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lunedì, 30 giugno 2008
Che poi non c'era molto da fare, dalle due alle quattro e mezza, aspettando che cominciasse la partita in pineta. Kurze minacciò una volta di chiamare i carabinieri a Grosseto per impedircela. Grossi danni, però, non se ne facevano. Sandro di Terni centrò un pomeriggio la finestrella di un bagno al primo piano, il pallone carambolò su vari sanitari e sfracellò uno specchio; un altro si scorticò su un pino, a sua volta scorticandolo; uno di Roma si prese da me una pallonata nei coglioni. Non c'era molto da fare, e una delle ultime volte che invece di stare al bar a giocare a traversone aspettammo la fine dell'ora del silenzio in pineta, ci mettemmo in fila per vedere chi era più alto, Alberto, io, Lele, Francesco, che bestemmiava fantasiosamente e si mise qualche giorno con Monica, e Lisa. A parte Alberto era Lisa, anzi, la Lisa, la più alta; e popputa, statuaria, con un volume di ricci sulla schiena perfetta. Ce ne innamorammo tutti, salvo poi disgustarcene perché preferiva spettegolare con le amiche di Prato e dedicarsi alle sedute spiritiche - la tazzina rovesciata correva da una parte all'altra sulle lettere dell'alfabeto, a comporre messaggi superflui dall'oltretomba. Ancora oggi giurerei che nessuno la muovesse, di noi, ma nessun segreto particolare veniva rivelato, smettemmo.
Alle ragazze era impedito di uscire dal residence, talvolta le assecondavamo sedendoci tutti sul tavolo lato spiaggia, la sera, finché a mezzanotte non dovevano tornare a casa. Si innamorarono tutte di personaggi improbabili della bassa Maremma, tra cui un Manuel, me lo ricordo bene, un nerd coi baffetti e una specie di moto, della Marsiliana o giù di lì.
Avere quindici anni si rivelò mostruoso. Ogni tanto litigavo e m'incupivo. Anche se diedi il mio primo bacio a una Comasca bruttina (ma simpatica: la mia specialità), che me lo tirò fuori dandomi l'idea che potevo essere una persona di una certa importanza.
Partivo il giorno dopo. Fu un attimo. Poco prima avevo scoperto il senso della vita guardando un tramonto da Trevignano, lo dissi a mio padre durante un viaggio in macchina. Forse nello stesso colloquio lui mi parlò di masturbazione, e io feci finta di niente, come avesse parlato in Cinese.
«Davvero non sai che vuol dire? No? Farsi le pippe??? Farsi le seghe??!??», accompagnandosi, sbalordito, e tenendo il volante con la sola sinistra, con un eloquente e ritmico gesto dell'altra mano.
Io risposi che non volevo saperne niente, se poteva turbare la mia sensibilità. Avrei a dire il vero potuto rispondere che con le seghe che mi facevo in una settimana potevo sviluppare un'energia tale da illuminare il Colosseo per un anno. Del resto non si era vantato, uno, di essersi fatto trentasei seghe in un giorno? mi misi di buzzo buono per vedere se era possibile. Beh, non lo era: non per me. Non mi ricordo a quanto arrivai, e se non me ne sono mai vantato non dev'essere stato un record.
La Comasca mi aveva distratto dal mio infelice amore per una di Manciano, che pare avesse scarsa reputazione, tanto che mi prendevano per il culo tutti e mi fecero anche uno scherzo, combinandomi un finto appuntamento con una telefonata posticcia, al bar. Lele mi avvertì appena in tempo.
Adesso vedo le pornobambine che camminano tutte erette. Tendono il costume con veloci movimenti delle dita, forse per rallegrarsi di come aderisce, di come contiene le forme così sorprendenti. Intorno hanno una teoria di culi mosci, di quasi-madri che sono invece il mio destino, floscerie di vario tipo. E uomini gagliardi, come il padre di Folco che vedo correre dietro ai nipoti, il costume da bagno nasconde un sesso che pare enorme, pendente, osceno. Il corpo umano, anche in buono stato di conservazione, è disgustoso. Vero è che S., nasuto, bianchissimo, grosso, ci rivelò una volta, mentre ci facevamo una canna sul mio terrazzo, che si era fatto la più bella ragazza del paese. Fatto? in che senso? Eh, in che senso: che lei l'aveva praticamente sedotto e avevano scopato per giornate intere, in gita.
