passoscuro

   apoditticamente scorretto


sabato, 23 febbraio 2008
 

Appunti postumi di Filippo Ottonieri

Fantasia dopo il teatro. Proposta per uno spettacolo di danza contemporanea a Milano.

Titolo: Padania libera.

Nebbia.

Un Cherokee va a centocinquanta all'ora. Sbanda, lo vediamo da un televisore. Sbanda di nuovo. Si infila in un muro, lo sfonda, urta pareti, carambola.

Si ferma al centro di una pista da discoteca. Lamiere, cocci, schizzi di sangue, il cofano accartocciato, le portiere aperte, l'autoradio al massimo del volume.

I ballerini entrano, uno a uno, vestiti di nero. Tipo spermatozoi, però neri. Tipo Macchia Nera, però spermatozoi. La musica dell'autoradio, unz-unz. La musica della discoteca, unz-ta-unz.

Dissolvenza. Un Andante di Schubert. Unz-unz. Dissolvenza. Tricchetracchemolotovtaffe-taffe-rugli. Schubert. Rumore di frenate. Unz-unz. La ballerina si erge al centro del tettuccio scatafasciato del SUV. Unz-unz. Comebbellofarlamore. I cadaveri sussultano.

La ballerina si toglie il cappuccio. Le si fanno intorno tutti gli altri. Rumore di aerei, di altoforni. Unz-unz. Mozart. Modugno. Unz. Unz sempre più forte. Sonounpiratasonounsignore. Rumori da stadio. Un urto tremendo. Unz. Ta-unz. Ta.

Buio.

Tutti i diritti riservati.



lunedì, 18 febbraio 2008
 

Ho preso molto sole

Viaggio noioso, in fondo torno da una sorta di d. immotivata. La ragazza quasi di fronte è di quelle che si rendono impermeabili col telefono sempre al pollice, col Sole 24ore, la Rivista che vanta più tentativi di imitazione: ha un viso che sarebbe brutto non fosse così rifinita e - più! - è anche truccata. Gonna cortissima, le calze mi piacciono, ha fatto un esame secondo me alla LUISS. Non scambiamo una parola. Uno dei due al di là del corridoio è il John Belushi vesuviano, si sono scaricati «Mai dire Grande Fratello» sul portatile di quello che dovrebbe essere Dan Aykroyd (in realtà è un elettore di Forza Italia cui si vede la ipsilon del culo), lo vedono; poi lui, y - l'altro dormiente -, si ascolterà una compilation a tutto volume in cui spicca la presenza dei Backstreet boys.

Una signora invisibile dietro le poltroncine marroni: «Sì, sono stata alla mostra. Non ti sento, c'è la galleria. Alla mostra di Sebastiano del Piombo. La mostra bella, Sebastiano del Piombo un pittore un po' mediocre. Non l'ho amato. Credo che sia meglio la mostra di Guido Cagnacci. Hai il catalogo, di Guido Cagnacci? Penso che sia meglio, tanto sta fino a giugno. Guido Cagnacci.»

Io, non penso.

--- Leggo due libri.

--- Scrivo un racconto intitolato «Hai detto la preghierina?»

--- Non penso.

--- Stendo tre o quattro serie demenziali, orribili, pazzesche, copro tutto lo spazio sonoro con serie vergognosamente orribili di note senza gambi, per trarne un pezzo che dovrebbe, avrebbe dovuto essere una richiesta d'aiuto, o poco più.

Ma mi sta passando. Non penso per la prima volta da due settimane. Una mia amica mi ha scritto che pensare uccide. Lo diceva sul serio. Perché avrebbe dovuto scherzare, in effetti?

--- Vengo ripetutamente ossessionato, da mesi, dal dodici dicembre. Ho provato a giocarlo, non è uscito.

