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giovedì, 29 novembre 2007
L’ispettore Mortacci si sedette sulla sua poltrona Ikea, esausto. Gli rodeva il chiccherone di non aver insistito nell’interrogatorio der Zorcio, perché c’era qualcosa che non tornava. Si versò un bicchiere di scotch. Beveva solo single malt da quando aveva visto la pubblicità dei blended tipo il Ballantine e il Lipton Ice Tea. Si versò un secondo bicchiere. Continuò a pensare all’alibi der Zorcio e der Pappagallo, incessantemente. C’era qualcosa che non andava, e che quindi non tornava. Si accorse che il Pappagallo era solo il nome di un bar, e non aveva bisogno di alibi. E che in realtà si era abbioccato. Sentiva dentro di sé una rabbia impetuosa montare contro quella giornata.
Accese lo stereo, si versò un terzo bicchiere, contemporaneamente cominciò a leggere un libro che gli era sempre piaciuto, cominciò a cucinare, e si accese lo stereo. L’aveva già acceso, ma meglio rincarare la dose. Che disco ascoltare? L’altro giorno, in un negozio a Centocelle tenuto da un vecchietto marxista-leninista e tabagista, aveva comprato due vinili. Nessuno comprava più vinili in quel negozio. Non si capiva perché il vecchio continuasse a tenerlo aperto. Forse si sarebbe dovuto abbatterlo. Dei due dischi (aho’, che ficata, si era detto quando li aveva strappati dalle mani tremanti del vecchio a tre euri e ce stai largo) il primo era degli Spud Webb, una miscela dura di garage rock, musica industriale e liscio, di cui ricordava fin da quando era pischello il loro successo, Ain’t gonna u to be mine or u’re graffing sick to me ’n’ all other guys, o qualcosa del genere, un pezzo stupendo su testo di Faulkner (o forse no).
Mise però il secondo sotto la puntina. Cominciò a canticchiare mentre cucinava.
A volte sono un bastardo a volte un buono
a volte non so neppure come io sono
mi piace qualunque cosa che è proibita
ma io vivo le cose semplici, vivo la vita…
ivo la vita
ivo la vita
ivo la vita
diede una pizza al giradischi. Schizzi di sugo disegnarono traiettorie ardite nel vento, come i gabbiani in Ti avrò di Ruggeri, e il vinile si disincantò. Stava cucinando un’antica ricetta, i fusilli der refettorio. Non era facile trovare gli ingredienti. Lui, per esempio, si faceva arrivare i fusilli direttamente dalla Francia, i Barilla da esportazione, le torsades. Solo quelli riuscivano a scuocersi in un secondo, li assaggiò soddisfatto, già ridotti in pappa. Poi aprì una scatola di pelati Doria, e li buttò direttamente nel cesso. A quel punto mise la latta (rigorosamente da 800 grammi, non bisognava fare gli avari) sotto il rubinetto. Si sentiva un cerusico resuscitato secoli dopo. Riempì a metà la latta vuota, cimbe natanti di pelato corevano corevano sotto il getto. Scolò la pasta e la condì.
Sentì un rumore, e vide una sagoma dietro la tenda. Sangue freddo, ispetto’ – si disse. Si avvicinò con un movimento repentino, saltando il divano solo all’ultimo momento. E prese per l’orecchio un delinquentello zingaro di sua conoscenza. Sto fijo de ‘na mignotta, gli disse. Che ci faceva? ma quello non capiva, e rispose qualcosa che manco l’ispettore capì. Lo zingaro provò ad ammollaje un destro, l’ispettore parò e gli fece «ma te ne voi annà a ffanculo?», gettandolo dalla finestra.
