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mercoledì, 30 gennaio 2008
Il mio ingresso a Cervesina viene salutato da una salva di latrati. Tutto dormiva, nel basso Oltrepò; finché non mi presento io in calzoncini e scarpe da corsa, nero, sembro Fantomas, non fosse che abbiamo ribattezzato Fantomas il cameriere dell’albergo-castello che cambia abito e funzioni a seconda delle ore del giorno. E i cani sono – pare – migliaia, mentre a parte la vecchia in ciabatte e calze marroni che porta dei legnetti dall’orto alla casa, non c’è anima creata, dietro le palizzate dei cancelli, sotto le scalette esterne, accanto ai tubi verdi per innaffio, lì, dove la Stàffora fa qualche cascatella e sta per arrivare al Po. Ma abbaiano, si inerpicano, neri, bassi, grossi, ridicoli, pelosi, fremono nel non raggiungermi. Proseguo verso l’argine, lo aggiro, e sento abbaiare ancora. Vado avanti, cercando il fiume. E il fiume, non nel senso leghista del termine, è veramente un dio, come nei Quattro quartetti. È un tronco d’albero che ne ritma e rivela la corrente, io corricchio e un po’ mi spavento ai cartelli che annunciano aree cinofile e ai mal posti segnali per la caccia al cinghiale. Sento un colpo, mi farebbe molto ridere venire impallinato tra i pioppi, con il fango tra i peli degli stinchi, a un passo dalla prima. Ero arrivato lì con il solito snobismo del cazzo, direi, e non ho fatto in tempo a pentirmi ancora, non sparate.
La sera prima il Grande Attore, e si sa quanto possano essere patetici gli attori, e i grandi massime - questo dicevo. Ma anche adesso lo sento forte, domani non sarò lucido, lo risento forte mentre ripete «Ne valeva la pena? ne valeva veramente la pena?», e mi rivela e mi fa così ridicolo di aggrapparmi ai miei monesis. Quella è la verità, il tempo di contare fino a cinque. Nonostante il vero finto castello, con capitelli ionici a reggere i televisori, col Rotary che vi tiene aperitivi, con una piscina in stile Nerone di Castellacci e Pingitore. Quanto mi sembro ridicolo, pensavo, e non per la mia mise da cinghiale verticale corridore né per l’albergo di cartapesta che sorge vicino a una fabbrica di mattoni, ma per l’accostamento di me, a queste parole, che ascolterei così volentieri senza la mia musica, davvero, senza quelle stonature, più le non volute che le volute, lì e non quando difendo le mie semicrome smontando e rimontando. Starei lì, proprio tra un rigo e l’altro, capirei perché tutti lo servono, lo riveriscono, e io no, ma avrei un motivo per farlo, per porgergli con gratitudine un marron glacé tra le cinque e mezzo e le sei. Ritorno indietro, riallerto tutti i cani del circondario, stringo in mano la tessera dell’albergo agitandola in segno di saluto e faccio anche il verso a un rottweiler. La rete di protezione mi sembra solida, e poi io sono allenato. A volte, quasi umile.
domenica, 27 gennaio 2008
Il cornista sta riponendo lo strumento, inginocchiato nel vestibolo-camerino che costituisce metà del teatro. Ignoro l’oboista di proposito, saluto il fagottista che mi si rivolge in modo mite, il cornista lo avvicino e gli dico che sono io che ho scritto l’arrangiamento, che mi dispiace della difficoltà, che proprio non c’era alternativa, che è stato bravo (il che è vero in parte), eccetera. Lui si alza, mi fissa, e continua a alzarsi, continua a alzarsi, finché scopro che è alto un paio di metri, ha la voce di Fafner e l’aspetto di un montanaro del Bellunese che ha appena abbattuto una sequoia a capocciate. Non che non possa farlo con le mani, che sono grandi come due escavatrici.
Con lo sguardo inespressivo di Ivan Drago finalmente mi dice: «Non c’è problema. Io faccio quello che posso, poi quando mi sono rotto i coglioni scendo di un’ottava.»
Abbozzo un sorriso e replico: «Beh, per fortuna non te li sei rotti troppo.» Imbocco subito la via del camerino, sperando che abbia non dico senso dell’umorismo, ma un momento di smarrimento.
Quando si dice la flessibilità del testo musicale.
