passoscuro

   apoditticamente scorretto


venerdì, 27 marzo 2009
 

Qui ci entra il sole, dice lei, nella prima e unica casa che vedo, cui si accede per una specie di ballatoio che sa di cavoletti di Bruxelles andati a male, per una scala sospetta; e il sole effettivamente, ci fosse, entrerebbe a fiotti senza nemmeno una persiana o una tapparella direttamente sul dormiente - che nella visione della padrona di casa, che ho cercato di capire per telefono sbagliando lo sbagliabile (venendo per giunta anche ingannato da una innocua vecchietta sull'autobus), sarei io. Io dico che ci penserò, sperando che non si legga dalla mia andatura frettolosa che mi eclisserò appena possibile. Barbari, penso, dunque, tornato in zone più respirabili, a nulla è servito Giulio Cesare, a questi stipatori di persone, a questi amatori di moquette che vantano come un pregio il fatto di vivere tutti insieme stipati, e lo spacciano per bellezza.
Ecco, la bruttezza immane di questa città, mentre attraverso controvento uno dei ponti più pacchiani del mondo, inveendo alla teoria di ponti brutti che avrei sulla sinistra, se solo potessi guardare da quella parte senza essere inondato dalla pioggia, non mi era sfuggita, e neanche l'impostura della sedicente bellezza che viene spiegata con altre cose: vitalità, aspirazioni personali, cose che accadono. Come se non accadessero abbastanza cose, e in genere deteriori, da dover fare per tutta la vita movimenti scoordinati e meccanici. Non c'è nemmeno una collina da cui emettere un suave mari magno: devi stare lì in mezzo, trascinarti da un orribile incrocio a un altro, prospettive nel nulla, in questa terra ingrata. Se mi sentisse il professore cortesissimo, delizioso, di cui non potrei mai tessere abbastanza le lodi, mi chiederebbe che ci vengo a fare. Non ho risposte se non che l'inerzia mi ci ha tradotto, ma che comunque il mio non è un partito preso, è solo amore per il contraddittorio. «La città dove tutti vogliono realizzare il loro sogno», mi dice la sera un'amica di Dimitri, con cui divido il letto (con Dimitri, non con lei, absit iniuria) finché non troverò qualcosa di meno cavolettistico per questi due mesi, e si stupisce, l'amica, del fatto che io approvi la mancanza di iniziativa. «Se fosse così, ci sarebbero ancora i Borboni in Italia», mi obietta: non che abbia torto, ma confonde - questo non glielo dico - le aspirazioni a un mondo migliore con quello che, invece, è il senso di colpa insito in tutti gli umani: armeggiate, arrivate in cima, prima che la prostata si ribelli, prima che l'ulcera vi pieghi in due. Che sogno è, questo? che realizzazione è?
Fare, dunque, e non quello che si può fare, quello che si può essere, ma fare a tutti i costi, fare chissà perché. E io, dovrei dirle, ma non le dico, sono proprio così: senso di colpa, svegliarsi la mattina domeniche comprese col disagio di non aver armeggiato abbastanza, c'è da chiedersi se il mio inconscio abbia capito la mia svolta conscia. Sarei pronto a dire di no, ma ho speranza di convincerlo entro il 2009. Intanto Dimitri russa, peggio di quanto facesse a Sperlonga nel 2003. Ho tempo per pensarci.
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pressione, cisterne


martedì, 24 marzo 2009
 

Cultura

Oggi imperdibile dibattito su Radio anch'io tra un tal Filippo Facci, ringraziato dal conduttore per l'intelligenza dei suoi discorsi, e Lietta Tornabuoni. Oggetto: l'orgasmo femminile. Alla notizia che ci sono dei gruppi che fanno una meditazione orgasmatica per prolungarlo fino a mezz'ora, la Tornabuoni ride. L'ennesimo barbiere, un settantenne calabrese (slightly missing the point), mi dice: «je piacerebbe alla vecchia, eh!, sta' mezz'ora sotto...».
Dopodiché cambia per sentire Giuliano Ferrara.
Beh, parto con meno rimpianti.
postato da GiacominoLosi | 16:13 | commenti (2)
 

