|
domenica, 23 dicembre 2007
Una ragazza che scrive su splinder mi ha assegnato - sulla fiducia - ai superbi: per burla. Quasi si scusava. Io invece pensavo che il fatto che se ne accorga anche chi non mi conosce è grave.
Il giorno della maturità coincise con la perdita di una persona molto cara. E sì che allora non avevo ancora scoperto l'opera, il melodramma: mia madre l'aveva saputo il giorno prima e aveva pregato la mia ragazza di allora di non dirmelo. Di farmi fare l'esame tranquillo. Quella mattina feci un giro lungo, passato da piazza Cavour traversai il ponte, e Ripetta, Campo Marzio, il Pantheon, arrivai all'Argentina. O forse no. Credo che entrai nella chiesa delle Stimmate. La statua di san Francesco campeggia ancora al sommo, bianca sporca su giallo sporco, ma poi è stata ripulita, credo. Fuori è un'architettura tardobarocca, aggraziata. L'interno grigio chiaro, buio. Pregai un poco, non per me, non sapendo che era inutile. Mi si scrosta la fede, come una vernice economica. Mi viene in mente la pensilina che c'era al centro del Largo, davanti ai ruderi della Curia di Pompeo. Mi vedo attraversare. Il pomeriggio lo trascorsi con la mia ragazza che si rivelò particolarmente espansiva, nel senso che mi lasciò piena facoltà sulle sue tette. L'avevo tradita, vero, mi feci lasciare, naturalmente, l'ho amata per i quattro anni successivi. E una.
Passiamo oltre. Ogni sedici luglio ancora adesso non posso reprimere una smorfia, non elegante. Mi sono arenato, quando volevo dire altro; che lei mi consigliò di partire, di andare in Grecia con i miei amici, di partire, sì, di fare una bella vacanza. Per attirarmi - non ci sono cascato più - Matteo mi disse «ma dai, vieni, è pieno di giovani». Già allora mi veniva da ridere, partimmo. Fummo spennati per una settimana. Ci alzavamo all'una, meglio, io mi svegliavo alle dieci e leggevo fino a che gli altri non si fossero alzati. Alle cinque eravamo al mare dopo una lunga polverosa camminata, mare gelido. Ero l'unico che portava gli occhiali, mi guadagnai il soprannome di "vetrina". Ero decisamente un soggetto. Gli altri erano abituati alle feste dell'alta borghesia del centro. Un finto alternativo del Virgilio era con noi, sono contento di dire che ci siamo odiati subito e profondamente, forse ho odiato così solo due o tre persone. La sera mangiavamo souvlaki, fingevamo ubriachezza e salivamo alle discoteche della città vecchia. Ricordo Inglesi che gridavano in preda a vodka alla frutta e ciccioni con la scritta «Hard rock cafè Bari» ballare All that she wants. Giorgio si fratturò il mignolo. Per fortuna finii i soldi ben presto. In quattro tornammo con un viaggio di cinquanta ore. A Patrasso avevamo appena i soldi per comprare, sotto un caldo spaventoso in un'attesa di sette ore, un ghiacciolo all'arancia. Forse nemmeno a testa.
Stavo correndo sull'argine e mi chiedevo: ma qualche volta mi hanno dato un consiglio giusto? un consiglio che ho seguito e che ha funzionato? Ho indagato e indagato. La superbia è tenere l'occhio nello stesso punto, pensando di vedere. Senza malafede, mi dicevo: no, tutte le volte che ho seguito un consiglio - beh, non tutte le volte. Ma spesso, insomma, non mi è servito. Sono superbo, ma sempre troppo flessibile. In ciò che non s'ammorza - anzi, si ingigantisce - sono ancora più punito. A quel punto mi sono chiesto: ma cosa ho fatto di giusto, nella vita, una volta che dovessi fare una scelta?
Ecco il contrappasso: pochissime. Rimettermi con ..., è stato giusto; venire a abitare qui, è stato giusto; scrivere musica, è stato giusto. E quasi sempre ho scelto da solo.
