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martedì, 30 ottobre 2007
La mia cucina assomiglia alla vigna di Renzo, che a sua volta assomigliava a qualcos’altro. Ci vorrebbe non Manzoni, ma Butor o Robbe-Grillet. Di somiglianza in somiglianza, e di crisantemo in crisantemo nos amitiés sont en partance, si sta soli d’inverno, che è cosa notoriamente da morire. Una vaschetta di guanciale, tagliato dal macellaio Bellini. Ha insistito. Con una bocca strana, larga, sottile, ricorda quel senatore di Forza Italia di cui non ricordo il nome. È stato bravo, ha fatto i cubetti come li volevo. Chissà se mia madre ha ragione quando dice che il caffè viene male con questo tempo («Ma io ho sempre ragione, io le cose le sento.»). Fatto sta che la caffettiera schizza forte vicino alla pentola piena di brodo tiepido. Due tazze. Bustine di tè nelle tazzine di caffè: vuote. Bicchieri tannici. C’è gente che abbraccia piuttosto il rancore, come gli uomini a tempo debito preferirono le tenebre alla luce. C’è gente che odia la pasta liscia. Faccio per dire, eh.
Nessuno saprà mai qualis artifex e nessuno saprà mai che io so perché Odette Swan si chiama così. Una grande scoperta. Ecco la zuccheriera aperta, di color bianchissimo. Il cucchiaino costeggia un ricordo di Sacher, un ricordo di cioccolata del Madagascar, un avanzo ancora di dolce della Forneria. Il glicine sta di nuovo languendo: lo fertilizzo. Il ciclamino rinvigorisce: ci metto i fondi di caffè. Chissà se è vero che il caffè faccia bene alle piante. Alba lo metteva nei gerani, e i gerani o geranei non stavano né meglio né peggio. Uno spaghetto alla chitarra, lacerti di zucchine.
Quattro porri pi greco due cape d’aglio e noci. Sotto la caldaia un recipiente di vetro raccoglie acqua tiepida. Presine per terra. E solo ieri era tutto pulito, tutto in ordine. I tondi lasciati da bicchieri e tazzine sono come i cerchi nel grano: piuttosto che rimuoverli immagino un oscuro disegno, da non profanare con una pezzetta gialla.
E allora canto una canzoncina intelligente, che fa
«Coimbra Portugal
pero pappero
vamos a bailar:
taxi.»
sabato, 27 ottobre 2007
«Senti, perché stasera non ci vediamo La legge del desiderio..»
«...l'hai visto cento volte e io cinquanta...»
«...o se no Priscilla, è stupendo.»
«Sindaco, ma è possibile una volta tanto vedere un film senza froci?!»
«Va be', niente, sei un figlio unico di merda.»
«Ha parlato uno.»
«Allora ci vediamo per pranzo?»
«Volentieri, ma non ho niente da portare.»
«Se proprio vuoi portare qualcosa fammi un favore: mettiti con la fava di fuori davanti alla porta, suona, e di' che sei l'idraulico.»
«Non lo faccio per il tuo bene. Se te la appoggio su una spalla te la fratturo.»
«Che fai, lo dici anche alle donne? E loro ci credono?»
«No comment. Senti, non li mangio tutti i broccoletti. Se non ti schifi prendili pure dal mio piatto.»
«Ho messo in bocca cose molto peggiori.»
«Io cose molto migliori, ma sono rimasto schizzinoso.»
«Guardavo come ti sei vestito. Tu non è che ti vesti, ti copri. E poi devi imparare a stirare.»
«Stare attenti all'abbigliamento è da gay. A proposito, voglio il tuo parere. Ieri una ragazza mi ha detto che aveva voglia di baciare una donna. E mi ha chiesto se io avrei mai voluto baciare un uomo. Le ho risposto: "Ma no, baciare un uomo è da gay." Secondo te come frase regge?»
«Perché, stare chiuso in casa a scrivere una cantata su versi di un poeta romano è da vero uomo?»
