passoscuro

   apoditticamente scorretto


martedì, 30 dicembre 2008
 

dal macellaio

1) Mollica
Mi dia quella bistecca di mezzo chilo che non esito a definire straordinaria. Si sente proprio il bisogno di carne come questa, fresca, anzi freschissima: la più fresca che sia mai stata tagliata da un macellaio. Per una volta la sua carne mette d'accordo critica e pubblico, una carne che è difficile non faccia epoca. Supera così il pur bellissimo tentativo degli straccetti; supera così il macinato che avevo preso la volta scorsa, che pure era fuori della norma. Adesso aspettiamo di sentire il cavallo, l'abbacchio, e perché no, anche il tentativo sdrammatizzante delle salsicce, sicuri che nessuno, dalla sora Angela al geometra Luponi, in questa rilassante atmosfera, potrà sentire la mancanza della buona carne di una volta.
2) Saviano
Entro e chiedo una bistecca. Una semplice bistecca. Anzi una fettina. Quante volte abbiamo chiesto una bistecca, non pensando a che cos'è una bistecca. Uno spessore di carne. Un cadavere. Carne. Di quella carne che è carne e sangue. Che è muscoli. Che è rossa, terrena, insanguinata, assassinata e scavata nelle fibre. Grasso. Vene. Sangue e nervi, impulsi che ancora passano nella carne che noi mangiamo. Divoriamo. Assassiniamo una seconda volta. Come la terra, la carne viene morsa a vivo. La carne urla al cielo la sua fine. Dopo non ce n'è più. Non ce n'è più sul balcone, non ce n'è più per i nostri figli, non ce n'è più. E dopo è troppo tardi. Se ci sarà un dopo.
3) Cantante pop italiana
Buownaeu seuraw, miw dareoubbew mewzzoau chilow di-- caeornew. La braciowlaeou andreb-bew beaouwne. Mi ci met-taeo anche del row -- smarienoeou. Non esaougeriw aw tagliarmeao--la fi-nea (nel frattempo il negozio chiude)
postato da GiacominoLosi | 08:59 | commenti (8)
dialogo, scorrettezza


domenica, 28 dicembre 2008
 

Feste

Paolo ha una cosa in comune con mia madre. Alla fine di una serata ha bisogno di dire, sorridendo, «beh, siamo stati bene, no?». A me non verrebbe mai in mente. E mi verrebbe semmai di replicare «no, malissimo», così come quando per strada mi chiedono una firma contro la droga la mia risposta da anni sarebbe «no, io mi drogo». Però poi non lo faccio mai. Mia madre stavolta non lo dice, e io mi sorprendo di non conoscerla poi così tanto.
Alcune cose però non mancano. Da trent'anni non posso raccontare la mia vita, cose mie. Non posso raccontarla, se me lo chiedono, a modo mio, davanti a lei. Perché è un po' la sua vita, anche, e non può tollerare che io la minimizzi, ne racconti le storture. Se parlo in modo indifferente delle cose che ho fatto, se rispondo a malapena, per esempio sul doppiaggio, beh, d'accordo che sono un tipaccio in effetti, lo ammetto, ma insomma, se lo faccio, è come se azzerassi la sua vita, non la mia. Tutta la sua vita non può essere stata volta a far nascere un fallito. Non può essere. In fondo lei non racconta con gioia di quando stava alla RCA, di Boncompagni, di non so che cosa, di quando ha conosciuto mio padre, che non chiama «suo padre», indicandomi, ma col nome di battesimo o il cognome - non posso essere così?
Stai tranquilla, vorrei dirgli, mamma, perché se mi sento fallito non è certo perché non mi va di dire che doppiavo il figlio di J.R. O perché Anni Quaranta non era poi sto gran film.
Ma non lo dico mai. Ho grande indulgenza e affetto per questa piccola donna collerica, egoista ma di un altruismo a tutta prova, che sarebbe stata madre perfetta di un figlio frocio. Però la sua traiettoria non è stata prevedibile; nonostante la conosca ancora mi meraviglia. La seguo per gli anni Sessanta insieme alla Corrida e a Canzonissima, giungo ai Settanta, mi squadra temendo che la disapprovi. La conosco dagli Ottanta, l'ho temuta per tanto tempo, adesso esco da casa sua (mia?) con i nostri (suoi?) ospiti, sette clementine, un pandoro, un barattolo di sugo. Non è pioggia, è nevischio leggero.
Mi squilla il telefono a centocinquanta metri da casa. Ma sì, come vuoi che sia andata. Certo che siamo stati bene. Buonanotte, mamma.
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roma, pressione, scorrettezza
 

