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lunedì, 28 aprile 2008
La concezione temporale di Sant’Agostino è – in opposizione alla stasi, all’eternità – caratterizzata da quattro ricorrenti «immagini sintetiche» negative: la temporalità come dissoluzione, come agonia, come bando, come notte. Metafore di dissolvimento, di rovina, di guerra intestina, di cattività, di privazione. Mi sto facendo una cultura. Ecco che i piani temporali si confondono, mentre leggo, e intanto una delle più splendide giornate di aprile, di fine aprile, si vela, come quei giorni di fine agosto in cui spingi la bici controvento e già senti l’amaro, la saliva che si ispessisce. il sapore acre potrebbe essere carne bruciata:
«Si fa ancora in tempo a lasciar perdere?»
«No», dice (o disse) il dentista, e brandisce la siringa, poi il bisturi elettrico. Qualche tempo. Poi «sciacqui». Anzi no, dice «sciacquare», come in sospeso, come una protasi. Ha le dita nodosissime, sgraziatamente mi tiene su le labbra. Mi sembra competente, ma chi potrà mai – o ha potuto – saperlo?
Quand’era? Al Parco della musica battenti chiusi. No, aspetta. Il tempo come dissoluzione. Pensavo al broncio che fa mia madre, quando la contrario e non mi ascolta più. Non mi ascolta, come se non avesse più la voglia, e mi chiedo: era così anni fa? sì, forse; sarà così un giorno? e io sono pronto a prendermi cura di lei, e dei miei sensi di colpa, e tutto questo per scorrere, per andare sul gran mar dell’essere? A distanza, senza raggiungersi, come due zattere abbandonate. «Cimbe natanti». E quand’era, o quando sarà? Non voglio parlare con nessuno, abbiate pazienza, ho la tintura di iodio e un leggero odore residuo di carne che forse risorgerà un giorno, ma per il momento si disfa glu glu in vortici rossastri mentre, appunto, ho sciacquato.
La bicicletta che passa via della Pisana, si dirige a Malagrotta, e che odore terribile, che nome terribile. Si vela in alto, molto in alto, te ne accorgi (più che alzando gli occhi) all’ombra meno sicura, lì, tra il fioraio e l’entrata della metropolitana. Dunque perché pensare alla contingenza, al futuro? Roma prende un velo nemmeno tetro, solo dimesso, sono le sei del pomeriggio, la ragazza è completamente nuda. La osservo mentre dorme, scomodo, su un fianco, il letto a una piazza, decido di svegliarla con una lieve ghirlanda di baci appena sotto l’orecchio, così caratteristicamente piccolo, rosato. È lei che mi ha detto – o che mi dirà – che si è sbagliata. E questo perché? c’è qualcosa che sfugga al post hoc ergo propter hoc? Ma erano le diciotto, le sei o le dieci del mattino? quando le ho detto quelle inutili inutili frasi di protezione, protezione mia, del tipo «vediamo, scopriremo, capiremo», lei smise, o smette, di abbandonarsi – non trovo niente di meglio che inferire «se vuoi sarà un segreto». E non era quello, non era quello, non era quello. E poi è partita, e io sono stato giorni, forse sempre, a dirmi, a rimproverarmi la mia stipsi sentimentale, l’inutilità delle occasioni, la mia paura. Come quelli che hanno paura dei negri, dei romeni, dell’anima dei peggio morti loro, dei budelli delle loro mamme troie, ma perché affidarsi alla contingenza? Che differenza c’è, sotto questa tenda traslucida e aerea, tra la mia e la loro paura? Paura del tempo, del vento contro. C’è un vento da ovest maligno, di sfascio, di estinzione come fossimo in una perpetua canzone dei Righeira. E Dio lo volesse, direbbe Sant’Agostino.
venerdì, 25 aprile 2008
Stavo facendo una discussione da barbogi via telematica. Raccontando come mi avesse sorpreso, e più, indignato, di aver visto, il venticinque aprile, in un luogo simbolo per Roma perché nel 1849 la Repubblica vi combatté una delle più inutili - ma generose - battaglie, distribuire volantini di un candidato con croce celtica al collo. Non ho potuto fare altro che una nervosa retromarcia e un «malimortaccivostra».
Un giorno un professore di Italiano "sbroccò", incazzato con noi, e nella sua climax isterica arrivò a dire, anzi a gridare, che forse sì, ci sarebbe voluta davvero la guerra, ecco, la guerra, per farci capire qualcosa. Noi sorridevamo quasi, in fondo non eravamo tutti impegnati, intelligenti, ironici, insomma, a sedici anni, e poi di sinistra (c.d.) molti di noi?