Sarà una coincidenza, ma ho smesso di scrivere quel pezzo.
domenica, 21 ottobre 2007
No, cazzo. Un'altra situazione da Cuore. E non parlo del settimanale satirico, ma proprio di quello (libro o sceneggiato che sia) che doppiai negli anni Ottanta, all'inizio della mia folgorante carriera, in via Tito Omboni. Si trova ancora parcheggio, lì, davanti al parco Scott, dove Tomas, mettendosi con Lauretta in una delle iniziative di Legambiente, piantò un albero. Raccogliemmo siringhe e financo un carrello della spesa pieno di vuoti (ossimoro dubbio: si possono definire "vuoti" i cartoni di Tavernello?).
Ci giro intorno, evidentemente: ma ho corso per un'ora e più con questa scritta davanti agli occhi: Where there is a great love, there are always great wishes. È una polisportiva di qui che indossa questa maglietta. Corro con loro, mi ritmano il passo. Soprattutto due: un ragazzo cieco e la sua guida (si dice il suo binomio? non so). Lo conoscono tutti, io no, ma so che la guida si chiama Luca. Saluta tutti, per nome, agli angoli della strada, per venti chilometri e passa, e tutti lo salutano nel dialetto gutturale ma in fondo dolce di qui. Il ragazzo si chiama Carlo, io sono lì a un passo, corro con loro, a un certo punto provo maldestramente a passar loro una spugna, Luca è Conan il barbaro, una specie di Brenno, anzi, che parla dolcemente ma pronto allo scherzando (anche greve) - a Carlo segnala tutte le curve, gli chiede come sta, e aiuta anzi gli altri compagni che hanno la stessa scritta, la stessa maglietta, controlla i tempi, incita. Io sono veramente piccolo e nero, lì, non mi danno molta confidenza, non tutti, non mollo. Dopo lo spugnaggio cerco di accelerare. La giornata è un cristallo di ghiaccio, uno spessore leggerissimo dietro cui si vedono le montagne, tutti i campanili, mai uno uguale all'altro. Mi sarebbe piaciuto farmi una foto all'arrivo con Luca, quello che conoscono tutti, e Carlo. Ma una stimabile bloggatrice (come si dirà in Italiano?) mi ha vaticinato che non riuscirò a superare il mio tempo di due anni fa su queste stesse strade: però nonostante il raffreddore e il poco allenamento sul lungo, ce la sto facendo e anche di tanto. E se riuscissi a scendere sotto l'ora e mezza? Gli ultimi due chilometri sono faticosissimi, cerco di scattare ma non ce la faccio. Dietro l'angolo c'è sempre un tratto di strada che non ricordo, ma ecco l'ultimo strappetto che porta in Duomo. Una delle piazze più belle d'Italia, dicono. So che all'arrivo fermo il mio cronometro economicissimo a 29'59" (l'ora se l'è mangiata il primo giro di lancette), il rilevamento ufficiale è solo poco più alto.
Mi vestono con una specie di manto imperiale di stagnola, come quello che si usa per le recite delle elementari, una recita con duemilacinquecento persone vestite da Carlo Magno o da Mago Merlino (a seconda se il lato che si vede è quello dorato o quello argentato) - mi danno una medaglia, mi rifilano il pacco gara e due pezzi di crostata. In piazza Roma, ai giardini, arrostiscono delle castagne. Il sole incide solo di taglio. Rapidamente ho questo pensiero: la vita è a volte così bella che vorrei non esserci, non rovinarla con l'imperfezione. Solo osservarla di scorcio. Ma oggi ci sono.
venerdì, 19 ottobre 2007
Solon, dicesti un giorno tu:
«Beato chi ama, chi cavalli ha solidunghi,
cani fedeli, un ospite lontano.»
Ma ora te né più lontano ospite giova
né, già vecchio, i bei cani, né i cavalli
di solid’unghia, né l’amore, o savio.
