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lunedì, 30 luglio 2007
Nel più famoso film, il professor Isak Borg, dopo un lungo viaggio, chiude gli occhi sul guanciale. Dissolvenza, e silenzio. Ma non dubitiamo che il giorno dopo si risvegli.
http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/spettacoli_e_cultura/bergman-morto/bergman-morto/bergman-morto.html
domenica, 29 luglio 2007
ho scovato queste tre righe che uniscono l'utile al dilettevole e le riporto pedissequamente: inizio della citazione:
«TU FEMMINA CALDA CHIAMAMI PER UN AGGIUSTO IN CASA AD ESEMPIO LAVORO ELETTRICO, QUANDO IL TUO LUI NON CI STA TI RIPASSO PERBENE LA FIGA CON LA LINGUA FINCHE' NON IMPAZZISCI DI GIOIA MAX SERIETA'»
fine della citazione. Avete bisogno di un «aggiusto in casa»? Io per paura credo che comincerò a interessarmi al bricolage.
«La mia generazione è sopravvissuta | persino al tuca tuca | e alla guerra fredda» (Luca Barbarossa, <Aspettavamo il duemila>, Rai tre, domenica 29 luglio 2007, circa le 15.15)
La completa chiusura di tutte le finestre di questa città - e non solo perché è domenica, non solo perché è luglio: in qualunque stagione le finestre innumerevoli ai tanti balconi sono sempre chiuse. D'inverno perché piove, d'inverno se non piove, d'estate se c'è qualcuno o perché non c'è nessuno. Di fronte a me un leggiadro balconcino rocaille semplice ornamento di un palazzo settecentesco una volta si è aperto per lasciar filtrare, agli occhi sorpresi miei e del Sindaco che interrompemmo una conversazione avente per oggetto quanto lui non capisca un cazzo di opera, una mano ossuta, e poi una vecchietta in grembiule. Due passi esitanti nel sole (allora) primaverile, la precipitata fuga all'interno. Le finestre qui si tengono chiuse proprio come il cotechino si compra lì e la torta di rose si mangia lì. Due bionde dall'età indistinguibile ogni tanto appendono lenzuola nel terrazzino di sghimbescio, ma da mesi vedo solo le lenzuola. Dietro queste imposte chiuse immagino un non so che di divani ancora incellofanati e di crostate e liquori zuccherini in cristalli intonsi, la polvere che appena vibra nell'aria.
La completa chiusura di tutte le finestre di questa cittadina, dicevo, unita alla scomparsa di vicini e di fidanzati di vicini, di coinquiline e di subinquilini (ne ho di ogni latitudine, con un patrimonio latinoamericano non indifferente), mi consente di girare nudo per casa davanti a frati che in televisione parlano del Piccolo coro dell'Antoniano. L'unico giorno che posso farlo, in questa città tempestata di ricchioni e di jolies filles en fleurs che quando c'è scuola scorrono lungo la via. Ma oggi non c'è nessuno tranne il responsorio petulante e disuguale di sant'Ilario, san Qualcosa (lontanissimo), sant'Agostino, il Duomo (un filo) e poi alla fine sant'Agata. Vado pure fuori a innaffiare il mio orticello con un bicchier d'acqua, tanto ne basta per il basilico il peperoncino la menta e il prezzemolo, o a stendere i panni sopra completamente nudo. Non mi resta che saltare il filo del ventilatore e la fava fa clap clap contro le cosce. Mi affaccio, metto il caffè e noto dall'altra parte della via uno sguardo indiscreto. È un piccione. Lo minaccio col cucchiaino e con la fava medesima. Non sembra impressionato. La solitudine ha vantaggi e svantaggi.
sabato, 28 luglio 2007
la mia mamma mi ha detto che con gli ultimi tempi sta soffrendo continui sbalzi d'umore, lo attribuisce non so se all'età o al caldo, caro diario, ma invece io penso che sia un vizio di famiglia perché io mi ricordo di averne anche io continuamente e ieri ero giù e oggi no, chissà perché stasera, forse perché mi sto avvicinando all'anni de Cristo, forse per qualche altro motivo, sono in vena di consuntivi - mi ricordo di quando mi guardavo la vigilia di Natale dei miei diciott'anni allo specchio e mi dicevo piangendo «mi faccio schifo» e invece ieri sentivo i miei pezzi per disco caro diario, e non dovrei dirlo perché ho l'abitudine di lasciarti trascinare sui tavoli e finisce che poi ti leggono: però tornavo dalla corsa e passeggiavo e mi dicevo che il pezzo per archi mi assomigliava e allora qualcosa l'ho fatto. Ti ricordi di quando non volevi cedere - è stato il tuo anzi il mio unico compromesso farmi eseguire quel pezzo - non me ne sono pentito: mi assomiglia, qualcosa l'ho fatto, ho scritto un'opera che non ha ancora avuto fortuna ma anche quella mi assomiglia, formale e non espansiva un po' mi inquieta, anche se ancora in-sedicesimo, all'anni de Cristo forse è tardi dire ancora, ma io, caro diario, non dispero, stasera mi perdono punto per punto, anche se non farò mai meno di 3'26'' sui mille e non faccio altro che scrivere qualcosa che mi assomiglia a sbalzi d'umore e comincio, caro diario, ad attaccare pipponi come le vecchie signore, ma almeno non mi porto rancore, e, se proprio faccio schifo, prometto che da stasera lo faccio dire agli altri.
