passoscuro

   apoditticamente scorretto


domenica, 30 marzo 2008
 

Waiting for fave e pecorino

Circo Massimo è ostaggio dei Calabresi, dei bonghi, di cani di nome Kira. È un continuo chiamare «Kira» e un non rispondere di cani di tutti i colori. Che saltano, si avventano sul cibo e non sui bonghi. Purtroppo. M. parla con le due bielorusse, anzi, una è russa. Le ha conosciute a Londra, io gli devo fare da sparring partner, la mia Russa viene da me soprannominata «Sebino Nela» e scopro di non essere stato il primo. Parlo un Inglese in cui non so nemmeno dire «mal di testa». Andiamo sul Palatino, sotto si vede il tourbillon di cartacce mentre i Calabresi continuano a scoprire le loro origini in trasferta. La juventus aleggia ovunque nei luoghi di Roma. Una vera Caporetto. Dall'incavo, presunto, sotto il mio dente, traggo fuori a forza di succhiare la gengiva minuzzoli di pane. Così almeno mi sembra. Ma non li vedo, li sento solo sotto il palato. Così mi appare: una specie di allucinazione degna di un surrealista dei miei stivali.

M. arriva in ritardo sul ritardo, come al solito. Mi frega sempre. Lui è uno dei pochi cui perdono i ritardi. Gli altri, tutti, mi hanno rotto il cazzo. Aspettare e non venire, come Uberto che attende il cioccolatte. Non do più chance a chi manca di rispetto o di riguardi per il mio tempo. Non ho un cellulare, cui si possa dirmi «sto arrivando». Embè? Se avessi un appuntamento con Ratzinger non arriveresti puntuale? cos'ho io, meno di lui, a parte il fatto che vengo preso per un Calabrese, che vengo chiamato «il negretto» da parte di una ragazza vestita di chiaroscuri, con un magnifico paio di occhi verdi tendenti al grigio? Sì, faccio anch'io parte del picnic dei Calabresi, sotto la mia casa d'infanzia, embè? Aspiro qualche consonante, oscillo la testa, mi nutro di salumi. Che in realtà sono toscani. Ma siamo tutti più buoni, magari tra un po' (non dovessi seguire le [Bielo]Russe) passerà anche una canna del migliore.

postilla. Se l'autore dovesse essere tacciato di disprezzare categorie, città, popolazioni, religioni, razze, animali, bambini, marche di automobili, si tenga presente questa considerazione: non disprezzare egli alcuno, fuorché, veementemente, se medesimo, e gli altri solo in figura, per fizione. Col che, spera di essere lasciato tranquillo.

 

postato da GiacominoLosi | 18:45 | commenti (33)
roma, polentoni vs terroni


mercoledì, 26 marzo 2008
 

signor, giudizio, per carità

La mia giusta diffidenza per il corpo umano – come sempre – coglie nel segno. Mentre scrivo il mio intervento sulla performance (in mezzo a questi studiosi che tirano le seghe ai grilli con diagrammi e schemi, gli operisti sembrano un po’ gli etnomusicologi dei benestanti, insomma negri sbiancati tipo Colin Powell o il preside di Beverly Hills 90210), ecco: mentre lo scrivo in un Inglese che poi una man pietosa correggerà per evitare il the cat is on the table devo anche impedirmi, portato da una idea fissa, di scrivere the most excellent contralto of this tooth period is Maria gum Marcolini tooth teeth who created the mouth role of tooth pain in my gum eccetera eccetera – insomma mi scruto il dente del giudizio in basso a sinistra che preme e cresce e oramai è lì, giusto macchiato da un po’ di propoli, dilavato dal bicarbonato, pressato dalle mie bestemmie, solo sfiorato dallo spazzolino. La gengiva si accartoccia, schifosamente, verso l’interno, come un roseo parassita, confermandomi nella diffidenza orripilata verso questo congegno a tempo assolutamente difettoso e anche disgustoso, pieno di falle, un po’ come se il millennium bug nel corpo umano sia sempre esistito. Cisti, tumori, retine danzanti, tonsille pustolose, nel Novantadue mi sono beccato un fungo sulla coscia, mi ricordo ancora con vergogna che una piccola chiazza stava tipo il Lago Aral (come da cartina dell’URSS prima del suo prosciugamento: del lago, non dell’URSS) a metà tra il boxer e il non-boxer. Mi tocca anche affidarmi a un analgesico che adoperano le mestruate. Dimenticavo altri fenomeni tipo le mestruazioni. Per procreare c’è proprio bisogno di svenarsi (è il caso di dirlo)?