Non amo le commemorazioni e ne faccio troppe. Non le amo perché mi sembrano un modo per far ricadere sul commemorante un raggio delle qualità del commemorato: migliore il secondo, più buono anche il primo. Un uomo buono, direbbe qualcuno. Stamattina non ne volevo fare nulla. Temevo di voler solo l’esercizio di stile, la piacioneria per farmi passare qualche minuto di requie. Ma dentro di me sono convinto che sia stata proprio Lei, a visitarmi, stanotte. Ho sentito la Sua voce recitare i versi, come quando teneva in mano davanti alla classe gli occhiali (mi spiegherà un giorno perché erano sempre con una stanghetta sola?) ritmandovi la Sua voce nasale; la scusa, l’appiglio, di un «ospite lontano» che forse verrà a trovarmi era troppo fioco. Per questo mi sarei voltato così tanto tempo, senza dormire, commosso? Era Lei, credo. Spero che Le abbiano fatto un’aldilà su misura, col Suo bizzarro pantheon in cui trovano posto gli eroi del comunismo e del socialismo mondiale, Gesù, Manzoni, qualche spirito magno dell’antichità, e Suo padre, musicista dilettante che, quando eravate piccole, Lei e Sua sorella, vi impedì di pronunciare il giuramento al fascismo. «Urlate qualcosa, gridate, ma non dite “lo giuro”», vi raccomandò. Una famiglia di umanisti: la parola ha un potere sacrale, chi la profana commette peccato.
La sua fede ardente nel sol dell’avvenire, a due passi dal crollo del Muro e a uno dal ridicolo, ci faceva sorridere, come il fatto che alla bambina capoverdiana che avevate in affidamento (Lei la chiamava la «pupa nera») Lei cantasse per farla addormentare «Bandiera rossa». Ma è solo per questa fede ardente che stanotte non penso a un caso tipico di memoria involontaria ma a una visita di cortesia. Mamma Gioffrè, sempre malandata, sempre in ritardo, che arrivava e mentre ci zittiva doveva subire l’assalto dei giustificandi: sempre giustificati, anche chi aveva la nonna morta per la quarta volta, il quaderno inzuppato dalla pioggia improvvisa sul balcone, il fratellino da andare a prendere «sì, ninni caro, oggi non ti chiamo, semmai domani o la prossima volta, su, su». Poi si giustificava Lei: era arrivata in ritardo, un’epopea, il 90 barrato che non passa, il traffico, il tassista che non riesce a cambiarLe i soldi «e quindi ho dovuto comprare questo», dalla borsetta cavando una volta un colossale pezzo di parmigiano.
Nessun monumento aere perennius; ho avuto a disposizione solo un paio di frontespizi per rammentarLa, non volli scrivere nessun in memoriam, mi perdoni. Ora ho queste righe, Lei lo sa, il mondo invecchia e invecchiando intristisce. Una volta mi disse «Taci!» con uno sguardo perentorio, una figura strampalata come la Sua, bassa, rotonda, scomposta, gli occhi a palla, eppure quel «Taci» detto ora so quanto malvolentieri non me lo dimentico: avevo quindici anni, facevo il bulletto e mi ritenevo, come adesso, molto più di quel che ero.
Non mi fa meraviglia che sia morta l’anno del Giubileo, in tardo inverno, se ben mi appongo il funerale nella orribile chiesa di Piacentini nel Suo quartiere fu in un pomeriggio abbacinante con un filo di tramontana, appena un filo per rendere tutto pulito. Non ho pianto un’oncia di quello che ho pianto stanotte.
Cerco di trovare qualcosa di non patetico, non divertente. Ed ecco. Lei non si è mai lamentata. In Italia tutti si lamentano. Lei no. Per Lei il mestiere più bello era insegnare alle nostre cape vuote l’amore per l’umanità. Io avrei preferito che fosse più tormentata, più dubbiosa. Lei snocciolava aoristi e tempus erat e non si è mai lamentata. Aveva scarsa fantasia. O forse no. Ha avuto una vita ingrata, sacrificata agli altri. O forse no.
Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più!
O forse no.
mercoledì, 17 ottobre 2007
Solo una volta ho fatto il bagno a Focene. Altro hapax della vita mia: avevo preso l'imodium; ci tenevo troppo a arginare lo scamarcio. Focene: via delle Vongole parallela a a via delle Telline e così avanti di mollusco in mollusco, a partire da uno dei più simpatici toponimi del contado di Roma - via di Coccia di morto, da cui tutte queste arterie tempestate d'abusivismo prendono origine. Lì dietro c'è anche la porchettara dove vanno i fanatici di aerei per fotografarli in fase di atterraggio e decollo, un punto di ristoro prima che le Panda impazzite degli aeroporti di Roma e le volanti della Polizia li allontanino dalla recinzione. Temono Bin Laden (se esistesse) che si apposti tra le famigliole tutte indomenicate, che invece di un teleobiettivo imbracci un katjusha mentre un 747 della PanAm (se esiste ancora) si adagia sulla sedici destra. Il bambino tenuto in braccio dal padre ingegnere deve desistere, ai patiti non resta che rifugiarsi dalla porchettara o al distributore con annesso bar. Sulla terrazza, panorama su Focene e sull'aeroporto.
