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sabato, 30 agosto 2008
se mi eleggerete alla carica, queste sono le mie promesse:
- ogni abuso edilizio verrà punito con l'esilio perpetuo al Laurentino38, senza potere uscire dal perimetro
- abolizione del calcio inglese e in genere di tutte le forme di anticalcio, come i lanci lunghi, le perdite di tempo, la juventus, i Filippini
- demolizione del Vittoriano, a colpi di miccette (l'operazione richiederà qualche tempo, ma la soddisfazione è garantita)
- distruzione delle fabbriche che producono infradito
- eliminazione della frase «al cinema» alla fine delle pubblicità cinematografiche. Perché, dove altro dovevamo andare? dal senegalese che vende video pirata?
- moratoria su pachino e rucola nelle liste dei ristoranti
- sospensione per un anno del turismo a Roma, ivi compresi gli elettori della Lega (che andranno a Varese)
- le donne che se la tirano verranno private della visione di Sex and the city (che tanto verrà abolito per legge due mesi dopo, 'ste quattro borghesucce ripulite)
- i libri di Pansa, Vespa, Fallaci, Jovanotti, Faletti, insomma ci siamo capiti, verranno permessi solo se stampati su carta riciclata finissima, senza copertine, carattere corpo 6
- obbligo per i polentoni di risiedere quindici giorni a Napoli e per i Napoletani di mangiare solo verdura cruda una settimana all'anno
- abolizione delle automobili
- sospensione dei tatuaggi, a meno che uno non dimostri di essere stato al gabbio, in marina, o di avere un avo maori
- vino rosso gratuito a chi rinuncia a bere mojito o simili intrugli da gay
- apertura di un teatro d'opera nuovo, gratuito, al posto di Fonopoli.. come? dite che non esiste? ah-
- squarciamento pubblico di tutti i bonghi presenti in Occidente. Per non parlare delle treccine: chi vorrà tenersele dovrà dimostrare di esserne degno correndo i 100 metri in 10''50 o i 10000 in 26'.
- balli e musica popolare confinati nei musei, una volta che gli ultimi vecchi depositari saranno morti.
Votate, votate, votate.
giovedì, 28 agosto 2008
- Ma dai, non ci posso credere che guardi Veline!
- No, è solo che sono molto religioso.
lunedì, 25 agosto 2008
Aveva ragione Carlo Pepoli. Le donne fidanzate che lo aprono a fare un blog?
giovedì, 14 agosto 2008
mercoledì, 13 agosto 2008
Bisognerebbe che esistessero leggi contro gli scrittori inetti e inutili, come ve ne sono contro i vagabondi e i fannulloni [...]. La mania di scribacchiare sembra essere un sintomo di un secolo dissoluto.
Stasera mi sono sentito in colpa, ascoltando la Prima sinfonia di Schumann. La trovavo, stasera, pesante, noiosa, e riflettevo su tutti gli entusiasmi che mi sono passati in così poco tempo. Sentendomi in colpa, perché poi la verità è che per Schumann ci vuole un genio musicale, per interpretarlo, dico. Altrimenti si svuota, non si capisce, è come se perorasse su dei tacchi troppo alti.
Se comunque misuro quello che è rimasto di quando avevo quattordici anni, per fortuna, non trovo nulla. Ma nemmeno dei diciotto. Devo confessarmi che l'unica soddisfazione è andare in gelateria e venire riconosciuto dalla commessa.
- Tu sei compositore, vero?
Ah, certo, nel juke-box dei migliori bar di Rossano Calabro (credo che la gelataia venga da lì) non si ascolta altro che il mio trio. Hai notato per caso il passo in tapping? Poi lei mi spiega che l'anno scorso era cassiera al discount. Allora ricordo. Non mi piaceva tanto, ma le facevo gli occhi dolci mentre pagavo col mio bancomat semivuoto, non tanto semivuoto da non potermi permettere sottomarche di biscotti o meloni francesini provenienti, per l'attrazione dei contrari, dal circondario di Latina. Di pomeriggio il sole infila lo stradone in salita, si riflette sui citofoni ramati. Mi sento in colpa per non averla riconosciuta. La trovo più carina, e io più rincoglionito ancora.