La ragazza scende a Parma. Stamattina nella mia stessa agenzia di viaggi alla stessa ora un pelato ha fatto un biglietto per questo stesso treno. Le coincidenze. Quelle che non si prendono mai. La aiuto, da frusto gentiluomo che ama gli atti gratuiti, a buttar giù il trolley azzurro mare, di quei mari che si facevano a tempera.

Mi ringrazia, mi risiedo. Prima di prendere il corridoio, si gira.

«Buon proseguimento.»

«Grazie. Ben arrivata. Ma» soggiungo «non essere sempre così seria.»

Avevo ragione io, il sorriso che mi rivolge mentre mi rituffo nella lettura è splendido.

postato da GiacominoLosi | 22:30 | commenti (74)
roma, opera, cardenza, polentoni vs terroni


martedì, 12 febbraio 2008
 

intermezzo

F.: Buongiorno, Socrate.

S.: Buongiorno a te, Fedone. Qual buon vento?

F.: O Socrate, ti volevo parlare di un’intervista che ti chiedeva L’eco del Pireo. Hanno chiesto a una serie di personaggi in vista quali sono le otto cose di sé che tutti ignorano.

S.: Di sé chi?

F.: Di sé, cioè nella fattispecie di te.

S.: Fedone, il Greco non è una lingua difficile, quantomeno per noi. Spiegati, per Zeus. Di me? Qualcosa di cui nessuno è a conoscenza?

F.: Sì.

S.: Pàgano?

F.: No.

S.: Si fottono, allora. Non ho tempo da perdere. Sto proprio scrivendo una commedia che prende in giro Aristofane. Quel bastardo ha le ore contate. Lo diceva anche Tex Willer.

F.: Ma sei analfabeta, o Socrate, e questo lo sanno tutti.

S.: Infatti ho chiesto a Platone di scrivere sotto dettatura. Solo che è un po’ lento di comprendonio. Non capisce quando cambio personaggio, quando c’è il coro… Non ascolta. È come le donne. Ti guardano, ridono, ma non ascoltano. Anche tu sei come le donne, ma specialmente la notte e a novanta gradi, questa però è un’altra faccenda. Insomma, Fedone, si tratta di una storia in cui…

F.: Socrate, perdonami, ma tu sei iscritto alla SAE?

S.: Alla che?

F.: Società degli autori d’Ellade. È una gilda di autori di drammi satireschi, commedie, tragedie.

S.: No. Ti dicevo, è una storia – o meglio, l’argomento è questo: un Persiano…

F.: Socrate, perdonami, devi iscriverti alla SAE per forza.

S.: Perché?

F.: Perché se no chiunque ti può rubare la commedia.

S.: Rubare? in che senso?

F.: Dire che è sua.

S.: Ma se è mia e lo sanno tutti.

F.: Non importa. Se non sei iscritto alla SAE, è del primo che la deposita.

S.: Che la?

F.: Deposita. Che la porta alla SAE e dice che è sua.

S.: Ma se è mia!

F.: Le leggi, come diresti tu, sono leggi, non puoi altro che obbedirvi per necessità superiore.

S.: Comincio a credere di aver detto un sacco di minchiate, nella vita. Forse ha ragione Aristofane. O Fedone, ma qual venefico morbo si instillò negli uomini per ingabbiare la creazione in una cosa da depositare?

F.: Per guadagno.

S.: Ah. Questo cambia le cose. Ma quanto ci guadagnerei?

F.: A conti fatti…(ci pensa) Dovresti avere il … (ci pensa). Ci sono musiche?

S.: Certo.

F.: Ci sono attori – prove – beh, certo… (ci pensa) secondo me, poche dracme. Perché il corego ha diritto a una percentuale, la SAE idem, poi ci sono le tasse…

S.: Allora non mi iscrivo. Non ci voglio guadagnare. Che poi guadagnarci lo trovo immorale. Ti alzerò la retta di qualche spicciolo, tuo padre tanto è una buona lana.

F.: Non puoi. Rischi una multa. Che ti tolgano la commedia, che la attribuiscano, faccio per dire a…

S.: …a?

