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mercoledì, 29 aprile 2009
[del]le gesta, o diva, del figlio di Archela[o, che]
[an]dava in culo e portava tr[e]
[ri]solse
[incon]trò una ragazza [che si era guadag]nata il soprannome di minipim[er]
[due]cento o Artemide non ti p[aiono] troppo, per
[u]n semplice rasp[?]
[tira]ndosi [su] la cerniera, disse: «la fav[?]
[mia] dolcissima, che di zucchero non [...»]
[«O fi]glio di Archelao, tu che la sagg[ezza]
[ereditasti?] da giovane, e risolv[esti di»]
levato di [?]
[rispose] Oreste sciogliendo il dubbio, levato il capo
[int]ento al sole e con voce di mie[le: «O] Xenob[romo]
[mille] sono le vie della divinità con cui si man[ifesta]
[e] ci riscuote dal nostro dubbio: così ti [dico]
[nella ca]rbonara solo il pec[orino]
[O] Archidamo mi chiedo perché se qua[si]
tutti ti fanno trovare i cusc[ini]
non costruiscano i letti col cuscino incorporato
e le sezioni della cartigienica un poco pi[ù lunghe]
[u]na cartina lunga
[obl]uraschi?» «Eh?» «Pop[pa]»
[du]e spaghi
top[?] e poi gliel'ho schiant[?]
o diva
lunedì, 27 aprile 2009
Due cozze.
«Prego»
«No, grazie, non mi interessa»
«Come, non sei interessato a Dio?»
Pensavo mi proponesse qualche ristorante italiano.
«In questo momento della mia vita ho qualche difficoltà.»
«Ma tu ami Gesù?»
«Lui ama me, quindi che problema c'è?»
«Ma anche tu devi amare Gesù. Ami Dio?»
«Mi ha creato, quindi mi sento con le spalle coperte.»
«Ma tu devi abbracciare Dio. Dio ti abbraccia.»
Provo a dargli la mano mentre mima l'abbraccio e a congedarlo. Non ci sente da quell'orecchio.
«Devi abbracciare Dio. E soprattutto pentirti. Pentirti. Devi pentirti. Per i peccati.»
«Ma io mi sto pentendo.»
«Ma bisogna pentirsi ora.»
«Mi sto pentendo ora. Sei molto gentile a preoccuparti della mia salute.»
«Bisogna pentirsi subito, domani potrebbe essere troppo tardi.»
«Ci penserò.»
Ha un'aria desolata. Ma io ci sto pensando davvero, eh! Comunque, caro il mio negro avventista del settimo giorno o di una setta non meglio identificata, domani era ieri.
martedì, 21 aprile 2009
perché quando vado alla British Library scelgo sempre, con anacronismo consapevole, l'armadietto 753, sebbene si chiuda male. Auguri.
venerdì, 17 aprile 2009
Ovviamente pioveva. L'ispettore Mortacci non dovette nemmeno sollevare la tapparella per saperlo, sentiva le gomme delle macchine alzare l'acqua dall'asfalto. E poi la tapparella manco c'era. Cominciava a capire perché tanti Inglesi di genio avessero lasciato la patria, Lawrence d'Arabia, Stan Laurel, Richard Benson. Aveva ancora i fianchi doloranti dal giorno prima, quando aveva incontrato una banda di pischelli giamaicani e aveva sentito che ridevano. Non aveva capito cosa dicessero, ma aveva replicato per sicurezza «tu' madre fa le pompe». Loro invece dovettero capire perfettamente, perché lo avevano corcato per cinque minuti d'orologio. Bendato alla bell'e meglio, sbirciò dietro le tende zozze la casa che doveva tenere d'occhio. Dall'Italia l'avevano mandato a stroncare un traffico di figurine di calciatori degli anni Ottanta, che dietro i lineamenti innocui di Beardsley e Lineker nascondevano cocaina purissima. Mah. A lui pareva una stronzata. L'aveva anche detto. «E se era una cosa seria ce mannavamo a te?», gli era stato risposto. Le loro madri facevano le pompe, e sentì una fitta, mentre cercava di colpire al volo lo scarafaggio di casa con una all star. Lo scarafaggio fu mancato per buoni dieci centimetri, ma svenne per il fetore e fu giustiziato da Mortacci con una raccolta dei suoi 45 giri preferiti. Sorrise, ringraziandosi per l'idea di esserseli fatti spedire a spese della polizia raggirando la dogana. Ma non sempre un grande stratega viene premiato dai fatti: dopo l'evento rimase un alone brunito su «Chicchicchì coccoccò». Maledizione, pensò, accendendosi una sigaretta.