Rossini si ricordava di una fuga di Panseron cinquant'anni dopo, io dimentico e soprattutto mi si dilavano via i gusti, le aspirazioni, scivola tutto proprio come non avrei mai voluto che succedesse: mi si stinge il carattere, e rimane solo l'impulso di uscire e prendermi un gelato. Ma non è il suo turno, e poi domenica si chiude.
I resoconti dei viaggi estivi li accetto al massimo da Montaigne.
sabato, 09 agosto 2008
Sto leggendo per la prima volta Chateaubriand e mi viene in mente subito Filippi. Chissà che fine ha fatto Filippi. Secondo me è un dirigente, comunque è sicuro che guadagni più di me. Penso subito - si parva licet - all'aneddoto di Gershwin che va da Stravinskij con l'intenzione di prendere lezioni. «Quanto guadagna?» gli domanda a bruciapelo Stravinskij. E Gershwin risponde una somma astronomica, qualcosa tipo: «Diecimila dollari, più o meno».
«E allora sono io che devo venire a lezione da lei!»
Filippi era stato bocciato due volte, mi sembra. Aveva due anni più di noi, in quinta ginnasio. E rispetto al Gara, che era due anni avanti, faceva quattro. Diciassette contro tredici: sembrava suo padre. Ma Filippi non si dava delle arie vissute, per questo; restava molto sulle sue, quelle poche volte che veniva a scuola. In fondo ho sempre invidiato Filippi, non per la bocciatura, ma per la impareggiabile nonchalance. Quell'anno Filippi battè tutti i record di entrate alla seconda ora. Credo ne sia ancora il detentore: per superarlo bisognerebbe aumentare i giorni di scuola, dato che Filippi entrava sempre alla seconda ora. Una volta fu magistrale: entrò direttamente alla quinta ora per fare Educazione fisica, con la massima tranquillità. Spesso, appunto, non veniva per niente, e anche in quei casi il giorno dopo non si scomponeva. Me lo ricordo benissimo, misto pariolino ma non troppo, biondino, figura elegante, occhiali scuri e felpa Ralph Lauren, Filippi, soprannominato alitur, un po' per il verbo latino, un po' per l'agenzia di viaggio quasi omonima, molto per il misto sigaretta-cappuccino-cornetto che ne caratterizzava il fiato.
Era l'anno della Pantera e del Muro di Berlino. Mettevo il portafogli nella tasca davanti per stare comodo. I miei portafogli sono sempre stati pieni non di soldi ma di vari ricordi, tra cui scontrini presi in tutta Italia per ricordarmi di dove ero stato, e di indirizzi e numeri di telefono o appunti vari. Uno scontrino del bar «La rotonda» del 1990 si trascinò stancamente fino al cambio di portafoglio, poi vigliaccamente devo averlo conservato (ossia perso, implicitamente) in qualche cassetto. Il portafogli davanti sembrava un'erezione permanente, anche se oblunga, e in questo senso ci stava benissimo come metafora. Boracino, l'unico fascio e ovviamente laziale della classe, quell'anno autoproclamatosi mio compagno di banco, smembrò durante un'ora di buco la calcolatrice dell'insegnante di Francese, in un momento di entusiasmo collettivo in cui si tiravano oggetti in un vano in alto, sopra la cattedra. Ci finirono tre cancellini, quaderni, un intero set di penne, e la calcolatrice. Inde note, richiami, strigliate. Boracino disse una volta «professor, pour favor», per essere risparmiato, o almeno mi sembra. Durante l'autogestione mi dichiarai, chissà perché, a Valeria. Ovviamente non ne volle sapere, e tutto sommato sentii un senso di sollievo.
Poco prima o poco dopo chiesi a Filippi perché volesse farsi rimandare in Francese: per tacere delle altre materie. Prima o poi, gli dissi, avrebbe dovuto farsi interrogare. E lui fu geniale anche questa volta: «Tanto io mi faccio interrogare alla fine dell'anno.»
«Ma ti stai preparando?»
«Certo, sugli argomenti di fine anno. Mi sto preparando Chateaubriand.»
«Ma siamo ancora a Racine!»
«Aho'» mi disse rinforzando il senso chinandosi e mettendo la mano al lato della bocca, «a Chateaubriand ce deve arrivà per forza. Mi faccio interrogare alla fine dell'anno, strappo la sufficienza e mi salvo.»
