passoscuro

   apoditticamente scorretto


domenica, 30 settembre 2007
 

Essere nati in un tempo sbagliato

J’irai plus loin, qui se souvient d’Alexandrine, morte en janvier 1815, il y a vingt ans?

Qui se souvient de Métilde, morte en 1825?

Ne sont-elles pas à moi, moi qui les aime mieux que tout le reste du monde? Moi qui pense passionnément à elles, dix fois la semaine, et souvent deux heures de suite?

(Vie de Henry Brulard, capitolo 14)

 

Si evince non solo da Monica, una mia amica del cuore sotto sotto convoitée insieme alle sue cugine attorno al 1989 – che mi disse che non acchiappavo perché ero nato nell’Ottocento. Amico del cuore di tutte, prima di capirne l'inutilità. Asteroide cresciuto al condominio Pineta Mare, racconti a imitazione a getto continuo e un romanzo in cui il protagonista pensava di essere bersagliato da insetti; cercavo un nom de plume per un’eroina che tanto (già lo sapevo) non sarebbe mai venuta alla luce. Su un bloc notes rettangolare, piccolo, a quadretti. Ero bravissimo a prendere le onde, spippettarmi pensando alle cugine di Monica e a lei stessa, tutte le amiche, a turno, e una bocciona di Cerbaia val di Pesa, e alla mia prima pomiciata con una comasca persi gli occhiali in spiaggia, mi svegliai la mattina dopo alle sei per cercarli: e senza occhiali trovarli non fu semplice. Li rintracciò infatti il fratello del Palombarini, che tornava dalla pesca. Occhiali a goccia, orribili, degni di un caso funesto.

Me li tolsi anche il 25 aprile 1991. Era luna piena. Mi stupii che quello che si scriveva fosse reale: ossia che la luna illuminasse davvero, e si vedesse netta la mia ombra sulla risacca.

Non solo per questo trovo che Monica avesse ragione, ma anche perché vivo come un’ingiustizia il fatto che, essendo invece del 1974 post Christum natum, se passeggiassi intorno alla Colonna Antonina rischierei di incontrare Francesco Pionati e non Stendhal. Lo vivo come un sopruso, per l’esattezza. Vero è che se raccontassi la mia ammirazione a Stendhal probabilmente lui si turberebbe e se ne andrebbe giù fino alla ripresa dei berberi, se invece fingessi di ammirare Pionati mi parlerebbe per ore e mi iscriverebbe all’UdC. Costituisce un peggiorativo niente male il fatto che conosca bene Stendhal, e che non avrebbe nulla di nuovo da dirmi su se stesso o sulla mediocrità del governo juste-milieu per conto del quale lavorava; so di lui, del suo carattere, delle sue amanti, di quando non gli si è alzato, delle sue paure.

È anche questo perfettamente inutile o lievemente negativo, tendente a uno zero a zero in casa (vulgo entropia).

Lui ha scommesso sulla posterità. Voleva essere letto, diceva, cent’anni dopo: col suo amore per i numeri dava date esatte: il lettore del 1880 non capirà: voglio essere letto nel 1875: nel 1935: ed è tutto inutile. Serve solo a farmi incontrare eventualmente Pionati nel 2007 e non sapere che dirgli, o alla peggio a trasferirmi in una cittadina del nord dove non si vede neppure se è nuvoloso oppure se – in qualche altrove – rischiara.

postato da GiacominoLosi | 09:44 | commenti (48)
roma, pressione, gay vs vero uomo


venerdì, 28 settembre 2007
 

Gli affari sono affari

Il viaggiatore che veleggi la curva leggera e pendente di via Gregorio VII, giunto quasi al cavalcavia della Roma-Pisa, avrà alla sua sinistra la chiesa del Gelsomino, le sue cuspidi anni Cinquanta, sul marciapiede passerà qualche seminarista latino, qualche vecchia col carrello, turisti imbiancati tutti visiera e varici. Sembrano confluire da tutto il quadrante ovest con meta Vatican city. In fondo, il Cupolone, a picco. Chiese  annidate ovunque, in un quartiere affastellato lungo la valle, battuto dai torpedoni olandesi in doppia fila, soprattutto chiese, a forma di melograno, di corona ferrea, di hangar, oppure a grattugia, a scatola da scarpe, a baita alpina. Chiese e preti e chiese e opere di pellegrinaggio e preti e amici di preti o gente che ha a che fare coi preti, strisciati di bianco e canarino.

