passoscuro

   apoditticamente scorretto


domenica, 06 settembre 2009
 

Repetita iuvant

Avete rotto il cazzo con questi aperitivi. L'aperitivo si fa in Lombardia, non a Roma, dove diventa un modo per abbuffarsi di frittate border-line, verdure grigliate male e mozzarelle di finta bufala. A Roma si prende un caffè, si fa una passeggiata, si mangia un gelato, si va in trattoria. Fine dei discorsi. Imitare Milano è da sfigati; si è mai vista una macchina di lusso cercare di scimmiottare l'andatura di un Ape carico di macerie?


martedì, 14 luglio 2009
 

http://milano.repubblica.it/dettaglio/articolo/1674058

Ultra Sauromatas fugere hinc libet, et glacialem Oceanum...
postato da GiacominoLosi | 17:09 | commenti (14)
cardenza, polentoni vs terroni


giovedì, 29 gennaio 2009
 

Cantautoriamo ter

Misuro con il mio passo affrettato
bitume non impermeabilizzato
del mio vecchio terrazzo

La città pare un dirupo
c'è un sole inatteso e scostumato
tu mi guardi e passi via con imbarazzo
aggiungo: e grazie al cazzo

Le finestre tutte chiuse,
due sedie e un paralume,
tre poster in un elastico
una poltrona da smontare anzi da rottamare

e mi levo dai coglioni-i
mi levo dai coglioni-i-i
perciò state tutti buoni
io canto anche se stono
nessuno mi fermerà:
perché mi levo dai coglioni-i
mi levo dai coglioni wowwoeowwow
che è lo sport che mi piace di più
più della pallamano
più degli insulti al Vaticano
più di te e anzi moolto di più-ù

Persino il salumiere mi saluta
con un'aria cortese e un poco astuta
mentre aspetta il pranzo.

E per un'ultima mangiata
ho una sedia mal impagliata
ma che buono, che buono il bollito di manzo
aggiungo: chiamami stronzo

Sposto tavole, ignoro cocci
lascio stare le cartacce
ora c'è nebbia
nessuno mi sorprenderà

anche se
mi levo dai coglioni-i-i-i
sì, mi levo dai coglioni-i
niente paroloni
niente indecisioni
il treno è in ritardo, ma si sa.
Mi levo, mi tolgo, mi scanso
addio terrazza amori e manzo
vado nel blu dipinto di blu-u-u
wowwouwwou
sciabadadadadada
ritorno tra i terroni
dalle facili emozioni
dove è facile darsi del tu
come un cuore occupato
e un gattino arrabbiato
e un passerotto, che andrà via e paloma
cuccuruccuccù
wouuuuu
cu
tu
ù
chiù
ù-ù-ù-ù


lunedì, 26 gennaio 2009
 

Male per male (una gita a...)

