentuno di ottobre, mocassino arancione scamosciato. Camminare forte, anzi fortissimo, sulla salita di Baldo degli Ubaldi, con buste di ogni tipo, camminare arrestandosi solo per dar precedenza a qualche vecchia cautelosa, a qualche signora portatrice di ombrello, ed ecco la biblioteca col suo pavimento a rilievo in linoleum, l'uomo dietro il banco ha la pancia e ha la giacca dentro la biblioteca: ha freddo. Mi chiede se leggo per diletto o per - No, per diletto. Non so perché riesca a dire solo la verità. Dev'essere un vizio non di famiglia.
Ho un bisogno che mi si manchi di rispetto per attaccare briga, che se non fosse che questo accade di continuo lo cercherei apposta. La coinquilina che non pulisce, le persone che non ascoltano, quelle che ti usano. Mi ha usato Ch.? penso di sì. E io? ho mai usato qualcuno? Usato, adoperato, per camminare come le scarpe che porto, usate ma nuove, in fondo: adoperato fino a fargli mostrare la corda, riponendo poi il tutto sperando che la casa fosse abbastanza grande per dimenticare, troncare, sopire. - Tra i cornicioni e le farmacie omeopatiche e le autoscuole mi faccio anche un esame di coscienza al doppio della velocità, e non lo supero. Non è che non lo superi, non so se lo supero o no. Il non sapere, come non sapere con un occhio esterno se io mai... se un giorno... se forse... Nulla, solo quest'indecrittabilità moltiplicata per mille, e alle cinque è già buio e di lì per quattordici ore buone non se ne riparla.
Il giorno prima sulla Flaminia, a piedi come le legioni romane, ma il mio obiettivo è più modestamente l'auditorium, non gli Arverni, sole e vento in faccia. Sant'Andrea è aperto, ne sta uscendo il prete, la faccia come un vecchio televisore Sinudyne incorniciata di grigioperla. Mi fa entrare. Non mi godo quanto posso questa chiesa dove non si entra quasi mai, tra il tram i giardinetti e lo svincolo per i Parioli. La sorpresa, che poi non è tale, e che rovino al prete stesso, è che l'esterno è una sfera dentro un cubo, all'interno invece Vignola ha disegnato un'ellissi con una complicata modanatura. La perfezione, sembra dire, non esiste: oppure, la perfezione del Pantheon a cui questa chiesuola si rifà in-sessantaquattresimo, non esiste più, non è possibile. Ma il resto è semplice, come in San Sebastiano a Mantova, rimarrei meditabondo, non fosse che il prete, a colloquio con un bengalese che promette di pulire, di tornare, di sistemare, mi indica il pavimento e mi garantisce che vengono da tutta Europa a vedere la sua chiesa. E ci credo, gli dico. Mi ha fatto un grande regalo, gli stringo le mani, è un po' sordo, glielo ripeto, mi ha fatto un grande grande regalo. Riprendo a marciare verso nord, la sciarpa mi disegna ombre strane nel profilo che si muove irregolare tra i binari.
giovedì, 15 ottobre 2009
Terrò un corso su come ascoltare. Non apprendere, semplicemente ascoltare. Io sono giunto al punto de la rota in cui i cassieri e i commessi e i passanti, dato il mio lavoro in isolamento, con quattro fogli stropicciati e mille fotocopie intorno, sono i primi bersagli della mia voglia di ascoltare, e anche provocare l'ascolto, proporre temi, saggiare reazioni. Perché lo faccia, lo so, ma pazienza.