Le ore passavano troppo lente, nella casa di fronte non succedeva nulla, a parte che l'occupante principale aveva coperto la finestra con una gigantografia di Brio con scritto «fuck off». Non capì se si stava riferendo a Brio, a lui stesso, oppure era una sottile allusione al traffico di figurine. Si trovava d'accordo con le tre ipotesi. Accese un porno scaricato da internet, ma gli dava fastidio l'audio sfalsato: i gemiti di lei cadevano sempre sulla bocca aperta di lui, e questo gli instillava un senso di insicurezza. Ma ecco cosa poteva svoltargli la giornata, mentre spargeva fogli di giornale sulla moquette per non entrare in contatto con gli acari, un bel pranzetto. Aveva in mente una ricetta anglo-italiana, come il torneo che ci partecipava la ladzie tanti anni fa, ah no, quella era la mitropa, anzi manco quella. Si ricordava il primo giorno che era arrivato a Victoria, che era entrato in un ristorante italiano dopo neppure cinque minuti dall'arrivo, e aveva ordinato «canelloni alla ammatriciana». Ora non era più così ingenuo. Gli prese voglia di trascrivere la ricetta che stava per fare, aho', magari me faccio ricco, si disse:
1 scatola di fagioli al sugo
2 toast
350 g fusilli del discount
67 g stilton andato a male
4 cavoletti di bruxelles
2 ali di pollo fritto dagli indiani di fronte, disossate
sale q.b.
Mise l'acqua sul fuoco e tutto il resto nel microonde. Aspettò che bollisse l'acqua e invertì le due posizioni. Poi si andò a fare la doccia. Tornato, fischiettando «ciumachella de Trastevere», vide che dalla casa di fronte stavano caricando dei pacchi in un furgone. Cazzo, mo' li becco. Si dileguò per riapparire vestito solo di un asciugamano in mezzo alla strada. Si avventò contro un omino in rosso. Con un destro al mento lo mannò giù a quattro di bastoni. Sto fijo de 'na miggnotta. Che te strilli, e si avventò ancora sull'ometto, dandogli un calcio. Si mise a armeggiare attorno al pacco. Che cazzo era? mutande, lenzuola, reggiseni... non seppe mai che era semplicemente il trasloco della vecchia del piano di sopra, perché nel frattempo dalla porta uscì il suo sorvegliato speciale e lo stordì con una chiave. Inglese. Per l'appunto.
Risolte alcune formalità con l'ometto dei traslochi e la giustizia britannica, tornò a casa. Trovò il microonde fuso, il gas aperto, e la sua senape Heinz usata per scrivere sul muro «Mortacci sucks». Aho', stava diventando famoso. Ciavete strizza, eh? Sorrise, e riaccese il porno abbassando il volume al minimo.
giovedì, 16 aprile 2009
Ah, non credea mirarti
(ps.-Sergio Paoletti)
D'accordo, sono un fottutissimo provinciale del cazzo.
E allora?
lunedì, 13 aprile 2009
Tu me dichi che nun te senti pronta
che si nun se vedemio quarche cosa
se rompe. E ciai raggione, a cosa!,
nun capisci? Bbrava: fa' la finta tonta.
C'è quarcosa che sse rompe, che se smonta,
che se sfraggne, s'aripone, se frantuma,
che se scassa, se sbomballa, se conzuma,
ed è la nerchia mia, fino alla punta.
Ciamancassero bocce, da succhialle?
Ciamancassero culi, a sto paese?
Ciamancassero freggne, da sbuscialle?
Va' a domannà de fatte un po' felice
co cquelle cinque-sei scopate ar mese.
all'animaccia tua e chi 'n't'oo dice.
domenica, 12 aprile 2009
...se sia più nobile passare la Pasqua tra gente che strepita perché le lasagne sono troppo secche oppure tra gente che nemmeno si fa gli auguri e va al cesso con la sua propria cartaigienica...
venerdì, 10 aprile 2009
Non ho mai amato quella città, per tutto quel che rappresentava, ciononostante, e dovrei raccontare come e qualmente, ma non oggi, mi ci sono cacciato, e dunque ho compulsato la lista degli scomparsi e ho anche, dopo mesi, chiamato mio padre per saperlo. Perché ci andavamo spesso, lui dormendoci ogni settimana, facendo faraonici presenti di fine anno agli inservienti, che probabilmente chiudevano un occhio e lo facevano sentire professor de' professori, e qualche volta anche io, dunque, dopo aver portato tutto il giorno in estenuanti passeggiate tuta da neve e scarponi che comunque si riempivano d'acqua e di sudore, dormivo lì, mi ricordo corridoi silenziosissimi, una sala tv quasi deserta, il ristorante chiamato «Il tetto» perché proprio sul tetto e senza nulla davanti, da poter vedere tutto l'altopiano, con altri camerieri dall'allure di maître, vetrate ovunque, ci andavamo spesso in quell'albergo che era stato costruito probabilmente negli anni Sessanta, su pilastri di cemento. Imploso, dicono, come un flan mal riuscito. Imploso, per fortuna non il giorno prima, non a Pasqua. Imploso, e i cognomi non sono sicuro di ricordarmeli.
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