«Heow --- Heo - Heo - Heow», questa la suoneria del mio vicino di sedile, di una effimeramente nota cantante italiana. Volume? che te lo dico a fa', come lasciava arguire Mandrake ar Pomata. Il fatto che la comunicazione in galleria sia impossibile reca al parossismo la volontà di riprovarci, di essere richiamati, di comunicare la propria posizione, e dunque «Heow --- Heo - Heo - Heow». Ripenso alla scampagnata di ieri. Un vero itinerario nel male, tutte cose che risparmieremo se sarà bravo a Montezuma, questo è il nome che do al figlio del Pugile in via provvisoria. Alla fine dell'itinerario ci attendono i finti militari che si sparano con fucili ad aria compressa in un edificio totalmente abbandonato su una collina a nordest di Roma. La staccionata nell'area di palazzine in costruzione poco più a ovest afferma che la ditta del noto costruttore e dei suoi figli garantisce la qualità della vita: auguri di Natale, dunque. Mi giro, e a parte un'alta costruzione con un grosso pisello che ne contraddistingue le scale, tema ripreso forse da un edificio di Abu Dhabi o Orlando, c'è il nulla. Non la campagna, il nulla. Gru, cisterne, autobus senza clienti. Intorno il nulla, se non l'illusione di una riapertura del Carrefour in tempi brevi e le polpette svedesi propedeutiche a un sabato trascorso a montare mobili inutili. (Le strade creano traffico, i mobili creano accumulo di oggetti, bibelot, statuette, scontrini). Invaso da poetico furore ad alta voce declamo: Che cosa li porta a infliggersi i centri commerciali e la Bufalotta? che cosa li attrae nel condurre passeggini da una rotonda all'altra, senza nemmeno un bar con le pastarelle ad attenderli? che cosa li induce a far cacare i cani in uno stopposo spartitraffico, a far crescere i loro figli lì allo sprofondo, benché sprofondo accessoriato, sprofondo pur sempre? Li vedo, perfettamente, e cantami o Diva, aspettare il motorino con ansia, per poter andare a scoprire il centro di Roma, condensato in due capitoli: McDonald's e vetrine dove sostituire il loro tubo color sacco dell'AMA con un altro magari metallizzato. A casa, inaciditi, i loro genitori, convinti da un potere oscuro che accollarsi un mutuo trentennale per vivere di merda sia meglio di qualunque altra soluzione. E poi, case nuove, residenziali, appunto, tutto nuovo, e mio mio mio, e un giorno, quando nostro figlio.... Transeat (ma penso fugacemente [o furorem!] anche: quis a muliebri frangetta nos succurrat?).
Nel lago di pesca sportiva dietro la centrale elettrica un'acqua esigua e limacciosa in modo impossibile nutre, a giudicare le foto nel bar dove prendiamo un caffè e ciurliamo nel manico, storioni di trenta chili. Come nascondere un rinoceronte in uno sgabuzzino e vantarsi perché lo si è trovato. Conosco almeno quattro cinque persone intelligenti, adorabili, che si vogliono male, che lentamente si complicano la vita, se la ledono, ove possibile, più di quanto la vita non faccia senza suggerimenti. Visto che tanto moriremo tutti, e di morte probabilmente atroce, se non per noi, per i nostri prossimi, il trucco di batterla sul tempo e di mitridatizzarsi, benché sperimentato, non mi sembra valga la candela. Sto diventando indulgente nei miei confronti. Mai stato meglio.
I finti militari sono allegri. Interpretano a turno vietcong e seals, si tendono agguati per un'oretta e mezza, se piove e non possono «fare il boschivo» fanno «l'urbano» lì dentro, l'unica cosa, dicono, è proteggersi gli occhi. Il presidente dell'associazione, con cui - a giudicare dal sito dell'associazione che in seguito religiosamente consulto - disquisiscono di attrezzatura e di fumogeni che possano innescare un magnum, è un obeso - non so, informatico o geometra, direi. Lo chiamano per farlo parlare con noi, dicendogli «Portati vicino alla macchina» via ricetrasmittente. Portatosi lì, si dichiara disponibile a farsi immortalare. Peccato per i palazzoni di Fidene sullo sfondo!, sembrerebbe Beirut. Dentro l'edificio, ci informano, fanno anche messe sataniche, e in effetti vediamo pentacoli croci rovesciate e un generico apprezzamento per le opere del diavolo o chi per lui. Sarò ottimista, ma secondo me non c'è bisogno di Satana, cui peraltro ho rinunciato per procura alla metà degli anni Settanta. Male oscuro per male palese, mi basta riempirmi gli occhi del secondo.


