passoscuro

   apoditticamente scorretto


mercoledì, 28 ottobre 2009
 

Modestia a parte...

«Quando saremo defunti, i nostri film rimarranno: se è un peso, te lo tieni per tutta l'eternità.»

Chi ha detto questa frase?
1. Orson Welles
2. Stan Laurel
3. Ginger Rogers
4. Katherine Hepburn
5. I fratelli Taviani
6. Peppino De Filippo
7. Clint Eastwood
8. Massimo Boldi

postato da GiacominoLosi | 17:37 | commenti (12)


martedì, 27 ottobre 2009
 

Rotta per casa di Dio

Da anni si svolge una sotterranea guerra tra me e quelli che lavorano in ufficio. Pago la mia libertà con gli euro che non ho in banca. Ieri erano 217, come l'autobus che va al Parco della musica ma che ho preso forse una volta in vita mia - se è lui, s'intenda, e se non mi confondo col 218, quello che va sull'Appia antica: la frequenza del passaggio è però la stessa, pari ai gol di Vucinic nell'ultimo periodo e alle cose comprensibili dette dal partito democratico. Insomma, siccome lavoro da casa sono quello che puoi chiamare quando vuoi, quello che sta a casa mentre arriva l'idraulico, quello che deve parlare con l'uomo di fatica che ci è stato imposto per tre ore settimanali, alternando Italiano e Inglese che tanto lui non capisce, quello che può spedire i pacchi, quello che risponde ai vicini, quello che innaffia, quello che si ricorda di dar da mangiare ai pesci, quello che, insomma, è lì, vestito comodo, certo, e che se non soffrisse di lesioncine a getto continuo può scegliere quando andare a correre. Chi sta in ufficio invece - lo immagino come un chattatore professionista cui ogni tanto arrivano fogli di dati che scorre, cerchia a caso, rimanda indietro. Alle sei ha finito e alle sette riabbraccia i familiari. E per lui finisce tutto: niente rovelli, niente sensi di colpa per l'arretrato, al massimo il calcetto e l'esecrando aperitivo, e alla fine del mese, puntuale, il conto corrente che si gonfia come un mantice d'organo.
Il mio mestiere è talmente esoterico che anche io non so bene se mi può dare da vivere, ammesso che mi paghino in tempo e non, come ora, dopo mesi e mesi: temendo, io, una fronda che stormisca fuori dall'usato e crei una calamitosa connessione che impedisca agli enti lirici di pagarmi dopo sei mesi, e giungere a un anno. E non so nemmeno se veramente non ho un cazzo da fare: non ho elementi sufficienti e concreti a parte le marmellate e il pane che ogni tre giorni metto a cuocere nella macchina apposita, trentasei pagine di fogli gialli giù, da ventiquattro pentagrammi, che peraltro non stimo (non mi riferisco ai pentagrammi), e una serie di libretti della stessa opera sparsi sul tavolo - e chiedermi perché gli stessi due personaggi si chiamino Onao e Almira, poi Onao e Olmira, poi Anco e Olmira: Anco, no, dico io, ma che ve siete bevuti - ma a dire il vero questi due personaggi sono stati introdotti dopo, quindi è come se non ci fossero. Circuiti ossessivi, come le api, ma senza la loro eleganza, e senza pungiglione da piantare come un kriss nell'intruso.
Detto questo, sono felice. Se solo potessi evitare di profferire, leggermente livido (ma sempre abbronzato, come solo noi terroni sappiamo essere dopo le sagre di Canepina e le passeggiate sul Tirreno), «oh, io sto a casa ma devo LAVORARE!».
Anche perché poi mi ridono in faccia.
postato da GiacominoLosi | 08:17 | commenti (8)