Si sentiva vecchio e stanco. Manco aveva provato ad arrestarlo. Tatiana se n'era andata di casa, le altre sue amanti avevano quarant'anno pe ggamba o chiedevano due piotte cor guanto, la vita era quello che era. Aprì per consolarsi un libro che gli era sempre piaciuto, sottovalutato, secondo lui, da critica e pubblico. Ma a lui piacevano gli outsider, forse perché lui stesso era un outsider - si chiese se anche Italsider si pronunciasse Italsaider mentre sfogliava le prime pagine di Anima mundi, perdendosi nella lucente prosa della Tamaro come nel labirinto di Hampton Court o nei sensi unici del Prenestino. Cominciò a mangiare, versandosi un terzo (o quarto?) bicchiere di whisky. Pensando al caso, mangiando la pasta oramai fredda, si accorse che er Zorcio non c'entrava nulla. E che lui, cazzo, s'era scordato er zale.
domenica, 18 novembre 2007
Chissà perché passiamo tutta la vita a accumulare (i peggiori) o a migliorarci (i migliori: giusto che chi è migliore si migliori di continuo) e alla resa dei conti siamo tutti convinti che la nostra vita precedente fosse meglio. Colpa di Flaubert, suppongo. Ma a mente lucida, cazzate: siam d’accordo. Io ho accumulato titoli a cui – coerentemente – non ho mai creduto; e per esempio ho paura di abbandonare questo isolamento luminoso e assai silente, queste abitudini, il sole che entra a fiotti e il riscaldamento autonomo, le crepe da cui ho visto un ragno far capolino, la geometria allucinata della mia ultima settimana. Un cubo, la mia camera, un rettangolo, il piano della mia scrivania. Sotto i libretti di Rossini vedo da qui il Reparil gel, vicini il filo interdentale (chiuso!) e la guida delle città d’arte di qui intorno. Abbandonare questo posto mi mette paura. Alle persone chiedi se cambierebbero qualcosa di quello che hanno fatto, soprattutto se li vedi infelici, e loro rispondono (come fosse naturale) «No. Rifarei tutto.». Altre cazzate (credo). Il linguaggio che ti parla, e non viceversa. Li vedo, invece, andare lì col quaderno, il panico di non essersi segnati tutti gli errori da cancellare, il 26 agosto 1992 devo ricordarmi di non andare lì, il 4 ottobre non devo credere a X, ho acquistato il pane per mesi dal fornaio Y e poi ho scoperto che c’erano i topi, e così via.
E io rifarei tutto. Per essere qui, da solo, pareti bianche, divanoletto, computer che sembra decollare, emicrania. Stanotte ho sognato che avevo una supplenza a Piadena. Dovevo prendere il treno delle otto e cinquantaquattro. Andavo lì più di un’ora prima. Mi dimenticavo le cose. Tornavo a casa di fretta. Ne dimenticavo altre. Facevo di tutto per evitarmi questa supplenza. Ci riesco: il sogno finisce senza che io arrivi a Piadena. Beh, non mi sembra una grande perdita.
Quanta differenza con quando sognai Lele, una volta delle tante che avevamo litigato e lui non se n’era manco accorto, chiamarmi da sotto il balcone come faceva sempre quando andavamo in spiaggia. Il sogno (fatto quindici anni fa) costituito da lui che mi dice «Alò, scendi?». E basta. Spero che si possa amare una persona del tuo stesso sesso senza essere froci. Ora è padre di famiglia, sua moglie non ama la casa al mare, e fa recupero crediti (col nostro solito cinismo, l’ultima volta che ci siamo visti, l’abbiamo definito «fare lo strozzino»). Perché l’amavo, la persona più naturalmente simpatica che avessi mai conosciuto, leggera e a volte un po’ stronza; il miglior piede destro delle Saline. Lo amavano tutti, io avevo il vantaggio di abitargli vicino: uscivamo e rientravamo insieme dopo l’ultima chiacchierata in pineta. Quando lo vedevo preferire qualcun altro, magari farmi qualche battutaccia, soffrivo. Lo amavo e lo invidiavo, perché stava simpatico a tutti, e io no, piaceva alle donne, pur se come me portava gli occhiali, e per questa invidia (l’unica volta che ho provato invidia) ho cominciato a avere anche io senso dell’umorismo e a voler piacere a tutti, e soprattutto a essere ossessionato dalle donne. Lui è rimasto coerente: gli piaceva una ragazza per volta, e non aveva mai il coraggio di dirglielo. Quelle a cui piaceva (tranne pochi casi, tra cui una ragazza umbra di tredici anni, cui cedette per una serie sfiancante di pomiciate) lo mettevano in imbarazzo. Credo sia rimasto vergine fino a tardi, forse fino alla sua attuale compagna. Era l’unica cosa di cui non parlavamo. Preferiva bere con gli amici e giocare a pallone. E in effetti, pure io. Un anno vincemmo tutti i tornei organizzati dal campeggio accanto sotto il nome «I panzanella»: calcio, pallanuoto (vicino alla riva: si toccava, feci una serie impressionante di gol), io aggiunsi al palmarès il torneo di biglie umiliando bambocci di dieci anni. Ci ubriacavamo tutte le sere, ma eravamo prudenti. A san Lorenzo ciondolavamo sulla spiaggia in cinque-sei con l’ultima bottiglia di vodka al limone. Allora Alberto, con tono risaputo, ci disse:
«Sapete ragazzi, sfondare una fica vergine è come bucare un pezzo di scottex.»