venerdì, 23 gennaio 2009
 

Anzi, portiamoci avanti il lavoro

MILANO - C'era molta attesa per questo match di ritorno tra Inter e Roma dopo le polemiche del quarto di finale di Coppa Italia. L'Inter era obbligata a vincere anche per rintuzzare gli attacchi della juventus vittoriosa nell'anticipo serale.
Fasi di studio - La partita è vibrante fin dall'inizio, con le squadre che si fronteggiano sfruttando al meglio le proprie caratteristiche: la Roma cerca il fraseggio, l'Inter astuti lanci lunghi per Ibrahimovic. Su uno di questi lo svedese riesce al 14' a mettere palla a terra per il tiro di Stankovic che finisce a pochi centimetri dal palo. Pochi minuti dopo è la Roma a provare il tiro dalla distanza, cogliendo il montante con Totti.
La svolta - Ma è sempre Ibrahimovic a essere lo scatenato protagonista dell'incontro. Al 32' prende palla e punta Juan e Riise in velocità. I due stringono la marcatura e Ibrahimovic cade dentro l'area. L'arbitro Rosetti si consulta con il guardalinee Biagianti e decide per il rigore (il fallo sembrava essere stato commesso fuori area, impressione confermata dal replay). Rigore di cui si incarica Adriano spedendo fuori. Ma Rosetti dice che troppa gente è entrata in area e fa ripetere. Ancora Adriano, e stavolta è 1-0.
Secondo tempo- Null'altro succede di rilevante nel primo tempo, ma la sensazione al rientro delle squadre in campo è che la Roma, assorbito il colpo, possa imporre il proprio gioco. Totti con un delizioso colpo di tacco smarca Perrotta in area: miracolo di Julio Cesar. Siamo al 55': sul susseguente calcio d'angolo Panucci salta più in alto di tutti e insacca. Tutti i giallorossi circondano Panucci che esulta, ma la bandierina del guardalinee rimane alzata. Incredulità generale, gol annullato per un fallo in area (non dello stesso Panucci, forse una trattenuta veniale tra Mexès e Samuel?). Le proteste durano minuti ma Rosetti è irremovibile.
Epilogo - Il gioco si fa spezzettato, i nervi saltano un po' a tutti, ma come spesso le è capitato è la Roma a perdere la testa. Al 26' dopo un duro contrasto Mexès e Ibrahimovic si fronteggiano. Quest'ultimo cade per terra portandosi le mani al volto, e la Roma rimane in dieci. Totti rischia la stessa fine per le proteste dopo che un intervento a piedi uniti di Burdisso sulla sua caviglia non viene sanzionato. Ma è l'Inter che adesso affonda con irrisoria facilità, e va a segno due volte in pochi minuti: al 34' con Balotelli appena entrato e al 37' con Ibrahimovic, entrambi i gol in contropiede. Spettacolare quello dello svedese, con un pallonetto all'incrocio.
Dramma Ibrahimovic - Ma proprio durante l'esultanza avviene il dramma che ammutolisce San Siro: Ibrahimovic salta e ricade male coi compagni appollaiati sulla schiena. Nessuno crede ai propri occhi quando interviene la barella e lo porta via tra le lacrime. La diagnosi sarà agghiacciante: rottura di entrambi i legamenti crociati (un infortunio simile a quello capitato a Nedved la settimana scorsa).
Il dopopartita - Rovente il dopogara, con i giocatori della Roma in silenzio stampa e il presidente della Roma Rosella Sensi che dice: «la prima danneggiata per questi aiuti è proprio l'Inter». Polemica anche per una frase che Moratti avrebbe detto in tribuna stampa: «Questi Romani hanno rotto i c..., stanno sempre a piangere». Più tardi, con la solita signorilità, smentirà ai microfoni di Sky: «intendevo dire che gli episodi nel calcio esistono sempre. L'arbitro deve decidere in una frazione di secondo, non è facile, bisogna mettersi nei suoi panni. Inoltre c'era probabilmente l'espulsione al 90' di Totti. Credo che chi vinca sia sempre invidiato. Noi non abbiamo nessun motivo per dubitare della buona fede degli arbitri e non commentiamo le loro decisioni.» Che risponde a chi dice che l'Inter di adesso è come la Juve di Moggi? «Lei di che squadra è?»
postato da GiacominoLosi | 08:03 | commenti (2)
scorrettezza, cardenza