venerdì, 27 luglio 2007
Volevo scrivere a lungo, per spiegare che cosa significa. Volevo spiegare a lungo perché, quando cammino snaturato per il Tridente oramai tutto confettato e biscottato, o quando sono qui lontano e solo tra estranee campane, mi sembra che solo in una cosa si racchiuda ancora lo spirito di questo popolo eccessivo, cinico, spiritoso e diretto, che non si gira nemmeno quando passa qualche potente, perché ne ha visti tanti - orgoglioso e un po' piagnone, accogliente tanto da accogliere chi non è nato in quei quattordici chilometri di mura, sempre, che ha sempre la spocchia di dire «sì, d'accordo, ma io so' de Roma. Tu che ne sai?»
Già. I non Romani non lo sanno. E allora che glielo spiego a fare? Ago si ammazzò il 30 maggio, ricorrenza triste per tutti noi, ancora più triste da allora. Giorni difficili e meno, ogni data come quella di ieri è pure un pretesto. Ma la festa è nostra, e solo nostra.
(Sandro Ciotti chiese ad Agostino Di Bartolomei: «Cos'è la Roma?». «Penso sia il cuore grande di questa grande città, antica com'è antico il mondo»)
giovedì, 26 luglio 2007
«Carissima Madre | Allegri allegri per Dio. La Mia Gazza Ladra alle stelle. Io non mi ricordo un Fanatismo Simile Principia con una sinfonia talmente divina che Incontrò tutti questa era intersicata con due tamburi che dalle estremità del teatro si rispondevano come L’Eco. Seguita un Prim’Atto pieno Zeppo di Musica da far tre quattro opere. Dopo il Prim’Atto fui Chiamato sul Palco con uno strepito immenso fu Pure chiamata La Compagnia che vi assicuro cantò benissimo Il Second’ato poi dalla Prima Nota fino all’Ultima non e Stato che un continuo entusiasmo ma se sapeste quante notti ho passate al Tavolino per questa Opera è Però La Più Bella ch’io m’abbia Scritta ci Sono due Gran Finali. Un Quintettone e un Terzetto e tre duetti Introduzioni 4° Cavatina 3 Arie ed’Altre Cosette e la Sinfonia che come tutti dicono pare Impossibile variare sempre e sempre Cose nuove Il Libro è bellissimo e l’ho Scritto con un gran trasporto. | [lacuna] per fare La scritura colla stessa impresa per L’anno venturo dopo Napoli ma voglio molti Danari perche posso dire che non c’è che un Rossini. Presto ci vedremo preparatemi il Letto ho pochi danari perche molto mi Sono divertito non ne hò abbastanza per sostenere in faccia i miei genitori il nome di | Affo Figlio | G. Rossini»
Le c0nosciamo le notti passate al tavolino a grattare la carta. È solo triste accettare di non essere Beethoven o Rossini, e ancora oggi ne porto i segni. Delusione appena mitigata dal fatto di non essere Joey Schettino (o Schittino).
Quando con mia madre finivamo di recitare verso le undici, a Milano oppure a Roma, io dodicenne o tredicenne, mia madre preparava da mangiare davanti alla televisione accesa sul Maurizio Costanzo show. C'erano vari casi umani, come al solito. La drammaturgia dello spettacolo prevedeva che ai casi umani - che fingessero o meno di esserlo non montava - si ponessero domande semplici, tipo hai una ragazza vai in discoteca esci con gli amici. I casi umani rispondevano no non m'interessa. Lo psicologo o scrittore o chiunque diceva che tristezza ma una vita normale la vita è bella e il pubblico applaudiva come a condannare il caso umano ai leoni. Se ne distinguevano due, una ragazza venticinquenne, bionda, vagamente simile a Sandra Milo in brutto, e un ragazzo della mia età più o meno, musicista in erba, che credo avesse già composto un'opera, di nome appunto Schettino - o Schittino. Il modo con cui veniva messo in mezzo m'indignava meno del suo aspetto acquoso, pallido, e ancora non capivo che avevo rischiato di essere come lui. Magari meno dotato, ma avevo rischiato.
