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sabato, 31 maggio 2008
Uno, se fossimo in un film di Ken Loach, pronuncerebbe una frase tipo «Cindy, ce la faremo». Un altro è It, incrociato con Giampaolo Ormezzano (però magro). Il moderatore è decisamente Joe Cocker. G. ha le orecchie quasi levigate e rialzate, un ciuffo di capelli mezzo grigi e mezzo biondastri, un Protasov invecchiato con un che di Martin Landau. Non sembra, come me, credere a quel che gli succede attorno. Non lo saluto, non credo che si ricordi e del resto non ha la minima importanza.
L'ultima volta che l'ho visto, dicembre 2001, era nella commissione che mi rifiutò la borsa di dottorato, a Roma, per darla a dei raccomandati delle altre due sedi consociate. Ero così convinto di aver passato per primo la prova orale, così come avevo passato per primo quella scritta, che pensai a uno scherzo quando mi dissero, per telefono, che ero il primo degli esclusi. Non l'ho mai perdonato, anzi, non si tratta di perdono, si tratta di rivivere la rabbia che piano piano tracima ancora. Era un mondo nuovo, la scoperta che - come un professore ordinario mi disse, chiamandomi a casa, il giorno dopo - c'erano «ragioni d'equilibrio» tra le sedi; un secondo ordinario mi chiamò lo stesso giorno o forse l'indomani, altro Dioscuro della musicologia ufficiale, che era, a usare le sue stesse parole, «un club con le sue regole, non scritte, ma non per questo meno cogenti. Se se ne vuole far parte.» Vinsi un concorso - mi dissero! - regolare, l'anno dopo, e mi trasferii al nord con tre anni di sopravvivenza garantita. Ma da allora mi sono mosso nell'Università, questa università di accademici illuminati, di sinistra quasi tutti, di custodi della cultura, con palese amarezza, disprezzo, scetticismo. Che è forse la cosa peggiore. Mi sono anche riproposto di non partecipare mai più a un concorso truccato, ma questa è un'altra storia.
Guardo G., che faceva delle cose interessanti ed era una persona gentile. Mi chiedo se il mio contrappeso di disprezzo si farapponga e veda così, per una forzatura, i suoi capelli color paglia ingrigita ritrarsi, i tratti appesantiti, l'espressione allentata. Amerei poter dire - ecco: questo è il prezzo di stare lì, di accettare perinde ac cadaver - ma so benissimo che non è colpa sua - eppure!, quelle occhiaie, la sensazione di una espansione inerte del corpo nella giacca di lino beige, e il viso (come tutti) di coloro che non amano quasi nulla.
Mi chiedo se anche io ho quel viso, e mi dispiace, credimi, di averti dato pena l'altro giorno, quando sei venuta a pranzo a casa mia col Sindaco. Mi hai richiamato, dopo, dalla macchina, te ne sono grato. È la seconda volta che ti do pena con delle ubbíe inutili - giuro, inutili. Ti dico sempre «passerà» e «domani starò meglio», con un senso di colpa. Ma è vero. Non ho in sorte la sicumera della routine, ma non ce l'avrei nemmeno se fossi in un ufficio all'anagrafe, e vivo la mia mediocrità con una sofferenza frenetica, ma che volentieri sarebbe silenziosa.
Vedo ancora G., le pieghe della giacca sullo schienale gli disegnano un rigonfiamento, le guance troppo lasche, gli occhi semichiusi. Sono così ossessionato dal diventare. In Greco i concetti di essere e divenire sono molto più promiscui, io ne colgo un aspetto solo. È un bel po' che mi sbaglio, e da bravo miope ho il complesso di guardare avanti, del tempo sprecato. Sto scrivendo un trio, mi distraggo con qualche porcata, sono felice da solo, negli interstizi.
G. si alza e saluta i suoi colleghi, noi valvassini siamo dietro e parliamo di aperitivi. Toglie la giacca e rivela una polo bordeaux (gioco di parole eventuale con bored, oh!) che gli dà un po' di luce. Non è nemmeno così invecchiato. Ma vado via, ho un allenamento che mi aspetta e il tappone della Presolana, mi sono guadagnato una pausa dal summit e non vedo l'ora di liberarmi delle scarpe nuove.
lunedì, 26 maggio 2008
«Anvedi che bella pisella sta passando sull’altro marciapiede» dice Tomas.