Col Pugile ci andammo quando gli era presa appunto la mania degli aerei, sostituita ora da quella della fotografia, la quale si è sovrapposta con la consueta compulsività. Nel substrato giacciono gli scacchi, pronti a riemergere. Il rombo degli Md80 e 82 ti fa compagnia anche durante il bagno a Focene. Se ti allontani dalla spiaggia attrezzata, passi una linea immaginaria come in Zaffiro e acciaio, vai avanti tra le macerie e le usurate bottiglie (cimbe natanti, direbbe Carlo V) metafora di quel che vedi dopo: corpi abbrutiti completamente nudi disposti asimmetricamente nell'immenso arenile dall'acqua color Orangina, pochi, che si sogguardano come Dante con le tre fiere. Li guardi sullo sfondo di Fiumicino nascente. Poi della mal recinta pineta. Fanno movimenti meccanici. Anche qui un teleobiettivo ci starebbe bene. Dalla risacca e dalla sabbia si alza un fumo appena percepibile, gli aerei passano senza requie sopra la testa dei nudisti. Parte uno, si radunano tutti. Confabulano. Si disperdono. Pensiamo in coro che uno (il più presentabile) vada a comprare i preservativi per tutti, per una fiera ingroppata collettiva.
Prima però passiamo al cimitero della Parrocchietta, di cui ultimamente hanno parlato a me e al Pugile e Chiaruzza - indipendentemente. Sorge sotto i piloni di due strade a grande scorrimento, una casupola diroccata dove ci sono i fantasmi, o forse no. Il custode ha una casa a forma di scarpa vecchia, dentro il cimitero. È in un muro violagrigio, sembra la scena finale di Solaris, piombato lì per un malinteso spazio-temporale o per una proiezione. Poche tombe. La maggior parte risale al primo Novecento. Le lapidi sono un compendio della vita del defunto, inutilmente meticolose, di un'ironia involontaria. Leggiamo che un giovane morto nel 1910 andava col carretto sulla vicina Magliana: anzi, con il proprio furgone, leggiamo, quasi a scongiurare l'ipotesi di un furgone altrui, quando attraversando un passaggio a livello fu travolto. Un'altra lapide posta nel 1919 recita: «mentre tornava dopo la fine del conflitto ad abbracciare i propri cari, cadde miseramente dal treno.»
Così, tra Focene, il Canaro, Corviale, il circuito del Male è chiuso. Andiamo all'occaso, anche noi, diretti senza fermata intermedia in via dei Polpi.
martedì, 16 ottobre 2007
Quesito n° 2437.
Bruce Willis incontra Filippo Ottonieri e lo ammonisce così:
Devi stare attento, Ottonieri, perché le ragazzine di quindici anni ne dimostrano trenta, e tu, grande, grande figlio di puttana, dovresti esiliarti in Grecia una domenica d'ottobre. Altrimenti diventeresti una barzelletta: come quella del fantasma formaggino. O un servo della gleba, in Russia (da Occidente a Oriente, e anche se sei il migliore, chissà se quel che cerchi ci sarebbe), come Rocky: angelo per le strade del mondo; e tutto questo per non mettere incinta una liceale - che si sveglierebbe a primavera, oramai, donna bambina.
Perché Ottonieri capisce che Willis sta scherzando?
La soluzione a pag. 46.
lunedì, 15 ottobre 2007
Basta, con questo mondo in cui bisogna dimostrare di avercelo più lungo degli altri. Non vi affannate. Tanto il più lungo è il mio.
sabato, 13 ottobre 2007
Ma ancora non lo capisci che questo popolo italiano nel nome di cui emettete le sentenze non si merita un cacchio?