che poi tornando

al teatro e a Dürrenmatt, ho scoperto che non ha vinto il premio Nobel. E Dario Fo sì. Chissà che si sono bevuti quel giorno, in Svezia.
postato da GiacominoLosi | 09:55 | commenti (5)


lunedì, 22 dicembre 2008
 

Oberdandämmerung

Don Giosuè è il parroco di sant'Agata. Lo sento l'altro giorno e con una voce minacciosa mi chiede se i mobili che voglio lasciargli sono godibili. Sono godibili? con voce minacciosa, da prete che predica la fedeltà leghista in chiesa (questa è documentata). Godibili, sì, nel senso che mettevo i preservativi nel comodino, dovrei rispondergli, ma evito, e così vengo informato minacciosamente del fatto che il portone sul retro sarà aperto dalle due e mezza del pomeriggio. Li porti pure là, quei fottutissimi mobili, direbbe un prete leghista nel Kentucky, ma non ci sono preti leghisti nel Kentucky e se ci sono probabilmente avrebbero un pick-up che sradicherebbe la casa in cui dormo adesso per l'ultima volta e si porterebbe il fottutissimo comodino del cazzo e la merdosa libreria a muro e i piatti con la mosca finta (menzogna, uno è rimasto e stasera l'ho visto ancora in cucina), fottutissimi anch'essi, dritti per dritti nella parrocchia. Invece il portone rimane chiuso. Diana e io ci guardiamo e cominciamo a dire parolacce, non trascendendo alle bestemmie per pura combinazione, e naturalmente nessuno sa nulla: non il dirimpettaio, non l'inserviente orientale che si intrufola nella cura. Io poi don Giosuè manco l'ho mai visto, mi immagino un risentito prete leghista, e lì ci siamo, rancoroso, con un maglione vinaccia con una zip, e La squilla di s. Agata insieme a Libero branditi nella nebbia.
Perché c'è nebbia, e non salgo sul terrazzo dove ho fatto questo e quest'altro, non vado in Duomo, non saluto i Cremonesi che conosco e con cui non è nata l'amicizia che era davvero nata, d'altronde ho un carattere così, semino affetti ma alla fine mi detestano tutti, tutti tranne pochi, quei pochi però si appassionano all'articolo e mi considerano un caso da studiare, un cruciverba di quelli che hanno definizioni di venticinque lettere, ma poi alla fine li guardi e dici «tutto qui?». Però oramai si sono appassionati al caso, rifletto, mentre saluto salumieri e smonto la scrivania smonto l'armadio smonto tutto e dormo su un materasso per terra, e alla fine non è molto più scomodo del letto di prima. Che poi proprio da poco don Giosuè o chi per lui ha ridotto i rintocchi di s. Agata, quelli che mi svegliavano alle sette alle sette e mezza e così via con botte di dodici o quattordici o diciotto a seconda delle ore (nel senso di sesta nona etc.) e delle messe approssimantisi - adesso solo due stenti rintocchi alla mezz'ora, così le dodici e mezza e l'una e mezza risultano uguali. È proprio tempo di andarsene, anzi, direi che è proprio tempo di spegnere la luce e levarsi dai coglioni, questi fottutissimi coglioni del cazzo, ehi, ehi, ehi, father Josh.
postato da GiacominoLosi | 21:31 | commenti (8)
scorrettezza, cardenza