martedì, 20 ottobre 2009
 

RVF

 «Libreria Scienze e lettere?», e io attacco. Con il dito che entra largo assai nel buco del combinatore telefonico lo rifaccio. «Libreria Scienze e lettere?». È una voce femminile. Sembra quella di Alice, ma lo sarà? Riattacco. Rifaccio quel numero varie volte, nel ricordo sembrano - non so - sette otto, magari solo due. Io non parlo, a quel telefono. La libreria che cerco è la libreria Zavattini, e gli Zavattini sono Angelo e Alice, e Alice ha risposto tutto sommato paziente a quel silenzio fatto di ansimi di bamboccio solo a casa, che chiama dalla sua cameretta dell'Aventino, angolo via dell'Ara di Conso e Fonte di Fauno, con la visuale verso via della Fonte di Fauno. Non so ancora che la libreria Zavattini è la stessa la cui targhetta dorata copre il prezzo col nome libreria Scienze e lettere nel Corsaro nero, se è il Corsaro nero. In realtà io visualizzo la copertina arancione del Giornalino di Gian Burrasca, che però mi è stata regalata al mare dalle Lungarotti. Improbabile, dunque, che siano andate nella libreria Zavattini, che poi la sera mia madre mi spiegò essere appunto la «libreria Scienze e lettere», davanti al Senato.
La colpa è del fatto che mia madre ci lavorasse, nella libreria, la colpa del fatto che io oggi debba chiamare, ventinove anni circa dopo quella telefonata, la biblioteca comunale perché ho scordato due bollettini postali - pagati - in un libro che ho restituito. Chiamo vergognandomi perché sospetto grandemente una conversazione del genere:
«Pronto biblioteca»
«Guardi... buongiorno... io ho--- scusi, è un'impresa disperata... mi rendo conto... ma - devo aver lasciato - ah, il mio nome è C***, tessera -- insomma ho lasciato delle ricevute in un libro che ho restituito la settimana scorsa...»
«E che libro?»
«Brucia, troia».
Ecco, la signora che mi risponde sente solo la prima metà della telefonata. Perché decido di usare la perifrasi: un libro di Sandro Veronesi, il cui titolo è - eccetera. Che poi le bollette sono in un altro libro ancora, Il karma del gorilla, che ho preso perché l'autore è nato a Cremona e mi piacciono i polizieschi.
E la colpa è del fatto che mia madre, per arrotondare il magro assegno di mio padre, che già arrotondava vendendo vestiti alle amiche per conto di negozi di abbigliamento, lavorava ogni tanto dagli Zavattini. Io temevo che durante la sua assenza succedesse chissà che cosa. Una volta infatti un'amica si affacciò al cancelletto e io non le aprii, ma mi lasciai interrogare. Si arrabbiò moltissimo. Non l'amica, mia madre. Ecco perché la chiamavo, forse, in quell'occasione: per una conferma, per l'imprevisto, per lo spavento, per la zia Margherita che mi cercava dal piano di sopra per giocare alle macchinine.
Ma altre volte mia madre mi portava con sé. E visto che non potevo avere tutti i libri che volevo, lì, in quella stanzetta che era l'ultima di una serie di stanzette unite da un corridoio angustissimo, in una di quelle vecchie librerie che erano in realtà dei magazzini di libri, perché raramente i clienti arrivavano in fondo: chiedevano, un libro veniva disincellofanato - e quanta polvere, di quella nera, sugnosa, che odorava di polvere - e riesumato: ma raramente - e io, lì, nella stanzetta più remota, mentre mia madre lavorava sotto il neon, i pomeriggi, che si usciva di casa con una luce invernale a prendere il 94 al Circo massimo, mi vendicavo di non poter avere i libri che volevo, e leggevo fumetti: le raccolte, quelle che c'erano in libreria. Topolino degli anni Trenta, volumi monografici dedicati - che so - a Flash gordon, a Tex, a un certo Valerian che poi finì in casa mia. Perché qualche libro poi mi veniva regalato, alla fine. Ma quelli che leggevo in libreria non erano miei, e dunque sapevo che dovevo leggerli stando attento.
Da allora mi è rimasto un amore per i libri letti, da bancarella, da biblioteca. Però ora li leggo nervosamente e da bulimico come faccio coi miei. E l'inconscio, evidentemente, mi ha fatto seppellire quelle bollette di cui una reca il mio nome per dire: sono miei, sono tutti miei.
Così i libri che sono rovinati li smantello, e quelli nuovi li leggo masticandoli quasi, come facevo in autobus, in giardino, mangiando patatine che hanno unto il primo giorno irrimediabilmente la mia copia dello Hobbit, che poi, gonfia di umido e sempre chiazzata, ventisei-sette anni dopo è al mare. Edizioni economiche, copertinacce plastificate, junk food degli occhi, rimasti da allora gravemente colpiti, perché poi quando uno si sfonda di pizzette non puoi cercare il gusto, vai sulla quantità, accumuli, e i libri nella mia libreria tuttora sono sfatti, lerci, come una scopata in un albergo vicino a Termini. Colpa degli Zavattini, lui parente, ma non so in che grado, del grande Cesare: forse addirittura fratello, o cugino primo? mi ricordo un Giulio Cesare, non Cesare, anzianissimo, ospite loro tra i vigneti della casa di Lanuvio dove ci invitarono.
(E anche lì avrò appresso i libri, mi sarò messo sotto un pergolato a leggere. Ero contento perché potevo leggere. Pensa che stronzo. I libri, questa cosa che assolutamente non serve a un cazzo se non a passare il tempo, io leggevo i libri perché non avevo il Commodore 64 ma solo il Vic 20, e tardi, leggevo perché ero figlio unico, perché mi annoiavo, perché mia madre era in libreria o a vendere vestiti, ma anche se era in casa, e poi anche in macchina, nella Centoventisei bianca di cui ricordo la targa, e dalle amiche dove era invitata a cena, e ovunque potessi, leggevo. Me ne intendo, dunque: leggere, lo sapevo, era un atto egoistico, inutile quanto è vero Dio, perché il prete del Belli che diceva «li libbri nun zo' robba da cristiani» aveva ragione, i libri, mio Dio, questa cosa che oltre a non servire e a fare danni ha un'illusione di utilità - ma sono utili solo ai Petrarca, o almeno ai Muratori e ai Curtius: agli altri non serve, non serve proprio leggere, se non quanto avere uno hobby, cucinare, trombare, e al limite anzi il contrappasso di deprimerti, o peggio una gioia effimera, un'ansia di emulazione, parole che ti si riverberano invece di quelle dei cari, dei mortali: per non parlare di quando li regali, perché vuoi trasmettere qualcosa con i libri, non solo leggerli, come se non fosse abbastanza, ma anche trasmettere qualcosa, comunicare con amici, donne che ti vorresti fare: e loro non capiscono, non capiscono mai. Rimani solo con tutta sta robaccia in due copie. Robaccia, i libri, che adesso sfoglio compulsivamente e con vergogna, e restituisco con un paio di bollette dentro. Questo falso mito dell'Occidente, questa conversazione rituale con i maggiori, queste cene di sfoggio erudito, queste conversazioni che si riducono a zero via zero.) - E che metto tra parentesi perché, in fondo, non ci credo del tutto.
postato da GiacominoLosi | 20:12 | commenti (9)
roma, pressione, scorrettezza, passoscuro


