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domenica, 28 giugno 2009
«Ho un amico che ha fatto un bel lavoro sui misteri della notte; e' un music designer e a settembre si trasferisce per tempo indefinito a ny per riportare a casa il suo lavoro. Ha due date a settimana gia' pronte»
Guai a dire che sei un musicista. Guai. Guai.
venerdì, 26 giugno 2009
Incredibile! Anche a Roma, anche nella caotica Roma, nonostante il traffico, l'agitazione della città che si desta, il cemento che assedia la natura, si può essere svegliati all'alba dal canto degli uccellini.
Sti stronzi.
giovedì, 25 giugno 2009
Per C. sono evidentemente un oggetto sessuale. Mi chiama e finiamo a letto, senza spiegazioni per due mesi di chiacchiere irritanti e di domande su cosa fai di bello. La cosa dovrebbe lusingarmi: oggetto sessuale per trentacinquenni, ecco un'onorata carriera. E pensare, mi dico osservandomi mentre mi muovo, scompostamente ma non senza eleganza, e mi osservo, appunto, godendomi dunque a malapena la metà della faccenda, che pochi mesi fa ero cotto, rovente, incandescente, come direbbe Falstaff, e adesso sono solo rovente e incandescente per via del fatto che fa caldo, come una buona lama di Bilbao nello spazio di un panierin di dama. D'altronde questi sono i tempi e io evito di ri-intossicarmi, pensando al tuo fondoschiena un po' flaccido come memento mori, segno di rivoluzioni epocali. I movimenti ripetitivi non sono senza interesse, se solo si potesse tracciare un grafico ne verrebbe fuori un disegno di puro ornato, una greca imbizzarrita. E poi, come sempre, dopo, hai da fare in breve, fosse mai che possiamo permetterci, dopo la transazione eseguita con successo, un'ora di più oltre i progetti. La cosa però mi diverte: è ancora pomeriggio e ho un'ora di passeggiata davanti a me. Una stretta di mano, in grande amicizia, e come l'Enterprise via verso nuove avventure. Il teletrasporto, però, non l'hanno inventato ancora.
«Pronto?» «Sono sotto l'arco di Costantino al tramonto. A me Brunelleschi me la puppa.»
martedì, 23 giugno 2009
«Ciao mamma, stasera escort»
sabato, 13 giugno 2009
Fossi sull'Adriatico inferiore o sullo Ionio recriminerei per questa schiumetta, questo tono verde-marrone, queste sciabolate di alghe, saltuarie e pigre come un ago di pino molle. Ma questo è il mio mare, in cui mi sono bagnato da prima che nascessi, equidistante da Porto Santo Stefano e Talamone, se intendessimo gli estremi di un golfo che in realtà non è nominato sulle carte. Così in questa bagnacauda sempre battuta dal maestrale, che non puoi tenere due porte aperte contemporaneamente quasi mai, tranne nelle spaventose giornate di scirocco, che però il mare poi si fa, una volta tanto, trasparente, mi volto e do sparse bracciate. La mia fiamma britannica mi cerca, ma per il resto il telefono serve solo a indicare l'ora. Il Pugile e io abbiamo sbagliato, l'altro giorno, i nostri calcoli, penso, e questo mi colpisce ancora di più e più negativamente dei peli bianchi nella mia barba (domani me la taglio), ancora più negativamente del broncio e della stanchezza permalosa di mia madre, che farò senza Euridice, ma anche con Euridice, che farò? Insomma avevamo deciso di andare a vedere Angeli e demoni nella speranza di farci due risate in una sala piena di coatti. Con lo stesso spirito ci eravamo goduti anni fa lo sbarco in Normandia di Troy, io stavo con la sinologa (che poi era magiarista, sostanzialmente) e le zorelle trattenevano il respiro quando si vedevano i glutei di Brad Pitt, mentre Giovanni il Pugile e io ci sganasciavamo. Sbagliamo tutte le previsioni. Il cinema-simbolo dei coatti, l'Adriano, è vuoto in questa sala. Il film, che ci aspettavamo pieno di minchiate, alla fine lo è, ma è moscio come un pisello