Non ci vuole, speriamo, la guerra, ma se qualcuno - concordavamo, discutendo - si rileggesse il venticinque aprile Una questione privata di Fenoglio, per omaggiare la comune memoria di chi ha veramente permesso che stessimo qui a culo caldo sulle nostre sedie, non varrebbe più di tanti discorsi?
Fu lo stesso professore a prestarmi quel libro, or sono quindici anni. Dell'invocazione alla guerra probabilmente sì, ma di quel prestito, sicuramente, non si sarà pentito.
domenica, 20 aprile 2008
Oggi turbe di moscerini sull'argine e nubi spesse che, da dietro Soarza, si ispessivano ancora - non sono mai tanto contento come in queste domeniche in cui sistemo, guardo il glicine e lo vedo resistere, sul terrazzo condominiale così silenzioso, così perfettamente provinciale e perfettamente esposto. L'appennino è brunito, a sinistra, in fondo. Una zona estiva, quella sopra cui sventola la bandiera sopra i panni, una zona per la mezza stagione, in asse con via di Villa Glori - Villa Glori c'è anche a Roma, saranno questi forse i Parioli di qui? Perché fingere di lottare, oggi, se non con le piccole inconvenienze e scomodità? Ne ho abbastanza di inviare i miei curricula (sospetto che però il plurale, come per tutte le parole straniere, non si dovrebbe usare) e di modificare l'ordine dei fattori. Li sposto, come quel gioco coi quindici quadratini, era rosso e blu, ma di quel blu e di quel rosso tipo Aston Villa. Oppure verde e bianco, ma non saprei. So che mi piaceva. Insomma, una volta metto le «esperienze direttoriali» (traduco non so da che lingua, in Italiano non mi ricordo come le ho designate) in prima posizione, relego quelle compositive in seconda, quelle musicologiche addirittura meritano un corpo 11 in un contesto di 12, una riduzione di margini, una sottrazione di titoli.
Altre volte sono indeciso, il risultato è un mélange che non convincerebbe nessuno, aggiungo cose alle «altre esperienze lavorative», cambio criterio da ascendente in discendente, tolgo i voti, riassumo i titoli di studio, metto prima quelli universitari, come al solito noto che manca qualcosa che potrebbe... ma no, non può. Questo dilatatissimo e inutile strumento pieno di date, di eventi inutili, di mille lavori alcuni dei quali mi sono veramente venuti a cazzo di cane - e mi sembra che manchi - che qualcosa misses the point.
Se potessi, ecco come farei il mio curriculum. L'ho già fatto? beh, sti cazzi.
Attualmente vive di espedienti musicali e musicologici in un terzo piano luminosissimo di una città di provincia.
2007: si addottora, vince un paio di premi secondari e medita invano di trasferirsi in Germania.
2005-2007: III (o IV) fidanzamento (con I convivenza).
2006: scrive due terzi di un'opera con cui fa un figurone all'Accademia e nessuno in altre sedi.
2003: scopre il rimorchio su internet. Si iscrive alla Globe runner.
2001-2003: II (o III) fidanzamento. Si diploma in un paio di materie musicali.
2002: Totti fa il pallonetto del 5-1. Partecipa ai festeggiamenti.
2001: la Roma vince il III scudetto.
2000-2007: periodo di scampagnate.
1999-2000: I (o II) fidanzamento. Si laurea andando in bici in giacca e cravatta.
1998-1999: storia con la Scagnozza. Diventa amico del Pugile e di G.
1998: prima trombata. Passa tre mesi in Francia. Gli avvenimenti non sono contemporanei.
1997: scopre la bicicletta.
1995: ultimo turno di doppiaggio in via Arnobio.
1985-1995: si intossica più volte.
1993: avvenimenti gradevoli e sgradevoli. Maturità e prime corna messe. Gli avvenimenti sono quasi contemporanei.
1992: smette quasi completamente di essere un nerd.
1991: addio di Bruno Conti.
1990: teme per un mese di essere diventato frocio. Rimpiange ancora quel periodo.
1987-1988: tournée teatrale.
1986: fonda un Charles Dickens club. Si trasferisce e scopre le pugnette. Gli avvenimenti sono quasi contemporanei.
1983: la Roma vince il II scudetto. Primo paio di occhiali.
1980-1985: legge per nove volte l'enciclopedia In viaggio con Disney. Fonda una repubblica presidenziale in mezzo all'Oceano Atlantico, la cui rappresentativa nazionale (una squadra di calcio coi personaggi di Paperopoli) vince tutte le partite a battimuro raggiungendo il punteggio record di 90-0. Costruisce un'astronave e viaggia per tutte le galassie, ma il viaggio non è ancora terminato. Vede per due volte la serie di Kyashan.
197...: nasce di lunedì.
lunedì, 14 aprile 2008
Non bisogna affezionarsi ai concetti.