Se c'è qualcosa che non va, mi fisso sul paesaggio. Prima di spostarmi vengo preso dal male, e lo cerco nel tramonto padano, così disperatamente arancio da far dire alla nostra amica: «è lo smog». Montichiari si disegna, col doppio profilo di santa Maria Assunta - o è Immacolata? - e della rocca. Pare, secondo un altro mio amico, che a Brescia dicessero, per negargli qualcosa di costoso, «e mica sono Bonoris», colui insomma che avrebbe regalato il teatro alla cittadina, il teatro che porta il suo nome, pur di poter occupare metà del centro con il suo castello. Adesso il profilo lo vedi da lontano, una specie di Montefiascone alla polenta. Sulla A4 vedo una fabbrica azzurro foncé, enorme, e case, e l'aeroporto, e case orribili, e ancora fabbriche e le Prealpi bicolore, a nord. Non c'è nebbia, ed è difficile sapere perché ci si sente soli e allo stesso tempo non ci si sente soli, perché quando ascolti che il ruolo dell'impresa «è portare benessere e fiducia» ti scappa non più che un mezzo sorriso amaro, perché quando devi uscire vorresti non cercarti sempre la chiave in tasca.
giovedì, 24 gennaio 2008
ma oggi il Tg1 mi ha fatto riflettere bis anzi ter:
1) La faccia di Pionati (scusate il termine) mi ha portato a questa conclusione: che quando si passa da leccatori a leccati di culo, ci s'ingrassa.
2) Ma quello era Al Gore o Liguori (scusate il termine)?
3) Mastella (mo' basta con le scuse) sarà in Senato nonostante un malore. Se muore in diretta colla mano sul tasto mentre inserisce lo psephos, Bruno Vespa (c.s.) può smontare il plastico.
sabato, 19 gennaio 2008
Quarto potere, Il posto delle fragole, Uccelli, Lo specchio, In nome del popolo italiano.
On n’oublie rien, Mourir pour des idées, Sparring partner, Perché no, Us and them, For the benefit of Mr. Kite.
Maradona, van Basten, Maldini, Dasaev, Rijkaard.
Manuela Arcuri, Elena Santarelli, quella che siede davanti a me in treno, M., V.
À l’ombre des jeunes filles en fleurs, L’éducation sentimentale, Storie, Guerra e pace, Illusions perdues.
G., M., O., C., A.
31 dicembre 1989, 10 agosto 1993, 17 giugno 2001, 24 ottobre 2005, 15 aprile 2007.
Falstaff, Le comte Ory, Il tabarro, Siegfried, Don Carlos.
Roma, Venezia, Napoli, Palermo, Lucca.
I fiori musicali, L’arte della fuga, Beethoven op. 131, Brahms op.83, Winterreise.
Totti, Totti, Totti, Totti, Totti (così rispose Zeman a chi gli chiedeva chi fossero per lui i cinque più forti calciatori italiani).
lunedì, 14 gennaio 2008
Tempo fa parlavo con quattro ragazze, diverse per temperamento, origine. Eppure tutte – chi prima, chi dopo – avrebbero desiderato un figlio. Ne parlavano come una cosa naturale, inevitabile. Ho visto i loro grembi: di loro, anzi, vedevo solo il grembo, nulla d’altro, le donne tutte mi sono apparse in un attimo come una specie di utero ambulante da fertilizzare. Una cosa spaventevole. Non riuscivo a capire, proprio non riuscivo a capire come si potesse cercare così pervicacemente di perpetuare una specie come la nostra. Mettere al mondo un figlio intelligente, che soffrirà, o uno scemo, che soffrirà. Che, secondo un mero conteggio delle probabilità, morirà per arresto cardiocircolatorio, per cancro, per incidente stradale. Che nascano un Verdi, un Tasso, un Goethe, un Michelangelo, a consolare le miserie di tutti, sembra percentuale statisticamente irrisoria.
Penso a mia sorella, a mio cognato, fisicamente demoliti da mio nipote. Non riesco a parlare con mia sorella praticamente da quando l’ho conosciuta (era incinta), per via di mio nipote. Una furia. Un tremuoto, un temporale. Pure simpatico, devo dire. Gli voglio bene. Gli regalerò la maglia della Roma, lo convertirò – spero – lo porterò allo stadio. Ma per fortuna non è figlio mio, non devo tremare nel vederlo maneggiare coltelli, gridare, buttar giù tavoli, un tubo digerente cui vengono tributati applausi dalla nonna quando fa la cacca.