Al corso manca ancora qualcosa. Primum, discere. Ascolto con condiscendenza, benché apparente. Nessuno ascolta, in genere: sente, ma non ascolta, non trapassa lentamente nell'altro punto di vista: mai. Il tempo ci manca e lo riempiamo di chiacchiere che sono lo zero a zero dello scambio umano, ma ascoltare, quello no. Il mio è un lungo apprendistato, ma se mi metto ad ascoltare, pure nel mio modo cafone che interrompe - ma con garbo - per rialzare la posta, per proporre nuovi argomenti, o si ritrae per lasciare il tempo, ecco, mi sembra di aver fatto una buona azione. Improprio, e proprio: l'ho fatta nei miei confronti. Sono forse un vampiro, un mostro che si strozza di esperienza umana senza poi ricacarla, solo per avere altro materiale di conversazione. Immagino, la mia testa stipata come un granaio. Sarebbe da appiccare il fuoco, fare silenzio, non fosse che il fuoco romba ancora di più, e allora distinguere il grano dal loglio diverrebbe impossibile. Conflagrazione di chiacchiere sulla Roma, sulle bollette, sui bambini, sui padri, sulle scampagnate, sulla direzionalità, sull'ascolto. Inutile cumulo, che a scalarlo ti fa affondare e tanto vale lasciarlo lì, stiparlo ancora, aspettando che si decomponga, si sfibri.
sabato, 10 ottobre 2009
Ventisette. Io mi ricordavo sedici. Chissà perché. Sono nove volte tre colonne, da davanti la cremeria si vede un'infilata di granito, un po' sopra il piano stradale, del portico, intendo. Nove? Otto, in realtà. No, non sono ventisette né ventiquattro, ma venti. Certo, il centro del portico è libero. No, sono sedici. Ecco, dunque, erano sedici. Solo quattro file sono piene, le altre quattro hanno solo la colonna che regge il frontone, sopra cui si legge il nome di Marco Agrippa, ed è una ricostruzione, perché il rifacimento del Pantheon si deve a Caracalla, se mi ricordo bene. Il diluvio ha spazzato via molta gente dalla prospettiva del sabato sera, guardo il monumento con una strana fissità. Sono reduce dall'ennesima insensata spedizione wombwards, e non mi capisco. Ma del resto non capisco neppure il bisogno dei nostri antenati di cercare questo supremo equilibrio, questo ritmo e questa proporzione ossessivi, da imitare per chissà quanti secoli, altro che i venticinque dell'ombra d'Argo. Non riesco a figurarmi, e sì che ci provo, la loro testa, la loro ossessione dello spazio. Non puoi abolire lo spazio? li immagino pensare, senza saperlo. Ebbene, lo segmenti.
Noi siamo invece alle prese col tempo, viviamo di più, viviamo meglio, ma abbiamo bisogno di abbreviare i tempi. Così il sogno di equilibrio si trasforma in una ridda di smart in doppia fila, caute nell'evitare, quando escono dal parcheggio fantasia, il domino di motorini truccati. Naturalmente, non una parola spesa dai vigili, che pure lì stazionano, su insegne enormi in mezzo alla strada, tavolini che assalgono quasi la fontana dietro una vernice di urbanità e pronti alla stufa da aperitivo, riducendo la piazza a una di quelle caramelle quadrate che avevano il buco in mezzo, erano dei toffees tipo Quality street, che poi la scatola serviva per metterci ago e filo (dai Droste e dagli After eights, invece, non potevi trarre la stessa beneficiata).
Un malevolo direbbe, data l'occupazione delle isole pedonali e il carico-scarico merci tollerato a ogni ora, che i vigili del centro abitino tutti (horribile dictu) nel popoloso quartiere della Stecchignola, e impinguino i mancati guadagni al superenalotto col non infierire su questo andirivieni abusivo. Oh!, che calunnie. Risalire il Corso o il Tritone diventa impresa per polmoni d'acciaio, attraversare piazza Venezia in bicicletta necessita i nervi di Barnard. Ma è un problema storico, non etico. Certo, visto alla lente della storia, tutto impallidisce e svapora. Perfino il Pantheon diventa la Rotonda, e poi ridiventa Pantheon. Passeggini impazziti e pomicioni di mezzanotte stazionano nel portico.