L'Italia unitaria, colle sue strade e vie e piazze e scuole e Pisacani e Oberdan e Manzoni e compagnia, è stata un solenne fallimento. Niente ci accomuna. Non facciamo che parlare, male, una lingua imbastardita e minoritaria con cui riusciamo a venderci qualche oggetto nelle tabaccherie, qualche calamita durante i nostri duegiorni a Venezia o nel Gargano, e ad andare insieme a Sharm o con Avventure nel mondo, rimanendo quelli, in una sorta di carboniana allucinazione, Milanesi (benché oramai di probabile ascendenza terrona) e quegli altri Romani o saiddio cos'altro, parliamo (male) l'uno dell'altro senza saperne nulla. Perfino il cibo, il gestire, i riferimenti, sono così violentemente diversi, come erano appunto prima, colle dogane a ogni cento chilometri, con i papetti le lire austriache i ducati napoletani - rimangono solo alcuni dotti barbuti, usciti da qualche pagina di Swift, qualche logoro calzone di fustagno, qualche pipa sollevata verso un occhiale nodoso, qualche trombone, insomma, sempre pronto, come centocinquant'anni fa, a spiegare al grezzo cosa debba desiderare per il bene comune.
La democrazia, colle sue matite copiative, è un altro strumento inservibile, in questo Paese dove anche il più innocente dice che se voti il consigliere municipale poi quello ti ascolterà. Dio, e il consigliere municipale. Ecco la diade che deve guidarci al voto. La democrazia del carabiniere davanti al seggio, coi disegni dei bambini che esprimono un'entusiastica partecipazione alle vicissitudini del Ruanda - pronti, quei bambini, a lasciarsi gabbare dai balocchi e diventare gretti tassisti o commercianti al minuto o peggio intellettuali da strapazzo. La democrazia firmata da quasi tutti nel Quarantasette, chi con qualche arrière-pensée, chi senza, la democrazia di Fenoglio, una cosa inservibile, ecco, patetica, pronta a cementarsi e a sgretolarsi in forme e anzi in figure, metafora di una condizione inesistente.
Hast du nicht umsonst geliebt, gelitten. Ah, beh, questo lo dicevamo durante le ore di Educazione civica: non quella libresca con le figure che avevamo nel libro delle elementari. Era sempre giugno, quando leggevo quel libro, mi sembra: il grembiule troppo pesante, anche quello metafora di una democrazia, di un'educazione - in quel caso privata ma eguale - fuori c'era un ghiaino bianco bianco, sovraesposto, e mattoni a lisca di pesce come in qualche tetto medievale, visto al contrario. No, non quello, dico tutte le volte che abbiamo meditato, creduto. Invece era umsonst, invano, noi non ci abbiamo messo nemmeno il nostro sacrificio, siamo sclerotizzati in una posa innaturale, con il terrore di dover gettare la maschera.
[postilla: siamo anche un Paese di juventini, non me ne vogliano quei due-tre che stimo; che stanno sempre dalla parte del padrone, per il ricco, per chi vince. Era così ai tempi di Ferdnando I&IV, di Gregorio XVI, di Giolitti, del Testapelata, giù giù fino a Lombardo e Calderoli]
giovedì, 10 aprile 2008
Ma no, sono io in realtà ad essere così stronzo da averti, all'epoca, e si parla di tre anni fa, dato retta. E adesso mi abbordi per chiedermi chissà cosa in pieno Corso, ma io sono così urbano da offrirti un tè e qualche consiglio (a tua richiesta: del consiglio, non del tè). Ti ricordi perfettamente di quello che è successo, quando sei sparita ingoiata da un tu-tu-tu-tu di caniniana memoria. Senza dirmi nulla, lasciandomi il grato ma striminzito ricordo delle tue tette premute contro il mio maglione, sotto il tuo maglione, tipo un dicembre tardo, era, una specie di tostissima barriera mammaria a proteggerti contro le ingiurie del tempo. Eppure quegli occhi così inespressivi, quelle labbra semichiuse avrebbero dovuto mettermi sull'avviso, era evidente che tu fossi un'arrizzacazzi di prima scelta.