lunedì, 19 ottobre 2009
 

Io ringrazio il Corriere

perché mi dà sempre spunti per un paio di sane risate, e non a denti stretti, come questo articolo:
http://www.corriere.it/cronache/09_ottobre_19/messori_a3b2e520-bc75-11de-9662-00144f02aabc.shtml

Esegesi:
Il piccolo Gavroche dava la colpa a Rousseau e Voltaire in una innocua filastrocca, prima di crollare al suolo. Il personaggio di Hugo scherzava con la morte, costui, invece, fa sul serio.
Riassumiamo l'argomentazione: una religione di negri intolleranti è costituzionalmente inferiore a una religione, quella cattolica, che è tutta - storicamente - per l'accettazione degli altri, la conversione esclusivamente a colpi di persuasione e dispute sull'ontologia, la cordiale intesa con i culti animistici, i valori del paganesimo, l'uguaglianza tra uomo e donna. (Una lettura delle lettere di san Paolo potrà rischiarare molti dubbi al proposito.) La religione di questi negri, come profetizza Norma a proposito dell'impero dei Romani, «cadrà pe' vizj suoi», per la corruttela che la nostra civiltà occidentale introdurrà nei loro modi. Del resto, questi qui, sono tutto sommato dei beduini senza un clero, senza un capo, senza un papa. Dopo miss Italia nera un papa nero, aggiungo io, non ci starebbe male.