Il padre di Tomas, guardando a destra: «Regà, ve siete persi il più bel paro d’occhi de Roma…»
«…e il culo più moscio del rione» chioso io.
Lo jargon da maschio medio etero è la cifra dei miei ritorni a Roma. Diceva uno dei miei maître à penser che è sconfortante pensare che le migliori serate le si passino a parlare di fica di pallone di minchiate. Con l’eccezione del pallone, siamo in pieno ultimo capitolo dell’Educazione sentimentale, quindi non mi sconforto affatto. E Tomas – soprannome derivatogli dalla somiglianza tra il Novantotto e il Duemila con l’Ispettore Giraldi - è una delle persone per cui ho maggiori motivi di stima, anche se fingiamo di ingaglioffirci. A tredici anni ha finito la scuola dell’obbligo, si è messo a lavorare con il padre nella tappezzeria in centro. È un comunista cui piace l’ordine, lo accuso di star diventando di destra. Vuole trasferirsi in Francia, al seguito di una delle sue fidanzate, l’ultima, perché questo ammiratore indiscriminato di grazie muliebri (un petto, una coscia, uno sguardo, una collazione degna di un gusto macabro alla Barbey che però viene rivitalizzato in un entusiasmo vero e senza limiti, appiglio per una glorificazione della donna che niente ha a che vedere con la donna-oggetto) ha in realtà un cuore di panna come il cornetto Algida, soprattutto per le giovanissime (e come lo capisco!). Ma si trasferisce in Francia anche perché si è rotto i coglioni di questo Paese, dice, in cui nessuno fa il proprio dovere o ha senso dello stato. Lo invidio: per il suo mestiere, dice, esistono quaranta o cinquanta posti disponibili nell’Esagono. Ora si è diplomato alla scuola serale, con la stessa pervicacia con cui si è tenuto informato per anni sulla politica internazionale, documentandosi, leggendo, guardando, e sempre di sera studia – non so ancora se con intenzione di proseguire –all’Università.
Ci vediamo molto saltuariamente ma devo dire che è soprattutto lui ad aver tenuto il filo della nostra amicizia, è pure venuto ad annoiarsi a un concerto di musica contemporanea – anzi due, con miei pezzi. Ci siamo conosciuti più di dieci anni or sono, pulendo spiagge in una di quelle inutili iniziative di Legambiente, la mia prima volta all’ottavo cancello, venticinque maggio o giù di lì. E chi c’era mai andato a Ostia. Non pensavo facesse caldo, i miei jeans e la maglietta Opera erano veramente un errore. Parlando appunto di fica, non di pallone, perché Tomas è solo un tifoso moderato pur se deve combattere con un padre laziale. Ma anche di Chiapas o di cose del genere, io con estremo scetticismo, lui da vero frequentatore (non corrivo) di centri sociali e di gente più scema di lui. Però le manifestazioni con Tomas erano piene di brunette dagli occhi lucenti e tra le amiche della sua fidanzata storica ce n’era una con un modo ineguagliato di reggere la sigaretta tra le dita che mi rendeva febbrile, mi convinceva a fare i miei complimenti (estrema viltà) persino al suo cane.
Era la festa di Vladimiro a villa Pamphilj, penso, mentre ci ripasso di corsa, i tavoli però li hanno tolti, altri cani della stessa stazza depositano chilate di merda, quello sarà defunto. Sto andando fino al Roseto, giù e su per il Gianicolo e per l’Aventino. Lì sono nato e lì vorrei tornare, fossi un predestinato dalla sorte, perché il Roseto guarda al Palatino e al Circo Massimo, e nessun parc floral per quanto sensazionale può stargli a paro. Lo costruì il Comune sul vecchio cimitero ebraico e per omaggiare la comunità ebraica, che da poco aveva un Tempio, certo eclettico ma non disprezzabile, proprio lì dove era stata costretta per anni, la pianta del declivio del Roseto ricorda un candelabro a sette braccia.