Che poi col dente in fiamme non puoi lavorare, non puoi fare il turista, non puoi nemmeno trombare perché ti perderesti i tre quarti del divertimento non potendo sortire della lingua che uno spunzone inoffensivo, l’altro quarto è garantito dalla battuta «trombate a denti stretti», vignetta dove ti immagini chiavante con un rictus, la faccia completamente separata dal resto del corpo, come Jeeg robot d’acciaio.

(Un anno pieno di acciacchi, chissà se il Cardenza Marathon è contento di avermi tra le sue fila come atleta non competitivo.)

postato da GiacominoLosi | 22:17 | commenti (25)
roma, scorrettezza, passoscuro


mercoledì, 19 marzo 2008
 

Chi vuol l'ultima canzonetta

La primavera - per quanto laodicea - prende i polentoni d'infilata, come un contropiede da squadrette di provincia concluso da Schachner: ma a differenza di quello, e a differenza di quel che accade a Roma nello stesso periodo, li illumina, ne distende i tratti, non li fa sacramentare contro il caldo e, a differenza delle ragazze romane, inchiodate ai loro sgonfiotti che le accaldano e che dismettono il giorno stesso in cui arriva la gelata fuori stagione - in tempo per il malanno - le ragazze padane si adattano di buona lena; favorite, è vero, da un clima meno altalenante, fatto apposta per loro: un disgelo graduale, un ultimo ritorno della nebbia come una reminiscenza brahmsiana, poi la luce alle sette di mattina in camera.

Persino la ragazza che va in combriccola a Parma dice - semplicemente - «che bella la primavera!». A che ora si saranno svegliate, queste studentesse universitarie che paiono ginnasiali, per truccarsi così accuratamente, aggiustare il foulard, spartire i capelli in quella maniera così lombarda, ricomporre la frangia, scegliere anelli orecchini braccialetti, appoggiare su un capo osservato per minuti e minuti allo specchio un bronzeo paio di odiosi ray-ban. Perfino il modo con cui si sfiorano i capelli appare calcolato al millimetro. È la felicità delle villette a schiera, ma a suo modo è felicità.

Sono un vecchio satiro, qui in mezzo. Sono vestito come al solito a cazzo di cane, nella mia caccia al libretto del Trionfo di Davide, capitato, sembra, per caso sul treno regionale. L'altra volta a casa della Bocciona avevo una maglia talmente non stirata che mi hanno chiesto che cosa fosse quella banda diagonale sul petto, sinceramente incuriosite dalla soluzione stilistica originale. Sembro capitato per caso. Le osservo senza cupidigia, però: troppo rossetto, troppo fard, troppe lampade, il mio passato da collega e spasimante di finte zecche mi impedisce di essere solidale, anche se la mia dirimpettaia è una bellezza mulatta degna di miglior causa e la vicina deve avere quelle poppelline tonde e sode del finto abate di una novella del Decameròn.

La mattina assume un quid di allucinatorio. I tratti della ragazza mulatta si gonfiano, due lenti e un panama e potrebbe essere lontana parente di Venditti. Segni che preferisco non interpretare del derby prossimo. Ma so sempre che ore sono. So sempre che nota è. So sempre dove sono. Se non lo sapessi non saprei vivere, mi disintegrerei in poca polvere di miliardi di particelle.  Fidenza stazione di Fidenza. Torreggia una costruzione nuova, come dicono qui, di pacca, intrisa di primavera anch'essa, ma volta in scherno; immagino il treno depormi al quinto binario. Lo splendore nell'erba è equivoco, coleotteri orribili scendono sui tuoi giubbotti leggeri. Un colpo di mano e scendono: ma sarà sufficiente?



martedì, 11 marzo 2008
 

non scriverò mai così...

«[...] Il primo tema è enunciato dai corni, e da qui traggono linfa una serie di motivi secondari tra loro concatenati, che danno luogo a vaste zone di cantabilità trasognata. Dopo una sorta di introduzione lenta, sono viole e violoncelli che conducono al più fluido gioco sinfonico con un secondo tema di sapore schubertiano, dagli accenti teneri; anche questo episodio, sviluppato molto concisamente, è concluso dal suono del corno, cui rispondono i legni, che si esprimono anche con reiterate allusioni a piacevoli danze campestri.