F.: Per esempio ad Aristofane stesso, o a Anito, o a chiunque si iscriva alla SAE.

S.: Per Zeus, pare che non abbia scelta. Allora vado, se no non faccio in tempo.

F.: Aspetta, o Socrate. Sei iscritto al collocamento?

S.: Al?

F.: Collocamento dello spettacolo. Ufficio di collocamento. Serve ai disoccupati.

S.: Ma io non sono disoccupato, tant’è che scrivo una commedia.

F.: Non conta. Per poterla rappresentare, devi essere iscritto al collocamento.

S.: Forse non ci siamo capiti. Io ho una certa età, e ho un lavoro, anche se il mio lavoro è amare la saggezza. Certo, non è come spazzare i pavimenti delle stive, ma insomma…

F.: Che tu abbia un lavoro non importa, se non è riconosciuto. Insomma, Socrate, sono desolato di doverti dare questa delusione, ma devi andarci. E presto.

S.: Ho capito. Questo pomeriggio faccio tutto. Dove sta la --- la cosa, lì, la società degli autori?

F.: Sotto il Licabetto.

S.: Bene, allora vado subito.

F.: O Socrate, il carro di Apollo ha già varcato gli immaginari limiti, i segni, che ne indicano l’inizio della più facile corsa, e…

S.: Obluraschi?

F.: Eh?

S.: Poppa. Uno a zero. Così impari a fare tutto questo giro di parole per dire che è l’una.

F.: Beh, comunque è chiuso, o Socrate. Riapre domattina.

S.: Allora andrò al collocamento. Dov’è?

F.: Al Pireo.

S.: AL?! ma è lontanissimo!

F.: …e comunque è chiuso, apre domattina.

S.: Mi stai dicendo che non riuscirò a fare queste cose nemmeno domattina, ma che dovrò stare due giornate in giro per fare parte di una società di truffatori e dire che sono disoccupato quando non è vero.

F.: Sì, o Socrate.

S.: Bene. Quand’è così penso che ci manderò Platone e farò iscrivere lui. Certo, nessuno crederà che lui sia capace di aver creato quella commedia, non sa manco mettere insieme soggetto e predicato.

F.: Socrate, tu lo sottovaluti.

S.: A parte me stesso, io non sottovaluto nessuno. Dai, adesso offrimi un camparino, perché come dici tu il carro di Apollo ha varcato i segni invisibili e antani, e soprattutto credo che sia ora di pensare a come togliere dai veretri l’esubero di sostanze che ci rende malcontenti, quando l’atto costitutivo della nostra vita non possa farsi almeno una volta alla settimana.

F.: Ossia?

S.: Le solite due mignotte. Stavolta quella vecchia la prendi tu, però, la settimana scorsa mi ha lasciato la dentiera in una tasca, sapessi Santippe che incazzatura.

F.: Non hai detto che non la ascolti?

S.: Sì, ma il cratere non ho più l'agilità per scansarlo. Andiamo, andiamo, e che Venere ci sia propizia, anche perché se no sappi che il panetto di burro è in agguato. Nel caso rilassati e non stringere.

postato da GiacominoLosi | 17:58 | commenti (56)
dialogo, pressione, scorrettezza


sabato, 09 febbraio 2008
 

Concorso per romanzi in sei parole*? (Beschreibung eines Wochenendes, con alcuna licenza)

*(da un articolo letto sulla Repubblica)

I - Libri benpensanti invadono le Ferrovie Nord

 

Miopi, donne leggono, accigliate – da vicinissimo. Somministrano continuamente istruzioni in dialoghi repressi. «Dove siam? che posto è questo?», canticchio muto (Macbeth) per non perdermi. Fiera, Cormano, Cusano, capannoni, Paderno, Seveso. I fiumi s’interrano, ma parzialmente.

 

II - E se il bene non trionfasse?