Considerazioni a margine:
La creazione dell'ora di islam è una solenne minchiata. A quel punto pretendo ora di avventismo del settimo giorno, di scientologia, di testimonianza di Geova (o di Giove, come disse una volta Boracino, se non sbaglio), per non parlare di ebraismo buddhismo e confucianesimo. Forse basterebbe un'ora di storia in più alla settimana. O magari una sana ora - benché l'estensore dell'articolo, l'impagabile Messori, la trovi erede di una tradizione che risale al mostruoso episodio della Rivoluzione francese, senza la quale oggi probabilmente i nomi di chi non si comunica a Pasqua verrebbero affissi ancora alla porta di San Bartolomeo all'Isola - una sana ora, dicevo, di convivenza civile e di rispetto delle opinioni altrui.
Compresa quella di Messori. Ma in questo caso con grande grandissimo sforzo.
postato da GiacominoLosi | 08:53 | commenti (16)


sabato, 17 ottobre 2009
 

Coinquilinato

Leggo gli appunti di questo convegno dopo un po' di tempo, e in calce all'intervento che stavo ascoltando trovo la mia calligrafia: «chiedere se c'entra Artaud», e, poco sotto, la sua, riconoscibilissima: «AM» sono le iniziali della convegnista che parlava in quel momento «curva delle labbra stupenda, pelle chiara chiara, voce mezzosopranile, due bombe!». E chi l'avrebbe detto che in poco più di un anno, dopo un corteggiamento a distanza, qualche chiacchiera a proposito del trash musicale, cinque-sei scopate, mi sarei ritrovato a dormire su un divano maledicendo quel primo appunto e soprattutto prendendomela con lui.
È l'aratro che traccia il solco. Nel mio caso, è il pisello che mi guida, come una bacchetta da rabdomante, per colpa di tutte le vessazioni che ha subito da ragazzino, quando, legato alla mia cervellotica nerditudine, veniva completamente misconosciuto, da tutti, tranne che da me, che ne sapevo le virtù e ancora ne ignoravo i vizi, se non quello di volere pasti regolari, igiene assoluta, un posto che non stringesse troppo. Da tutti, dovrei dire da tutte: colpa di quella ragazzetta poco più grande che insinuò che non si rizzava nemmeno? o anche del povero Robi, che aveva tutte le ragazze che voleva, ma era fedelissimo, e un giorno, durante una litigata, mi fece pesare il fatto - gli fece pesare il fatto - che nessuna mi si filava. Quante sofferenze, armer Schwanz!, da cui poi si ripagò a usura una volta che (per motivi che stento a capire ancora oggi) quella terribile stagione di veglie e di astinenze fu finita per sempre.
Da quel giorno, forse anche da prima, da quando abbordavo libro alla mano sognanti liceali che aspettavano iil novanta barrato, si lancia nelle imprese più disparate, è un can da tartufi, capisce al volo dove starebbe bene, vezzeggiato, dove potrebbe esprimersi al meglio, mentre io mi dico: ma sarà il caso? forse non è il caso. Lascia stare. Lì, no. No, dai, dici quella? ma l'hai sentita come parla? e come scrive? e come...Troppo tardi, è partito, e io posso fare come Napolitano con Berlusconi: un sussurrato e irriso caveat. A volte mi dà ragione, postuma, quando si sazia e si abbrutisce, come quello che va alla trattoria dove si cucina bene ma salato, la notte si sveglia con una sete spaventosa e si ripropone di mangiare solo insalatine. Ma è irrefrenabile. È come Lino Banfi in La liceale, il diavolo e l'acquasanta: incontenibile, una specie di Maccus, un istrione da atellana che usa me per le pubbliche relazioni. È lui la mentalità artistica. I nostri caratteri sono così diversi. Io che ho dei sentimenti delicati, penso ai grandi temi, a cercare una compagna, amicizie normali, una vita sana, lui che si espone sempre, saluta dal balcone, crea, appunto. A volte, quando un paio di battute di musica mi vengono meglio di altre, ho il dubbio - un esame della calligrafia basterebbe a scoprirlo - che sia lui a scriverle. E mi figuro, tramutato in un'appendice di un metro e settantadue, diventato, come Fabullo, invece di naso, tutto - Lasciamo stare. Tutto sommato mi aiuta a passare il tempo. È meglio del sudoku, qualunque cosa sia il sudoku, della playstation, dei mondiali, del cinema d'intrattenimento.
A volte, grazie a lui, ho conosciuto delle persone meravigliose, che nulla sanno della fatica che mi è costato persuaderlo. Questo glielo riconosco, mentre medito ancora rancoroso su quella volta che ho dormito sul divano, e sull'altra che... Beh, ma va bene così. Non vorrei che si offendesse. Siamo una coppia affiatata, ma nelle migliori convivenze bisogna anche mettere in chiaro le cose. Ma spiegami, perdio, perché sono sempre io a cucinare e a passare lo straccio.
postato da GiacominoLosi | 08:46 | commenti (5)
opera, scorrettezza, gay vs vero uomo