venerdì, 19 dicembre 2008
 

Detti postumi di Filippo Ottonieri

Gli anni Novanta hanno un po' fatto il compitino.
postato da GiacominoLosi | 15:59 | commenti (2)


giovedì, 18 dicembre 2008
 

Rivisto

un'altra volta Lo specchio di Tarkovskij. La prima volta ero all'Azzurro Scipioni, Agosti sedeva con noi sulle poltrone da aereo della sala Chaplin, ci disse con la solita esagerazione trasognata che erano ventisei volte che aveva visto quel film, era la ventisettesima e non aveva capito niente, però era bellissimo. Una sola volta scrissi qualcosa sul librone degli ospiti dell'Azzurro Scipioni, aperto nel corridoio-ingresso che con esso si concludeva, davanti a cui si passava prima di giungere a parlamentare col tipo inquietante dei biglietti, su cui fiorivano leggende, librone posto su un leggio e fornito di una bic con cui si esprimevano i desideri e i commenti. Era per Il posto delle fragole, amavo Sara, all'epoca, forse, un'epoca breve, un tardo inverno altalenante e umido, la Roma giocava su campi umidi e vinceva, e io ero nel momento in cui tutto era possibile, tutto lo fu, infatti. Invece dopo Lo specchio non c'era molto da scrivere.
Sì, qualche tempo dopo, con Paolo, Marco, Ornella, forse pioveva o forse è suggestione. L'ultima mezz'ora non potevo respirare. Dopo andammo a un ristorante cinese lì intorno, e tra finti piatti cinesi e veri cinesi a servirci io ancora non sapevo respirare normalmente, parlavamo, parlavano, io extratemporale, succube, grato. Vorrei aver capito qualcosa, ma non ne sono sicuro. Grato ancora sì, enormemente.
postato da GiacominoLosi | 23:46 | commenti
roma


lunedì, 15 dicembre 2008
 

Troppa America nei manifesti

Henry James, che andava in estasi vedendo gli Italiani in Italia, si deprimeva molto incontrandoli nel Connecticut.