Grazie ad Augusto il Campo marzio si pacificò, si arricchì di costruzioni civili. L'organizzatore popolo romano perdeva la necessità delle adunate, delle elezioni, della guerra. Fu, naturalmente, un bene. Ma si abituò a essere suddito, perse la presa sullo spazio, si fece formica, arraffando il granello a portata. I camerieri si aggiustano il farfallino. Sotto casa mia, una scorta per un personaggio ignoto, hanno la faccia da sbirro che ha visto finti poliziotti alla tv in gabbiotti soffocanti, questi della sera tarda, sono dei Bob Hoskins incrociati con qualche personaggio di Un posto al sole. Devo scremare, concentrarmi, raccogliermi. Continuo a pensare che non sia tardi, e poi, domani, il supermercato apre più tardi, forse dormo. Forse no, ma la storia falsa sempre le prospettive.
mercoledì, 26 agosto 2009
Piazza Augusto Imperatore, quanto cazzo sei brutta. Sei brutta tu e chi ti ha creato. Sei brutta e sfigata. Triste come un film di Ken Loach ma coi marmi al posto dei mattoncini rossi. Tu e i tuoi negozi improponibili lungo tutti i lati, coi manichini che mutuano l'andatura inarcata dei coatti che spendono i milioni per un giubbotto da coatto portato dai manichini vestiti da coatti. Per non parlare dei cartoni e dei poveracci che trovano rifugio sotto i tuoi portici puzzolenti e scomodi, dei sorci, dei ristoranti alla moda di Milano dove si fa il brunch e l'aperitivo. Ma vaffanculo, piazza Augusto Imperatore, che manco stai vicino a via Ottaviano.
Ripasso da lì dopo averti accompagnata. Adesso mi cerchi, mi carezzi, mi metti la mano sul pacco, mi attiri. Mi cerchi di nuovo, mi forzi, mi telefoni e mi scrivi. E io come una campana fessa, ridò la nota con armonici sbagliati, confusionari, senza vibrazione. Se mentre ti scopo mi ricordo quando ti amavo, e quanto, non prevale l'amarezza, né la rivalsa, ma la presa di coscienza della palingenesi, anzi no, della palinodia, della palinderculità della vita, piuttosto, che è palindromica, comincia e finisce con un brusìo indistinto, la foglia gialla. Quei mesi con le mani stese avanti mentre smaniavo, a duemila chilometri e più, e adesso cosa noto? le forme fuori forma, l'ortografia sbagliata, la sbirulinizzazione della tua voce. Il non ancora che ha dato luogo al non più. Forse torni perché vivo in centro, perché la fine di Perpetua è sempre in agguato. È sempre bella la tua compagnia, il rumore della spallina che sfiora le lentiggini, ma come vederti alla lente dell'amore di febbraio-marzo, quello, come il febbraio stesso, come il broccoletto che lascia spazio al carciofo e poi pian piano alla melanzana, diluito in questo sole allungato, un po' opaco. Compio tutti i passi giusti, la strada è cambiata sotto i miei piedi, non è colpa tua, o meglio, lo è, ma non posso insistere, sarei poco gentiluomo, e non starei riaccompagnandoti. Piazza Augusto Imperatore, facessi almeno angolo invece di sbucare nel Corso come un eritema, come l'acqua della pasta che assaggi e che ti scola sulla guancia, come un paradosso illeggibile, le macchine in doppia fila e la teca nuova, l'artista che esibisce le scarpe bucate da trent'anni e si chiama artista. Solo qui potrebbe accadere, piazza orribile, sbucata da un compromesso in una dittatura oscena e dunque oscena, senza colpa, accenno anche io un'andatura sbieca, grottesca, le braccia allargate e stese, quasi mimando.
giovedì, 13 agosto 2009
O vos omnes, e siete purtroppo tanti, voi tutti, massime uomini, qui infradigita fertis, perdio, non vi toccate i piedi zozzi, perché è fatale che diventino zozzi con quelle ciavatte orribili: non fatelo mentre state in giro, in metropolitana, ai tavolini da caffè, e men che meno se state a casa mia. Piuttosto scaccolatevi.
venerdì, 26 giugno 2009
Incredibile! Anche a Roma, anche nella caotica Roma, nonostante il traffico, l'agitazione della città che si desta, il cemento che assedia la natura, si può essere svegliati all'alba dal canto degli uccellini.
