passoscuro

   apoditticamente scorretto


sabato, 29 novembre 2008
 

Roma ha sempre avuto un clima infernale, dico, e nessuno mi crede, confondendo il fatto che ci siano giornate di sole e illusorie primavere decembrine con il clima. Qui ogni giorno ce n'è una nuova: il tempo da colera fa luogo a una tramontana tesa e maligna, la pioggia se cade è sempre a torrenti; il clima qui non ha l'educazione padana, cappotto da novembre a marzo, assenza di vento, primavera a tempo, prevedibile con scarti minimi, come il dischiudersi contemporaneo delle uova di zanzare e blatte. A Roma la sorpresa è dietro a ogni lunario, e il mio divertimento sta nel vedere il vero Romano adattarsi al clima, male, e portare sempre gli indumenti che sarebbero stati adatti un giorno o una settimana prima, sudare con cappucci foderati di pelliccia in un giorno di scirocco, gelarsi in improvvidi giubbotti di pelle poco dopo, con il mal di gola al primo refolo. Non c'è da meravigliarsi che nell'Ottocento i viaggiatori avessero paura del clima di Roma. Che poi è proprio quello che mi piace. Lo specchio mi rimanda la fine dei balconi della casa di fronte, dietro una sorta di grigioazzurro imprevedibile. Ieri, intanto, ho stretto la mano a Joe Schittino.
postato da GiacominoLosi | 08:00 | commenti (5)
roma


martedì, 18 novembre 2008
 

Dubbi (e memorie per servire alla storia dei nostri tempi)

Scambio epistolare, tolto dal vero.

Cari amici, Vi ricordo la manifestazione dell'Università e della Ricerca prevista per venerdì 14 a Roma: perché quello all'istruzione rimanga un diritto, non un privilegio. Spero di incontrarvi tutti!
Giulia.

Ciao Giulia, confesso che la tua mail mi fa pensare e ripensare alle motivazioni per cui ho deciso che, con tutta probabilità, non ci sarò. Ma è difficile riassumerle in una lettera; ho le mie idee su come è stato depredato il sacrosanto diritto allo studio! Comunque ti ringrazio molto, e in tutta l'estensione del termine un caro saluto.

*****
Dialogo tra due quarantenni, tolto dal vero. - Buongiorno, noi ci conosciamo!
- Come no! Come mai qui all'Istituto?
- Avevo da fare delle ricerche. Ma mi riconosci?
- Non sei S***?
- No, no, io sono G***, adesso sono ricercatore a Crotone.
- Ah, congratulazioni; ti avevo scambiato per un altro degli allievi di B., non ci vediamo dai tempi dell'Università...
- E questa giovane fanciulla?
- È un'italianista, in verità. Deve fare delle ricerche musicologiche.
- Ah, italianista, dunque è un grado inferiore al nostro. Ah ah.
- Ah ah.
- E tu hai tempo per fare le ricerche?
- Io? no, sai, il lavoro... e tu?
- Eh, sai, gli studenti...però dovevo curare gli atti di un convegno, avrei una monografia in cantiere... ma gli esami, le tesi, i ricevimenti, i comitati...
- Eh, lo so. Dunque, carissimo, piacere di averti incontrato.
- Il piacere è mio, caro, a presto.
(una volta uscito, l'altro si volta verso la ragazza)
- Questo non lo conosci? che adesso è tutto brizzolato, compito, in giacca? questo è un ex portaborse di B. Eh, mi ricordo bene. Ma gli faceva tutto, le fotocopie, gli esami, le lezioni. Era anche bravino, ma se lo vedevi allora, tutto sudato, era il suo scendiletto, stava tutto il giorno in Facoltà...

*****

Inizio di una conferenza di un professore ordinario, tolto dal vero.

- Comincio col dire che oggi mi ritengo scioperante, in quanto non sto esercitando un'attività didattica ma solo partecipando a un convegno; e partecipo al convegno e porto i frutti della mia ricerca perché si veda quanto noi docenti siamo fannulloni.

*****

Altro scambio di lettere, tolto dal vero.