giovedì, 15 ottobre 2009
 

postilla

Ovviamente a volte leggere e ascoltare sono tempo perso:
http://www.corriere.it/editoriali/09_ottobre_15/piero_ostellino_chi_ostacola_i_ceti_produttivi_59ab6932-b948-11de-880c-00144f02aabc.shtml.

C'è un modo educato per scrivere «ma vaffanculo»?
postato da GiacominoLosi | 09:41 | commenti (5)
 

un giorno

Terrò un corso su come ascoltare. Non apprendere, semplicemente ascoltare. Io sono giunto al punto de la rota in cui i cassieri e i commessi e i passanti, dato il mio lavoro in isolamento, con quattro fogli stropicciati e mille fotocopie intorno, sono i primi bersagli della mia voglia di ascoltare, e anche provocare l'ascolto, proporre temi, saggiare reazioni. Perché lo faccia, lo so, ma pazienza.
Al corso manca ancora qualcosa. Primum, discere. Ascolto con condiscendenza, benché apparente. Nessuno ascolta, in genere: sente, ma non ascolta, non trapassa lentamente nell'altro punto di vista: mai. Il tempo ci manca e lo riempiamo di chiacchiere che sono lo zero a zero dello scambio umano, ma ascoltare, quello no. Il mio è un lungo apprendistato, ma se mi metto ad ascoltare, pure nel mio modo cafone che interrompe - ma con garbo - per rialzare la posta, per proporre nuovi argomenti, o si ritrae per lasciare il tempo, ecco, mi sembra di aver fatto una buona azione. Improprio, e proprio: l'ho fatta nei miei confronti. Sono forse un vampiro, un mostro che si strozza di esperienza umana senza poi ricacarla, solo per avere altro materiale di conversazione. Immagino, la mia testa stipata come un granaio. Sarebbe da appiccare il fuoco, fare silenzio, non fosse che il fuoco romba ancora di più, e allora distinguere il grano dal loglio diverrebbe impossibile. Conflagrazione di chiacchiere sulla Roma, sulle bollette, sui bambini, sui padri, sulle scampagnate, sulla direzionalità, sull'ascolto. Inutile cumulo, che a scalarlo ti fa affondare e tanto vale lasciarlo lì, stiparlo ancora, aspettando che si decomponga, si sfibri.
postato da GiacominoLosi | 09:29 | commenti (7)
pressione, cisterne


lunedì, 12 ottobre 2009
 

Suggerimenti a Hollywood

Comunque non capisco perché non facciano un film sul mistero delle statue di Riace. Ce lo vedo bene Tom Hanks a tastare piselli di bronzo per scoprire l'antimateria.
postato da GiacominoLosi | 22:47 | commenti (14)