Poi lui. Sulla destra. Barba giallo sporco, scarpe sformate, cappello senza un verso. Sta leggendo una pila di Topolino che tiene tutti sulle ginocchia, come fossero un libro unico. Un piattino con € 0,05. E un cartone su cui è scritta a pennarello una sola parola:

«Agnostico».

La mia moneta tintinna con difficoltà incocciando di sguincio i cinque centesimi, so che non alza gli occhi da SuperPippo, Gilberto e Filo Sganga mentre lo sento dire:

«Grazie.»

Io bofonchio scendendo verso la Roma-Pisa: «Ma no. Le pare.»
postato da GiacominoLosi | 23:04 | commenti (11)
roma, dialogo


lunedì, 24 settembre 2007
 

47'38''99

Il Matto esordisce dicendo che quest’anno vuole farla tra 40 e 42’30”, ma che non ce la farà mai. Il Fratello di uno che si rivelerà un po’ una pippa, lui invece fortissimo, quest’anno lascia stare: ha male al ginocchio. Il Mister si dà, farfugliando che deve andare a prendere qualche ospite al concerto di Mtv, si allontana nelle brume di viale Aventino con la sua zoppìa. Io ho lasciato la macchina a mezzanotte meno un quarto quasi sotto la mia casa di una volta, il villino ex-coi glicini, ex-con doppio giardino, ex-con edera: ora ha una pensilina tipo hotel garni, un’aria rivoltante e sitibonda, sede di una società di petroli o di palazzinari che ci sfrattò nel 1986. Luca e Daniele arrivano con calma, li abbraccio, mi scordo e mi ricordo del nome della figlia di otto mesi di Luca: Gaia. Aspettiamo per partire mezzanotte e mezza – siamo in tremila, il caldo ci prende alla gola e sarà tutta la corsa così, undici chilometri con rari rabbuffi di vento pesante di umidità in un caldo statico, denso. Salite e discese tra le torce, gente che traluce salutando, vede i parenti alla scesa del Campidoglio, alcuni corrono con le cuffiette e si perdono i rumori della corsa, la Colombo intasata, gli idranti che saltano, gli inutili rifornimenti e le scarpe che dal clap passano a un discreto ciaff di acqua oligominerale. L’Ardeatina, l’Appia, alla Porta san Sebastiano c’è gente che si ferma mani sui fianchi, cammina. Arrivo e accelero sul rettilineo, guardo il tempo. Gli altoparlanti a tutta birra diffondono Pavarotti nella Fille du régiment, col fiatone sparo anche io in mezzo alla gente i miei do (in falsetto). Appena passato ecco davanti il Matto: «come è andata? 45’22”», come al solito senza aspettare la mia risposta. «Bene, bene,» mormoro e mi metto sulla linea ad attendere ancora Luca e Daniele che arrivano appaiati. Li saluto, è tardi, non capirò mai perché ogni anno faccio questa gara e vado poi a letto alle tre di notte. Anzi no, come direbbe Verdone, lo seppi. Lo seppi benissimo.

postato da GiacominoLosi | 10:26 | commenti (34)


martedì, 04 settembre 2007
 

...ed ogni elemento benigno risponda

E anche il Sindaco è andato via da questa casa, questo palazzo sbreccato come uno di quei piatti di modernariato anni Sessanta, mentre l'autunno si accanisce sulla bandiera della Roma che sventola sul terrazzo. Parte per un anno, lascia una pianura per una conca, e soprattutto mi lascia senza più nessuno cui rompere le palle, o essere rotto le medesime. Quando tornerà, spero, io sarò via da questi muri bianchi prosciugati ormai, che fisso al momento di scrivere do monesis e mi restituiscono do monesis, una pausa, una inevitabile cancellatura a matita. Tre anni in cui ci siamo dati dei figli unici di merda, egoisti, senza gusto, lui che mi diceva etero sfigato e io ribattevo che era solo un gay snob, e abbiamo imbastito dei duetti completi di cantabile e cabaletta. Io la matriciana, lui la zuppa di farro biologico. Lui che mi fissava il pacco, io che gli dicevo che quelle mani gliele cioncavo. Lui attento alle gerarchie, io ribellista. Lui che mi chiedeva di preparargli due spaghetti per quando non poteva cucinare, che saliva alle due e mezza perché era désoeuvré proprio quando io ingranavo, io che usavo senza accorgermene i suoi utensili e lo biasimavo per l'idrolitina nell'acqua.