Ero stato, infatti, un soggetto. Chi ha talento ma non abbastanza da essere appunto Rossini a un certo punto si trova paurosamente in bilico tra una vita normale e una da soggetto. Da ragazzino appartenevo a questa categoria. Da ragazzino - piccolissimo - discettavo di tutto: interrogavo perfidamente gli amici di mia madre sulle capitali del mondo, le costellazioni, in genere la geografia e le nozioni come i menus faits del Risorgimento, la Garonna e la Gironda, Accra e Lomé, la Leonessa d'Italia, animali a sangue freddo e sangue caldo. Avevo gli occhiali, avrei voluto avere una famiglia normale e invece mi ritrovavo con un padre uscito di casa quando avevo sette mesi (e adesso dico benedetto il Signore) e una sindrome d'abbandono grossa come un hangar dell'Alitalia. Quando il Sindaco mi dice che sono un piacione, che voglio sedurre tutti, affascinare tutti, non può sapere che questo è il contrappeso di un'infanzia passata a fare l'antipatico con la mia voce acidella da eterno rifiutato e presunto superiore, coi miei mille talenti, il doppiaggio e i temi sulle vacanze, gli scatti di nervi e i giochi passati a fare il capo del mondo, da solo. Ancora adesso dico «se fossi il capo del mondo abolirei le infradito», o la musica nei bar, o qualcos'altro. I miei amici ridono, non sanno di quando mi appropriavo altro che il mondo, intere galassie. Il glicine fioriva puntualmente ed è rimasto il mio fiore preferito.
Ma le storie hanno generalmente un lieto fine. Mi hanno salvato la Roma e la fica. Scoperta, la seconda, molto più tardi dell'altra. Ho rischiato grosso ma avuto, in seguito, una vita normale, con un passato da nascondere ma per fortuna celato nelle memorie di cartapecora delle amiche di famiglia. Optai non per il mare, ma per una complicata vita di cazzeggio e di umane sofferenze, con qualche cedimento, ma in fondo senza rancore e senza autismi. Qualche anno fa mi è capitato di sentire il nome di Schittino (o Schettino). Pare che componga, spero che sia felice, e sono felice per lui.
martedì, 24 luglio 2007
S. «Durante il periodo di validità delle graduatorie di cui alla presente procedura di reclutamento, in occasione del conseguimento, da parte dell'aspirante, del primo rapporto di lavoro a tempo determinato, i competenti uffici dell'amministrazione scolastica dispongono gli adeguati controlli...» Fedone, l'hai scritta tu, questa frase?
F. No, o Socrate.
S. Mi pareva. Tu credi all'esistenza dei Meganoidi? di Macchia Nera? della lazio?
F. O Socrate, tu mi hai insegnato che il male assoluto non esiste, e che queste sono solo le proiezioni delle nostre paure: in quanto non conosciamo appieno noi stessi, e la nostra coscienza.
S. Cancella tutto, e sostituisci con: «ma vaffanculo». Il male esiste, o Fedone, e questa domanda che mi costringi a sottoscrivere ne è la prova.
F. Socrate, non hai una dracma bucata, e mio padre mi ha ammonito a non continuare a frequentarti e a pagarti il camparino con le olive. L'insegnamento potrebbe essere una buona idea.
S. Fedone, ma io già insegno. Non ti ho forse spiegato come un tempo, in mezzo al Ponto infinito, sorgesse un continente ricolmo di uomini straordinari?
F. Sì, Socrate, i Fantastici quattro.
S. Lasciamo perdere. Noto che l'osmosi non funziona abbastanza, e che tutte le volte che ti ho messo a novanta gradi sono stati tentativi lodevoli, ma ininfluenti dal punto di vista della scienza infusa. Vediamo che cosa, secondo la polis, sono in grado di insegnare. Bene, direi naturalmente Filosofia.
F. Hai fatto storia romana?
S. Siamo appena al quarto secolo: non ti sembra un po' presto?
F. Allora non puoi insegnare Filosofia.
S. Fedone, non fui definito...
F....dall'oracolo delfico il più saggio dei mortali? Ho paura, Socrate, che non costituisca titolo culturale. Dovresti tornare a Delfi e farti rilasciare un attestato. E non so neppure se sia riconosciuto dalla polis in quanto fornito da uno stato estero.
S. Allora, Greco.
F. Socrate, non sai neppure scrivere. Per esempio, antanis si scrive con lo spirito aspro o dolce?
S. Come obrolaskis!
F. Eh?
S. Poppa. Uno a zero. Il contropiede è la migliore arma dai tempi di Jair e Mazzola. Dunque... musica no, Greco no, Storia dell'arte?
F. Storia dell'arte.... Socrate, temo che non sia insegnata in Atene, per paura che qualcuno si metta a costruire piramidi o scopra lo stile ittita. Hai provato con Educazione fisica?