sabato, 10 ottobre 2009
 

Rioni VIII, IX, IV

Ventisette. Io mi ricordavo sedici. Chissà perché. Sono nove volte tre colonne, da davanti la cremeria si vede un'infilata di granito, un po' sopra il piano stradale, del portico, intendo. Nove? Otto, in realtà. No, non sono ventisette né ventiquattro, ma venti. Certo, il centro del portico è libero. No, sono sedici. Ecco, dunque, erano sedici. Solo quattro file sono piene, le altre quattro hanno solo la colonna che regge il frontone, sopra cui si legge il nome di Marco Agrippa, ed è una ricostruzione, perché il rifacimento del Pantheon si deve a Caracalla, se mi ricordo bene. Il diluvio ha spazzato via molta gente dalla prospettiva del sabato sera, guardo il monumento con una strana fissità. Sono reduce dall'ennesima insensata spedizione wombwards, e non mi capisco. Ma del resto non capisco neppure il bisogno dei nostri antenati di cercare questo supremo equilibrio, questo ritmo e questa proporzione ossessivi, da imitare per chissà quanti secoli, altro che i venticinque dell'ombra d'Argo. Non riesco a figurarmi, e sì che ci provo, la loro testa, la loro ossessione dello spazio. Non puoi abolire lo spazio? li immagino pensare, senza saperlo. Ebbene, lo segmenti.
Noi siamo invece alle prese col tempo, viviamo di più, viviamo meglio, ma abbiamo bisogno di abbreviare i tempi. Così il sogno di equilibrio si trasforma in una ridda di smart in doppia fila, caute nell'evitare, quando escono dal parcheggio fantasia, il domino di motorini truccati. Naturalmente, non una parola spesa dai vigili, che pure lì stazionano, su insegne enormi in mezzo alla strada, tavolini che assalgono quasi la fontana dietro una vernice di urbanità e pronti alla stufa da aperitivo, riducendo la piazza a una di quelle caramelle quadrate che avevano il buco in mezzo, erano dei toffees tipo Quality street, che poi la scatola serviva per metterci ago e filo (dai Droste e dagli After eights, invece, non potevi trarre la stessa beneficiata).
Un malevolo direbbe, data l'occupazione delle isole pedonali e il carico-scarico merci tollerato a ogni ora, che i vigili del centro abitino tutti (horribile dictu) nel popoloso quartiere della Stecchignola, e impinguino i mancati guadagni al superenalotto col non infierire su questo andirivieni abusivo. Oh!, che calunnie. Risalire il Corso o il Tritone diventa impresa per polmoni d'acciaio, attraversare piazza Venezia in bicicletta necessita i nervi di Barnard. Ma è un problema storico, non etico. Certo, visto alla lente della storia, tutto impallidisce e svapora. Perfino il Pantheon diventa la Rotonda, e poi ridiventa Pantheon. Passeggini impazziti e pomicioni di mezzanotte stazionano nel portico.
Grazie ad Augusto il Campo marzio si pacificò, si arricchì di costruzioni civili. L'organizzatore popolo romano perdeva la necessità delle adunate, delle elezioni, della guerra. Fu, naturalmente, un bene. Ma si abituò a essere suddito, perse la presa sullo spazio, si fece formica, arraffando il granello a portata. I camerieri si aggiustano il farfallino. Sotto casa mia, una scorta per un personaggio ignoto, hanno la faccia da sbirro che ha visto finti poliziotti alla tv in gabbiotti soffocanti, questi della sera tarda, sono dei Bob Hoskins incrociati con qualche personaggio di Un posto al sole. Devo scremare, concentrarmi, raccogliermi. Continuo a pensare che non sia tardi, e poi, domani, il supermercato apre più tardi, forse dormo. Forse no, ma la storia falsa sempre le prospettive.
postato da GiacominoLosi | 23:44 | commenti (6)
roma, pressione, cisterne


venerdì, 09 ottobre 2009
 

ehi, ci stai?

«Così fu nel novembre del '93 quando Scalfaro convocò lo stesso Napolitano e Giovanni Spadolini per poi pronunciare il famoso "non ci stò" in seguito all'inchiesta sui fondi Sisde.»
(«La repubblica», oggi, articolo di Claudio Tito versione in linea)
postato da GiacominoLosi | 08:24 | commenti (15)