moscio: tristemente, dunque, salvato dagli ultimi venti minuti, soprattutto grazie all'antipapa che si catapulta da un elicottero. Mi conforta di aver indovinato che il colpevole è appunto l'antipapa, e che sarebbe stato fatto santo subito, ma poteva andare anche nel verso opposto. Siamo i più giovani della sala, fatta eccezione per un paio di pornobambine dall'aria intellettuale. Gli altri, sparuti signori di mezza età, noi che siamo nel mezzo del cammin e abbiamo perduto il polso della situazione. Questo vuol dire che i coatti vanno a vedere qualcosa di ancora più ridicolo. Cioè, che il professore di Harvard che si fa aiutare in Latino da una fisica, la scoperta che esistono Raffaello e Bernini, le fontane che esplodono, la mattanza dei carabinieri e gli attaccamenti di pippa alla Giacobbo non sono abbastanza trash. Giusta punizione per il nostro snobismo. Il postmoderno e il trash, dice Claudio Giunta in un libro che anche potendo non scriverei mai, tanto riflette il mio pensiero, sono per chi se li può permettere. Ma che andranno mai a vedere? Tutte le mie congetture sull'opera italiana e sul tipo di spettacolo che rappresenta sono dunque una fola, se poco mi intendo della società in cui, volens nolens, vivo. Sti cazzi, comunque, mentre ritorno verso riva dopo essermi appeso a una boa, antigabbiano, antipostmoderno, antilaziale, antico.
mercoledì, 10 giugno 2009
A. piange, ma piange perché finalmente, dice, sta pensando un po' a sé. È un pianto irriflesso, fatto delle buone e cattive notizie che lei mi comunica alla rinfusa. «Ma la prossima volta parliamo di te», mi dice. Non me ne fotte un cazzo di me, penso, ossia, mi annoia parlarne. A. è in gamba: intriga, non si fida di nessuno, è l'assistente e l'unico appoggio di un grande personaggio, ha messo su a venticinque anni un'associazione, produce spettacoli, corregge copioni, lavora con una casa editrice, è capace di concorrere a un bando per tre società diverse, è efficiente e organizza, progetta, scappa, rincorre, ha un fondo masochistico che mi spaventa, e lei di converso è spaventata dalla mediocrità, non scende a patti con quello che c'è di imperfetto: non indulge, non si avvicina, non demorde. Non si fida di nessuno, appunto, nemmeno di me che non le ho mai chiesto nulla ma ho ricevuto, sempre ammantata, la cosa, di complotti e io-lo-faccio-perché-mi-conviene, due tra i maggiori favori della mia vita. Così la guardo, i suoi tratti che lei stessa distorce prendendosi le guance tra le mani, stropicciandosi gli occhi leggermente allungati, il naso che si dilata, le labbra che stingono sul mento, e io le dico quel che penso: che non bisogna essere troppo belli, troppo ricchi, troppo intelligenti. Diventa un danno, e si viene puniti. Quando ero ragazzino, penso, ma non glielo dico, ero veramente molto intelligente. Ora no, per fortuna, sono un ottuso in camicia da giovane, mi sono ammorbidito, ho messo la sordina e anzi l'una corda, anche se suono gli stessi tasti, forse anzi di più. No, A., sei troppo intelligente, e non va bene, non va per niente bene. Non so come dirglielo, senza sembrare un accidente, una deviazione già di mezza età del suo percorso fatto tutto in velocità e in silenzio. Sorseggio il passito: era meglio quell'altro, però so accontentarmi. La guardo, è l'ora di riprendere il tram. Ma io, dice, sto pensando un po' a me. La guardo, mentre ci salutiamo già pensa e produce, irrequieta, mobile, fuggevolissima. Vorrei fare qualcosa, ma è inutile, lei sta meglio senza quel qualcosa che pure vorrei fare, una parola o un cenno. Lo faccio per me, penso, come direbbe lei, e non c'è nulla di male. Ma non c'è nulla a parte quel vago protendersi senza un minimo spostamento reale, un'intenzione, un'inflessione del volto, ricomposto.
