passoscuro

   apoditticamente scorretto


domenica, 28 settembre 2008
 

Due (un po') sopravvalutati

Calvino e Berio
postato da GiacominoLosi | 13:22 | commenti (13)


domenica, 21 settembre 2008
 

De pippone adhaerendo (frammento di un trattato)

Duo sunt genera pipponum: primum genus ingenieristicum sive elenchativum; alterum est parentheticum sive interiectivum, propter interiectiones quas adhaerens facit, sicut «Te stavo a dì», «no», «cioè».


Exemplum primum (ingenieristicum):





«I film te li puoi scaricare facilmente. È veramente semplicissimo. Non è legale, ma la normativa non è chiara. Una sentenza che è stata emessa recentemente dalla Corte di Giustizia europea stabilisce che l'uso personale non è perseguibile, se prima è stato dimostrato da una scrittura privata come puoi vedere dal modello che ti invio. Per scaricarlo accetta il file che ti sto mandando. Devi premere col pulsante sinistro su "accetta". Se hai la versione inglese c'è scritto "ok" oppure "I accept". Ti consiglio di mettere l'impostazione di download su"cartella scelta dall'utente". Digita ora il nome della cartella. È meglio se crei una cartella nuova, e la chiami tipo "Pippo", così non ti sbagli. Salvalo col nome in Italiano che ti consenta di trovarlo facilmente, qualcosa di semplice. Per esempio: "Modulo apposito per la scrittura privata in caso di usufrutto di materiale scambiato via telematica". Ora, che cosa devi fare? Apri emule. Vedrai una lista di server che sono messi in ordine alfabetico. Puoi cambiare l'ordine, se preferisci, in quello di indirizzo IP, ma non so se ti conviene. Oppure di provenienza. Oppure di utenti. Io farei in ordine di quantità di file. Clicca una volta sola col tasto sinistro. Stai usando il mouse normale o quello del portatile? ti consiglio un mouse a infrarossi. Costa poco e non sporca. Riscalda solo un po' la superficie. Hai cliccato due volte o una? Una basta. Adesso vai su opzioni. Queste opzioni sono state inserite per la prima volta nella versione 1.0.1 da una coppia di informatici canadesi che non capiva come limitare il flusso di download. Hai messo la risoluzione più alta dello schermo, prima? vai su Impostazioni. Ti è apparso lo schermo? Clicca due volte. Non una, due volte. Clic, clic. Adesso ti si dovrebbe aprire [...]»





Secundum (parentheticum):





«Va be', insomma, l'altro giorno cerco da Ricordi quel pezzo di Dusapin di cui ti parlavo, quello che avevo visto l'altro giorno come anticipazione sulla rivista, ti ricordi, no?, stavamo a via del Corso, ma no, non era con te, era prima che ci incontrassimo, ero con Simone, che poi ti ricordi che avevamo litigato? cioè, non proprio litigato, ma c'era stata una volta che si era scordato di portare mia sorella al concerto, il concerto di Paolo Conte, che poi ieri è uscito l'ultimo album, l'ho sentito un pezzo ieri, non tutto, ma è una figata, niente a che vedere con quello prima, anche se di quello mi piaceva la canzone che lo termina, quella che fa "la la la la", ma sono belle le parole, solo che non ricordo bene, parlano della condizione dell'artista, che poi sarebbe lui, cioè di lui come cantante e come artista, che a me 'sta cosa di prendere posizione sulla propria musica mi piace, stavo pensando proprio l'altro giorno, perché se per esempio uno potesse spiegare quello che fa per filo e per segno non sarebbe meglio? te stavo a di', insomma, chi è che può giudicare, dicevo ieri a Federico, Federico no l'amico mio quello che hai conosciuto a capodanno, quello che è arrivato in ritardo e avevano già stappato le bottiglie e se ne è riandato subito, no, un mio amico chitarrista ma bravo, che ha suonato una volta al [...]»





Tertium genus est quidem mulierum, quod mulieres sunt primipilae in pipponibus adhaerendis: de caligis, de theatris, de omni genere nugarum conversationem infarciscunt sine iunctura.