 

Dietro una pizzeria, seminascosto, il teatro; rotatoria davanti al club di Berlusconi. L’attore: «Solo i mediocri copiano.» Dipende dal compagno di Banco. Così esco, e dormo in una branda.

 

III - Le donne amano recitare e ballare

 

Molto meno, come sempre, gli uomini. Per altri colpa, merito per me: che amo il rumore dei passi. E correndo immagino i canali accompagnarmi.

 

IV

 

«Sta sorgendo il sole, così chiaro…»; mi recito la traduzione dal Tedesco. Ma non questo, no, volevo dirti.

 

V - Tracce di candeggiante per i cessi

 

Preparativi e promesse e irreali visite. Decadono le alternative, ben altrimenti invitanti.

 

VI

 

Vasellame al ritorno, zozzo, ricorsivo, anticipato.

postato da GiacominoLosi | 10:28 | commenti (63)
pressione, cisterne, cardenza, gelb


mercoledì, 06 febbraio 2008
 

My eyes do itch

Non arriverò mai al sommo delle spere, ossia dirigere Otello da qualche parte, fosse pure a Rio Saliceto (RE) o Crespellano (BO) o all’aperto a Passoscuro (RM) durante la Sagra della Tellina. Ma potessi una volta essere lì e dire «cazzo, fate la pausa tra il secondo e il terzo <Salce>, fate più pausa, non c’è fretta, e non la fate sempre uguale, basta pochissimo», ecco, quello dovrei fare di mestiere; pure il fisarmonicista che suona Besame mucho (versione corretta di Besame er bucio) si mangia le pause, tutto zoppia. Invece il silenzio è importante, carica; nel senso: o è importante, o non lo è, non ha vie di mezzo, quel che hanno le parole, non fa da riempitivo. Questo mentre la torre campanaria sembra un Uniposca di cento e passa metri, io ho l’atropina negli occhi e il colore del crepuscolo sembra ancora più intenso. Andrei a far visita dall’oculista se non altro per l’infermiera e per la segretaria: la segretaria sempre fine, quarantenne con neo, vestita di lana elegante, un sorriso come doveva essere quello di Matilde Dembowski, l’infermiera ha un cartellino col nome «Pamela», ha la faccia da Pamela, occhi verdi, truccata, vera polentona. Una sembra uscita da Hayez, l’altra da un film di quelli che andavano su T9. Leggo un Topolino, nella sala d’attesa, mentre la mia vista si disfa e Pamela controlla che sia dilatata la pupilla. Ci vorrebbe Renzo Montagnani. Non c’è più Sergio Paoletti ma le barzellette demenziali esistono ancora; in un’avventura c’è Gennarino, il corvo d’Amelia, che scappa durante un festeggiamento per la Roma a Fontana di Trevi, e viene apostrofato come «corvaccio laziale».

La mia retina non peggiora. Da quel giorno in cui il mio ex-ex-ex oculista, il dottor G. (mia madre lo chiamava «professore»), si accorse o per meglio dire mi comunicò che avevo la retina ballerina terrorizzandomi – ero io in apprensione per lui. Mi aveva visto crescere. Sembrava schiavo (ormai tremante, balbettante: vecchio) della figlia e sotto l’influsso oscuro del nuovo, equivoco, collaboratore, che a sua volta mi bistrattò con le dita volgari e secche, e con una smorfia mi disse di operarmi. Fuggito da quell’albergo di nequizie, andai poi dal Luminare, che sostenne che era meglio lasciar perdere e attendere; poi dall’assistente del Luminare, che aveva una faccia da due novembre in qualunque stagione, anche se fuori ci fosse il glicine fiorito: non peggiora, ma non può migliorare, l’operazione rischiosa, la vista etc.: tornavo che sembravo aver visto il Maelstrom; infine da questo brizzolato di poche parole che mi ripete, otto anni dopo, la stessa cosa, ma pacato e dunque i miei soldi sono spesi bene. E così esco con un’ultimo sguardo a Pamela (ma è Pamela?) mentre il corso si tinge d’arancio sfocato, con gli stessi pensieri di ogni anno: attendo, sperando di poter attendere sempre, e penso alla «bella d’erbe | famiglia e d’animali», da contemplare, da continuare a contemplare, ci penso con un po’ di melodrammaticità. Ma dura un’ora. Poi le file al supermercato, le verze, i broccoletti, le liti, gli aneddoti sulla vita di Mascheroni, tutto rientra e fila via verso la sera, mentre le ciglia mi ardono ancora, ma sempre meno.