domenica, 07 giugno 2009
http://www.youtube.com/watch?v=Q_fLKofo36A
http://www.youtube.com/watch?v=0LQnsm88tBI
...eu sei que esses detalhes vão sumir na longa estrada
do tempo que transforma todo amor em quase nada.
Mas quase também é mais um detalhe
um grande amor não vai morrer assim;
por isso, de vez em quando você vai
vai lembrar de mim...
venerdì, 05 giugno 2009
Il libro di Luciano Canfora sulla democrazia sostiene una tesi discutibile - non da me, che sono un proporzionalista da sempre - ossia che nell'accezione letterale, ma anche in prospettiva storica (e lascio ai lettori la ricostruzione della logica di Canfora), la democrazia sia inscindibile dalla massima rappresentatività possibile, e sia peraltro inscindibile dall'uguaglianza, comunque intesa. E, dunque, sia stata nella storia dell'uomo raggiunta raramente e spesso in modo mistificatorio. Per quel che concerne il primo corno, ossia la rappresentatività, Canfora si chiede se molte di quelle che noi chiamiamo democrazie, basate - poniamo il caso - su un sistema a collegio uninominale, possano veramente definirsi tali. Possibile che le istanze minoritarie (e nemmeno tanto, per esempio di una o due persone su dieci) non vengano rappresentate in parlamento? che cos'è il parlamento, in sostanza, quando serva solo a supportare l'esecutivo? Questione di gusti. I miei, comunque, sono gli stessi dal 1993, quando un referendum truffaldino fu approvato dall'83% degli Italiani, istigati a confondere il ladrocinio di tanti col sistema proporzionale, e dunque ad approvarne uno in cui Confindustria e preti potessero come sempre spadroneggiare de facto ma occultamente e con la patente della governabilità. Questa anche è discutibile, ma riflette il tempo dei miei diciott'anni. Ricordo ancora una vignetta, palesemente illegale, mi sembrò, forse a torto, sul Corriere del lunedì, a urne aperte. Si vedeva un autobus inchiodare e far scendere tutti i membri del pentapartito con il fumetto «SI cambia». Oggi, correndo a villa Pamphilj dopo tanto tempo, aspirando il profumo dei tigli e pensando «Londra suca», sono incappato in un dibattito sul referendum. Avevo sempre pensato che si trattasse di abrogare la legge elettorale, e dunque un più che legittimo sì mi sembrava la scelta giusta. Ho scoperto che invece l'abrogazione parziale lascerebbe il premio di maggioranza, escludendo la possibilità di apparentamenti, senza togliere la lista bloccata. Ecco il pasticcio: a votare sì ne risulta una legge che assegna a un partito che prenda anche solo un voto in più, su base nazionale, la maggioranza assoluta (il 54%). Astenersi è da conigli, tipo quel che hanno consigliato i preti nella scorsa occasione o Craxi nel '91. Il no sarebbe una conferma della legge esistente, voluta da Lega e UdC e a lume di naso (non foss'altro!) anche incostituzionale. Decisamente questa nazione è lungi dall'essere donna di province, e il bordello di dantesca memoria è inestricabile. O forse è solo il mio essere disattento o distante da mesi?
Per quanto riguarda le elezioni come al solito sceglierò una donna un negro e uno col nome strano dalle penultime posizioni di una lista minorrima. Almeno so di non sbagliarmi.
Ma non per altro, se non perché nel 1989 mi attizzava Arantxa Sánchez (la Zvereva per fortuna no).
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