lunedì, 22 dicembre 2008
 

Oberdandämmerung

Don Giosuè è il parroco di sant'Agata. Lo sento l'altro giorno e con una voce minacciosa mi chiede se i mobili che voglio lasciargli sono godibili. Sono godibili? con voce minacciosa, da prete che predica la fedeltà leghista in chiesa (questa è documentata). Godibili, sì, nel senso che mettevo i preservativi nel comodino, dovrei rispondergli, ma evito, e così vengo informato minacciosamente del fatto che il portone sul retro sarà aperto dalle due e mezza del pomeriggio. Li porti pure là, quei fottutissimi mobili, direbbe un prete leghista nel Kentucky, ma non ci sono preti leghisti nel Kentucky e se ci sono probabilmente avrebbero un pick-up che sradicherebbe la casa in cui dormo adesso per l'ultima volta e si porterebbe il fottutissimo comodino del cazzo e la merdosa libreria a muro e i piatti con la mosca finta (menzogna, uno è rimasto e stasera l'ho visto ancora in cucina), fottutissimi anch'essi, dritti per dritti nella parrocchia. Invece il portone rimane chiuso. Diana e io ci guardiamo e cominciamo a dire parolacce, non trascendendo alle bestemmie per pura combinazione, e naturalmente nessuno sa nulla: non il dirimpettaio, non l'inserviente orientale che si intrufola nella cura. Io poi don Giosuè manco l'ho mai visto, mi immagino un risentito prete leghista, e lì ci siamo, rancoroso, con un maglione vinaccia con una zip, e La squilla di s. Agata insieme a Libero branditi nella nebbia.
Perché c'è nebbia, e non salgo sul terrazzo dove ho fatto questo e quest'altro, non vado in Duomo, non saluto i Cremonesi che conosco e con cui non è nata l'amicizia che era davvero nata, d'altronde ho un carattere così, semino affetti ma alla fine mi detestano tutti, tutti tranne pochi, quei pochi però si appassionano all'articolo e mi considerano un caso da studiare, un cruciverba di quelli che hanno definizioni di venticinque lettere, ma poi alla fine li guardi e dici «tutto qui?». Però oramai si sono appassionati al caso, rifletto, mentre saluto salumieri e smonto la scrivania smonto l'armadio smonto tutto e dormo su un materasso per terra, e alla fine non è molto più scomodo del letto di prima. Che poi proprio da poco don Giosuè o chi per lui ha ridotto i rintocchi di s. Agata, quelli che mi svegliavano alle sette alle sette e mezza e così via con botte di dodici o quattordici o diciotto a seconda delle ore (nel senso di sesta nona etc.) e delle messe approssimantisi - adesso solo due stenti rintocchi alla mezz'ora, così le dodici e mezza e l'una e mezza risultano uguali. È proprio tempo di andarsene, anzi, direi che è proprio tempo di spegnere la luce e levarsi dai coglioni, questi fottutissimi coglioni del cazzo, ehi, ehi, ehi, father Josh.
postato da GiacominoLosi | 21:31 | commenti (8)
scorrettezza, cardenza


lunedì, 03 novembre 2008
 

L'omo cor pessce in mano

Hat mir niemand Ade gesagt, è la sindrome che mi coglie quando lascio qualcosa: nomi, cose, città, persone. Mi interrogo, ma che mi interrogo a fare: è paura della morte, del niente, del non esserci. Il Sindaco ieri in treno mi dice, «sei il mio amico più difficile». Sì, d'accordo, ma gli ribadisco che sono così. Cambia, mi risponde. Ma io non voglio cambiare. Voglio l'immobilità, la persistenza, e dentro la persistenza un moto continuo, una parcellizzazione delle risorse fisiche intellettuali in diecimila rivoli, ma su un fondo perfettamente immobile. Non cambiare, non lasciare, continuare. E quando ho dovuto lasciare, una paura di non essere stato chiaro, una volontà di fuga, e la sindrome di farlo all'improvviso, a vedere se qualcuno mi trattiene o soffre, da vero bambino abbandonato.
Abbandono anche gli oggetti e le vie con difficoltà. Le persone le abbandono con la stessa fretta, afllungando il passo. L'addio, la chiusura, le formalità.
La pioggia nemmeno ticchetta, ma disegna il percorso mettendosi al centro della strada. Dritto per cinquanta metri, a destra per cinque, a sinistra per trenta, a destra per sessanta, a sinistra, a destra, a destra ancora, a sinistra, a destra infine: la scorciatoia per la spesa.
Scopro che i francobolli non costano un cazzo. Quante inutili collezioni. Non collezionate francobolli. Non avrete soldi coi francobolli. Troppa gente colleziona francobolli e dunque non valgono nulla.
Non si cambia mai in meglio, appaio dire. Mai. Tutto porta, come li vaghi der caffè di belliana memoria, nello sprofondo, in cerchi lenti. Cambiare non solo non serve, ma ha per me sempre un'aura di destino, di fortuna nel senso medio e magari anche peggiorativo. Trovare nuovi appigli. E se restassi cieco, dove? e a chi? a chi la prima telefonata, a chi l'immediato soccorso?
Desidero cambiare, dico, ma non voglio farlo. Che si faccia, appunto, mentre compro un enorme branzino per festeggiare (festeggiare?) la partenza.
postato da GiacominoLosi | 17:39 | commenti
roma, cardenza


lunedì, 27 ottobre 2008
 

Fuso

La Lombardia è come ognuno sa un piano inclinato verso il Po, inclinato verso il mare, ma leggermente