Andammo avanti a parlare d’altro.
Anche il giorno dopo, al bar, forse l’una, lividi, parlavamo d’altro – Alberto non c’era – stropicciandoci la faccia. Improvvisamente, un flash: faccio gli occhi allarmati e dico:
«Fermi tutti!»
Smisero di parlare, guardandomi. E io dissi, dopo una pausa retorica:
«…no, dico; LO SCOTTEX?!»
Se ne erano dimenticati. Quando ricordarono, risero tutti.
sabato, 17 novembre 2007
http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/vaticano-israele/vaticano-israele/vaticano-israele.html
«L'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Ben Hur, ha chiesto ieri con urgenza un chiarimento alla Segreteria di Stato.»
Intanto, riportiamo l'obelisco al Circo.
venerdì, 16 novembre 2007
Lui: Ciao, come stai?
Io: Ti stavo per chiamare proprio oggi.
Lui: Ah! che bello.
Io: Sì, perché oggi mi sono sentito meglio, sto guarendo dagli orecchioni?
Lui: Gli orecchioni? Davvero?
Io: Eh sì.
Lui: Lo sai che non devi avere rapporti sessuali, vero?
Io: Beh, sto chiuso in casa da martedì…
Lui: Un mio amico argentino è andato in viaggio di nozze ed è morto.
Io: Sì, ma io ormai sto guarendo…
Lui: Sono malattie che non vanno trascurate. Quando vieni a Roma?
Io: Mah, tipo il 25, il 26…
Lui: Novembre?
Io: Sì, certo.
Lui: Ma guarda che ci vogliono quaranta giorni di isolamento.
Io: Ma sei un medico?
Lui: No, ma ho l’esperienza di una vita. Le complicazioni possono sempre arrivare.
Io: Grazie papà.
Lui: Ma ti ho terrorizzato?
Io: No, figurati. Ormai non ti do più ascolto da anni.
martedì, 13 novembre 2007
Ma gli orecchioni sono una malattia da gay?
venerdì, 09 novembre 2007
La Prouidenza, che tutto a sua guisa regge, e destina a un meglior fine, ha così disposto, ut femina et huomo non solo differenti siino riguardo alla conformatione, uuoi della pelle (sebben femine ci siino irsute tal cignal de l’Amiata) uuoi del piè, de’ labri, se pur delle poppe (mirabile istrumento!) e d’altro parlar non desiderassimo: sed etiam in ciò, che inclina la femina altroue che non l’huomo, per cui molto più forti, et durature, son alcune paffioni e sentimenti preffo lei, come lo frequentar li autletti, come paffionarsi per li capibranco o per li rastamanni, come lo danzar giojosamente intrecciando carole sul tema di «Com’è bello far l’amore da Trieste in giuso», che preffo l’uomo: per lo quale non sol men durevoli e diresti quasi infiachite sono, ma che lo portano a fignere, tal fiata anche con successo, le medesime paffioni per rimorchiarla. Ecco dunque che l’huomo, che sortirebbe più volentieri con li amici sua sparando minchiate davanti a una birra di mediocre statura, si costrigne a ‘mpomatarsi nei discopabbi o altroue lo ne porti la foja di femine incontrarui e sogguardarle, mentre alla danza sciolgono i bei capegli e i lineamenti si scompongono loro come in amorosa lotta, oppure mentre con mouimenti discutibili interpretano i successi del popolo del villaggio, o pur qualche bazzecola latina come la bomba […].