Sì, sono superbo. Irrimediabilmente. E presuntuoso. C'è un atto di contrizione che posso fare, in tempo, in modo che non sia troppo tardi? E troppo tardi, poi, per che cosa?
venerdì, 21 dicembre 2007
Da nessuna parte si rimorchia come in biblioteca.
Io non credo di essere portato alla vita di coppia, ma nel caso ho una certezza: lei non parlerà come Sbirulino.
domenica, 16 dicembre 2007
Sono infastidito. La colpa è degli Agricantus, maledetti impostori siculo-tirolesi. Li riconoscerei fra mille, in quella colonna sonora ci stanno come la merda in un negozio di confetti. Il mondo è così pieno di impostori da darmi le vertigini. Non è l'ignoranza, è la disattenzione il male. Impostura e disattenzione, disattenzione e impostura, bisogna stare attenti, come Escamillo - altro impostore - quando fa finta di arpionare il suo Moby Dick cornuto. Gente che balla sui tavoli, alza le mani e la voce. Che fastidio.
Ah, e anche correggere una bozza in cui hanno inserito come descrizione «il timbro brunito del clarinetto». Parliamone. Anzi no.
venerdì, 14 dicembre 2007
Immagino un pool di urbanisti progettare le Olimpiadi del 1960. Cazzo, ci sarà traffico, gente, qui in città. Eh, minchia, mica possiamo farli andare all’Eur sulle vecchie strade. Quante macchine, già negli anni Cinquanta, e queste macchine? e gli atleti, e il pubblico, e i palazzinari, e le nuove residenze di Monteverde e quelle nate vecchie dell’Aurelio. L’arteria stradale, eh, per forza. Beh, uno dice lì, l’altro qui, ma alla fine non c’è discussione. Villa Pamphilj viene tagliata quasi esattamente in due. Ha la forma di una sella vista di lato, se immaginiamo la schiena del cavallo situata sull’Aurelia antica, ma adesso c’è anche la gamba del cavallerizzo, l’Olimpica, appunto, via Leone XIII che la attraversa. Ci passano tutte le automobili del Creato.
Io disprezzo gli automobilisti non in quanto persone, ma in quanto gente che ripete sempre le stesse cose dal 1960: i mezzi non funzionano, i marciapiedi? non si può camminare, mancano i parcheggi. E tutti in macchina. Li vedo buttare pacchetti di sigarette vuoti per terra. Li disprezzo, forse perché l’Olimpica squaderna la sua pagina rombante su me, sdraiato sul prato più smeraldino di Roma. Gli urbanisti-ingegneri-amministratori l’hanno messa, la strada, sul terrapieno, in alto, il suo rumore si irradia nella parte ovest come nella parte est. Questa scelta della divisione, Mauer appena meno artificiosa – mutatis mutandis – di quella del 1961, ha così stravolto in pochi anni la sociologia della villa. La parte vicina al centro è rimasta la villa Pamphilj, quella che conoscono tutti. C’è il magnifico arco dell’architetto di regime, Canina, credo sia lui, proprio dove la Repubblica si eternò inutilmente nel 1849, i pini più belli di Roma, più alti, c’è il casino Algardi, il ninfeo, i campi polo dove centromediani panzoni col calzettone bianco danno direttive e persi mezzo incisivo, l’arancera, il lago delle nutrie, il casotto dove si cambiano i corridori. Tutto in alto, tutto in collina, il nucleo è esposto ai venti, tranne il lago che è in basso e cui scende una serie di cascatelle. Questa, la parte est. Io per spiegare quella ovest devo sempre dire «villa Pamphilj, sì, ma dall’altro lato». Lì l’idea portante, l’architettura nascosta, è la valle: il laghetto è più piccolo e sta in alto, ne esce un rigagnolo che poi costeggia un viale bordato di platani, al fondo della valle amena ci si mette da un pizzo la mattina, da quello opposto al pomeriggio. Pochi giocano a pallone, pochi gridano, solo d’estate qualche pornobambina prende il sole, le caviglie tenere e allusive, molte donne, una parte femminile direi, ma ecco Gianfranco De Laurentiis che fa flessioni a mezzogiorno mentre io ripeto le salite sullo sterrato, Peruviani, Filippini con i nasi tanto brevi che ci si chiede perché la loro voce esca proprio da lì.