Vado in giro con due libri di narratori americani più o meno contemporanei, uno vivo l'altro morto nonagenario o quasi. La serata finisce con la telefonata con mia madre: - Ciao, che fai? - Sto pisciando. - Ah, ma sei a casa allora. Ti sei bagnato? - Sì. - Vedi a non prenderti un ombrello. - Ma avevo la giacca impermeabile. - Io sono qui ancora con gli Uccelli. - Beh, data la situazione anche io...
Tutto comincia da Chuck Norris. A casa di mia madre, davanti a una tazza di brodo, perché lei non resiste al calcio volante e all'amico negro in fin di vita di Walker Texas Ranger. - Lo riconosci quell'attore lì? Quant'è invecchiato, a me piaceva. - No. - Indovina. - Chi è? - Dai, quello di Uccelli. - Ah! ma ti piaceva? non è un po' burino per te? sembra di Frosinone. - Come si chiama? - Non ricordo, ho un vuoto di memoria, un nome semplice. - Sì, tipo Mac, Van... - No, no. Ecco. «Don» - Che Don... - Ma sì, un nome semplice, tipo Don, Don Backy. - Ma non abbiamo a casa Gli uccelli? - No. - Come no! eccolo, vedi? - E l'avevo pure comprato io.
È probabilmente il mio film preferito. Tutte le volte mi stupisco di quanto mi piaccia e lo commento con parolacce, ma come cazzo gli è venuto in mente, guarda che cazzo di genio. Non so se guardarlo per la decima o non so che volta con mia madre, trattandosi di un film sul complesso di Edipo («la vedi? ha solo poco di rosso, ora. Le labbra, le unghie. Poi si estenderà, il rosso. E la maestra, indossa una giacca carminio, la casa è identificata dalla buca delle lettere rossa»), sia corretto. Ma con la scusa di ricordarsi come si chiama davvero la sorellina di Rod Taylor, ossia non l'attrice, il nome, che non è Alice, ma non è nemmeno Lucy, me ne ripasso una mezz'ora. Mi beo dell'omino in drogheria la testa inquadrata dai salami. No, mamma, non è la Cornovaglia, è la California. Sì, certo che è inglese, Hitchcock, ma non ti rendi conto che tutti i film del periodo centrale li ha fatti in America? e come no. Scusa, non ti è mai venuto il dubbio? James Stewart è americano (oddio, credo). Cary Grant non so. Sì, lo so che ti piaceva Cary Grant. E anche Anthony Perkins, l'hai visto dal vivo a Taormina. Poi hai scoperto che era dell'altra sponda. Mamma, pure Cary Grant. Non dire di no. Lo sanno tutti. Ci hanno scritto libri. Innamorato di Sophia Loren, dici? Mah. E poi, scusa, che c'è di strano? Quel che non capisco è che ti piacesse Rod Taylor, a te piace il tipo fine. Sì, mamma, è invecchiato e gli è rimasto il nasone e i sopracciglioni, una caricatura, dimagrito, raffinato, non con quell'aspetto da lupo di mare ciociaro, scusa la contraddizione in termini. Sì, vado, vado.
Mi muovo sotto uno scroscio continuo ma vario, coi due libri americani sotto il braccio, però tradotti, una busta da spedire, e il mio quartetto nella tasca laterale. Non lo finirò, e questo era chiaro fin dal primo momento che ne ho scritto la prima nota, che poi non era la prima, e che poi ancora era semplicemente una variazione della primissima. Oltretutto, mi chiedono, se mi piace scriverlo, se mi diverto. Macché. Una faticaccia. E come viene? Mah, è brutto, direi. Sono sincero. Non ho sempre scritto musica brutta. Ho scritto una bellissima opera, secondo me, beh, insomma, carina, anche le musiche per Eliot lo erano, dai, d'accordo, sopportabili. Ma non importa. Poi a maggio ho scritto un brutto trio, però originale, e adesso un brutto quartetto. Ossia, l'idea è buona, buonissima, tutto si tiene, ma a vederlo è brutto, coerente e brutto. Però lo scrivo, nessuno pagandomi per questo, se non altro per dirmi che compongo ancora. E poi perché spero che andando avanti e accumulando, al termine di un lavoro impossibile da farsi, materiale brutto, si possa poi rivederlo, emendarlo, depurarlo, oppure semplicemente, questo brutto quartetto, visto che brutto sì, ma fosse finito, e non lo finirò, non sarebbe sicuramente più brutto del trio, peccato che non lo finirò, dicevo che si potrebbe semplicemente, di gradino in gradino, giungere a quel nocciolo di verità che dovrò pure avere da qualche parte.
Supposto che esista. No, non ho niente contro i gatti in casa. Chiudo la tavoletta del cesso e vado a letto.