Sti stronzi.
venerdì, 05 giugno 2009
Il libro di Luciano Canfora sulla democrazia sostiene una tesi discutibile - non da me, che sono un proporzionalista da sempre - ossia che nell'accezione letterale, ma anche in prospettiva storica (e lascio ai lettori la ricostruzione della logica di Canfora), la democrazia sia inscindibile dalla massima rappresentatività possibile, e sia peraltro inscindibile dall'uguaglianza, comunque intesa. E, dunque, sia stata nella storia dell'uomo raggiunta raramente e spesso in modo mistificatorio. Per quel che concerne il primo corno, ossia la rappresentatività, Canfora si chiede se molte di quelle che noi chiamiamo democrazie, basate - poniamo il caso - su un sistema a collegio uninominale, possano veramente definirsi tali. Possibile che le istanze minoritarie (e nemmeno tanto, per esempio di una o due persone su dieci) non vengano rappresentate in parlamento? che cos'è il parlamento, in sostanza, quando serva solo a supportare l'esecutivo? Questione di gusti. I miei, comunque, sono gli stessi dal 1993, quando un referendum truffaldino fu approvato dall'83% degli Italiani, istigati a confondere il ladrocinio di tanti col sistema proporzionale, e dunque ad approvarne uno in cui Confindustria e preti potessero come sempre spadroneggiare de facto ma occultamente e con la patente della governabilità. Questa anche è discutibile, ma riflette il tempo dei miei diciott'anni. Ricordo ancora una vignetta, palesemente illegale, mi sembrò, forse a torto, sul Corriere del lunedì, a urne aperte. Si vedeva un autobus inchiodare e far scendere tutti i membri del pentapartito con il fumetto «SI cambia». Oggi, correndo a villa Pamphilj dopo tanto tempo, aspirando il profumo dei tigli e pensando «Londra suca», sono incappato in un dibattito sul referendum. Avevo sempre pensato che si trattasse di abrogare la legge elettorale, e dunque un più che legittimo sì mi sembrava la scelta giusta. Ho scoperto che invece l'abrogazione parziale lascerebbe il premio di maggioranza, escludendo la possibilità di apparentamenti, senza togliere la lista bloccata. Ecco il pasticcio: a votare sì ne risulta una legge che assegna a un partito che prenda anche solo un voto in più, su base nazionale, la maggioranza assoluta (il 54%). Astenersi è da conigli, tipo quel che hanno consigliato i preti nella scorsa occasione o Craxi nel '91. Il no sarebbe una conferma della legge esistente, voluta da Lega e UdC e a lume di naso (non foss'altro!) anche incostituzionale. Decisamente questa nazione è lungi dall'essere donna di province, e il bordello di dantesca memoria è inestricabile. O forse è solo il mio essere disattento o distante da mesi?
Per quanto riguarda le elezioni come al solito sceglierò una donna un negro e uno col nome strano dalle penultime posizioni di una lista minorrima. Almeno so di non sbagliarmi.