lunedì, 04 febbraio 2008
 

comunicazione di servizio

La casa editrice Baldini Castoldi Dalai (e non so più cosa) mi deve pagare da otto mesi. Non è una grande cifra, e non sono il solo che deve averla. Ma per me costituisce un mese in più di vita: bollette, affitto, treni, ogni tanto una scampagnata o un kebab o offrire da bere. Intanto il Dizionario dell'Opera 2008 è stato già messo in vendita da tre mesi circa, e la suddetta casa editrice prende soldi (suppongo) dalla sua vendita senza aver rispettato il contratto regolarmente firmato con me e altre cinque persone.

Loro sostengono di non essere legati a Mondadori, e quindi all'ex (o futuro) presidente del Consiglio. Un qualche rapporto, tuttavia, credo che esista. Traete le conseguenze, al momento di comprare un libro o fare un regalo. Io le ho già tratte.

Grazie, fine delle comunicazioni.

postato da GiacominoLosi | 17:43 | commenti (54)
musicologia
 

Lo chiamiamo, tra noi amici che abbiamo studiato insieme, «il permaloso».

So che non sta bene, adesso, anzi oggi. Si trincera dietro qualche monosillabo, sorride e dice che non sta bene, con la sua bella voce. Lo prendiamo in giro per la capacità che ha di restare male per tutto. Cerchiamo di sdrammatizzare. Periodicamente litiga senza dirtelo, è ombroso, aggrotta la fronte, in certe serate non parla, prende e se ne va dicendo che ha l'ultimo bus. Noi ci guardiamo e poi diciamo «ma che, s'è incazzato?», vagliando poi le ipotesi. Se fosse un altro, il ciarliero Paolo, il distratto Marco, la pragmatica Alessia, diremmo «aho', nun te la pijà così», col sottotitolo «pijatela 'nder...». Una risata, e via. Non che questo nostro amico (E***, per rispettarne il carattere schivo) non sia, nei suoi giorni, anche divertente, anzi, è acuto, intelligente, pronto allo scherzo. Addirittura autoironico, nei suoi giorni. Ma è ancora un sedicenne. Una parola sbagliata di un amico non lo fa dormire una notte. Una promessa mancata e una parola brusca lo immobilizzano in una smorfia contraria, secca, dura, antipatica. Impossibile scioglierlo, prima di due giorni. Dopodiché una parola dolce - non resiste alle lusinghe, alle attenzioni - potrebbe farlo di nuovo cortese, affabile, affettuoso. Ma oramai non ne possiamo più. Ecco perché oggi non lo chiamiamo. Vorrebbe sfogarsi, ma non abbiamo, appunto, più l'età per credere a un'amicizia fatta di piccole attenzioni, del prevenire gli spigoli altrui. Per lui l'amicizia italiana - ha origini per metà straniere - è un nonsenso: dice che qui tutti sono amici, tutti si danno del "tu", e per lui non ha molto valore. La risposta è ovvia: se ne torni, se ne vada. Qui i suoi simili sono pochi, con questa diseguale mistura di cinismo, di altruismo, di coraggio - è un uomo morale, ecco, ma che farsene della moralità, di questa moralità infantile? La vita è piena di piccoli froissements (qualora possa esistere una simile parola, lasciamo pure che la usi) dell'amor proprio. Lui sostiene che non è amor proprio; è il fatto che si abbandona solo in pochi casi. Fosse per lui, ripete, vivrebbe da solo, in un paese della Tuscia. Però non riesce a essere adamantino: vive sì da solo, ma non ama la solitudine. Ha delle donne, ma non si confida quasi mai con loro. La sua prima ragazza - ci confidò - lo definì «blocco di ghiaccio umano». Sono passati credo quindici anni e ancora lo ricorda. E non cambia. Però basta, appunto, una parola gentile, un invito, un cedimento, per renderlo malleabile, disponibile. Non vedrebbe l'ora di ammettere che piange davanti a alcuni quadri, nonostante il suo machismo, o all'opera, o a teatro. Teme sempre, però, lo vedi che è pronto a rinsaldare i giunti del suo carapace, a espungere dalla lista dei suoi confidenti l'amico che gli abbia dato segni d'affetto e non lo abbia corrisposto: ma è difficile corrisponderlo, è molto, troppo esigente; non abbiamo più sedici anni, lo ripeto perché, se nel caso E*** dovesse capitare come il Voyager nell'orbita di queste parole, anche tra qualche eone, dovrebbe capirlo. Eppure è un buono, daremmo qualcosa per vederlo risolto, felice, saldo. Ma non possiamo comunicarci. Abbandoniamolo al suo destino, perché è lui che se lo deve forgiare. Ha fatto studi classici, riconoscerà la citazione.