In Francese arrivammo, credo, a Voltaire. Filippi se non mi sbaglio fu bocciato. Ma a Chateaubriand sono arrivato dopo Filippi.
martedì, 05 agosto 2008
Scritto dal vago contenuto populistico e buonista. Occorre antidoto.
Mi fa schifo la razza umana. Il matrimonio è un istituzione dannosa. Il mondo è pieno di infelici. Abbasso i bambini, le coppie felici, tanto non ci credo. A Roma c'è una massa di coatti. L'umanità è veramente una merda. Era meglio se i marziani fossero esistiti e ci avessero inculato tutti. Le feste mi deprimono. Non c'è nulla da festeggiare, fare casino è da cretini. Odio la folla. Sono snob, e giustamente. Le ricorrenze mi ripugnano. L'allegria è una messinscena.
Bene, ora posso cominciare.
Stasera, mentre ascoltavo La cambiale di matrimonio, sento dalle finestre rimbalzare su tutti i muri della strada una sguaiatissima voce di Lando Fiorini di serie cadetta. Era nientemeno che una serenata, e il Fiorini in sedicesimo era il cantante arruolato dal pesciarolo di fronte casa, che si sposa. Tutta la via si era fermata. Parenti, ma anche oziosi, con le finestre aperte, scesi tutti per ascoltare e congratularsi. Noto tra l'altro una ragazza magnifica, i capelli lunghi e ricci, color mogano, con un vestito semplicissimo di lino che le lascia scoperte le gambe da poco sopra il ginocchio, movimentandone la pelle di pochissimo quando muove le braccia per raccogliersi i capelli. Il mio rivale è però poco discosto: una specie di cronista di Paese sera, se esistesse ancora. Le macchine si fermano, rallentano, chiedono, applaudono tutti le prove canore del pescivendolo che subentra, lo stesso che organizzò nel 2001 la processione funebre della ladzie nel nostro quartiere. Ho ancora le foto, io con la maglia di Tommasi, lui con quella di Montella. Vecchi con ventaglio si intimidiscono sulle soglie. Una doppia fila che si appoggia alle macchine, bambini sulle spalle. Il repertorio romano, fino a L'urtimo amico va via, cantato da un amico dello sposo che dice di essere di Trastevere. Il poeta estemporaneo di Ostia, chissà chi l'ha accompagnato fin qui, si impappina, ricomincia, riparte, si riprende, conclude. Il cantante officia, parla del prete il giorno dopo, e Ciumachella ciumachella de Trestevere...
E io penso, ci vuole così poco a strappare la gente a Donne al bivio o al giallo di Raiuno o al trofeo Supercazzola. Ci vuole così poco. L'altro ieri guardavo i fuochi d'artificio sul molo di La Spezia. Non amo i fuochi d'artificio, mi sembrano noiosi, sempre uguali. Eppure anche lì, quante persone affastellate in modo totalmente pacifico su sedie di plastica, sulle bitte, sulle terrazze.
E io penso che non si capisce veramente l'opera italiana se non si pensa alla dimensione di spettacolo, di puro spettacolo. Il pescivendolo si sporge a ricevere la rosa che la sua promessa gli lancia dal balcone. Si sorridono, la gente applaude. Era così, mi dico, anche per le nozze di Maria Carolina o per gli onomastici dei Borboni al San Carlo, quando Rossini componeva la cantata d'obbligo oppure l'opera, e i festeggiati erano seguiti con lo sguardo, forse, oppure no, ma sottintesi dalla festa, dalla musica. E certo, l'opera italiana per questo, per questa dimensione di spettacolo nel senso di qualcosa che si mostra agli occhi, dei sentimenti più semplici resi palpabili, di rappresentazione coram populo, è sempre stata considerata qualcosa di impuro, di inferiore, tranne da chi ci andava.
E anche allora ci sarà stato chi avrà detto, i fuochi (l'opera) dell'anno scorso erano meglio. L'anno scorso ero a Milano, i boati scuotevano la sala. Le scene erano meglio. Il ballo era un'altra cosa. Oppure altri si saranno detti, le serenate (i fuochi) solo a Roma si sanno fare. Ecco, come si fa a capire l'opera italiana senza essere usciti sul marciapiede a guardare la fidanzata sorridente, ripresa dai faretti, di un'allegria di rito, appunto, ma non per questo insincera: solo di rito, dovuta, ma che niente ha a che vedere con le miserie del matrimonio, le liti, le ciavatte lasciate per casa, l'alito cattivo, le bollette, il deperimento e la noia. Ma perché avere l'occhio fisso nel futuro, quando la rappresentazione idealizza e fa riconoscere la comunità nei suoi aspetti migliori, e prolunga l'attimo tanto quanto basta per farlo credere migliore di quello che viene e quello che è stato?