È mezzogiorno, non si sente il profumo che a tratti. Ritorno verso la mia nuova casa, nuova da vent’anni, che non mi ci sono mai abituato a quell’edilizia anni Cinquanta, ai guai delle scatole sifonate che si ostruiscono. Non mi abituerò mai alla bambina del piano di sotto, posseduta dal demonio, che per ingannare i parenti e non subire il meritorio trattamento esorcistico la mattina urla «Aprite le porte a Cristo!», e poi «Aprite le porte a Cristo!!», con il tono di «Mi compri le figurine di Poochie?» (o quel che è). Poi pesta i piedi, alle otto di mattina, chiede «Perché mi provocate?» ai genitori, alza la voce, minaccia, piange.
Mia madre è ossessionata dall’umidità e dalle chiazze sui muri, non a torto. Devo eccezionalmente condividere il bagno con lei, è spaventata dal fatto che io possa farmi la doccia e bagnare – incredibile dictu! – la vasca e le pareti e i ripiani. Le sue armi araldiche sarebbero una pezzetta in campo bianco e le carte che ogni tanto mi legge. Cieli stellati, fuoco e facce degne di Voyager. Notizie, cambiamenti, che so io. Tomas, mi dico, mentre le gambe mi si fanno legnose alla seconda ora di corsa, magari se beccamo a Marsiglia a parlare di fica. Perché proprio a Marsiglia, gli chiedo, mentre nel seminterrato dove fa la pausa pranzo abbiamo aspettato tre quarti d’ora trofie in salsa di noci per avere quelle al pesto, come quella volta che tornavamo dalla Spagna, ma è tutt’uno. Perché in bicicletta arrivi al mare, mi dice.
martedì, 20 maggio 2008
S'io fossi frocio arderei lo monno.
lunedì, 19 maggio 2008
Eurostar tra Orvieto e Roma, interno giorno.
Strumentista ciociara attacca bottone, le do corda. Scambio di numeri, ma so perfettamente che non la chiamerò mai.
L'indomani. Metropolitana linea A tra Spagna e Termini, sera.
Attacco bottone con studentessa lucana, mi dà corda. Per non fare la figura del gay le chiedo di prendere un caffè insieme, mi risponde che non vuole dare un dispiacere al suo ragazzo.
Mio padre avrebbe insistito garbatamente. Io riconosco nell'ordine superiore una tendenza di fondo all'1-1, incasso con disinvoltura e mi allontano nelle brume.
venerdì, 16 maggio 2008
«Tre per quattro; sette per quattro», e sorride, così la vecchietta che ho appena fatto passare stasera nella strettoia dei lavori in Corso Garibaldi. Dev'essere il suo modo per ringraziare, meglio di nulla: la riccia con gli occhiali, bianchissima, cui ho ceduto il passo prima, se n'è guardata bene. Ieri anch'io sono stato maleducato. Mi aggiravo per la Stazione centrale all'ombra dei leoni alati, e ho cercato inutilmente di fare un biglietto. Sto arrivando al dunque, un poliziotto si avvicina a mitra spianato e mi chiede se ne ho per molto. Rispondo seccato, mi impappino, poi alla fine dico «Tanto non è cosa, oggi» e, mentre mi allontano, «occhio alla sventagliata accidentale.» La temo, in effetti. Quando vedo una divisa divento maleducato e tracotante, per sfidare le autorità, come un ragazzino. In treno poco prima ho parimenti risposto male, quando il piemontese guardiafrontiera, dopo un esame approfondito del mio bifolio crema e beige, ha detto «scade a settembre.» Colpito da questa esercitazione lapalissiana sulla mia carta d'identità, non ho fatto meglio se non inarcare un sopracciglio: «tanto siamo a maggio».