Ha approssimativamente la forma di un quadrilatero. Il declinare della pianura è quasi impercettibile. Per esempio, poniamo la ferrovia fra Treviglio e Cremona. La linea arieggia l'itinerario dell'Adda, ma lo scansa, ne sovrappassa uno dei tributari, il Serio, presso Crema, ma l'Adda nel giorno che si ammorza è lontano. La linea non è esattamente diritta. Così i fossi, che si allontanano e si avvicinano, formando quadrilateri o triangoli con ipotenusa proprio la strada ferrata, in cui, alla mattina dopo, molto presto, cani ordinati quanto gli appezzamenti e cacciatori che li tendono col filo invisibile dell'addestramento, forse a folaghe - o saranno beccacce, le folaghe esistono solo in poesia. Eppure il dislivello c'è: vedi la pigra corrente del Serio, la pigerrima dei fossi, tesi però tutti al Po. Le statali generalmente passano sopra la linea, le provinciali hanno il passaggio a livello. Ce n'è uno presso Soresina. Uno presso Castelleone. Nomi strani, altri no. Caravaggio, e si designa nella caligine la sagoma del santuario. Capralba. Beh, e come non citare il toponimo dei toponimi, Casalbuttano, dal cui comprensorio mi hanno chiamato l'altro giorno, per due ore di supplenza settimanali alle medie.

È per questo che me ne vado?

Dovrebbe essere apprezzabile dunque il dislivello, spalmato su settanta chilometri? dalla pianura alta alla linea delle risorgive che tanto ha contribuito alla prosperità di questa gente metodica. Per finire al Po, e dall'altra parte risalire impercettibilmente, un po' più bruschi, all'Appennino. Nel Quattrocento il latte lombardo era proverbiale, come i formaggi, l'acqua innumere, la Lombardia sfuggì alla recessione, conservò la sua popolazione e non fu mai sovrappopolata. Poi fu abitata densamente. E percorsa da strade. Linee che possono andare in ogni direzione, con modesti sforzi ingegneristici. Anche le scolaresche che salgono e scendono hanno una prevedibilità propria a questo giorno livido, non livido perché sia particolare, è uno dei giorni lividi nella serie, ma non credo di andarmene anche per questo.

Un albero viene di prima mattina rischiarato dalle luci al neon del treno. Il treno è fermo poco prima di un paese. O forse in aperta campagna. Dietro il fogliame c'è la pianura, capannoni, una linea d'alberi, una cascina, una linea d'alberi, un campo, un capannone. No, esagero, dietro l'albero si intravede a pena un paesaggio urbano, di quelli disseminati tipici di qua, un campanile. Prima, una linea d'alberi. No, forse no, perché non uno solo è l'albero in riva al fosso parallelo alla strada ferrata e non uno solo è il fosso bordato di alberi che lasciano intravedere, dietro, un campo arato e un gruppo di villette a schiera. Dunque dall'altra parte. Una ragazza bionda, al ritorno bruna, guarda davanti a sé o dorme. Dietro di lei il vetro, dietro cui non si vede bene per via del neon che si riflette e lo screzia quasi come fosse imbevuto d'olio. Dietro, le case di un paese oppure uno scorrere veloce di alberi piantati lungo la ferrovia o lungo un fosso che la costeggia. Oppure no, la pianura con una cascina intorno a cui si raggrumano delle macchine, se non fossero raggrumate attorno a villette a schiera tinte in rosa scuro od ocra.

Il treno si ferma poco prima di una delle stazioni, Olmeneta o Ulmeneda, da cui viene Andrea, uno di quelli che si allenano al campo sportivo da cui si vede la linea ferroviaria, ma non questa, quella di Mantova. D'inverno si vede, dal campo, un filare di alberi dietro una cascina ora centro sociale, la massicciata impedisce che si vedano i palazzi a loro volta nascosti dalla statale per Mantova e da una strada di rispetto, dietro a sua volta a un filare di alberi. Sarà forse per questo.

Appena si passa Soresina si avverte l'odore di concime, fortissimo, che invece la pianura alta non conosce, mentre conosce quello delle industrie, che però sono anche a Cremona, le vedi, le raffinerie, se vai verso Fidenza, l'altra linea ferroviaria, una delle altre. C'è quella per Codogno, quella per Brescia, che incontra quella di Treviglio a Olmeneta, dove i sottopassaggi sono scrostati e la stazione coi suoi quattro binari è incongrua per un paese che non c'è, è dietro un viottolo bordato di piante. No, non che non ci sia, ma non si vede quasi. Oramai è notte e io penso ancora, guidato dall'odore, di essere a Olmeneta dove i campi sono più vicini. Invece solo un Marocchino che mi chiede se il treno vada a Treviglio mi risveglia. No, va a Cremona. Ma siamo a Cremona. Non me n'ero accorto, non volevo scendere. Sarà forse per questo?