Sulle guide di Londra mettono come attrazioni Downing Street, Harrod's e i mercatini. Un po' come se a Roma uno andasse a vedere la Regione in via della Pisana, la Rinascente e via Sannio. Resisterò fino a maggio? Ieri i miei (ora ex) coinquilini mi hanno fatto venire l'ennesimo magone. E che sarà mai! La cosa più difficile è spiegare perché in buona sostanza non me ne frega nulla di questo viaggio, non mi entusiasma, mi intimorisce, e la cosa ancora più difficile è dirsi da solo «sti cazzi». Arrivedoir.
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musicologia, scorrettezza


venerdì, 20 marzo 2009
 

Le migliori cose si fanno sdraiati

Che male c'è a scopare per dimenticare? non crea nemmeno problemi, a parte cali di zucchero e avvertimenti preventivi e vicendevoli che fanno parte del cattolicesimo ipofisico (o ipofisiaco? o ipofitico? insomma ci siamo capiti) - quello che induce ad assegnare un valore-trombata da stabilire volta per volta, che genera plusvalore oppure disvalore, classifiche, oscillazioni di borsa, investimenti, disinvestimenti, soddisfazioni e insoddisfazioni... Detto questo, la seconda cosa migliore da fare e in cui sono imbattibile (pur se al bar mi vanto di essere imbattibile anche nella prima, e nella pasta coi broccoletti) è sdraiarmi a quattro di bastoni col sole in faccia.
Voi pensate che tutti possano farlo, che tutti siano bravi a sbracarsi su un pratino. Invece no. Occorre naturalmente il sole, e l'ora in cui picchi il giusto. L'ottimo sono le due del pomeriggio di metà aprile, oppure le sette del pomeriggio di luglio, dove ci sia un po' di vento. Il vero pratino è però per l'inverno, quando si trasgredisce alle regole della natura, prendendo il sole col freddo, e può esserci, anche nella migliore delle giornate, solo una mezz'ora in cui si stia bene davvero. E allora, come il surfista con l'onda, il pratinista deve sapere con un certo anticipo la giornata e l'ora giusta in cui potrà godersi quella mezz'ora (eventualmente se l'erba è troppo umida diventando panchinista o tronchista, il che non cambia nulla alla sostanza). Ma ancora di più occorre l'attitudine, quel giusto mélange di autostima, ansia del tempo che passa e pigrizia - ticchettare e aspettare e rimandare il momento della levata. Nello zaino un paio di libri, del lavoro, un po' di musica solo se necessario, un k-way. Possono non servire ad altro, che a fare cuscino sotto la testa. Vestirsi a strati, avere gli occhi semichiusi, i libri devono essere tanto leggeri da poter essere letti da sdraiati, e fare ombra agli occhi. Sconsigliati Hans Robert Jauss e Milo Manara, per opposti motivi. Consigliati: guide turistiche, Simenon, Ripellino, Fitzgerald per esperienza personale, ma anche qualcosa di più robusto, ma manco tanto, come i Souvenirs d'égotisme, o al contrario di mero intrattenimento come Le Carré. Non si può dire di conoscere una città se non ci si è sdraiati su un pratino.
Segue classifica dei miei migliori pratini.
Al primo posto Villa Pamphilj, ovviamente, in diversi posti e in diverse stagioni. D'estate, il pomeriggio, la pineta verso l'arco dei Quattro Venti. D'inverno, la piana nella parte ovest, la mattina. Se fa caldo, quella che avevo soprannominato in un impeto di entusiasmo indebito «valletta dei principi negligenti», un posto frondoso e carico di fogliame, non molto bello ma fresco. E poi i prati vicini al ponte (sempre in tardo inverno o in autunno), o l'olivo o il sottostante pianoro vicino all'entrata ovest (verso via della Nocetta, in alto).
Secondo posto per il Roseto comunale, lì, quasi sempre, sulle panchine, impagabile alle due del pomeriggio di maggio, ma per veri amatori: sotto le spalliere di rose rampicanti può comunque far caldo. I pratini sono praticabili ma assai ridotti. L'odore delle rose nel tardo pomeriggio con il Palatino di fronte è veramente da piacioni sfacciati. Si sta degradando, io me lo ricordo quando abitavo lì ma direi reggesse fino al Novantacinque, ancora non avevano messo l'impianto per la diffusione di musica (mio Dio...).
Per vicinanza geografica - e per altri ovvi motivi - metto al terzo posto il Circo Massimo, che però essendo allo stato brado è frequentabile in uno spicchio di stagione a fine aprile e al quarto il Giardino degli Aranci, per la vista. Insoddisfacente come relax, buono per il rimorchio.
Al quinto posto Tiefurt, un giardino di piacere vicino Weimar. Il fiume fa un'ansa e tempietti e fiori e alberi e prati si susseguono senza stancare mai. Ci si può passare una giornata intera. Weimar ha pratini ovunque, anche in pieno centro, il fiume ci passa attraverso. È il mio maggiore rimpianto.
Al sesto posto il Parc Floral dentro il Bois de Vincennes. Esperienza indimenticabile. I frequentatori sono perlopiù educati, è una via di mezzo tra un orto botanico e un parco, ce n'è per tutti i gusti.
Al settimo il Parco ducale di Parma, sorprendentemente confortevole e ben illuminato, mi ricordo a ottobre delle spanciate di sole già un po' velato, ma senza zanzare, il che non è poco. All'ottavo Villa Sciarra, con la panchina sotto i glicini dove vai a pomiciare con vista sulla Basilica di Massenzio. Ma è sempre occupata da due che pomiciano. Poco male, ti metti poco più sotto. Al nono, Villa Carpegna, dove ho preparato almeno due-tre esami andandoci tutti i pomeriggi. Al decimo Capodimonte, ma ho un ricordo un po' slavato. Quindi lo sostituisco con l'anfiteatro di Villa Adriana. Però poi resta fuori il Soratte, l'isola Tiberina, villa Celimontana, dove mi ricordo che la bibliotecaria mi chiese perché mi piacesse starmene così col sole in faccia, avevo dei pantaloni a coste piccole e non sapevo cosa mi stava per capitare. E l'Oppio (non quello dei popoli). E anche il modesto parco al Po dove passai un venticinque aprile che si guastò ma non troppo. E il Kastellet. E il prato dei Cento giorni, vicino a Camerino, o quello di Simone a Tarquinia. O Vulci, o Carsulae. Martignano può essere considerato pratino o fa parte della categoria spiaggia? Quanti prati aspettano ancora una menzione, non so. Sicuramente accetto consigli. Fave e pecorino quest'anno li dovrò saltare, chissà se è lo stesso con pesce e patatine fritte.
postato da GiacominoLosi | 23:04 | commenti (5)
roma