L'Adagio non troppo che segue conferma sostanzialmente il clima già creato dal primo movimento: se mai, con il lungo tema iniziale dei violoncelli, sembra portare ad una sfera più riflessiva, anche se ancora il corno, con il suo dolce appello, illumina l'atmosfera. Dopo la ripresa del primo tema affidata ai fiati, il dolce finale è appannaggio degli archi [...]»

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...per fortuna.

Postilla. C'è gente che vorrebbe tornare indietro, io per coerenza dovrei essere nella Napoli del 1815 e sentire la Colbran provare l'Elisabetta di Rossini.

Per carità. Trinariciuto come sono, e se una volta retrocesso di due secoli non capissi la grandezza di Rossini? se gli preferissi Zingarelli? se tuonassi contro i crescendo? se incontrando Stendhal tessessi le lodi di Ducray-Duminil? se a fine Ottocento mi piacesse il concerto per violino di Dvorak [non c'è la pipetta]? O Fede e bellezza di Tommaseo?

No, no, voglio sapere come va a finire. Ho la mia muraglia di classici consacrati dalla tradizione, da agitare contro i nanerottoli con chitarra e dai baricchi e palahcosi di quest'epoca. Voglio sapere come va a finire, un po' come Vasco, ma senza andare in Messico, né tantomeno tornare indietro.

postato da GiacominoLosi | 17:06 | commenti (38)
opera, musicologia, scorrettezza


giovedì, 06 marzo 2008
 

Non sono fisionomista

Per me tutti assomigliano a qualcun altro, o sono incroci tra un paio di tipologie. Faccio figure di guano quando mi abbracciano e mi salutano e mi dicono cose sulla mia vita (che io ho rimosso) quelli che per me sono perfetti sconosciuti. Stasera ho fatto alcune costatazioni. Ho anche una pessima memoria per cui altre mi sfuggono.

Panucci è Chandler. Laddove Antonioli era Luca Barbarossa. Zago, Gigi d'Alessio.

Damiano assomiglia a Fabrizio Bentivoglio.

Sacconi a Enrico Bertolino.

Caterina Caselli a Camilla Parker-Bowles, ora in Windsor. Che a sua volta aveva i capelli come Delvecchio, e qui il cerchio si chiude.

Ma attendo integrazioni.

postato da GiacominoLosi | 19:59 | commenti (35)


mercoledì, 05 marzo 2008
 

ore 22.37

ODDIO!!!!!!!!!!!

postato da GiacominoLosi | 21:42 | commenti (18)


martedì, 04 marzo 2008
 

Lungo monologo di Eugenio

Sto andando a casa di Valerio. Scendo per via Condotti (recte: via dei condotti), folla in senso contrario, sabato, ha nell'occhio la Barcaccia. La restaureranno a breve, scommetto, perché qualche capitano d'industria si faccia pubblicità agli occhi degli zori che affluiscono. Vedrò due coppie e mezza, in serata, in attesa di matrimonio. Sono un buon osservatore. Sono un ottimo osservatore. L'abito di pregio un po' criard dell'uomo che ostruisce la mia valigia sa di commerciante in abbigliamento maschile. «Ho dei peli grigi», Falstaff, atto terzo. Sono un ottimo ascoltatore e osservatore. Tutto dall'esterno, compresi i miei passi. Di me, non so molto altro. L'altro ieri mi sono fatto dire da A. l'ennesima volta come sono. Mi sono fatto criticare senza opporre resistenza, attendendo farisaicamente lo scroscio. Sto andando a casa di Valerio, come cento e mille e più volte, benché raramente scendendo via Condotti. Valerio studiava o era al telefono, sporto dalla finestra per non essere disturbato da noi che ci sfidavamo all'Amiga, o guardavamo i sei-sette porno in possesso di Valerio, oltre a materiali soft o allusivi, e alternavamo le due attività, film che furono anni e anni dopo causa di litigio con una sua oramai ex, molti anni dopo l'Ottantanove/Novantadue - da allora, già, penso, chiedevo, senza chiedere, contraccambiando con le mie doti di ottimo ascoltatore, di imitatore di me medesimo, per sapere come fossi osservato.