Ci si casca sempre con le arrizzacazzi. Quelle che non te la danno. Quelle che te la promettono. Quelle che ti sfiorano quasi sotto gli occhi del loro fidanzato. Quelle che ti guardano con intenzione. Quelle che te la danno, tra l'altro, ma proprio allora capisci quanto lieve sia la presa, proprio quando un tale exploit poi non si ripete, o è ritardato fino al possibile, come una concessione. Tu pensi che qualche orgasmo selvaggio sia la contromarca per il ritorno in sala, invece hai un bel metterti lo smoking, gli inservienti non ti riconoscono. Ah, ci si casca sempre, nelle loro gelosie posticce, nel loro finto possessivismo, nel loro arrivare in ritardo, nel loro slancio artato, solo per avere un muro su cui sbattere il capo quando, come allora, la giornata cala troppo presto e le great expectations si dissolvono nel tardo autunno. Ci si casca sempre, nei loro «ti ho pensato». Che vuol dire? Io, sapessi quante cose penso in un giorno. A quante donne, a quanti luoghi, a quanti calciatori della Roma, a quanti personaggi d'opera. Ti ho pensato. Eh, potenza del pensiero, cosa di fumo da vendersi a caro prezzo.
Ne ho conosciute, sai, anche dopo di te - che mi hai tenuto al guinzaglio solo una settimana, del resto ricadendo nel caso primo, insomma senza nemmeno promettermela. Tu adesso vorresti che io ti chiedessi spiegazioni. Figurati. Che ti assecondassi, magari. Attendi, la mia cortesia estrema e formalissima sorprende anche me, in positivo. Sei a disagio. Io no, ti osservo dall'esterno, i tre anni ti hanno peggiorata. Già ti vestivi da signora, allora, adesso rincari. Ti osservo e quasi mi avvicino. Penso a tutte le arrizzacazzi che ho incontrato in vita mia, Dio ne scampi. Oramai quasi ci gioco, è sempre più difficile che venga preso al laccio. Mi è successo, ma ho saputo trattenermi dal ricascarci: tu sei stata l'ultima. Lo so, ti facevo comodo, il brillante sulla corona della reginetta della festa. Sic transit. Mi sembra di essere in una canzone del Califfo, ma devo ancora scegliere tra La vacanza del finesettimana e La musica è finita. Cambiando autore opterei ancora una volta per Bella stronza, non fosse che non hai chiamato la volante e che, in fondo, entrambi ce ne fottiamo l'uno dell'altra, nel più tipico degli zero a zero.
lunedì, 07 aprile 2008
Ah! How is beautiful making the medium Italian male, like in the films with Lando Buzzanca! mentre entro nella sala e snocciolo le caratteristiche delle donne presenti, su cui esercitare o no la noble art del rimorchio gratuito. Come i cavallier di un tempo, la giostra e i tiri di scherma e le tenzoni a contrasto sono solo un gioco di società. Ah! How is splendid, come il caffè, vedere la figura veramente britannica dell'etnologa A. con la sua risata mezzosopranile, rischiararsi al ristorante indiano tra coriandolo e peperoncino; o l'estensione di iarde della musicologa L., coi suoi occhi azzurri incassati, da erede di caratteri nati nella Lega anseatica; oppure la colombiana A., bella bella ma deludente per quel poco di lingua di pezza and for the inconsistency, you know? Ah, how is very marvellous, finire il mio paper fissando la platea imbevuta di duchi e principi del Nerdistan con un «thank you and forza Roma», rimangono imperturbabili. Uno di loro è entrato piegando la bicicletta e appoggiandola dietro la porta, età indefinibile tra i dodici e i quarantacinque anni, dev'essere stato scacchista provetto prima di occuparsi delle grida dei mercati nel Settecento. Ah! How incredible fare il medium Roman, dire di essere di Roma, e ribattezzare il caffè the bibiton, the high bibiton you used to drink, sorridendo ad A. e ricevendone una traguardata degna di miglior tempo, di miglior rimorchio, gratuito, don't worry. Se ti accompagno alla metropolitana è solo perché noi terroni d'Europa siamo galanti since 1250, non credere che voglia - perhaps - suggerti l'ipotetico roseo capezzolo, I wear cotta e maglia, parlando poi di opere anzi drammi sacri in cui interviene un personaggio collo stesso mio nome. Ma è un comprimario, ammetto, mentre cerco una piazza, una fontana, guardo con sprezzo le architetture con cui gli Inglesi hanno afflitto la loro città tra 1600 e 1950, ma sono tutti così gentili, così belli, così, so - ecco, I'm from Rome, se non capisco sorrido, yes, Maurizio Merli, you know? d'altronde ho visto da poco un film ambientato dalle parti vostre, era tipo un'opera italiana, tipo un film di Matarazzo, quando arriva Yvonne Sanson in Irina Palm mi fate un fischio? Whistling intervalli sempre più ravvicinati risalgo, riscendo, fingo di non avere lo scamarcio, me lo faccio passare, e non sarebbe male questo ristorantino se fuori ci fosse un'altra città, you know, ma poi Londra, per essere brutta, non è così male, uno arriva alla stanza coi Turner nella National Gallery e dice «daje e daje ve siete imparati a dipinge». Isn't it?
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