«L'altro giorno ho rivisto Flavio, sai, dopo anni. Mi ha fatto un'impressione... Ero andata per parlare con un avvocato della possibilità di un tirocinio, quando mi giro e vedo Flavio. Gli faccio, Flavio, come stai? e lui mi risponde che - pensa! - si sta per sposare con la ragazza con cui si è messo da poco. Come? non stai più con Giorgia? no, risponde, sto con una ragazza e mi fa il nome, adesso mi sono scordata il nome, una cosa banale tipo Giulia o Laura, tra l'altro la stava aspettando lì fuori. Arriva e la vedo, una zora che non hai idea. Pensa che aveva le scarpe col tacco ma infradito, non so se hai mai visto quelle che stanno al negozio all'angolo tra via delle Carrozze e via, come si chiama, quella dove c'è il fioraio, va be', hai capito, tutte aggressive, con gli strass, e poi aveva una specie di tirabaci coi capelli tutti tagliati corti sotto, e il french. No, dico, il french, con lo smalto mezzo rovinato, che si vede che si mangia le unghie, e intanto Flavio se la guardava e ha detto che stanno per comprare casa a Vitorchiano. Come a Vitorchiano? e lei pare che ha la famiglia di là e si vogliono sistemare. Perché si sono conosciuti in uno studio di architettura, sai, dove c'era anche Filippo, quel mio amico coi capelli rasta, sì, che non sembra un architetto [...]»





Pippo est perniciosissima oratio, quia impedit ut alter loquatur; et memoria eius qui audiat immediate adeo plena est, ut eo die non possit aliam orationem audire sine fastidio et saliva in angulo oris. [...]
postato da GiacominoLosi | 12:56 | commenti (14)
opera, scorrettezza


sabato, 20 settembre 2008
 

Qualcosa non torna

Il bibliotecario del conservatorio ha un accento veneto fortissimo e si chiama Filippo Juvarra.
Vengo sopraffatto da un uomo morto settecento anni fa.
Il mio computer stringe amicizia con un'ex pattinatrice, poi architetto, poi studentessa di marketing in viaggio con la madre.
La ldz in testa alla classifica.
Il frigorifero si accende e spegne da solo senza il minimo preavviso.
La fine del mondo è vicina. Non dite che non vi avevo avvisato.
postato da GiacominoLosi | 08:51 | commenti (16)
cisterne, passoscuro, cardenza