Quando torno a Roma il modo per perdonarmi di averla abbandonata è trombarmi (in un certo senso) Villa Pamphilj. Lì leggevo il Grande Gatsby, da quell’altra parte, lì, dove la panchina sporge sull’incavo ed è l’ultimo posto a essere abbandonato dal sole, la bicicletta deposta con la ruota in alto, qualche giallo tipo Lettore in guardia o i soliti tascabili Larousse come Andromaque che entrava nella giacca del mio k-way anni Ottanta trasportato come per incantamento nei Novanta e oltre. Io sono rimasto agli anni Ottanta quasi senza averli vissuti, nel senso che allora mi vestivo (mi vestivano) in modo desueto e con sottomarche, ma qualcosa dello stile Il computer con le scarpe da tennis mi è rimasto appiccicato.
È il mio lato, quello ovest; non per snobismo, ma perché ci arrivo alla bisogna a piedi; ha un che di campagna coltivata, uno di quei posti in cui c’è la natura ma non rompe tanto i coglioni e anzi è stata irregimentata, un meraviglioso olivo sopra un filare di rose selvatiche. Il viale va dall’Aurelia in giù, seguendo la valle, verso via della Nocetta. Lo percorrevamo un anno fa, più o meno, da casa. Ci amavamo e tu mi riprendevi con la macchina con cui avevi ripreso il mio concerto la sera prima, scendendo improvvisando amando sostenendo dialoghi un po’ sopra le righe, spezzati dal riso. Impiego il mio fiato – sapendo che ora non mi leggi – per dirti che non è stato inutile, anche se è veramente finito tutto da mesi e ambedue ora siamo convinti, di fronte a un aperitivo che ha perso molto del suo gusto, che è meglio così. Per dirti che il tentativo andava fatto, che non abbiamo perduto nulla.
Non mi ha mai convinto, nel senso che comprendo solo intellettualmente, l’esegesi della fine del canto di Brunetto. Brunetto Latini si allontana come quelli «che corrono a Verona il drappo verde»: e credo che tutti i commentatori dicano «di fretta, per sfuggire all’inasprimento della pena, di fretta, da correre tanto come un vincitore della gara». Un effetto quasi comico. Ma, a prescindere dalla eventuale sodomia del protagonista, non riesco a ridere o a ammirare il paragone arguto. Non discuto, figuriamoci, solo che non rinuncio al sentimento cui presto orecchio mentre digrado. Si allontana e ingrandendo – non rimpicciolendo alla distanza, quasi gigante in mezzo a tutta quella torma – parve di costoro | quelli che vince, non colui che perde.
lunedì, 10 dicembre 2007
Qui si lamentano perché la nebbia non è più quella di una volta. All’Aquila invece si lamentavano perché il traforo sotto il Gran Sasso, convogliando l’umidità di tutta la provincia di Teramo, avrebbe fatto arrivare foschia e nebbia in quell’ingrato (ma secco) altipiano. Oggi c’è veramente la nebbia. Non si distingue quasi il campanile di Sant’Agata, che però per contrappasso rintocca più forte. Preferirei il contrario. C’è nebbia, vi traluce grazie alla potenza dei watt la scritta «Natale a Cardenza» ai quattro angoli del centro. Un incrocio tra un titolo dei Vanzina e una minaccia. Se non fosse per vedere la nebbia, io non sarei uscito e non avrei incontrato le facce nel posto sbagliato.