L’altro giorno ne parlavo con entrambi i miei genitori, separatamente. Per la verità il bersaglio è stato mio padre. Colpa sua: se non si intestardisse a volermi vedere, se continuasse ad avere un rapporto di mera cortesia, e se una volta che usciamo insieme per le commissioni non si comportasse come se fosse appena uscito dal Sorpasso o da un documentario sugli anni Sessanta, non si sarebbe tirato il mio anatema (e non sarebbe lui). Mettersi a destra per svoltare a sinistra, la doppia fila, le preferenziali, una serie di cose che non sopporto. Mancava solo che nel pomeriggio si costruisse una casa abusiva al mare.
Quando i vigili gli hanno fatto la paternale, mi ha detto «sarai contento». Apriti cielo. Gli ho detto che ero contento, sì: di non essere vissuto con lui, e di non aver avuto il suo esempio accanto; gli ho rinfacciato l’idea bislacca di mettere al mondo non uno, ma due figli, col suo carattere, le sue abitudini. Non avrebbe mai dovuto farlo, è stato un irresponsabile, come in tutta la vita. Se ho ancora problemi, se ho atteso fino alla tarda adolescenza prima di abbracciare la musica, se non credo nella famiglia, anche questo è per colpa sua. L’ha voluto, suo danno. Arringa finita, tanto violenta che anche il giudice Carnevale l’avrebbe condannato; tanto violenta che dopo, spartito di Stiffelio alla mano, l’ho chiamato per scusarmi del tono. Da allora, non si è più fatto sentire, e lo credo bene. Mi consola il fatto che è impermeabile alle sofferenze altrui, se non per rapidi momenti, e che si dirà – come dopo nove anni di psicanalista - «e beh, sono fatto così, ma posso ancora migliorare.»
Il bello è che io sono perfettamente contento di esserci. Ho avuto e ho dei bei momenti, sono fortunato. Ma non comprendo questa mania di prolificare, di proiettarsi attraverso il futuro, le generazioni, coi propri ridicoli cognomi, il patrimonio genetico che ti porterà alla tomba, le manie, non riesco a capirla. Mi sembra (questo, non il mio) un atto di egoismo, di rovesciamento di se stessi sul mondo esterno. Paura di non bastarsi, voglia di avere qualcuno che – proprio come tu gli hai pulito il culo da piccolo – faccia lo stesso con te da vecchio, in nome del fatto che l’hai messo al mondo. Proprio non capisco. Non si può voler bene a qualcun altro senza avere con lui un rapporto di dipendenza?
So che un giorno, forse per vigliaccheria, forse per religio, cambierò idea. Non so. Ho cambiato idea tante volte da non volere un me stesso nuovo, insicuro, oscillante nella penombra.
sabato, 12 gennaio 2008
Si può chiamare una cittadina Casalpusterlengo? e soprattutto, perché infliggere alla piazza principale la palazzina anni Cinquanta/Novanta che la domina coll'accluso Bar Green al neon? C'è per fortuna il ristorante-pizzeria-osteria davanti alle Poste, di rinterzo a una specie di garage dove si celebri un'opra senza nome, e il ristorante sembra convogliare nelle sue tre sale ricoperte di legno tutte le migliori energie di Casalpusterlengo. Gente padana in festa, con qualche cingalese con accento padano, qualche terrone con accento padano.
Sto qui, nella penombra, tornato, e fuori c'è l'equivalente del tempo da colera. Pioggerellina fitta fitta e dentro casa un umidore - forse dovrei disfare la valigia e cambiare lenzuola. Ascolto e mi sembra di aver fatto un buon lavoro, mi sono piratato l'arrangiamento e lo riascolto con le cuffie dal minuscolo registratore mp3 della mia coinquilina. L'altra coinquilina è ridotta a uno scheletro, sembra Madama Letizia vista da Belli.
Vorrei saperlo, se ho fatto un buon lavoro. Adesso mi sembra di sì, sul momento ero terribilmente in sospeso, cercavo negli occhi del vicepresidente (svagato: nessuna risposta) dell'amministratore delegato (non sa nulla) dei componenti del teatro - beh, la verità è che non montava, ma non per colpa mia. O forse sì? Colpa di alcuni tempi casalpusterlenti, castelpisolanti, di alcuni suoni calanpusterlanti, casalpustolenti? era pusterlangweilig? Ho una camicia cheappissima, i capelli impossibili. Sapere le cose. Speravo di tornare con la risposta definitiva: sono un compositore, ebbene sì, sono mie le musiche anche di uno spettacolo che rivedrà i sacri lidi di Casalpusterlengo (poteva andar peggio, a poche miglia c'è Casalbuttano), sapete, la faccia dell'attore campeggia in tutti i luoghi. Sono un compositore? Il mio maestro me lo disse nel 2001, che secondo lui. Oggi ho messo mano a Don Pasquale e il risultato - dai - non è terribile. Sì, mi hanno cambiato qualche nota senza avvisarmi, io dentro di me reagisco come fossi veramente Donizetti, rido di me per questa cosa ma dal di dentro, appunto, fuori immagino che debba vedersi un cipiglio alla Fitzcarraldo.