Anche Tognazzi, in pellicola, lo capisce. Stasera ho visto per la quarta volta il film, per farlo conoscere ad altri, e indignarmi di questo paese di papponi, di legulei, di falsari, di padri che fanno da magnaccia alle figlie, di onorificenze, di approssimazione, di mancanza di rispetto. Oggi ho inviato dopo settimane di pena un plico che dovrebbe consentirmi di fuggire. L'impiegata dell'anagrafe che mentiva sull'orario è la cosa che mi viene in mente. Forse il plico non basterà. E perché fuggire? Così come il ragazzino orgoglioso se ne va dal campetto dove lo apprezzano poco per quello che fa durante la partita, con la speranza tacita che qualcuno lo fermi e gli dica anche all'ultimo, anche mentre ha passato la linea laterale, ed ecco che sta per voltare l'angolo con le spalle in avanti - «ma no, resta, qui ti vogliamo bene.»
Patetico: non foss'altro che quell'angolo lo giri sempre, e il tuo miglior amico - o quello che credevi esserlo - ti lascia filare via senza una parola.
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Oggi pensavo ad altro. Ieri due persone in gamba parlavano d'altro, in altri posti. Del teatro, dell'opera, con una sfumatura di totale incomprensione: ancora della inverosimiglianza delle situazioni (l'una) o del problema tonale/non tonale (l'altro).
C'è chi ha questo senso, non meno importante degli altri cinque, atrofizzato. La rappresentazione dell'umanità in modo pieno, evidente, empatico, non lo coinvolge affatto. Magari lo sarebbe per un trio di Schubert - e come dargli torto - ma la barriera della musica si frapporrebbe tra lui e (che so) Butterfly.
Che poi io ho cercato di affrontare il teatro in modo scientifico, quasi un esperto, uno studioso sicuramente. Quello che può discettare, che scrive, che erudisce, che legge, che salta da un pentagramma a un altro, che mescola antropologia musica e storia. Per capire. Tutto inutile. Alla fine sai se funziona o no, un'opera, una rappresentazione, solo - ed infallibilmente - dal tuo stato d'animo. Tutto inutile. Fuori dal teatro sarebbe insostenibilmente ingenuo, volgare, quel solo di violino, quell'arpa, questi versi:
vogliatemi bene | un bene piccolino | un bene da bambino, quale a me si conviene | noi siamo gente buona, abituata alle piccole cose | umili e silenziose | a una tenerezza sfiorante e pur profonda | come il ciel, come l'onda del mare.
Tornavo a casa pensandoci, oggi, e ho visto una persona piangere quel che non avrebbe avuto. Le ho poggiato una mano sulla spalla, ed era solo una piccola cosa, umile e silenziosa.
giovedì, 11 ottobre 2007
«Sei un poeta?» Sono domande da farsi a noi vati?
«Sei un elettore di Forza Italia?» No, però all'occorrenza bevo mi drogo e picchio i bambini.
«Ho due ‘pere’ enormi.» Non sentivo il termine dai tempi di Jerry Calà. Per non parlare delle virgolette.
«Find women bloggers.» Ma come, adesso parli anche Inglese?
«Ti cerco strano.» Ossia di che misura?
«Trova una donna in cinque minuti.» Posso mettere l’acqua per la pasta, mentre aspetto?
«Fatti votare dai lettori e finisci sulla copertina di un magazine!» Citofonare Casini.
«Fai lavorare il tuo sito!» Sembra una battuta di Gallo cedrone.
«Scopri come sedurla anche se lei pensa che non sei il suo tipo.» Se non ci avessi mai pensato avrei avuto ancora le ragnatele nelle mutande.
«Cerco ragazzo serio.» Ah, quando si scopa non rido mai.
«Problemi di erezione?» Appunto: fatevi i cazzi vostri.
domenica, 07 ottobre 2007
Sopra la spiaggia de Capocotta
ce so’ ddu’ fiji de na signora,
ggiocheno a ppalla, fanno schiamazzo,
mo’ hanno proprio rotto l’anima.
«Ma è vero che qui ci stavano i nudisti?»
«Più avanti, più avanti, ci veniva Russo, un mio collega ricchione: “No perché» fa per un attimo in falsetto «mi trovo più in libertà, sai”. Ma vedi d’annattene affanculo!».