postato da GiacominoLosi | 13:20 | commenti (16)
cardenza


domenica, 03 febbraio 2008
 

Animali domestici

Come avrò fatto a cucinare per dieci, in quella camera di quattordici metri quadri con un solo fornello elettrico posto su un secchio di plastica, è un mistero. Eppure è capitato, era ancora l’epoca della pasta col tonno ma sapevo benissimo come non scuocerla mai. Tre quattro sul letto, qualcuno sulla scrivania, io in piedi, e le sedie in prestito da Berivan, Thierry, Malika, chissà se c’era la sellerona colla nasca, Aurélie, Karim sicuramente no, perché era un finesettimana. Il finesettimana Karim tornava a casa sua, credo a Orléans, venerdì sera, e mi affidava il suo pesce rosso, da me – da lui non so – chiamato Hector.

Si scordava però di spegnere la sveglia, che doveva mettere molto molto forte perché se no non si sarebbe mai alzato durante la settimana, e che dunque sabato e domenica, dall’altra parte del corridoio, dalle sette del mattino, per cinque minuti, tutta la mattina a intervalli, squassava la quiete della residenza (tanto nomine) Christophe Colomb. Tornava e gli facevamo il cazziatone: a lui, non a Cristoforo Colombo. Lui si scusava (aveva la lingua di pezza, mi ricordo benissimo il suo profilo marocchino e l’accento beur, nonostante fosse nato in Francia) e poi se la ridimenticava accesa non il finesettimana successivo, ma quello dopo ancora. Si svuotava, il finesettimana. Mi ricordo che la domenica mattina il telefono era monopolizzato da una graziosa e timida riccetta che litigava col fidanzato per ore e ore, ma non socializzava, non mi ricordo il nome, e tutto sommato non era manco così graziosa. Chi socializzava era il portiere notturno, Martial, il cui sogno – suppongo non realizzato per le terribili vicende successive del suo paese – era aprire una scuola di musica per bambini in Costa d’Avorio. Martial era violinista, provai anche a scrivergli un pezzo per quando sarebbe tornato in Africa, dirigeva il costituendo coro, cattolicissimo. Avevano realizzato, mi diceva, e vidi il poster, una copia quasi esatta della Basilica di san Pietro, solo più grande. Era orribile, come quando per il Giubileo fecero un’altra copia all’Eur, ma in lattine. Quale differenza tra Martial e Thierry, il primo affabile sì ma tutto serio, il secondo invece col suo vocione da camerunense-parigino che rideva «Quoi! On fait la fête, mon pote!» e mi portava a feste da ballo alla Scuola superiore di commercio, dove mi annoiavo fino alle quattro e tornavo ubriaco.