Cara A.
io non mi metterò mai dalla stessa parte della barricata con i professori e gli ex sessantottini che hanno fatto scempio dell'università italiana. Non farò mai la carne da cannone.
L'università è stata annientata da loro e poi da Berlinguer. Ecco la verità. Al massimo mi prendo la mia borsa di cinque mesi. Ma io dalla stessa parte di certa gente non mi ci metto.
Mille Berlusconi ci vorrebbero, per certa gente. Anzi centomila Gelmini e duecentomila Moratti. E non dire che sono qualunquista, io soffro anche solo a pensare a certe cose, e ci penso tutti i giorni. Mi hanno tolto quello a cui tenevo di più, i sogni di poter lavorare onestamente e fare quello che amavo, non li posso e non li potrò mai perdonare per questo. E ci penso dal dicembre 2001. I sogni di quando avevo ventisette anni non me li ridà nessuno. Li odio con tutte le mie forze, e il fatto che debba scenderci talvolta a patti mi fa odiare anche un po' me stesso.


Caro D.
Sì, infatti, non sono d'accordo con te e non ti dirò che sei qualunquista, anche se, francamente, leggendo quello che hai scritto è molto difficile non usare quella parola.
Ora ho poco tempo (l'aereo parte tra qualche ora) e forse non è neanche il caso di discutere via mail di queste cose. Ma due cose vorrei dirtele.
Condivido gran parte di quello che dici sugli ex-sessantottini, su Berlinguer e il resto (mettiamoci pure Mussi!) e capisco i tuoi sentimenti che spesso sono anche i miei ma non è questo il punto. Il punto è che nelle tue analisi si gioca sempre la partita col resto del mondo, stai sempre a fare l'elenco dei buoni e dei cattivi, a recriminare, mentre in questo caso, come in molti altri, bisognerebbe mettere da parte queste cose e valorizzare dei principii di portata generale, ovvero che l'università e la ricerca sono cose importanti e da salvaguardare. Punto. Che poi il sistema faccia schifo, che tanti professori sono delle merde, non c'entra niente in questo momento. In questo momento serve dire che non si possono fare politiche qualunquiste dicendo che si abbassa o elimina l'ICI e poi tagliare i soldi alla scuola pubblica. Sono politiche culturali da terzo mondo, non da paese europeo. E poi scusa, ma che all'univerisità ci sono solo i baroni? Quei poveracci di ricercatori che fanno ricerche serie a 1200 euro al mese dove li metti? Tutta la gente che sgobba dalla mattina alla sera per due lire e che ora è senza prospettive dove la metti? Cosa sono? solo poveri stronzi?
Boh, non ti capisco. Mi verrebbe da dirti "Esci da Frittole", non puoi recriminare ogni volta e per ogni cosa il fatto che non riesci a fare il [...] come vorresti, il direttore del Musikverein e il professore ordinario! Ma veramente pensi che sia stata l'università o il conservatorio a portarti via i tuoi sogni? O piuttosto non è stata semplicemente la vita, le tue scelte, punto e basta. Come accade a tutti, per mille ragioni diverse. Esistono dei valori e dei principii che vanno al di là della tua storia. Vorrei che ogni tanto ti guardassi intorno. Tutto qua.
postato da GiacominoLosi | 08:37 | commenti (5)
roma, musicologia, scorrettezza


venerdì, 14 novembre 2008
 

Il mattino ha l'oro in bocca

1a asta di legno o altro materiale rigido, a sezione quadrata o rettangolare usata per tracciare linee rette; righello
1b attrezzo di legno di forma analoga, usato dai muratori per controllare l’allineamento dei mattoni o le spianate dell’intonaco
2 CO TS mat. ⇒regolo calcolatore
3 CO pezzo di legno o metallo, squadrato o sagomato, di lunghezza molto superiore all’altezza e alla profondità, usato come componente di mobili, di macchine, di intelaiature, di cornici, ecc.
4 OB TS arch. ⇒listello
5 TS st.mus., asta di legno forata incassata negli organi medievali che, spostandosi, apriva o chiudeva il passaggio dell’aria in una determinata serie di canne consentendo di cambiare registro
6 TS geom., sistema di rette appartenente a una superficie quadrica contenente rette i cui coefficienti sono tutti reali
7 TS metall., non com., massa compatta e purissima di metallo, ottenuta mediante la fusione di minerali metallici
8 TS giochi, negli scacchi, successione verticale od orizzontale di otto caselle in fila sulla scacchiera.


oppure:

1 BU spec. spreg., sovrano di un piccolo regno, dotato di potere limitato
2a TS ornit.com., uccello del genere Regolo (Regulus regulus) molto diffuso in Europa, lungo circa dieci centimetri, variopinto e con una striscia nera sul capo
2b TS ornit., uccello del genere Regolo, diffuso in Europa, in Asia, in Africa e in America | con iniz. maiusc., genere della famiglia dei Regulidi, cui appartengono alcune specie comunemente dette fiorrancino.