giovedì, 11 dicembre 2008
 

Toson d'oro

Ho al collo, sotto il cappotto, la medaglia della Globe runner. Piscio, la guardo soppesandola con la mano libera. Orribile. Ma non la butterò mai. Cena col mister e tutta la società, Luca, Daniele, Roberto, infallibile nel valutare distanze e tempi, nell'incoraggiarti con voce leggermente nasale anche se stai andando di schifo, con un «eeeh, ma guarda che non è male....», buon vecchio Roberto, e tutta la società di bancari e informatici soprattutto, il mister presenta tutti, di me sa solo che sono "maestro" ma naturalmente recita il mio curriculum mischiando nomi cose e città, bancari, informatici, un assistente sanitario (sarà un infermiere?), un tempo avevamo anche un vigile urbano, poi il mister, naturalmente il mister, coi suoi baffoni e l'elenco di nomi, cognome e nome come alle medie, di noi tutti, il matto, davanti, che invidia il campione cui spetta di diritto la coppa più grande.
La pena per essere tornato qui è un autunno piovoso in modo insolente: non è tanto la quantità ma la fantasia del modo di piovere che mi colpisce. Rovesci brevi. Pioggerella livida. Scrollone violento. Fiume in piena. Adesso era fitta e finissima, la sciarpa inzuppata, mi sono ricordato di quando ero un musicista con la sciarpa, ossia, non la tenevo come ora, alla Sindaco, ma da musicista con la sciarpa, cioè inutile, e una volta sono anche andato al Circolo degli artisti, quello nuovo -
- perché quello vecchio era a Piazza Vittorio, e ci sono andato una sola volta a ballare il Toretta, ero innamorato di Giorgia e avevo la febbre, ma non potevo non andarci. Indossai le lenti a contatto semirigide, forse proprio quella sera ne persi una, poi un paio di pantaloni grigi a trama colorata, di mio padre, col risvolto, e insomma ero un serio revival di me medesimo. Non avevo chance. Ballai tutta la sera, tardissimo, solo per Giorgia, che si divertiva mentre io pensavo di divertirmi, come sempre, ubriaco di quei capelli a caschetto, di quei lineamenti un po' cinesi - e ci credo, a piazza Vittorio - ma in realtà di chissà che ascendenza irpina, di quei sorrisi vuoti ma che sembravano chissà che.
Passo davanti a quello nuovo, e mi ricordo del cane.
Il cane era un cane ridicolo. Lo scoprimmo col pugile e Giovanni una sera che gli Her Pillow suonavano al Circolo degli artisti, un posto tutto sommato inaccettabile, un incrocio tra il Maily di Albinia (GR) e una villa privata a Decima, e parcheggiando sentimmo abbaiare, abbaiare forte, abbaiare tanto, abbaiare senza requie, come può abbaiare un cane alto dieci centimetri al garrese. Si scuoteva tutto, ringhiava, si alzava, abbaiava con tutto il corpo, dalla coda al naso, e ci mettemmo davanti a lui, additandolo e ridendogli in faccia. Più abbaiava più ridevamo.
Di tanto in tanto tornavamo, anche di passaggio. Non mancavamo mai di scendere, di affacciarci al cancello, era un cancello di un villino in disuso a ridosso dell'acquedotto, e di deridere il cane. Il cane ovviamente non capiva, e continuava a tuonarci contro. Sarà pesato venti grammi di pura aggressività. Secondo me ci riconosceva. Alla fine andare in giro, come quel capodanno, non ci interessava tanto quanto il cane. Quel capodanno che andammo dal Giapponese e facemmo prestissimo. Il cane non c'era, ci tirarono dei raudi. Ma il singolare di raudi è sempre raudi, credo, dissi a Manu e al Pugile. Cioè, si dice «il raudi». Manu rideva, il Pugile era d'accordo, Giovanni non assumeva posizione. Non c'è da meravigliarsi, dicevo, che ci prendano per matti. E soprattutto, come dicevo oggi, che io ometta sempre le cose importanti: che parli, ecco, come il cane, senza dire niente.
postato da GiacominoLosi | 23:54 | commenti (2)
roma
 

Il

portiere del Bordeaux aveva un po', secondo il Pugile, di Baudelaire nella foto di Nadar.
Io invece insisto che Ménez assomiglia a Gilberto Simoni da giovane. È anche un Mastandrea pariolino, al limite.
(Intanto, mentre scrivo, c'è il Giudizio universale e il Capitano sta smettendo di moltiplicare i pani e i pesci.)
postato da GiacominoLosi | 10:38 | commenti (3)
roma


mercoledì, 10 dicembre 2008
 

La guerra invernale nel Tibet, racconto di Dürrenmatt

Leggetelo.
postato da GiacominoLosi | 18:33 | commenti (2)