mercoledì, 17 settembre 2008
 

La preghierina

Una volta sorpresi Eugenio a farsi il segno della croce. Confesso che lo presi in giro. Stava salendo in macchina per guidare e si fece il segno della croce. La strada era piena di curve, sì, ma mi sembrava ridicolo. E poi lo fece frettolosamente, il segno, con la mano a paletta, quasi ripiegata, senza raggiungere veramente gli estremi delle spalle, della fronte, la metà del petto. Non ne parlammo più, finché non diventammo veramente amici e il discorso raggiunse l'arte la vita la religione come sempre quando due persone sole bevono un bicchiere e esercitano il loro sarcasmo su tutto quello che hanno in mente.
Così Eugenio cominciò a raccontare della preghierina, in una specie di analisi in pubblico, ma il pubblico ero io, e lo faceva naturalmente solo per spiegarlo a se stesso, nemmeno guardandomi. Sua madre gli diceva «hai fatto la preghierina?» perché amava i diminutivi: la crema diventava la cremina, la cipolla cipollina anche quando non era cipollina, e solo le vitamine sfuggivano alla inevitabile desinenza, solo perché ce l'avevano già per altri motivi. E lui la faceva, la preghierina, tutte le sere. E ancora la faceva, mi disse, prima di addormentarsi, in un'altra casa, senza nessuno che glielo dicesse, probabilmente nemmeno sua madre la faceva più da anni, si segnava, e in genere ringraziava. Ringraziava per la giornata trascorsa, radunando, in una complessiva inquietudine, tutto quello che avrebbe dovuto - e non poteva - rallegrarlo. Come con la paura di una ritorsione, se non avesse ringraziato Dio, con la paura di non accorgersi di una felicità che non aveva, sentendosi in colpa.
La lucidità di Eugenio: ha un modo netto e suadente di dire le cose che quasi mi ferisce e mi interdice. Suo padre se ne era andato di casa quando lui aveva sette mesi, e questo gli fu ripetuto a piene mani. La madre continuava ad amare quel gaglioffo dicendone tutto il male possibile. Eugenio pregava, da piccolo, perché tornassero insieme. Maturava un senso di rivalità e di rancore che più tardi lo portò ad abbracciare la carriera del padre (Eugenio è, come si direbbe, un collega). Questo me lo disse senza battere ciglio. Un giorno la madre, in macchina, gli disse «Non mi meriti neanche tu», Eugenio aveva otto o nove anni, in macchina usualmente leggeva. Avevano una centoventisei bianca, dietro riusciva da ragazzino a stendersi e a dormire nei loro lunghi viaggi verso la casa al mare: lunghi per la scarsa lena della macchina, che arrivava ai novanta come per un miracolo, lunghi perché finiva ben presto i libri e i fumetti. E prima di mettersi in macchina, all'epoca, la madre si segnava e «Signore proteggi questo nostro viaggio» imitata silenziosamente da Eugenio. Che poi la madre si interessasse di esoterismo, simpatizzasse con un cerchio misterico sorto accanto a un medium fiorentino, credesse nella reincarnazione e nell'astrologia - questo non le impediva di perpetuare il rituale.
La madre sosteneva che il padre aveva preso un'altra donna perché lo aiutasse nella carriera. Perché era vecchia, perché era brutta. Pensava il bambino, che aveva funzionato. Lo conoscevano tutti, il padre, direttori artistici e notabili, quando andava ai concerti con lui lo salutavano coi «carissimo» d'uso, e gli chiedevano se quel bel bambino - che non era bello affatto, con gli occhialoni a goccia - fosse suo. «Come mai oggi la mamma non è venuta?». Il padre sorridendo spiegava che era figlio della sua ex moglie, benché con la nuova moglie non fossero sposati.
Eugenio non lo capiva, ma nemmeno capiva la testardaggine di sua madre a farsi chiamare la signora C. Perché ci teneva così tanto? «Non sono la ex moglie, sono la moglie», quando si presentava alla casa di riposo dove il padre di Eugenio aveva fatto mettere la suocera (o ex suocera?). Fu sua madre ad accudire sua nonna, all'ultimo, ricevendone in cambio un prevedibile «Ha fatto lo show». Certo il padre e la sua compagna non avevano fatto niente per «fare lo show», bisognava ammetterlo. La nonna paterna era alta un metro e quarantotto ed era stata un sergente di ferro, così diceva il padre a Eugenio. Lo costringeva a suonare il pianoforte a botte sulle mani. Eugenio rifiutò la musica fino a diciassette anni, e anche allora in un campo totalmente diverso da suo padre. Lo fece, ma troppo tardi, con una punta di sadismo.
Tutto questo spiegava, mi disse Eugenio, perché ostinatamente rifiutasse raccomandazioni, perché rifiutasse rapporti lunghi con le donne, rifiutasse le menzogne e i sotterfugi e lo snobismo del padre, ma disse anche che l'umanità aveva passato il Novecento a incolpare la famiglia, bisognava smetterla una buona volta, e poi alla fine si era stufata di prendersela con la famiglia, in genere composta solo da individui troppo inadatti alla bisogna: buoni a scopare, non a essere Dio. Per questo lui credeva in Dio, anche se il suo professore d'Italiano un giorno gli disse che era troppo intelligente, Eugenio, per essere cristiano. Credeva in Dio quando era felice, ed essendo ipocondriaco lo pregava nelle malattie. da ragazzino lo aveva pregato anche per la Roma. Credeva in Dio onnipotente, Deus charitas, quello che non si curava delle piccolezze, che interveniva senza volere nulla in cambio, credeva nel Dio che ama l'arte e le cose belle, perché anche lui avrebbe voluto essere un artista - anche se ogni volta che stava per liberarsi si castrava, si interrompeva, versato in tutto, eccellente in nulla. Come Dio: senza fatica, solo per essere Dio; avrebbe voluto essere Dio, per non sentirsi più in colpa, per non avere nulla, nemmeno il cielo stellato, cui rendere conto.
E se gli si chiedeva perché continuasse a crederci, sapendo tutto quello che sapeva, mi disse Eugenio, lui non aveva risposte. Un po' si vergognava, un po' era orgoglioso, e anche davanti agli altri si segnava, benché in fretta come avevo visto quel giorno. Avrei dovuto dirgli che non importa come si ha la fede, che l'importante è averla, anche dubitabonda, e che io lo invidiavo. Non aveva risposte, non aveva risposte, e sorrideva adesso imbarazzato, con il bicchiere in cui traballava da tempo un fondo di vino rosso con cui giunse, alla fine, a umettarsi le labbra.
postato da GiacominoLosi | 09:15 | commenti (26)
roma, pressione, scorrettezza, passoscuro


domenica, 14 settembre 2008
 

cose per cui

non sono abbastanza intelligente:

- i film di Greenaway
- le regie di Bieto
- gli eventi
- i film indipendenti americani
- Sgalambro e Cacciari (mi viene in mente di completare la triade con Stefano Bonaga)
- i viaggi dove ti prendi lo scamarcio
- i rebus e i giochi di logica, tipo che cosa manca nella serie
- il bricolage
- il sadomaso
- cambiare carattere e formato al blog da quando ho un nuovo sistema operativo. Che poi manco capisco che vuol dire.
- capire al volo la coglionella, dall'affaire Delle Donne in terza media in poi.