I due signori canuti in slip che passeggiano sulla proda, un po’ simili, denti di squalo e codino a parte, a quello che a Martignano chiamiamo «il Polinesiano», hanno individuato la differenza tra i Cancelli e Capocotta beach. Andare al mare a ottobre ha un gusto proibito, un odore dolciastro, di caponata tenuta in frigo, il sole traluce e no, l’acqua è finalmente fresca, ha una tinta metallizzata tipo macchina tedesca quasi di lusso, da orchestrale stabile. E infatti ci sono due tedeschine con mamma. Sono pronte a essere arrostite, ma sono lontane, forse sono inglesi, forse semplicemente di Bressanone o della Carnia. Ma no, saranno inglesi: non hanno fianchi. E le gambe sono semplicemente la congiunzione più breve tra il bacino e il suolo. Ma sono carine, quando si bagnano timidamente.
Otto anni fa, proprio d’ottobre al settimo cancello (ora 7th gate), e allora era tutto chiuso, venni qui con Maria. La sera ci mettevamo insieme. Cominciava la mia educazione sentimentale, materia che ripeto a ogni ottobre. Qui, incontrammo Matteo con la sua ex. La sera Maria venne da me, pasta con le zucchine, vino d’Orvieto, al pianoforte mi misi a cantare «O rendetemi la speme», profeticamente. A gennaio mi comunicò che aveva conosciuto un altro, il giorno dopo mi chiusi in casa per passare l’ultimo esame, ne uscii venticinque giorni dopo, con l’unico intervallo di andare a ripassare in una cioccolateria con una che chiaramente aveva un debole per me. Non so se me ne stavo approfittando, visto che allora ero tutto altrove, con un oscuro desiderio di vendetta e di possesso verso Maria. La rividi a febbraio, le dichiarai che ero indifferente, che se voleva potevamo al massimo scopare. Cosa finta, doppiamente, perché le scopate con Maria erano più o meno routine, o almeno così mi ricordo. Lei era decisamente troppo elegante e contegnosa, tutta teatro e umorismo, per poter partecipare veramente a una scopata. La amavo. Lei mi chiese di tornare insieme. Io accettai, a patto che avvenisse di nascosto. Sapevo che non avrebbe resistito al quid di masochismo e di mistero, mentre entrambi lavoravamo come borsisti in Facoltà. Mi feci dichiarare il suo amore. A marzo la mollai, sulla scalinata della Alessandrina. Le macchine erano parcheggiate a spina davanti a noi, quasi nascosti e ambedue menzogneri. Occhi colore del minestrone, i miei, mi diceva. Vestiva colorata e accurata, semplice ma con tocchi da signora sulla faccia da maschera francese.
Dopo un mese passato a ricevere bigliettini ambigui, tornammo insieme. La chiamai incazzato nero dal bar del conservatorio dopo l’ennesima lettera enigmatica: «insomma: deciditi: vuoi rimetterti con me?». Avevo quindici anni, in quel momento. Il giorno dopo, piovigginava a metà aprile, sancimmo. A novembre mi disse che non sapeva cosa stesse succedendo alla nostra storia. Io lo sapevo: non mi amava più. Dovevo laurearmi una settimana dopo. Andai alla laurea in bicicletta, in giacca e cravatta, comunque, da solo montavo verso villa Borghese, scesi per il Sallustiano, come uno sperimentato aereo inbound Sapienza. Non c’era, Maria, ma mi aveva lasciato un regalo, la guida del TCI cui tenevo tanto. In bici, mentre la caligine si sollevava e appariva un dicembre verde brillante, scesi ancora verso piazza Venezia, sapevo di trovarla. Parlammo. Provai a convincerla. Non si convinse.
Anni dopo, rivedendola, a Parigi, guarito ma allo sbando, non riuscii, una volta che mi raccontò un fatto importante, a non afferrarle le mani. Lei le ritirò, come se avesse a che fare con un pazzo.
La spiaggia si popola, persone affamate di gratitudine per le ultime giornate di sole, in equilibrio sulla circonferenza dell’autunno, al poco giorno e al gran cerchio d’ombra che minaccia. C’è giusto un po’ di schiumetta sulla risacca, o forse la vedo io, ma sono schizzinoso.
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