La mia credenza nel soprannaturale deriva dal fatto che esistono le giornate a tema, o leitmotiviche. Un mese fa ho avuto la «giornata dell’errore»: in poco più di trenta ore, a dire il vero, ho usato espressioni poco felici con una mia ex (che ha frainteso), ho scazzato a inviare anonimamente un pezzo a un concorso – lasciando la dedica a mio nipote – ho messo a candeggiare un asciugamano rovinandolo, ho scritto una cosa sbagliata. Poi la «giornata dei genitori», in cui mi sono imbufalito con mia madre perché mi ha paragonato a mio padre, salvo poi il giorno stesso essere accostato a lui da un mio amico musicista; nella stessa occasione attacco il telefono in faccia a mia madre, e poche ore dopo in treno vedo una signora fare lo stesso con la sua.
Oggi, per dire, era la «giornata delle facce che stanno nel posto sbagliato». Sono uscito appena mezz’ora. Comincio con una che lavora alla Governativa, che fa i prestiti alla Governativa, per la precisione, che passeggia ticchettando in centro. Il difficile è riconoscerla, poi. Senza divisa, senza contesto; saranno loro, questi personaggi ufficiali? per me poi tutti assomigliano a qualcun altro, salvo poi fare figuracce per non sapere chi esattamente sono. Il tenore dell’altra sera era un incrocio tra Mickey Rourke, Russell Crowe e Mihajlović (forse era l’aria da non-astemio a tradirlo); il direttore di Butterfly Fausto Leali, quello del Macbeth chiaramente Pieraccioni. Il direttore del coro di ambedue è Malgioglio, non quello coi capelli bigusto, bensì quello che faceva il comico in Aria fresca.
Transeat. Dopo la bibliotecaria, nel GS vedo una che sembra una cassiera del GS. Non è la cassiera del GS, quella che anni fa avevo mezzo circuita salvo poi non concludere per un banale malinteso sull’orario. Questa è una cassiera, ma non sta alla cassa, spinge un carrello. I commessi fanno la spesa nel loro supermercato? Senza quella divisa rosso-ragù andato a male stento a esserne sicuro. Intanto faccio la fila dietro una buzzicona che compra solo troiai, patatine shampoo due baguette e le terribili clementine GS che sanno di Cif, puntuali ogni inverno tornano al banco frutta. Ha lo smalto scrostato, forse ha sbucciato le clementine senza guanti. Uscito, in direzione opposta alla mia vedo l’addetta all’Informagiovani, ma sembra più bassa. Distratto dal trenino che porta i bambini in giro, e dagli adolescenti che pattinano nei giardinetti nell’appena allestito «Palabotteghe» (sic), vado quasi a sbattere contro un altro commesso in borghese. Ma di dove? È grasso, ha le basette, mi sembra abbia una divisa blu nella vita di tutti i giorni. Proseguo, c’è la nebbia, sono le quattro, non si vede una mazza, una sul corso citofona e dice «sono Abruzzese».
Così chiudo il cerchio e torno a casa mia.
domenica, 09 dicembre 2007
È l'ora più buia per Eugenio, con le due idee principali contrastanti in due tonalità minori a distanza di quarta. Ci s'immagini un solo di violoncello discretamente accompagnato. Uno solo o due? C'è allegria di là in salotto, e lui si chiede cosa fare, che dire, come interrompere, prendere un respiro. Una concolina con dei cascami di grana grattugiato a scaglie, grattugiato con un pelacarote, e una forchetta, i rebbi incrostati, il disegno in rilievo attraversato dalla lampada da tavolo fa una sorta di arabesco sporco. Eugenio odia le donne. No, non le odia, ma sta bene da solo. Ha deciso di non uscire, di non parlare, di non tenere fede alle sue decisioni. Ogni passo avanti verso la verità è anche un ripiegamento su posizioni indifendibili, al riparo dei cavalli di frisia della sua giornata. Ogni contentezza è posticcia, ogni tristezza lo è del pari, se non quella mestizia - no, troppo connotato: un malessere asettico, senza legami, stantío. Eugenio vuole stare da solo e non vuole rispondere delle sue azioni. Parlo troppo, si disse, ma taceva da giorni. O meglio, correggendosi come al solito, non dico cose vere da giorni. Una radio divelta dalla sua stessa economicità, un televisore portatile. Un manifesto ripiegato. Non si alza. Il suo nome vi figura in un posto neanche tanto secondario, ma non proprio così visibile. Aspetta, aspetta gran tempo pur di avere la verità a portata, le dita corrono veloci nel lavoro di tutti i giorni.
venerdì, 07 dicembre 2007
Desideravo ringraziare Waltraud Meier per aver sbagliato tre note. Se no cominciavo a chiedermi se esistessero gli androidi, e a cercare il trucco.