Questo mi dico, mentre la ragazza si scioglie di nuovo i capelli e ha dei gesti quasi infantili, la bocca forse troppo sottile, ma tanto il suo sorriso è per il finto-alternativo del Paese sera. Mi congratulo col pesciarolo, che tra l'altro ha una bella voce. Risalgo, riaccendo La cambiale di matrimonio, e penso ancora che no, differenze non ce ne sono. Facessi in tempo a capirlo.
La Vestale dell'Istituto, una Tedesca folle e gentile, passa e chiude le finestre. Le chiedo perché. Ci avrei giurato, è una richiesta del Napoletano dall'altra parte del tavolone su cui studiamo, ovviamente reclama, invece di godersi un po' di corrente e un caldo che lì, a due passi da villa Pamphilj, è decisamente sopportabile, l'aria condizionata. «Facaldo», e si sventola con la mano, come se stesse soffocando; il Pugile ha ragione, ai Napoletani manca sempre l'aria, hanno la testa pesante, si sentono venir meno. Come il mio amico Marco che teme le correnti anche ad agosto e porta la maglietta della salute. «Poi» continua «se nó quando passiamo nell'altra sala prendiamo lo sbaldzo». Scendendo giù mi ribadirà che al pianterreno, dove la temperatura consentirebbe una vita tranquilla ad Armaduk, c'è più aria, circola meglio...
Se una cosa rischia di far estinguere i Napoletani, mi dico, e i leghisti dovrebbero saperlo, non sarà una - speriamo - immaginaria eruzione dello sterminator Vesevo, ma le vibrazioni del cellulare e l'aria condizionata. Un'epidemia di influenza un po' più seria li troverà debilitati dalle ore trascorse asserragliati con le finestre chiuse e il condizionatore sui sedici gradi. I polentoni, dal canto loro, potrebbero essere eliminati aumentando la cilindrata delle macchine e mettendo le discoteche in zone fuori mano e vicino a fossi, in modo che si autoeliminino la domenica all'alba. Mi immagino più barocca la fine dei Romani, che il giorno del giudizio coglierà in coda sul Raccordo, tra Casilina e Appia, travolti dalla notizia ingannevole di un maxisconto all'Ikea o al Parco Leonardo. I Fiorentini saranno colpiti da malattie alle articolazioni, a forza di contare i soldi carpiti a Giapponesi e Americani, e col ridursi a spazi sempre più angusti per lasciare la città ai turisti (gli Americani, dal canto loro, verranno assordati dal tonfo delle loro ciabatte) -
Il 3 agosto 1829 tutta la sala era strapiena per la prima di Guillaume Tell. Ci stiamo, in effetti, indebolendo a vista d'occhio. Mio padre ha ancora utilizzato il permesso disabili (non suo, ma della convivente) per scendere fino ai bordi del lago con l'automobile. Ha detto, al mio sguardo torvo: «sai, oramai non sono più un ragazzino, mi affatico a scendere e salire a piedi con questo caldo». Detta da uno in calzoncini da bagno, che avrebbe pedalato e nuotato per due ore, e dall'aspetto non certo clorotico - ma oramai sono un annotatore e non un fustigatore.
I Pugliesi finiranno per colpa della juventus e del colesterolo. I Calabresi non riusciranno a trovare più la strada di casa per colpa dei nuovi quartieri di seconde case abusive. I Siciliani emigreranno. I Sardi, basterebbe sfidarli a trattenere il respiro, facendo leva sull'orgoglio. I Liguri verranno sommersi dai Milanesi superstiti. Una catastrofe? Tutti travolti da manie inspiegabili, come non mangiare mai pasta liscia o non voler viaggiare mai seduti nella direzione opposta al senso di marcia. Per conto mio non rivelo le mie debolezze, ma verrò pestato a sangue per qualche questione di puntiglio, suppongo. Sono però ben disposto a cedere il passo a una razza superiore, o ai Marziani. Ma ho un solo desiderio da chiedere: --------
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