lunedì, 16 marzo 2009
 

Compilazio (in B)

Tra poco passa il Giro
è un po' che mi hai lasciato
e come un corridore
quasi quasi mi ritiro

«Aphrodisium», dice alla mia richiesta di qualcosa che non sia una malvasia, non sia assolutamente un marsala all'uovo, magari uno zibibbo, ma certo non un mirto, perché vai a sapere come e qualmente. Non un porto, nemmeno glielo dico, ma la parola indocile sta per sfuggirmi. «Aphrodisium». Che nome. Purtuttavia, faccio cenno di assenso, subito: ho sempre finto di intendermene o comunque improvvisato, soprattutto coi vini, orecchiando, smusando, e trovo ancoraggio per un'ultima volta in questa enoteca di giovani nella zona però non da veri giovani. Fuori, il consueto armamentario del fintozecchismo made in Casarano (LE), giocoleria compresa, cani compresi. Ma a forza di muovermi sul limitare del Pigneto mi trovo bene lì, dentro posso sfogliare il mio libro e godermi il sapore dolce ma non troppo aggressivo, passito ma non... farfuglio al ragazzo con gli occhiali, il quale, visto che il cliente ha sempre ragione, ricambia il mio assenso di prima. Così ci siamo arricchiti entrambi, lui con i miei tre euro e cinquanta ottimamente spesi - mi gratifica di un paio di cioccolatini, anche - ed io invece di retrogusti che ci saranno pure, ma vai a sapere se di frutta secca, di cacciagione, di oransoda, e che sono, un sommelier davvero?

J'arrive
bien sûr, j'arrive
mais est-ce que j'ai rien fait d'autre
qu'arriver?

Sono tremendamente provato, e avrei voglia di fermarmi, invece di cancellare ancora selciati, come quel lampione giallo di fronte al retro della scuola, altezza ristorante molisano, oppure la curva del bicchierino da liquore che contiene la mia splendida scelta. Accanto a me una comitiva composta da polentoni e Romani parla della soi-disant politica, ossia ripete le parole d'ordine fra-intese da un telegiornale all'altro, finché un romano non conclude trionfalmente «so' tutti quanti dei gran cornuti». Da' retta a me: conosco la verità. Non ho mai portato un orecchino. Sono buono. Credetemi. La selezione musicale è eterogenea ma molto discreta. Il vino dell'altra volta? magnifico. Era quello con la bottiglia arancione, col tappo in vetro, sì. L'altro è ancora meglio? la prossima volta, dico, ma non ci sarà una prossima volta nel senso della prossimità, perché a East Dulwich le enoteche saranno un po' diverse. Con il mio coinquilino polacco non abbiamo legato eppure nella sua impenetrabilità il latte dell'umana tenerezza trabocca in modo austero, eppure non mi va di parlargli, di guardarlo, benché intuisca un'affinità, una serietà, un restraint da imitare. È ateo, ha molti soldi, è giovane, sportivo, ha una macchina che sembra un'astronave, beve poco, cucina con sughi pronti, o prende pizze da asporto. Insegnami come essere contento di cambiare, di disancorarmi. Di non girare la chiave nella toppa sapendo che non c'è un secondo giro, quattro mesi dopo. E le altre chiavi, che ancora sono nel cassetto, e le prossime, queste veramente prossime. Non è tanto l'assenza, è l'abitudine.