«I regoli! I regoli! ha tirato fuori i regoli!! I regoli! I regoliiI! I REGOLI HA TIRATO FUORI!!»
Saranno le otto del mattino quando una voce femminile mi sveglia. Immagino che il marito abbia una voliera e l'abbia aperta per dispetto: tutti i fiorrancini fuori, a cacare per casa. Oppure che il bambino, in un raptus simile al mio ieri, quando il computer faceva il rumore dell'accensione ma non si accendeva, abbia tirato giù tutti i righelli, di varie forme e specie, a sezione quadrata, righe piatte a sezione d'ala, righelli di varie lunghezze, con o senza il piolo, o chiodo, o semplice protuberanza al centro. Oppure che i Regoli, come l'Attilio che fece una finaccia, valgano per patronimico, e dunque la moglie rimproveri al marito di essersi ricordato di «quella volta che i Regoli...», in una scena di recriminazione.
Mi sono appena trasferito. Il Pugile insiste e mi burla: tu stai al Pigneto. Io dico: no, Giovanni è un giovane, lo sa che dove abito non è il Pigneto dei giovani. Io non abito al Pigneto. Giovanni nicchia e mi appoggia a metà. Incalza il Pugile: ma la gente che abita da te secondo me si vanta di abitare al Pigneto. Per tutta risposta li porto al confine del Pigneto dei giovani. Alle nostre spalle casette basse artatamente diroccate. Un pino marittimo svetta e separa come in Zaffiro e acciaio, per chi se lo ricorda, una dimensione da un'altra. Dietro una discesina ritornano le palazzine a sei-sette piani tipiche della frettolosa
edilizia dei tardi anni Cinquanta. Respiro: non più traccia di locali, neanche l'ombra di vinerie e aperitivi. Respiro. Ora devo solo svuotare le tre borse e bere una tazza di tè. I regoli. I regoli ho tirato fuori.
postato da GiacominoLosi | 08:16 | commenti (7)
roma, cisterne, passoscuro


martedì, 11 novembre 2008
 

«Subsonica: dal nulla nasce la musica»

Appunto.
postato da GiacominoLosi | 13:09 | commenti (11)


sabato, 08 novembre 2008
 

Questo quartiere l'ho sempre odiato, mi sembra a torto. Oggi mi sono fatto un giro per non dire di essere stato a casa tutto il giorno. Eppure è il quartiere dove sono cresciuto, anche se non è quello in cui sono nato. Ecco, è la casa dove mi sono fatto le seghe, dove ho cominciato a farmi le seghe. Questo dovrebbe contare: la casa dove sei nato, quella dove hai cominciato a farti le pippe, quella dove hai trombato, quella dove ti sei riconciliato con qualcuno, quella dove pensi, quella dove muori. Questa raduna qualche carattere di questi, nella sua banalità anni Cinquanta.
Immaginiamoci ora il quartiere, tutto disposto sul fianco e sulla sommità di una collina, da una parte il Vaticano, dall'altra Monte Mario, siamo comunque a ovest e l'apertura maggiore, in cima, coincide con lo squarcio dell'Aurelia da dove anche nei pomeriggi più neghittosi un po' di luce arancione arriva sempre, rubacchiata. Scendo per l'Aurelia verso est. La farmacia è di proprietà - o ci lavorava - un consigliere comunale poi onorevole di Forza Italia, un bell'uomo dagli occhi chiari dall'aspetto laziale; sono sempre stato innamorato della farmacista e dei suoi occhi chiari anch'essi, non fosse che quando apre bocca ti cascano le palle, rotoloni rotoloni tra le garze i preservativi gli integratori; la gelateria è ora creperia, per restare aperta anche a novembre; il neon dentro il negozio di elettrodomestici è giallo chiarissimo, piove sui camici degli inservienti una luce macilenta; il padrone del negozio di camicie ha l'aspetto tipico e la posizione delle scarpe del commerciante ebreo romano: sta sempre fuori; nel circolo dei vecchi andrò a vedere da intruso pagante la partita, sentendo le invettive senza risparmio al primo passaggio sbagliato: e sì che sopra, pare, ci siano i bambini.
Fino agli anni Cinquanta immaginiamoci dunque il quartiere: ma il quartiere non c'è - pochi casali, qualche osteria, una chiesetta, due tre edicole, rampanti lungo la valle dell'inferno, fabbriche di mattoni abbandonate, si allaga tutto alla prima pioggia e argilla rossa ovunque ci sia uno smottamento. E improvvisamente case, di quattro cinque piani, interessante che siano tutte storte, perché l'orografia è complessa, strade curve, case non allineate, strade curve che incrociano strade private, chiuse, non comunicano, finiscono su uno sbalanco o su un muro, difficile uscirne. Ti incanali in circuiti di strade con macchine in doppia fila, cacate da cani invisibili nei marciapiedi e anche sotto, con alberi magrolini piantati da poco, fiori rosacei e chiari che spuntano a ottobre e poi fanno una poltiglia marrone alla prima pioggia decisa.
C'è un negozio di mobili dove hanno la stessa sedia che ha il Sindaco a Cremona; lì abitava Giorgia, che pensava non a torto che fossi un maniaco, nel Novantuno; lì c'è la caserma dei carabinieri; poi si scende, la strada naturalmente è senza uscita, come le altre prima, ma questa ha un pertugio pedonale. Ecco la via grande che mille e mille volte ho fatto in bici, sapendo dove alzarmi sui pedali per fare meno fatica, ora c'è il discount, risalgo; gli Egiziani litigano scaricando frutta; le commesse del dì per dì sono tutte brutte tranne una, e questa non c'è; il negozio di dischi non ha più le magliette neofasciste, il padrone, butterato, sempre in giacca e cravatta, sorveglia e sta sempre con gli occhi azzurrissimi aperti e la bocca aperta.
Ho sempre odiato uscire il sabato. Lì c'è il gioielliere che tutti pensano essere un ricettatore, ha una fila di Romeni Russi e Italiani incredibile, con qualunque tempo, ma non ci sono le prove; al bar all'angolo i due vecchi padroni, consunti, laidi, hanno forse litigato; ho una giacca che starebbe bene al figlio del barbiere, che sembra Tony Manero; lascio passare le signore in senso contrario, ma non ringraziano, assorte nel cercare un indizio della domenica, la preoccupazione di trovare tutto chiuso senza sapere.
postato da GiacominoLosi | 16:22 | commenti (6)
roma