Due anni fa ero nello stesso turbine di pensieri, esempio di ricorsività degna di un modello matematico, ci capissi qualcosa, e ne sono uscito dopo una conversazione. Alla fine mi chiese perché volessi essere infelice a tutti i costi. Mi illuminai tutto, e feci una serie di scelte di cui non riesco a pentirmi. Lo ringraziavo, sì commosso, ma titubante al solito, e lui mi disse semplicemente «e abbracciami, mica si diventa froci per contagio.» Certo che no, caro Sindaco, certo che no. Abbi cura di te.



sabato, 01 settembre 2007
 

assioma

Il sabato sera non si esce. Sono stato fedele per tutta la vita a questa linea di condotta, e quando me ne sono discostato sono sempre stato punito. Sono stato giovane con difficoltà e a sprazzi, tra il '92 e il '95, e in seguito ho rimosso quel periodo in cui il sabato sera si usciva. Uscire il sabato sera è da sfigati. Sabato sera (se esistessero) i mostri uscirebbero per strada a seminare zizzania e gli orchi si radunerebbero per mangiare carne di fanciulle ancora mal strangolate; si possono consumare atrocità d'ogni tipo, il sabato sera. Così, anche oggi, declinato politely l'invito a vedere gli artisti di strada sul Po (notate niente di strano nella frase?), me ne stavo tranquillo a fare i cazzi miei. Ma poi i morsi della fame mi hanno fatto venire l'idea somma di un gelato. Esco, e scopro  che la città - già esigua - è divisa in due. La gelateria, tutte le gelaterie degne di essere gelaterie e non spacci di polverine, dall'altra parte. In mezzo, zingari che suonano.

Ora, qui notoriamente sono nordici provinciali e quindi odiano gli zingari. Anzi, probabilmente confondono tutti, zingari, russi, giamaicani, saharawi, molisani e quant'altro sotto il nome di negher. Allora com'è che basta che gli odiati zingari si mettano flicorni e tube in spalla e tutti, bambini e vecchietti e ragionieri di Olmeneta e contabili di Casalbuttano cominciano a ballare freneticamente?

La città è in mano a mangiafuoco, pagliacci e giovani polentoni che attendono l'ora della disco. Sconvolto da questa parodia di un film di Kusturica (penso al titolo: Gatto nero, Ciccio e Franco) torno indietro rapidamente, chiedo scusa agli dei per la mia sconsideratezza e mi rifugio in un kebab. Almeno i negher me li scelgo da me.

 

La cultura

S. Ah! che bella giornata. Piedi sotto al tavolo e un mezzo ciato di bianco dei castelli d'Acarnania. Sei stato molto gentile, Fedone, a invitarmi in trattoria.

F. (si alza improvvisamente. Si guarda intorno terrorizzato. Si mette un dito davanti alla bocca) Ssshhhh!

S. (sbarrando gli occhi) Che fai? Sei impazzito?

F. (si rimette seduto, bisbigliando) Socrate, questa non è una trattoria. È un locale slow food,e se ti sentono ci cacciano, o peggio ancora. Circolano delle leggende inquietanti. Un mio amico si è ritrovato in un vicolo buio che gli mancava un rene e in tasca aveva gli opera omnia di Giampiero Artegiani.

S. (confuso) Non capisco. Si mangia qui o no?

F. (sognante) O Socrate... mangiare non è un puro soddisfare ai nostri bisogni, ma un'arte, da coltivare cercando sapori oramai smarriti nella moderna civiltà.