...o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,
sono solo l'ombra della luce.
postato da GiacominoLosi | 21:47 | commenti (5)


domenica, 15 marzo 2009
 

Detti misogini di Filippo Ottonieri

Una vita a supervalutarsi, e poi finire rottamate.
postato da GiacominoLosi | 20:44 | commenti (5)
scorrettezza


giovedì, 12 marzo 2009
 

Pausa pranzo alla ex-Snia

«Mi madre ha detto che Barcellona è cara. Cara, cioè, per vedere tutte le cose, la sacrata famija, il taxi costa quindici euri... Comunque io ho imparato un po' de Inglese a fa' il feramenta, come se dice?, co 'e viti, bulloni, cacciaviti...»
«Como?»
«Feramenta... come fero, insomma...»
«Herramienta»
«Ferramenta?»
«Herramienta»
«Erramenta. Va be', insomma, io però parlo alla fine Italiano, anzi Romano. Cazzo dici, cazzo fai... capite che vor di', "cazzo"?»
«Como olvidarlo! Eh, eh... pero bueno, Boris, donde vamos?»
«Ndo annamo? No' 'o so, sta mmerda l'avete vista, il resto lo sapete, qui nun ce sta un cazzo da vede, che poi sta città manco me piace, io vorei annà via.»
«Ma non c'era, como dite, una piramide?»
«Piramide? sì, ce sta una piramide, alla metro Piramide.»
«Ma como es? Larga? Es una pirámide?»
«Eeeh, una piramide, come Egiptian, piramide, sarà come un palazzo. Che poi er bello è che sta alla metro. Ce sta la metro, e la piramide. Capito? strano, no? Volvo... semafori... macchine... pedoni... metro... piramide. Al centre of Rome, 'na piramide. Non è che ce sta antro da vede', però uno dice "anvedi, 'na piramide!"»
«Qué tontería! Ma si puede andare lì, che dici?»
«Mboh, se ve va di prendere i mezzi...»
«Mezzi?»
«Bus.. metro.. Insomma, a me 'a piramide ma rimbarza.»
«Rimbarza?»
«Rimbarza, sai, come 'r basket, 'na cosa che rimbarza...»
postato da GiacominoLosi | 15:54 | commenti (4)
roma
 

dis aliter visum

Quella sera ero nel salotto di casa mia, stringevo ossessivamente una sorta di reliquiario a molla (minuscolo, ci sarebbe potuta stare una perla, al massimo), e in effetti non so esattamente che cosa mai potesse aver contenuto. So che me lo portavo sempre appresso, che era in ottone, che aveva una sorta di rubino finto al centro, che mi piaceva aprirlo e chiuderlo, sentire la superficie smaltata col polpastrello. Mi ci rivolgevo come per pregare, come a un contatto col soprannaturale, come a un idolo, come a farci piovere la luce - del resto artificiale, perché alle nove e mezzo, benché a fine maggio, e comunque al primo piano, col giardino davanti e le imposte sempre semichiuse, non trapelava nulla. Rigiravo quell'oggetto tra le dita, prendendo coscienza che esisteva una sorte ria, in cose allora - e anche oggi - minime, minime sì, ma che sono lì, per me come per altre migliaia di persone, a piovere un chiaroscuro torbido. Prendere contatto con la sconfitta: non amarla, perché amarla, amare la Cavese, esaltarsi per Vicenza e Campobasso, è da laziali. E quindi il tappeto a disegni rossi su fondo bianco, la vecchia poltrona foderata in ciniglia verde e rifoderata per via dei gatti, il televisore in camera di mia madre, le porte disegnate dal precedente inquilino, con tratti di vernice contrastante, in rilievo, il letto rosso su cui dormire in modo riottoso, il pavimento anni Venti che sfrutta disegni cosmateschi, il portone, il cancelletto, la strada, e a sinistra in fondo tutti raccolti insieme per parlarne, per metabolizzare, per continuare, dopo, a fare altro.
postato da GiacominoLosi | 07:13 | commenti (2)
roma


lunedì, 09 marzo 2009
 

Zwei minchiaten pro Tag

1) «e poi una serie di test di ogni genere, infine suffragati dal parere del professor Stanley Wells, docente di studi shakesperiani alla Birmingham University, curatore della sua opera magna, considerato il massimo esperto di Shakespeare al mondo.»

2) http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/scienze/orecchio-sensibile/orecchio-sensibile/orecchio-sensibile.html
postato da GiacominoLosi | 09:06 | commenti (1)


domenica, 08 marzo 2009
 

Hot water rediscovered

http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/prodi-tv-nera/prodi-tv-nera/prodi-tv-nera.html
postato da GiacominoLosi | 17:13 | commenti