Forse solo giocando con l'Amiga di Valerio, eravamo a volte una decina in quella stanza d'angolo, Pump e Nike e All-star vere e finte a sedimentare nell'aria, dalle crepe della gomma, forse allora, guardando qualche porno ma affettando aplomb, però, davanti a cose che già allora intuivo inverosimili, o divertimento - vero nel caso della mitica scena di Moana e Cicciolina ai mondiali in cui spiccava un Maradona baffuto - ecco: allora forse ero vicino al non osservarmi. A. mi rimproverava di essere troppo intento in me stesso. Ascoltavo, pregando senza pregare come quando ero occupato a costruirmi una serie di abitudini e di tic e di personalità, e ce l'avrò fatta, come allora, a farmi riconoscere una parte?

Sono un ottimo osservatore. Perché gli altri non sono così bravi osservatori? Mi osservo mentre ballo, parlo. Anche - lo scoprirà in seguito - mentre dormo, e mentre mi fumo una canna, e mentre voto, o voterò, e mentre nuoto, e mentre trascino un trolley e ho una pianta di guzmania e una di origano, e quando rivedo Valerio. E forse la mia attenzione, appagante, per il piacere delle donne è questo: non saper far altro che osservare? un orgasmo provocato meglio di uno sperimentato, in cui ci si obnubila. Le sue piccole inconfessate paure dell'assenza di sé, dell'ipnosi, di anestesie e comportamenti indotti, dell'ultima pagina  di Giovanni in cui Gesù parla a Pietro. Sgomento, ripensando alle parole di A. e alla mia stessa vocazione di musicista: intrapresa per poter conoscere, per intendersene, per colmare le falle della conoscenza. La Barcaccia, di Pietro Bernini, affonda da tre secoli e mezzo senza affondare. L'acqua è ovunque.

Sono occupato da me stesso, A., vero, ma dall'osservazione di me stesso non cavo molto. Valerio riparte domattina. Via di Fontanella Borghese ha un tono un po' cupo, dovuto a pessimi negozi di antiquariato in cui le Veneri e gli imperatori e i Mercurii si precipitano alla vetrina, sfumature di marmi e placcature protese  verso l'ascoltatore, pseudo-van Wittel o Lorenesi illuminati da faretti la cui luce pare promanare da questi paesaggi cittadini o rupestri o pastorali che, senza, ne sarebbero privi. Hanno spostato le bancarelle. Memoria eccellente. Un tono un po' cupo, come via dei Coronari, ma non sgradevole.

Un brutto libro di Montherlant si intitola «Mais aimons-nous ceux que nous aimons?». Ha un finale bellissimo. Tutto resta valido.

Le mie scarpe gommate si infilano nel percorso come in una poltrona comoda. In lontananza il Museo napoleonico. La sua vocazione compositiva gli appare una gigantesca, perfida montatura. Interpretata bene, come tutto. Sono bravo, ma la fatica che mi costa avrebbe dovuto mettermi sulla strada giusta. I mille mestieri, le cento conoscenze, le trenta donne, la dozzina di amici, che poggiano, piramide rovesciata, sulle spalle di chi? Un feudalesimo senza capo, anarchico, di cartapesta.

Sono contento di vedere Valerio, che non si è mai spaventato di nulla e ha solo sgobbato, convinto di essere inferiore o inadatto e di dover colmare con un impegno sovrumano, un muss a tutte maiuscole, una presunta insufficienza. Valerio, se ti dicessi quello che penso, saremmo quindici anni fa. Non si conosce, ma io difendo la cultura del pregiudizio, non vado a vedere un film se so che non mi piacerà. Non mi piaccio, per pregiudizio. Strano che la sua ammissione di non-esistenza, la sua ontologia da uomo di fumo, sia lui stesso a decretarla, si dice, mentre sta per citofonare. La porta è però già aperta, entra.

postato da GiacominoLosi | 16:36 | commenti (16)


domenica, 02 marzo 2008
 

Elenchi: ricette sperimentate per (ri)addormentarsi*

- venti calciatori della Roma con la stessa iniziale del cognome

- venti calciatori della Roma con la stessa iniziale del nome proprio

- venti calciatori della Roma nello stesso ruolo

- venti calciatori della Roma biondi

- venti capitali africane

- le venti migliori pompe**

- venti compositori con la stessa iniziale del cognome

- venti opere con la stessa iniziale

- venti poeti (non romanzieri: poeti) con la stessa iniziale

- venti presidenti del consiglio

- venti gol del Capitano

 

*l'idea non è mia, ma funziona

**per i censori: si intenda «di benzina»

postato da GiacominoLosi | 17:11 | commenti (35)
roma, pressione