Il titolo si riferisce ad alcune opere d'arte. E qui non si discute la grandezza, ma l'inusitato, e, appunto, il «ma come cazzo gli è venuto in mente?». Metteteteci quel che vi pare, il Quartetto opera 131, gli ultimi e i penultimi Beatles, Goya, Marsia di Tiziano, Falstaff, Echoes, la Petite messe, Quarto potere, la Recherche, il terz'atto di Tristano di cui sopra, e tutto è uscito dalla mia tazza di tè. Ma alla menta.
in limine bis: cazzo, è or ora morto Stockhausen, un altro che come gli sarà venuto in mente di morire, proprio a lui, che credeva di essere immortale. Forse senza tutti i torti.
martedì, 04 dicembre 2007
Discussione estenuante. «Ma tu cosa vuoi fare?» La lettera dalla Germania, lettera cialtrona, sul suo tavolo. «Gli spaghetti sono ottimi», e sono ottimi davvero. Hanno cotto molto, e sono ancora saldi, non si sfanno, il dente li giustizia senza difficoltà ma trovando un ostacolo. Parliamo d’altro? «Non farmi il solito cazziatone», insisto, e lo fa, come se non avessi voluto abbastanza. Il pregiudizio sul pigro di talento mi ha rotto il cazzo, dico letteralmente. «Che cosa vuoi fare?», ancora. «Devi capire cosa vuoi fare. Il direttore? rifai domanda. Il compositore? Il musicologo? Vai dal tuo relatore e di’ che desideri fare il musicologo sopra ogni altra cosa.» Non è vero, e non lo direi mai. «Che cosa vuoi fare?» Non posso sperdermi in mille rivoli. Ha ragione, e torto. Io riesco mediocremente (ossia: in modo medio-buono) in varie cose. «Perché devo scegliere? Perché mi devono fare l’esame di coscienza?» «Che cosa vuoi, vuoi, vuoi.» Questa volizione, gli dico, mi terrorizza tanto che la butto sul personale e gli chiedo perché voglia cucinare a un individuo che così poco vuole diventare o fare. Ecco: io non voglio, non esigo, e ho sempre aspettato che le cose arrivassero, non ho mai voluto tanto da dire «quello e non altro», credo nei mille rivoli, li curo, e li curo meglio che posso. Scendono non dal Casentino ma dalla mia precarietà, fin dalle elementari, l’attore, il doppiatore, poi ho continuato e continuato e continuato. Volere è potere, e il mutilatino di Cuore sale le pertiche, e Verdi incede mentre in una nottata nevosa gli viene incontro Nabucco.
E dicevo, ecco che cosa voglio. Qualcosa alla portata. Niente più podio di Otello. Ma scendere sotto 1h30’. Finire la cantata che ho lasciato lì, nel suo preservativo-busta che qui chiamerebbero «borsina», scrivere un buon pezzo per teatro. E voglio anche il libro su Rossini e due o tre saggi. Voglio perfino non dovere: rispondere delle mie azioni, viceversa anche, in fondo non mi ha eletto nessuno. Voglio delle cose, ma non voglio tanto da cambiare il mio modo di volere. Mille scampagnate e uno scudetto prima che Totti smetta, non sbagliare, non sbagliare più, essere presente, sapere che fare. Preferisco, ecco, sapere, e non volere. Sapere il sapibile, volere il volubile, comprendere il comprensorio. Smetto di parlare senza capire quel che dico, ma non voglio, ecco, gli dico, mi riprendo, non voglio tradire i miei difetti, che sono, al netto, pur se non li ho voluti, l’unica cosa che ho.
|
|