passoscuro

   apoditticamente scorretto


mercoledì, 10 giugno 2009
 

Incontri

A. piange, ma piange perché finalmente, dice, sta pensando un po' a sé. È un pianto irriflesso, fatto delle buone e cattive notizie che lei mi comunica alla rinfusa. «Ma la prossima volta parliamo di te», mi dice. Non me ne fotte un cazzo di me, penso, ossia, mi annoia parlarne. A. è in gamba: intriga, non si fida di nessuno, è l'assistente e l'unico appoggio di un grande personaggio, ha messo su a venticinque anni un'associazione, produce spettacoli, corregge copioni, lavora con una casa editrice, è capace di concorrere a un bando per tre società diverse, è efficiente e organizza, progetta, scappa, rincorre, ha un fondo masochistico che mi spaventa, e lei di converso è spaventata dalla mediocrità, non scende a patti con quello che c'è di imperfetto: non indulge, non si avvicina, non demorde. Non si fida di nessuno, appunto, nemmeno di me che non le ho mai chiesto nulla ma ho ricevuto, sempre ammantata, la cosa, di complotti e io-lo-faccio-perché-mi-conviene, due tra i maggiori favori della mia vita. Così la guardo, i suoi tratti che lei stessa distorce prendendosi le guance tra le mani, stropicciandosi gli occhi leggermente allungati, il naso che si dilata, le labbra che stingono sul mento, e io le dico quel che penso: che non bisogna essere troppo belli, troppo ricchi, troppo intelligenti. Diventa un danno, e si viene puniti. Quando ero ragazzino, penso, ma non glielo dico, ero veramente molto intelligente. Ora no, per fortuna, sono un ottuso in camicia da giovane, mi sono ammorbidito, ho messo la sordina e anzi l'una corda, anche se suono gli stessi tasti, forse anzi di più. No, A., sei troppo intelligente, e non va bene, non va per niente bene. Non so come dirglielo, senza sembrare un accidente, una deviazione già di mezza età del suo percorso fatto tutto in velocità e in silenzio. Sorseggio il passito: era meglio quell'altro, però so accontentarmi. La guardo, è l'ora di riprendere il tram. Ma io, dice, sto pensando un po' a me. La guardo, mentre ci salutiamo già pensa e produce, irrequieta, mobile, fuggevolissima. Vorrei fare qualcosa, ma è inutile, lei sta meglio senza quel qualcosa che pure vorrei fare, una parola o un cenno. Lo faccio per me, penso, come direbbe lei, e non c'è nulla di male. Ma non c'è nulla a parte quel vago protendersi senza un minimo spostamento reale, un'intenzione, un'inflessione del volto, ricomposto.
postato da GiacominoLosi | 15:19 | commenti (8)