Grazie al cielo, però, c'è qualcosa per cui sono troppo intelligente: l'innominabile compositore estone, che senza vergogna continua a propinarci cose orribili e - per di più - scritte male. Grazie, dunque. E lui, almeno, è proprio senza vergogna.
postato da GiacominoLosi | 09:20 | commenti (8)


venerdì, 12 settembre 2008
 

indovinello

«Una sega sperde le tetre fole / dello sconforto»
In questa citazione c'è un errore. Forse due.
postato da GiacominoLosi | 21:20 | commenti (8)
opera, musicologia, pressione, scorrettezza


giovedì, 11 settembre 2008
 

l'eurostar ha fatto cinquanta minuti di ritardo

«Perché adesso non è chiaramente come prima, a Capri. Con quei pulmini che scendono giù, tutti ammaccati. Mi ricordo che eravamo in viaggio di nozze, con mia moglie, eravamo a Portici, da mio cugino. Ho un cugino a Portici. Eravamo a Torino, è tutta da ridere, eravamo a Torino e non c’era un albergo libero. Allora che facciamo, andiamo a Firenze. Mi sono giocato metà dei soldi, a Firenze, perché sono andato all’albergo sbagliato. Eh, ero sceso a mezzanotte e sono andato al Baglioni, sì, il Baglioni. Capirai. Ma finché hai il biglietto di ritorno, bon, andiamo a Portici! e ogni giorno andavo a Capri con mia moglie, mio cugino ci portava al porto e poi ci riprendeva. Poi sono tornato, c’era il sottomarino. Sì, quello là, giallo, che vede su questa cartolina. Si scendeva a ottanta metri. L’hanno poi usato per Scherzi a parte, ha presente? ma ora no, non c’è più. Eh, e quest’anno in Sicilia, tutto il giro» mi dice con un sorriso entusiasta.


È stata una vacanza di otto giorni. Il problema della Sicilia sono le cartacce, crede. Non lo disilludo che a metà. Sorrido e mi guardo con una gualdrappa addosso mentre i ricci cadono, che poi non sono veri ricci, come il vecchio, vestito di un telo grigio leopardato, poco prima, che ammiccava e forse non i pensieri, ma quello che vedeva gli disegnava un sorriso appena smorzato: le labbra sottili, il naso a bitorzoli. ll barbiere si è dimagrato, ha come dei bargigli sotto il mento e la sua camminata non sembra così decisa, ma non è vero, decido alla fine, mentre mi osservo nello specchio libero, prima, e leggo Oggi. Mi trovo intollerabilmente d’accordo con Sgarbi per ben due volte, lungo l’attesa. E il principe di … sarà frocio? sicuro. Bettarini è un buon padre, ecco, i miei pantaloni di lino sono ancora necessari, inarco le sopracciglia per scorgermi.


La porta a soffietto dà su uno stanzino, ma il quadro è sfondato, dietro lo stanzino – scopa, tubetto di crema spremuto a metà e fiocchi di capelli grigi ammonticchiati vicino alla scopa – appare un tubo coricato, mostruoso, con quattro più piccoli, zigrinati, e ghiaino, e poi si apre la visuale, un cavo sospeso, una corte ingombra di calcinacci. Come a casa mia: calcinacci su tutta la camera, in alto, sulla cintura che avevo lasciata appesa, i piccioni che mi cacano sul balcone. Il vecchio si toglie il manto, non è Carlo V, ha una maglietta rosa salmone, una polo, tirata su fino al bottone estremo. Al mignolo destro porta qualcosa che sembra la chiave di una cassetta di sicurezza.


Una volta mi sono fatto una foto nudo, in piedi con la macchina nella destra, e dietro un panchetto ingombro, una scatola rossa e dorata con le viti, un dettaglio di un aspirapolvere, una smorfia seriosa e qualcosa che tremola nello sguardo, mi assomiglio. Il barbiere mi chiede se va bene: sì, va bene, anche se non è poi così vero, ma va abbastanza bene, il taglio.


Dietro la porta a soffietto, appena dopo l’al di là, una piuma oscilla.











sabato, 06 settembre 2008
 

Indovinello

- Alfredo, dai, ci compriamo una casa?
- No. Non mi va, non ho tempo.
- Dai, Alfredo, compriamoci una casa
- No, ti ho detto no.
- Non dico una casa grande, dico un nido d'amore, una cosa per noi.
- Non ho tempo di occuparmene, e poi non ho soldi. Ecco; a dirla tutta non ho soldi.
- Ma non c'è bisogno che la compriamo, possiamo costruirla.
- Violetta, no. Ti ho detto no.
- Dai, costruiamoci una casa costruiamoci una casa, è una splendida idea, costruiamoci una casa costruiamoci...

...
..
.





(croce edilizia)

postato da GiacominoLosi | 17:54 | commenti (21)