Nessuno di noi dubitò nemmeno per un attimo della verità del racconto. Fu una folgorazione, molto più delle sedute spiritiche. L'incredibile esisteva. Il corpo umano, anche disgustoso, poteva riservare delle ottime sorprese. Ecco, ripensandoci, una lezione da imparare. Mi rimetto a leggere in silenzio ma non sono attento, non lo sono mai stato.
martedì, 24 giugno 2008
Ciao. Come
stai? io? direi
abbastanza bene - non fosse che
è mattino e abbasso le tapparelle
e la sera le alzo: tutto
si oppone al regolare svolgimento -
incidenti domestici compresi, di
poco conto,
come il pane lasciato nella macchina
tutta la notte
e adesso è una specie di gomma umida, dal sapore
indecidibile; oppure
sai la strategia dell'aglio
per cacciare i parassiti? quella
della mamma di Ilaria - funziona sì,
ma col cazzo: i parassiti
restano, la menta
ha gli orli bianchi, il basilico deperisce, ma in cambio
un odore di aglio putrido
arriva fino alla mia marmellata
mentre mangio - parto,
sì, non sto
più così male, sto dando un cauto addio
agli oggetti di casa, per tornare a farmi
comandare a bacchetta da mammà, un paio
di mesi. La città, come sospesa
su un bacino di merda, ospita
migliaia di scarafaggi
noncuranti
escono da sotto il Duomo, di tra le connessure, se
fossi il capo del mondo
esilierei gli abitanti un'intera giornata,
che so, il quindici giugno,
come una festa cittadina,
la feest del bordòokk,
con lampioni e luminarie al parco al Po,
e coprirei di insetticida tutto, un'azione
dimostrativa. Il Sindaco
trasloca, ieri l'ultimo
trattenimento sul terrazzo, della Torre
si vede solo l'ultima punta, ma del resto
tutta la città, e le rondini,
e lo zampirone sotto il tavolino,
e il glicine, i panni, il secchio
lasciato dagli operai. Non
te l'ho detto? hanno ritinto le scale, tutte,
con una tinta equivoca, salmone.
La porta ora si chiude. E la mia coinquilina sta al telefono
ore ed ore, come sempre, e arricchisce
l'Ikea, nell'illusione
di arginare il tempo a furia di armadietti impronunciabili,
ma la capisco. Non c'è altro. Indosso
un paio di pantaloni corti color monoscopio
una maglietta "VERSACE 'n antro litro"
un boxer regalatomi per scherzo coi mostriciattoli
tipo diario Mordillo.
Vorrei poter non tornare, non così, non ora,
ma non lo credo. Ti ringrazio,
ho cura di me. Ma sì,
non dovevi,
mi spiace,
non dovevi darti pena,
è stato solo un momento,
l'acqua in casa, l'incertezza,
il caldo, il silenzio, il lavoro -
figurati, figurati. Ma grazie.
Ti bacio. Addio.
lunedì, 23 giugno 2008
Due cose non capirò mai: il razzismo e il gioco dei pacchi.
venerdì, 13 giugno 2008
«Quanto hai fato odji.» Così, quasi senza chiedere, mi interpella Mohammed, col suo aspetto da maggiore a riposo dell'esercito marocchino. Se è marocchino. Pare - se ben mi ricordo l'unica volta che riuscii a distoglierlo dalla sua unica fissazione, la corsa - che lavori o abbia lavorato in fabbrica. Gran fisico, alla sua età, peraltro ignota. Antipatica come la merda quella maniera di chiedere a tutti che lavoro abbiano fatto o abbiano intenzione di fare oggi in pista. «Corere è difiscile». Eh, sì, lo sappiamo, ma io non ci vado con quaranta gradi a fare le ripetute dei duecento in pista, oggi. Che poi lui è più forte di me, mi fa partire davanti per superarmi sul rettilineo, tipo lepre, oppure mi costringe a dare tutto per tigna e dunque a ritirarmi dopo due o tre ripetute: tertium non datur. E che sia o sia stato forte si evince dal rispetto che gli portano, pur trovandolo probabilmente insoffribile, e per di più negro, questi polentoni doc: anche quelli più rapidi, Vittorio, per esempio, l'immarcescibile, sempre sprezzante, perché lui si piazza sempre tra i primi tre della regione, si allena tutti i giorni, come Mohammed, e quando io dico a Mohammed che non mi alleno tutti i giorni perché non mi va, lui inarca i sopraccigli sale e pepe, e dice: «Come fai a andare forte?» - ma a me basta stare bene. Lui si indigna: «Che vuole dire, stare bene. Si tu fai tricento a uno minuto, stai bene, si tu fai i mil a tre e quarenta, stai bene, ma se no finisci l'allenamento con uno soriso e sofri, che vuole dire, non stai bene. Che hai fato odji.». E siamo daccapo. Scuote la testa, non ha dei pantaloni da corsa né l'attrezzatura di tutti i membri forti del Marathon, ma un pantaloncino quasi bermuda, la maglietta sempre dentro la cintura. Ha dei piedi enormi, corre lanciandoli in avanti, mi immagino che scuota la testa anche quando passa il traguardo.