Etiam ne lo trombare e ne lo rimorchio huomini e femine diferiscono. L’abordar la femina ne’ publici luoghi, attività dilettevole, è oggimai deposta a fauor de lo rimorchio supra retem. Tanto, che chi si disponga a lo rimorchio ne’ publici luoghi, effer pronto dee a un ricuso, mentre ne la rete chiunque puossi per caualliero, per prode, per nobilhuom spacciar, e la femina creder potrà a tutto: anonimi ingegneri mutati in Perciualle et impiegati oscuri ne l’Alighieri. El principale inconueniente, è che la recerca de la femina (e la correspettiua recerca dell’huom da parte de la femina) opera sì, che le persone dependono dalla rete medesima, lo che nomasi attacco di chattite. Dura solitamente due settimane o al mese al più, dopodiché facesi una scorta di nominatiui, et de indirizzi, et de numeri, et de quelle che uolgarmente nomansi pippe, cum alquante trombate o sine, et per un altro mese si puole dedicar la uita alle attività uirili, quali la Roma, la pizza nel quartier de santo lorenzo, le scampagnate a passoscuro, et le femine a le feminili, quali li acquisti compulsivi, le telefonate, le recriminationi. […]
Offeruar dee el gentilhuomo uno cerimoniale con le femine supra retem. Esibir a la femina el proprio collo de papero, o uantarlo ex abrupto, non sorte per l’ordinario effetto alcuno. Deuesi inuece, come li poeti de Prouenza, seguire un rituale amoroso. Uantar la pronta intelligenza de la femina è d’uso, pur se non ui si creda; se timida, riseruata; se sfacciata, diretta; se graffa, formosa. Per l’ordinario una femina supra retem può trombar chicchessia: non ha dunque ella bisogno dell’huom, ma l’huom de lei. Dirallesi che è speciale, e attender deuesi el momento, in lo cui ella etiam dirà dell’huom che è speciale. Allor el primo paffo è compito. Altresì dee l’huom non mostrar la sua sete di topa, lo che produce per l’ordinario contrario effetto. […] Ma come diffi, ricordar deuesi non effer questo altro che un cerimoniale, che tutte le femine e li huomini conoscono senza prestarli la menoma attentione. […]
L’apertura di quel che gli angli nomano un blog sicuramente è cosa da femina, come colei che deue figurar per problematica et altra da quel che è, et inuolgersi di mistero e pur mettersi in piazza al medesimo instante, o pur è cosa da amatori della faba (o faua), huomini gaii: capita però che lo huomo segua l’odor di femina anche lì, e apra el medesimo blog. Tale artifizio è speffo una sublimatione de l’attacco di chattite, et uera è la sententia del saggio, che dice: «nel blog havvi più qualitate, sed trombasi di meno.» Gratie a lo blog puossi però osseruar lo scorrere del tempo mettendo a parte li altri de li propri pensieri, e fignerli importanti. Lo che, come el cerimoniale uuole, osseruato ua, sed da nullo ueramente creduto.[…]
lunedì, 05 novembre 2007
[queste parentesi quadre nascondono uno dei miei maggiori, e involontari, errori. Solo la persona con cui ho parlato ora sa a che cosa mi riferisco. Non importa che gli altri sappiano di più. Adesso sta a me dimostrare che la parte successiva del post mi appartiene davvero. Per quello che conta, vale come scusa.]
Il Macho era il Macho per antifrasi, o perché aveva detto una volta che lui era un macho. E conoscendolo brufolo per brufolo potevi capire quale altra attività notturna e diurna praticasse in luogo di coito. Segaligno, bianchissimo, canotta chiara e costume verde, dalla dubbia igiene (una delle battute uscite in quell’occasione fu «Il Macho si fa il bagno e il mare diventa stagno»: sotto le sue unghie s’annidavano colonie di forme di vita maremmana), si appiccicava per pomeriggi interi ed era tollerato solo perché poteva essere sbeffeggiato per ore. Cercarono di farmi fare la fine del Macho, perché anche io ero un soggetto niente male. Da lì i diti in culo (diti, non dita) e gli scherzi a proposito della ragazza di Manciano di cui ero innamorato cotto, soprannominata D.A.P. («drogata, accannata e puttana»). Provarono a farci diventare amici, assegnandomelo come compagno di briscola, occasione in cui sfiorammo il colpaccio e fummo odiati da due anziani Pratesi. Mors tua vita mea: capii che non avevo fatto la fine del Macho quando potei assistere e partecipare alla sua demolizione, una delle tante.