venerdì, 27 marzo 2009
Qui ci entra il sole, dice lei, nella prima e unica casa che vedo, cui si accede per una specie di ballatoio che sa di cavoletti di Bruxelles andati a male, per una scala sospetta; e il sole effettivamente, ci fosse, entrerebbe a fiotti senza nemmeno una persiana o una tapparella direttamente sul dormiente - che nella visione della padrona di casa, che ho cercato di capire per telefono sbagliando lo sbagliabile (venendo per giunta anche ingannato da una innocua vecchietta sull'autobus), sarei io. Io dico che ci penserò, sperando che non si legga dalla mia andatura frettolosa che mi eclisserò appena possibile. Barbari, penso, dunque, tornato in zone più respirabili, a nulla è servito Giulio Cesare, a questi stipatori di persone, a questi amatori di moquette che vantano come un pregio il fatto di vivere tutti insieme stipati, e lo spacciano per bellezza. Ecco, la bruttezza immane di questa città, mentre attraverso controvento uno dei ponti più pacchiani del mondo, inveendo alla teoria di ponti brutti che avrei sulla sinistra, se solo potessi guardare da quella parte senza essere inondato dalla pioggia, non mi era sfuggita, e neanche l'impostura della sedicente bellezza che viene spiegata con altre cose: vitalità, aspirazioni personali, cose che accadono. Come se non accadessero abbastanza cose, e in genere deteriori, da dover fare per tutta la vita movimenti scoordinati e meccanici. Non c'è nemmeno una collina da cui emettere un suave mari magno: devi stare lì in mezzo, trascinarti da un orribile incrocio a un altro, prospettive nel nulla, in questa terra ingrata. Se mi sentisse il professore cortesissimo, delizioso, di cui non potrei mai tessere abbastanza le lodi, mi chiederebbe che ci vengo a fare. Non ho risposte se non che l'inerzia mi ci ha tradotto, ma che comunque il mio non è un partito preso, è solo amore per il contraddittorio. «La città dove tutti vogliono realizzare il loro sogno», mi dice la sera un'amica di Dimitri, con cui divido il letto (con Dimitri, non con lei, absit iniuria) finché non troverò qualcosa di meno cavolettistico per questi due mesi, e si stupisce, l'amica, del fatto che io approvi la mancanza di iniziativa. «Se fosse così, ci sarebbero ancora i Borboni in Italia», mi obietta: non che abbia torto, ma confonde - questo non glielo dico - le aspirazioni a un mondo migliore con quello che, invece, è il senso di colpa insito in tutti gli umani: armeggiate, arrivate in cima, prima che la prostata si ribelli, prima che l'ulcera vi pieghi in due. Che sogno è, questo? che realizzazione è? Fare, dunque, e non quello che si può fare, quello che si può essere, ma fare a tutti i costi, fare chissà perché. E io, dovrei dirle, ma non le dico, sono proprio così: senso di colpa, svegliarsi la mattina domeniche comprese col disagio di non aver armeggiato abbastanza, c'è da chiedersi se il mio inconscio abbia capito la mia svolta conscia. Sarei pronto a dire di no, ma ho speranza di convincerlo entro il 2009. Intanto Dimitri russa, peggio di quanto facesse a Sperlonga nel 2003. Ho tempo per pensarci.
giovedì, 12 febbraio 2009
Un giorno i giovani scopriranno il Torrino: «L'altra sera so' stato fino alle quattro a suonare i bonghi in piazza Cina, poi quelli di sopra li mortacci loro hanno chiamato le guardie...»; affitteranno casa: «so' andato a vivere al Torrino, si sta bene, sabbato ce stanno tutti i locali aperti nelle vecchie palazzine residenziali, però costa caro, dice che ce portano la metro»; oppure meglio ancora a Giardinetti: «pensa che era tutta una zona abbusiva, hai presente dove c'è la vineria a via Luigi Rossini? lì hanno tutti nomi di incisori, artisti, so' tutte stradine pittoresche, poi è vicino a Tor Vergata...»; «Aho', stasera ce sta er festival de ggiocoleria a Ggiardinetti, poi annamo tutti a ballare al Villaggio Breda; ammazza che traffico ce sta su'a Casilina»; «domani festeggio la mia laurea con un aperitivo solidale a via Gallori». Solo che tutto sarebbe detto con accento pugliese.
Dai, trovate anche voi una zona brutta dove mandare i giovani.
|
|