La quantità di informazioni veicolata dal dialogo effettivamente è ridotta. Ma ho le mie giustificazioni. Prima ancora avevamo subito l'irruzione della polizia francese, che alla faccia di Schengen ci ha esaminato a lungo per evitare che Bin Laden viaggiasse in TGV. E io ho letto negli occhi del ragazzo con la camicia rossa, costretto a far scendere, spostare, aprire il suo bagaglio, distintamente, «se fossi stato bianco, non mi avreste mai trattato così.» La professoressa di storia contemporanea che avevo accanto - buona attaccatrice di pippe, tanto che per riuscire a spiccicare due parole sono costretto poco urbanamente quasi a darle sulla voce - mi ha appena parlato.
«Un bel meteorite, un ciclone, sullo Stretto. Io sono di Reggio. Ma mi sono trasferita molto giovane. Non ne posso più. Ma a parte questo, alla classe dirigente della sinistra italiana, che ho sempre votato, a tutti loro, auguro la morte. Dico davvero, guardi. La capisco. Ma io dico davvero. E auguro la morte sinceramente a tutti questi. Ma non basta. Mi lasci dire. Deve succedere qualcosa di molto brutto ai loro figli. Lo so che non si dice, ma a loro non basta. Perché i loro figli hanno potuto studiare nelle migliori università americane e adesso avranno in mano le leve giuste, mentre qui, come dicono i sociologi, abbiamo avuto il genocidio generazionale. Della Sua generazione, peraltro, come di quella di mio figlio. Una generazione sparita. Mio figlio è architetto, iscritto all'ordine, ha fatto l'esame al Politecnico, ama l'arte contemporanea. Se non lo aiutassimo mio marito ed io non potrebbe nemmeno lontanamente avere la vita dignitosa che merita, con una compagna e una figlia. Ecco perché auguro la morte e la distruzione a tutti loro e ai loro figli. Non esagero, mi creda. Arrivederci. Grazie, la mia valigia è quella, e poi quell'altra, molto gentile. I migliori auguri.»
Il mio prossimo pezzo avrà a che fare con le scampagnate. Che è quello che mi riesce meglio. Lo pensavo la mattina medesima, evitando le pozzanghere per arrivare al campanile della Gare de Lyon. Col tempo e con le scampagnate.
venerdì, 09 maggio 2008
La macchia sul fondo della vasca ha la forma del protagonista, il soggetto, il narratore, quello là, insomma, di Arkanoid, a forma di sezione di racchetta da tennis irregolare. Si sta piano piano estinguendo, dopo cinque anni di fregamenti e acidi. È sempre più pallida, prima bruna, rugginosa, adesso larvale e giallina. Sta soccombendo. Resisterà pallido fantasma, come nelle tovaglie le vecchie tracce di vini versati in convegni fintamente allegri, con matriciane in terra straniera.
Qualcosa lasceremo, dunque, prima che un padrone di casa facoltoso la prenda e la seppellisca sotto una nuova vasca, ma questo chissà quando, vista la penuria dei mezzi. Perché vorremmo, ma non possiamo, cercheremmo, ma chi può? Stiamo qui a raschiare il fondo del barile insieme a quello della vasca, e a vivere di espedienti. Oggi ho lavorato sette ore a stendere la guida. Mi sento pronto a tutto. Ieri ho parlato due ore e mezzo di fila. Potrei disquisire su qualunque argomento. Attendo spunti. Le mele? «ah, signora mia, ottime quelle Fuji. Però il punto di vista del narratore, in questo caso, congruisce con il fruttarolo o con quello dell'esercente? o con quello della mela? C'è un diaframma che s'interpone tra l'oggetto-mela e il soggetto-fruitore? e in diacronia potremmo trovarci a riempire, come in un nuovo paradosso di Zenone...»(giuro, l'ho citato oggi). Scrivo e parlo a pagamento di qualunque cosa e sono sempre abbastanza preparato, annuendo:« la pentatonia è una pentatonia anomala, in quanto vediamo la compresenza degli intervalli...» «la storia del genere va inquadrata nel più ampio contesto dell'immagine che la società ha di se stessa». Ah, e poi ancora meglio, i tentativi di farmi pagare per le cazzate che dico.