Il pesce rosso mi inquietava, mi metteva ansia. Lo ponevo con attenzione sulla scrivania. Mi guardava, ingrandito dall’acqua. Ma che dovevo farne? non sono capace nemmeno di far cacare un cane, figurati accudire un pesce rosso. Nessun problema, magari domani, diceva Karim, mettigli un po’ di questo mangime. Lo mettevo, ma mi sembrava sempre che l’acqua si intorbidasse per le formidabili deiezioni del pesce rosso. Sempre sofferente. E se gli fosse capitato qualcosa? Nuotava in un’acqua giallastra, non mangiava, non stava mai sul fondo. Cambiargli l’acqua non osavo, il padrone diceva che non ce n’era bisogno. Quando se lo riprendeva («eh bien, je te rrrremerfie pour le poiffon rouge», «pas de quoi, c’est rien, Karim») e lo vedevo passabilmente vivo (il pesce rosso, non il padrone) tiravo un sospiro, le mani quasi mi tremavano. Non dormivo molto, nei finesettimana, tra sveglie, ubriacature, e il pesce rosso, e le telefonate, e il resto nol dico.

Uno dei finesettimana il pesce rosso salì in superficie. Sembrava morto. Non mi ricordo che feci. Chiamai a consulto Malika, la dirimpettaia. Decidemmo di aggiungere acqua. La cosa buffa è che non mi ricordo se funzionò, ma credo di sì. La gente veniva apposta, perfino i salernitani con cui avevo stretto amicizia e che abitavano in pieno centro, per vedermi alle prese col pesce rosso. Roberto mi ricordo che venne a piedi (come me, non aveva soldi per la tessera dell’autobus) e mi chiamò da sotto le finestre, lì improvvisai la cena per dieci, forse? Comunque il pesce rosso c’era, su lui si era intrecciata una mitologia cospicua. Mi sembrava strano che non venissero dai dipartimenti limitrofi, per vedere come si possa essere tenuti in scacco da un pesce rosso. Non so proprio che fine abbia fatto. Se la vecchiaia l’abbia stroncato – oppure un cambio acqua troppo repentino. Ma lo ricordo perfettamente mentre io leggevo qualche partitura di Meyerbeer, qualche classico Larousse di seconda mano sotto il suo occhio vigile, irritante, finiva che lo imitavo e cercavo di parlargli di là dal vetro, di scuoterlo picchiettando sul vetro medesimo, mettendo un dito nell’acqua.

Fu il figlio di madame Barré, la portinaia di cui ero l’Italiano (nonché unico) preferito e che mi prestò pentole e fornello e coperte in esubero, benché il mio caffè forte le avesse fatto venire la gastrite, un figlio di quarant’anni coi baffi quasi a manubrio, ad accompagnarmi a Saint-Pierre-des-Corps a prendere il TGV. Il giorno prima di partire i miei amici mi organizzarono una festicciola, mi regalarono un libro, sui castelli della Loira che non avevo potuto visitare faute d’argent, con le dediche. Quando mi dicono che i Francesi sono altezzosi – lo sono, secondo una mia teoria, solo il primo quarto d’ora di conoscenza, come Malika quando mi guardò effarouchée la prima volta che le dissi che c’era un messaggio per lei, al telefono – io penso a quel frontespizio scritto a caratteri ordinati da dieci persone almeno. Lo conservo ancora a dieci anni di distanza, come prova di quanto sia riuscito a fare: da solo, se si eccettui l’ aiuto di un fornello elettrico. E, mi perdonerete la conclusione moralistica, di come si possa vivere bene tra negri bianchi arabi cattolici musulmani atei, nonostante qualche stronzo, nonostante i pesci rossi.

postato da GiacominoLosi | 14:04 | commenti (19)
scorrettezza