Ecco, questo tipo di viltà mi è completamente estranea, da allora. Io sono favorevole al bullismo, se non ci fosse i nerd resterebbero nerd – invece grazie a un po’ di bullismo subíto ci si può emancipare. Affilai le armi, ogni tanto ricasco ancora nel mio inutile impermalirmi, imparai ad attaccare per primo e ad essere diffidente di ogni persona creata. Utile lezione. Ma da anni mi burlo solo delle persone cui voglio bene, e non dico nulla che non potrei ripetere davanti all’interessato. Sto cercando di farmi qualche complimento, ora ne ho bisogno, e questa è l’unica qualità che mi riconosco.
Divago. Sul rispetto, in genere, della debolezza; e della sconfitta. Solo nel gioco, nel recinto del gioco, si può umiliare l’avversario, rispettando un complicato regolamento che nella vita non esiste. Questo secondo me, ma probabilmente ho torto.
Devo divagare. Dalla tutto sommato innocua presa in giro al rispetto per la sconfitta un passo enorme corre. Ma ci stavo pensando dentro Sant’Andrea, a Mantova. Ho immaginato sotto quelle arcate albertiane il popolo del Quattrocento. Più piccolo di statura, falcidiato, tiranneggiato, temeva probabilmente il crollo delle sue esilissime difese. Ed ecco il monumento al pensiero, il baluardo di questa astrazione, sforzo spaventoso, coerenza di questi archi grandi e piccoli, ripetuti in un sogno di luce, di compostezza, di sicurezza. Invano. Ma anche se inutile, anche se non c’è alcun senso, l’uomo “classico” getta nel tentativo tutto quel che ha.
Auerbach negli studi su Dante scrive – e sarò scusato dell’approssimazione della memoria – che c’è un solo «appello al lettore» che abbia la forza di quelli danteschi. Ed è nel discorso Sulla corona di Demostene. Lo ricostruisce, lo riassume pure, Auerbach, quell’appello, suprema legittimazione della sconfitta. Non è possibile, proprio non è possibile, avere torto, anche se si soccombe, se si è creduto in una causa, e se la causa era giusta. La città ha dato sepoltura a tutti, senza distinguere i vincitori dai vinti. Se si dimentica questo, e non solo questo, tutto il nostro pur patetico sogno di immortalità, di comunanza e di vivere più alto, muore, e muore dannato. Ora, è ovvio che non ci sarebbe stato bisogno della digressione: Auerbach aveva semplicemente bisogno di dire quelle parole, di ricordarle, di ammettere che si sentiva, a distanza di anni, commosso da questo appello, travolto in tutt’altra epoca dall’urgenza di porre un bastione tra il caos e la vita umana.
E io, si parvissima licet, ne avevo bisogno quanto lui.
domenica, 04 novembre 2007
Premessa. A Palazzo Te, alla fine della visita, ci siamo affacciati verso l’Esedra: annottava. Durante la visita si sentivano i rumori non troppo lontani di Mantova – Rimini: il fischio dell’arbitro, le urla dei tifosi, ospiti in vantaggio – e così via. Colla seguente discussione tra me e il Pugile appoggiati alla balaustra: come affrescare la mia stanza?
Dalla Guida del Touring Club italiano della regione Lombardia, edizione 2010, pp. 536-537.
«La stanza da letto* è nota per l’affresco con le Storie della Roma, creazione tra le più importanti del genere nell’Italia Settentrionale. La partizione in quattro pareti nelle quali, senza soluzione di continuità, trapassano l’uno nell’altro affreschi a soggetto storico e mitologico, in cui “galleggiano” medaglioni in monocromo che richiamano l’antichità, è invenzione originale e potente tipica del gusto dell’epoca. La volta fu aggiunta dopo e sembra in qualche modo minare l’unità della composizione, ma la sua funzione è quella di potenziare l’allegoria delle pareti e “sfondare” il basso soffitto. Notevole anche il pavimento a tasselli oro e rosso pompeiano.