S. Comincio a capire perché sei dimagrito cinque chili. Tra le tue costole, in controluce, si vede il mare. Arte, dici?

F. Socrate, il mondo si è allargato. Le navi ateniesi arrivano a coprire tutto il Ponto. La comunità mondiale stessa si è allargata. Vedi come i turisti da lontane plaghe vengano a visitare la nostra città attica, ammirati...

S. .. e mi impediscano di andare da casa mia al postribolo per via della coda sotto al Licabetto. L'altro giorno per la confusione ho dovuto rinunciare e comprarmi Lanciostory. Mi sono chiuso in bagno come ai vecchi tempi. Ma non è la stessa cosa. Mia madre lasciava correre, Santippe si è insospettita. Insomma, mentre barbari ignoranti come una zucchina vengono qui a godersi le korai in versione originale, invece che contentarsi delle descrizioni e dei disegni e restare al paese loro a pascolare le pecore, noi siamo privati della nostra città. Non c'è più una mignotta libera, un posto tranquillo da cui tuffarsi, se voglio andare a sentire l'ultima commedia di Aristofane in cui mi prende per il culo devo mobilitare mezza città - eppure i nostri governanti parlano di cultura, di trionfo dell'immagine ateniese del mondo. Ma io con l'immagine ateniese del mondo e nel mondo mi ci pulisco..

F. Socrate, per carità. Non siamo in una bettola.

S. Magari ci fossimo, Fedone. Con qualche innocuo vecchio a sorseggiare una zuppa invece di queste annoiate coppiette a lume di lucerna. Hanno riscoperto le tradizioni dei nostri nonni, e fanno a pugni per comprare la mela nata dall'albero su cui defeca la capra arancione dell'Anatolia.

F. Ti riferivi, dianzi, alla Notte delle notti prevista per la prossima deca?

S. Oramai la Notte delle notti la fanno dovunque: gli efori, gli arconti, fino agli anziani del villaggio di Monculi di sopra, si sentono diminuiti se una sera non stanno in giro a rompere i coglioni e a sudare. Fanno di notte tutto il rumore che farebbero di giorno. Scoprono che esistono le statue, gli auleti, il mare, i monti, le collezioni di dipinti. Di notte. Ma, per Zeus, se soltanto animali repellenti e disgustosi si muovono di notte, oppure il callido gatto, o la saggia ma solitaria civetta, e gli altri dormono, dico, ci sarà un motivo? Un tempo solo lenoni e ladri andavano in giro di notte.

F. Socrate, anche l'amante della saggezza ha sempre rispettato la notte e amato gli interminati spazi e i sovrumani silenzi...

S. Fedone, cita per bene invece di dire minchiate. L'amante della saggezza sta fuori cinque minuti, si intirizzisce e torna sotto le pezze. Comunque lasciamo perdere, e chiamiamo il cameriere.

F. Sì, ma prima che arrivi guarda che cosa ti va.

S. Non c'è bisogno. Prenderò una focaccia, e ci mangerò insieme ricci e frutti di mare.

F. (ride con sufficienza). Ah ah! Socrate, benché io sia tuo allievo, devi ammettere che ho fatto passi in avanti sulla comprensione di come va il mondo.... Qui si mangiano pochi assaggi, ma di quali prelibatezze! Solo qui in Atene fanno degli ottimi cerdoncini della val Popina, e poi la zuppa di lenticchie di Tracia, il galletto alla Macedone, e per finire degli strozzoni casarecci col passito siciliano, anzi èlimo...

S. Sì, elimortacci tua. E di chi non te lo dice. Comunque, visto che siamo mondializzati, approfittiamone. (Legge la carta e sospira, ordinando:) Mi porti  pappardelle al cinghiale, frittura mista, arrosticini, sorbetto al limone, grigliata di verdure, selvaggina assortita, due olive di numero se no mi appesantisco, un'insalata e la torta della nonna. (indicando Fedone attonito) Ti vedo un po' pallido, Fedone... Per lui solo zuppa di lenticchie, grazie. (pausa. Sfoglia qualcosa sotto il tavolo) Che poi, diciamolo, Lanciostory non è manco così male...

postato da GiacominoLosi | 15:41 | commenti (7)
roma, dialogo, scorrettezza