No, mentre scendo il declivio impercettibile di via Palestro. Me ne accorgerei fossi in bicicletta. Ma cammino sulla corsia delle biciclette, senza averne una. L'avverto dietro di me che arriva, mi scosto. Risalgo sul marciapiede, la signora mi guarda con un'impercettibile esitazione di biasimo.


sabato, 20 settembre 2008
 

Qualcosa non torna

Il bibliotecario del conservatorio ha un accento veneto fortissimo e si chiama Filippo Juvarra.
Vengo sopraffatto da un uomo morto settecento anni fa.
Il mio computer stringe amicizia con un'ex pattinatrice, poi architetto, poi studentessa di marketing in viaggio con la madre.
La ldz in testa alla classifica.
Il frigorifero si accende e spegne da solo senza il minimo preavviso.
La fine del mondo è vicina. Non dite che non vi avevo avvisato.
postato da GiacominoLosi | 08:51 | commenti (16)
cisterne, passoscuro, cardenza


giovedì, 11 settembre 2008
 

l'eurostar ha fatto cinquanta minuti di ritardo

«Perché adesso non è chiaramente come prima, a Capri. Con quei pulmini che scendono giù, tutti ammaccati. Mi ricordo che eravamo in viaggio di nozze, con mia moglie, eravamo a Portici, da mio cugino. Ho un cugino a Portici. Eravamo a Torino, è tutta da ridere, eravamo a Torino e non c’era un albergo libero. Allora che facciamo, andiamo a Firenze. Mi sono giocato metà dei soldi, a Firenze, perché sono andato all’albergo sbagliato. Eh, ero sceso a mezzanotte e sono andato al Baglioni, sì, il Baglioni. Capirai. Ma finché hai il biglietto di ritorno, bon, andiamo a Portici! e ogni giorno andavo a Capri con mia moglie, mio cugino ci portava al porto e poi ci riprendeva. Poi sono tornato, c’era il sottomarino. Sì, quello là, giallo, che vede su questa cartolina. Si scendeva a ottanta metri. L’hanno poi usato per Scherzi a parte, ha presente? ma ora no, non c’è più. Eh, e quest’anno in Sicilia, tutto il giro» mi dice con un sorriso entusiasta.


È stata una vacanza di otto giorni. Il problema della Sicilia sono le cartacce, crede. Non lo disilludo che a metà. Sorrido e mi guardo con una gualdrappa addosso mentre i ricci cadono, che poi non sono veri ricci, come il vecchio, vestito di un telo grigio leopardato, poco prima, che ammiccava e forse non i pensieri, ma quello che vedeva gli disegnava un sorriso appena smorzato: le labbra sottili, il naso a bitorzoli. ll barbiere si è dimagrato, ha come dei bargigli sotto il mento e la sua camminata non sembra così decisa, ma non è vero, decido alla fine, mentre mi osservo nello specchio libero, prima, e leggo Oggi. Mi trovo intollerabilmente d’accordo con Sgarbi per ben due volte, lungo l’attesa. E il principe di … sarà frocio? sicuro. Bettarini è un buon padre, ecco, i miei pantaloni di lino sono ancora necessari, inarco le sopracciglia per scorgermi.


La porta a soffietto dà su uno stanzino, ma il quadro è sfondato, dietro lo stanzino – scopa, tubetto di crema spremuto a metà e fiocchi di capelli grigi ammonticchiati vicino alla scopa – appare un tubo coricato, mostruoso, con quattro più piccoli, zigrinati, e ghiaino, e poi si apre la visuale, un cavo sospeso, una corte ingombra di calcinacci. Come a casa mia: calcinacci su tutta la camera, in alto, sulla cintura che avevo lasciata appesa, i piccioni che mi cacano sul balcone. Il vecchio si toglie il manto, non è Carlo V, ha una maglietta rosa salmone, una polo, tirata su fino al bottone estremo. Al mignolo destro porta qualcosa che sembra la chiave di una cassetta di sicurezza.


Una volta mi sono fatto una foto nudo, in piedi con la macchina nella destra, e dietro un panchetto ingombro, una scatola rossa e dorata con le viti, un dettaglio di un aspirapolvere, una smorfia seriosa e qualcosa che tremola nello sguardo, mi assomiglio. Il barbiere mi chiede se va bene: sì, va bene, anche se non è poi così vero, ma va abbastanza bene, il taglio.


Dietro la porta a soffietto, appena dopo l’al di là, una piuma oscilla.