Meno male che non diventerò famoso, se no vedrebbero nel mio epistolario affiorare il burocratichese, il minaccioso, il leguleio spinto. Insomma, lettere come queste che riproduco in appendice. Predomina una cauta indignazione. Uno storico della società noterebbe il problema del precariato, della iperqualificazione; qualcun altro noterebbe l'educazione vecchio stile; qualche strutturalista noterebbe le ricorrenze, invece, negli stessi punti nodali del discorso-
- a me, semplicemente, me rode er culo.
Appendice: scelta dall'epistolario.
Gentili signori,
sono passati ormai otto mesi da quando Vi ho consegnato il mio lavoro. Il contratto diceva che saremmo stati pagati entro cento giorni, ed ecco che ne sono trascorsi già centoottanta senza nessun cenno da parte Vostra [...]
Gentile signora V.,
mi scusi se La disturbo, e se ho chiesto il Suo indirizzo per scriverLe in merito ai pagamenti per il mio adattamento di ***. Devo però dire che il ritardo nel pagamento è oramai diventato inaccettabile. Come Lei sa, i "patti" sarebbero stati i seguenti: del mio compenso netto (2*** euro) io avrei dovuto ricevere una metà alla consegna (avvenuta puntualmente, anzi con un giorno di anticipo, il 14 dicembre u.s.) e un'altra metà un mese dopo. Di tutto questo ho ricevuto, a fine dicembre, un acconto di **** euro netti.
Ritengo che non ci sia alcun motivo di dilazionare oltre, a tre mesi e passa di ritardo. Sono qui ad invitarLa - o chi per Lei possa farlo - a provvedere immediatamente al saldo. Con l'occasione Le porgo i miei migliori saluti
Gentili signori,
avrei fatto molto volentieri a meno di scrivere questa mail. Del resto la lettera che ho ricevuto ieri dal dottor V. non avrebbe meritato alcuna risposta; non foss'altro che per il tono condiscendente che vi era adoperato, un tono insoffribile e che non riproduco qui per amor di carità. Restano da fare alcune precisazioni prima di chiudere i nostri rapporti, e debbo farle a entrambi. Il dottor V. sembra dire che io avrei (deliberatamente?) ignorato le sue raccomandazioni al momento della stesura . Questo implica due cose: o non so leggere, o sono in malafede. Preferisco la prima; io non consento a nessuno (ripeto: a nessuno) di dubitare della mia buona fede. Tutt'al più avrebbe, il dottor V., potuto compulsare velocemente - quaranta giorni fa, al momento della consegna - il mio testo e dire: "guardi, non ci siamo, non è il tono giusto, non possiamo adoperarlo, lo corregga perché abbiamo tempo". Invece attende l'ultimo momento per inviarmi le sue correzioni e le sue accluse recriminazioni.Ieri il primo pensiero, per tutelarvi dall'adoprare il mio testo così inadeguato, era quello di ritirarlo senz'altro. Ma se il dottor V. è così convinto di aver fatto un lavoro che non gli spettava, ossia di aver fatto parte del mio, benissimo: la mia proposta è che in premio di questa fatica indebita ci metta lui il suo nome, in quanto autore, e che si prenda pure tutto quello che vuole del (futuro) emolumento. Io mi accontenterò solo di un rimborso per i quindici giorni che ho adoperato per produrre un testo in buona fede, e rispettando alla lettera le scadenze.
Vi porgo i miei migliori saluti,
Cara B.,
benché "sotto ponte", ti scrivo per comunicarti il mio nuovo indirizzo di posta elettronica. In più, volevo sapere - dato che non ho altri modi o indirizzi per chiederlo - se i pagamenti del programma di sala (più integrazione) di Sch*** sono in ... scaletta, o no.
Un caro saluto,
Gentile dottoressa
Le ho mandato oggi via fax la dichiarazione INPS. Mi dica se è arrivata correttamente. Non ho ricevuto invece nessun mandato di pagamento, a oggi. Le porgo i miei migliori saluti,
giovedì, 08 maggio 2008
Vorrei parlare delle basette di Vucinic.
Ma non so se me la sento.
mercoledì, 07 maggio 2008
Le donne si sopravvalutano sempre. E per i motivi sbagliati.
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