parete est. Medaglioni con i capitani* della Roma, incoronati di alloro. Al di sotto, La curva Sud con lo striscione «Ti amo», mentre la squadra fa il giro di campo. La composizione, improntata a un sobrio realismo, mostra le facce di anziani tifosi (di varie epoche) deformate dall’esultanza: sono riconoscibili Dante e Luisa Petrucci con l’aureola giallorossa che segnala che si tratta di personaggi defunti.
parete nord. Medaglioni con i presidenti della Roma. Al di sotto, l’audace composizione di Augusto chiude le porte del Tempio di Giano sotto la tribuna Tevere*. Con un lieve anacronismo l’imperatore è raffigurato insieme agli otto re di Roma ognuno con le sue caratteristiche: distinguiamo le ieratiche fattezze di Numa, l’aspetto bellicoso di Tullo, Tarquinio Prisco col modellino del Circo Massimo, Falcão che colpisce di tacco. Completa la composizione sullo sfondo la Liberazione dei terroni dal tifo per le squadre del nord, con la distruzione delle fabbriche e l’inizio di un’era di pace e prosperità.
parete ovest. Medaglioni con gli arbitri della juventus. Distinguiamo Pairetto con un sorriso enigmatico, sulla cui natura i critici non sono ancora d’accordo. L’allegoria prende il posto della storia, appena sotto, con la lupa che caccia nel baratro una zebra addentando un’aquila spennacchiata*, in primo piano. La terra frana sotto le zampe dei due animali, rivelando la Serie B. È forse l’affresco più inquieto e tormentato della stanza, con l’angolo sinistro in cui, tra le fiamme della serie cadetta, l’artista ha incastonato gli undici riquadri con le Storie della lazio*. Particolarmente riusciti alcuni episodi: 1) Saturno trae dal fango l’eroe eponimo Pecorinus, mettendolo su un trattore; 4) il calcioscommesse, composizione affollata in cui si vedono i carabinieri inseguire Giordano Wilson e Manfredonia sulla pista dell’Olimpico; 6) Gli spareggi per la serie C, con l’agitata raffigurazione di Lazio – Campobasso; 7) L’autogol di Negro, che lascia spazio nello stesso riquadro a Cafu che fa la riga in mezzo a Nedved; 9) L’arresto di Cragnotti; 10) Dicaggno fa il saluto romano (quadro particolarmente audace perché il protagonista vi è raffigurato nudo con solo un preservativo in testa); 11) Lotito al cellulare inseguito dai debiti.
parete sud. Medaglioni con gli allenatori della Roma. Sotto, l’ampio e luminoso affresco del Concerto di Venditti al Circo Massimo*.
volta. È divisa in lunette che lasciano libero solo uno spazio centrale, tondo. Nelle lunette le Storie della Roma. Particolarmente pregevoli alcuni dipinti, come Il pallonetto di Totti* (4 d., si tratta, secondo i critici, di quello contro la lazio nel 5-1), La rovesciata di Pruzzo (7 s.), Il gol di Losi contro la Sampdoria (4 s.), Bruno Conti alza la coppa del Mondo (5 d.), Liedholm e Viola in trionfo (8 d.), Batistuta segna contro il Verona (5 s.), L’aeroplano di Montella plana sullo Stadio delle Alpi (11 d.), Marte fonda il campo Testaccio (6 d.).
Al centro, l’Apoteosi della Roma. Il carro, guidato da Totti Bernardini e Losi buca il cielo con ardito effetto prospettico. Gli Dei dell’Olimpo assistono al prodigio, festeggiando. Di Bartolomei guarda in disparte, soddisfatto. In un angolo è possibile vedere Giove con la maglia numero 10 tromba la Ferilli: dal connubio nascerà una nuova stirpe di eroi.»
giovedì, 01 novembre 2007
«Tornando dalla deportazione sono arrivata da Avenue de la République. Era una giornata bellissima. I commercianti erano tutti davanti ai negozi, per strada, sulle sedie. Quando ho voltato l'angolo sono rientrati tutti dentro. Si vergognavano. Sono arrivata a casa, ho aperto, sono salita. La casa era vuota. Ho rovistato dappertutto, ho trovato solo un bottone di un mio cardigan. Ho chiesto a un mio amico di venire a dormire da me. Sentivo che non ce l'avrei fatta a stare lì da sola.»
(RaiTre, ore 9.05)
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