Lo sai cosa mi dispiace? dico al compagno del Sindaco, in verità? che non mi sono commosso. Perché, dicevamo davanti al risotto dopo la torta fritta (e dopo, niente cynar), il plot dell'opera è poca cosa. Un vecchio si rende ridicolo sposando una giovane. E Donizetti, dicevamo, ne fa altro. La ribellione di un signore anziano e in fondo buono, che fallisce in tutto e per tutto. E quando prende uno schiaffo e dice: «È finita», è veramente finita. Sì, dice lui, io piango sempre lì. Anche io, ripeto, perché non c'è nulla da ridere, in quest'opera comica in cui si ride dell'umanità ma senza disconoscerne l'incapacità di fermare il tempo. L'ineluttabilità. Anche se alla fine c'e catarsi, casarsi, casalsi. Prende un orzo. Ci s'imbroglia la lingua. Sta di fatto che non ho pianto, non mi sono commosso, eppure è un'opera così triste, così comica.
È che per me tutto è importante, come le questioni di precedenza nei Promessi sposi, e io darei la vita per essere Donizetti, o almeno perché lui, stasera, non si sia offeso. Tardo l'ora di andare a letto per digerire la torta fritta e per farmelo apparire in sogno, placato e se possibile con un terno sulla ruota di Casalpusterlengo.
domenica, 06 gennaio 2008
Interlocutori: un jazzista, un attor giovane.
Luogo: un salotto dei Parioli
Tempo: i nostri giorni
«La musica… la musica è carne, è sangue, è panza…»
«…è sesso»
«È viscerale»
«bisogna sentirla»
«sì, sentirla, non ci si può pensare. Ecco, non si deve pensare. La musica per me è morta con Prokof’ev, ecco, Šostakovič.»
«Certo, una bella melodia è tutto.»
«Sì, perché anche Schönberg [rumore di fastidio con la bocca] già... non dico Berg.»
«Berg.»
«Alban Berg. Sì, lui forse è l’ultimo. Un grande, Berg»
«Se no, scusa, Mahler?»
«Mahler, beh.»
«Gustav Mahler?»
«Eh, lui però non è atonale.»
«Non è tonale?»
«No, non è atonale. Certo, Mahler. Pensa ha fatto la Sinfonia dei mille. Vuol dire che c’è un’orchestra di novecentoottanta persone.»
«Ah, mille persone. Certo difficile da fare. E se sono novecentodieci? ah ah»
«Ah ah»
«Non ha fatto anche il Requiem? il Requiem di Mahler?»
«Il Requiem? non mi pare.»
«Forse mi confondo con la Sinfonia dei mille »
Admiror te iam non cecidisse paries.
Cambiamo soggetto alla conversazione e vediamo se funziona:
«La letteratura… la letteratura è carne, è sangue, è panza…»
«…è sesso»
«È viscerale»
«bisogna sentirla»
«sì, sentirla, non ci si può pensare. Ecco, non si deve pensare. La letteratura per me è morta con Tolstoj, ecco, Proust.»
«Certo, una bella frase è tutto.»
«Sì, perché anche Joyce [rumore di fastidio con la bocca] già... non dico Mann.»
«Mann.»
«Thomas Mann. Sì, lui forse è l’ultimo. Un grande, Mann.»
«Se no, scusa, Kafka?»
«Kafka, beh.»
«Franz Kafka?»
«Eh, lui però non è contemporaneo»
«Non è moderno?»
«No, non è contemporaneo. Certo, Kafka. Pensa ha fatto la Lettera ai genitori. Una lettera di quasi cento pagine!»
«Ah, cento pagine. Certo difficile da inviare. E se sono novantadue? ah ah»
«Ah ah»
«Non ha fatto anche il Sogno? il Sogno di Kafka?»
«Il Sogno? non mi pare.»
«Forse mi confondo con la Lettera ai genitori»
Dopo la parità dei sessi, perdio, pretendo la parità delle arti.