Flaminio è a suo dire un conservatore. Ultimamente ha avuto un po' di bronchi malandati, niente di grave. Sessant'anni, magrissimo, fisico asciutto e quando corriamo mi parla di Stendhal. Lui ha lavorato nello statale, ma è per l'impresa. Di quelli che quando piantano una grana sanno tutto il codice. Un ottimo lettore del Corriere. È sempre pronto alla battuta, anche a quelle a sfondo sessuale fatte apposta per Andrea, che parla quasi solo in dialetto ma ride sempre, tatuato, ha fatto il militare alla Cecchignola, un po' di scucchia, così Angelo, poco più della mia età e dieci anni di matrimonio, che mi spiega come io non possa essere chiamato terrone: no, i terroni sono quelli che fanno confusione e non hanno rispetto, ma secondo me lo dice solo per gentilezza, quella gentilezza un po' burbera di qui - e si gira, e soltanto quando siamo soli a trotterellare Flaminio mi parla dei Souvenirs d'égotisme.
Fa caldo e però sotto i tigli ci sono vaste zone d'ombra; Flaminio è uno dei pochi che mi chiama per nome, ma adesso molti mi salutano e io ho imparato a stare in gruppo, e se non vado più forte e tutto sommato, Mohammed, non andrò mai forte, almeno mi distraggo dalle mie perpetue biscrome, e dal resto, e non devo dire quanto mi pesa, a volte mi domandano che cosa faccia io, è complicato, Angelo mi dice che se vado poi via da qui poi però devo tornarci, lo dice quasi partecipatamente, a correre al campo scuola, e poi a ottobre c'è la mezza, posso abbassarlo il tempo, e io preferisco ascoltare, Luca ha avuto una frattura da stress e il signore coi capelli bianchi che mi ricorda il mio vicino di casa al mare - non fosse per l'accento - mi spiega come si fa in bici il circuito dei due ponti, che io non farò mai. Da San Daniele Po si segue l'argine... Io vorrei tagliare corto, lui mi spiega come si arrivi all'altro ponte, poi a Villa Verdi, poi alla casa di riposo, poi all'incrocio con l'altro argine, e in fondo c'è tempo, c'è tempo, e hai presente il secondo baracchino, e allora depongo ogni fretta, annuisco, annuisco ancora, annuisco convintamente ma in modo impercettibile, guardo le pietruzze roteare tra i nostri piedi sul pistino, finché abbiamo compiuto un altro giro e lontano suona un unico sfumato tocco al campanile, verso sudovest.
mercoledì, 04 giugno 2008
Sor pizzardone mio, mo' v' 'oo sposto,
si pproprio ve sta a rode er chiccherone.
Ma che corpa ciavrò io, si nun c'è pposto
pe mmetece sto poco de furgone?
Ar negozzio de robba sotto-costo
com'è che vedo sempre er macchinone
der titolare? eh? le cose de nascosto
solo l'antri? e io chi sso'? Cojjone?
Pijo 'n caffè; ciò 'n amico a l'ospedale;
lo saluto; mmi socera vo' ddei
dorcetti - via! so' ddu' minuti due -;
'na bolletta alle Poste, lì sur viale...
Er caffè poi, j'oo porto pure a llei:
perché, 'n fonno, lavoramo tutt'e ddue.
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