mercoledì, 05 novembre 2008
 

Ma chi è?

Pete Sampras tinto di nero?


lunedì, 03 novembre 2008
 

L'omo cor pessce in mano

Hat mir niemand Ade gesagt, è la sindrome che mi coglie quando lascio qualcosa: nomi, cose, città, persone. Mi interrogo, ma che mi interrogo a fare: è paura della morte, del niente, del non esserci. Il Sindaco ieri in treno mi dice, «sei il mio amico più difficile». Sì, d'accordo, ma gli ribadisco che sono così. Cambia, mi risponde. Ma io non voglio cambiare. Voglio l'immobilità, la persistenza, e dentro la persistenza un moto continuo, una parcellizzazione delle risorse fisiche intellettuali in diecimila rivoli, ma su un fondo perfettamente immobile. Non cambiare, non lasciare, continuare. E quando ho dovuto lasciare, una paura di non essere stato chiaro, una volontà di fuga, e la sindrome di farlo all'improvviso, a vedere se qualcuno mi trattiene o soffre, da vero bambino abbandonato.
Abbandono anche gli oggetti e le vie con difficoltà. Le persone le abbandono con la stessa fretta, afllungando il passo. L'addio, la chiusura, le formalità.
La pioggia nemmeno ticchetta, ma disegna il percorso mettendosi al centro della strada. Dritto per cinquanta metri, a destra per cinque, a sinistra per trenta, a destra per sessanta, a sinistra, a destra, a destra ancora, a sinistra, a destra infine: la scorciatoia per la spesa.
Scopro che i francobolli non costano un cazzo. Quante inutili collezioni. Non collezionate francobolli. Non avrete soldi coi francobolli. Troppa gente colleziona francobolli e dunque non valgono nulla.
Non si cambia mai in meglio, appaio dire. Mai. Tutto porta, come li vaghi der caffè di belliana memoria, nello sprofondo, in cerchi lenti. Cambiare non solo non serve, ma ha per me sempre un'aura di destino, di fortuna nel senso medio e magari anche peggiorativo. Trovare nuovi appigli. E se restassi cieco, dove? e a chi? a chi la prima telefonata, a chi l'immediato soccorso?
Desidero cambiare, dico, ma non voglio farlo. Che si faccia, appunto, mentre compro un enorme branzino per festeggiare (festeggiare?) la partenza.
postato da GiacominoLosi | 17:39 | commenti
roma, cardenza