Fate l’esperimento con ALT+M+T e sostituite «musica» con «arte figurativa», «teatro», «danza», ma io azzarderei anche «filosofia», per i più spericolati.
martedì, 01 gennaio 2008
La vecchia si sporge furtiva dal pianterreno (non adatto, secondo i cartelli sbiaditi d’inizio Novecento, a uso abitativo) e mi chiede se posso entrare un attimo a darle una mano. Sono appena sceso dal sommo di Pizzofalcone, i locali più tardi assicurano che è il panorama più bello di Napoli, con un velo di minaccia (non da parte loro, ma dei fati) se i miei amici non ci andranno. La signora mi dà del voi in dialetto e capisco che deve aprire qualcosa. Penso alla caffettiera, ma è il gas. Una sua amica, dice, ha stretto troppo il rubinetto. Guardo appena l’interno. È sola. Mi ha chiamato senza uscire perché ha un’«affezione polmonare» e si tiene ben stretta la vestaglia. Pochi denti, gli occhi cerchiati, mi sorride mentre basta poco a aprire la bombola, veramente enorme. Faccio anche la prova, escono due lembi azzurrini dal fornello in basso a sinistra. Goffamente mi ritiro declinando il caffè. Pensava che volessi andare nella chiesa di fronte – effettivamente volevo, ma ora, per paura che mi costringa per eccesso di zelo a raccomandarmi a qualche custode o vicesagrestano, ho cambiato idea. Le dico che faccio una passeggiata, le sorrido più largamente che posso e le dico «buon anno». Che scuse, signora, lasci fare, e se ha bisogno di qualcosa… Declina anche lei, e sono di nuovo nell’abbacinante sole della tramontana, alle undici di Capodanno.
Quando vado a Napoli, facendo equivoche battute sul colera, gli spari ad altezza d’uomo, le lavatrici a bordo strada, mi sento perfettamente a mio agio nel vedere che l’ente del turismo mi asseconda e ancora una volta allestisce l’oleografia a cui noi tutti abbiamo diritto. Io sono convinto che la signora sia una comparsa, il tassista che ci maggiora il prezzo perché in fondo siamo stati fortunati a avere la sua Multipla lo fa perché nel suo contratto c’è scritto così, che anche la fila davanti alla pizzeria di via dei Tribunali il giorno prima fosse posticcia. Per non parlare dei sorci, dei botti, si sente lo spostamento d’aria sulle caviglie, del Vesuvio, delle montagne innevate (sarà il Matese?) che si disegnano al di là del Centro direzionale.
Tutto stimmt: De Piscopo è stato ibernato negli anni Ottanta e ripropone Andamento lento tale quale. Poi si lancia in un solo di batteria roboante, quando sta per terminare – sorpresa! – attaccano i Carmina burana e lui ci suona sopra. Degna fine di quella pompierata oscena, sono favorevole. Rido forte. Ci manca Al Bano che canta la Sinfonia dal nuovo mondo, probabilmente è in diretta da qualche parte, qui c’è Telecapri.
Non ballo. Non ballo mai. Finalmente posso ammetterlo, che non mi piace, io osservo, sono condannato a osservare, ma sono felice, e poi non è più il novantaquattro, quando andavo alle serate underground del «Bella bimba» (tanto nomine) ubriaco ciatto e ballavo con una camicia da prestigiatore, o il novantanove, in piazza fino alle sette a saltare sui Rage against the machine a Bilbao. Posso permettermi di muovermi solo alla fine, zompando addosso a ragazzotti finto ubriachi. Salto molto più in alto di loro, del resto, compensando gli scarsi centimetri.
Mentre non ballo faccio l’inventario dei posti dove ho pensato, almeno una volta, di andare a vivere. Roma, Napoli, Venezia (in almeno tre luoghi diversi per città), Cagliari, Palermo, i dintorni di Sciacca o di Calatafimi, Cremona, Parma, Lecce, qualche paese del Viterbese tipo Vitorchiano, Ronciglione, Tarquinia, la casa al mare, Genova, la Corsica, la Francia ma non a Parigi, Como, Weimar, Madrid, la costa de Almería, Alatri o Arpino o Veroli, Passoscuro, sono quasi infiniti. Indice di volubilità, ma anche desiderio di solitudine. Per questo parlo tanto, metto fieno in cascina. Le bottiglie di dubbio spumante rotolano sul selciato. Vorrei far capire che mi sento bene, anche se sono vestito tutto scuro. Chissà se la signora l’ha intuito, e chissà se stasera chiuderà bene il gas.
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