S. ...lasciamo perdere. Insomma, Fedone, vedo che non posso fare nulla in questa città cara alla figlia di Zeus, e tutto questo perché ho perso tempo a pensare e a conoscere l'umana natura piuttosto che fare incetta di scartoffie e di raccoglitori e fare l'esame di Geografia. Gli uomini sono persi dietro ai punteggi, ai timbri, e non si accorgono della mediocrità che li inghiotte come Poseidone le navi dei seguaci di Odisseo, di Idomeneo, di Enea, di...
F. ...Darth Vader?
S. (pausa). Sostegno! ecco! pensi che potrei cominciare a insegnare sostegno!
F. Forse, o Socrate.
S. Ecco. Allora comincia a stare zitto sei sette minuti come prima lezione. Cameriere, un ouzo con una mandorla tostata accanto, che è tanto decorativa e non dà sul volgare. Paga lui.
venerdì, 20 luglio 2007
Sì, è vero, la natura è bella, si dice. Bello tenere le chiappe sull'erba, le iridi gonfie di cielo etc. etc. Ho pure votato verde e andavo ai vari Puliamo il mondo cui adesso non credo più. Sono stato ingenuo e ho temuto solo le rade vespe che si inoltravano pigramente in casa, in camera mia, con pigri voli eccentrici.
I cani nei parchi mi avevano, comunque, ampiamente insospettito. Chissà perché abbaiano e rompono i coglioni a chi corre, costringendoti a slalomeggiare perché non ci si può fidare dei riflessi dei padroni. Esseri che ti schiavizzano al ritmo delle loro vesciche e hanno l'aria perennemente infelice. Magari non ti vogliono fare nulla. Ma anche farsi sbavare addosso da un animale peloso non mi sembra il massimo a cui si possa aspirare. I gatti li ho sempre preferiti di una stretta incollatura. Almeno per le dimensioni (fatti salvi i c.d. canes ridiculi, quelli che quando abbaiano si scuotono tutti).
Prima di trasferirmi in Polentonia ero certo che gli scarafaggi allignassero solo nelle fogne di Calcutta o del Cairo. Invece, questa città che nuota letteralmente sulla merda dei Milanesi (che scaricano le loro inesauste e operose feci in Lambro e Adda, i quali si rifanno sul Po) ed è circondata da porcili e granturco, pare essere terra d'elezione di questi cosi striscianti, rapidi, neri o marroni, alati o appiedati, oblunghi e oblarghi, che tendono agguati dall'ora del post-aperitivo a quella della ritirata, tanti che un giorno potrebbero caricarsi il Duomo sulla schiena e portarlo, che so, a Codogno (LO). Non solo: spinti dalla loro stessa sovrabbondanza risalgono mura e fognature e scalano balconi fino a osare presentarsi senza invito da me. La mia reazione, pacata e improntata al dialogo, è affidata al veleno Bayer. Cavalli di Frisia fatti da montarozzi di polvere bianca (che nemmeno a casa Maradona) presidiano i varchi; e in un mondo di cialtroni l'efficienza tedesca ti fa sentire sempre a tuo agio. Vero è che se ci aggiungo le piastrine che mi difendono dagli stormi di zanzare il risultato sarà una mia probabile fluorescenza.
La notte senti camminarti sul braccio nudo e appiccicoso d'umido. Un vero schifo. Pesciolini d'argento, vengono chiamati, che prendono il divanoletto Ikea per comodo itinerario tra il nulla e il nulla di nulla. Con un balzo alla Lorenzo Lamas accendo il lume, esco dal letto, inforco gli occhiali e esamino il da farsi. La coda di paglia degli esserini è ampiamente dimostrata dalla cura con cui si nascondono ai miei tentativi di spiegare la proprietà privata e la cultura lombarda munito della partitura di Don Pasquale. Qualcuno, tuttavia, lo scopri: è lì, tremante e smarrito. Nella notte si sente il mio «ti ho terminato, stronzo».
La natura è bella, nonostante questi lati disgustosi, ma, come direbbero i leghisti, «ognun al sò paès». Una delle lezioni più importanti che ho appreso nel profondo Nord.
lunedì, 16 luglio 2007
Perché esiste la famiglia Agnelli? Quand'è che il mondo sarà liberato di questa razza iniqua dall'aspetto vagamente da Visitor? Quand'è che non vedremo più le marchette dei giornali e delle televisioni sulle mostruose produzioni cartonate di questa casa sempre schierata col potere, fascista democristiano ulivista che fosse, che ha ridotto sul lastrico un paese? che ha contribuito a far morire di traffico di cancro di inedia migliaia di persone? Quand'è che finiranno queste presentazioni ignobili, tipo quella in Piazza del Popolo? - agghiacciante nonsenso: macchine ovunque in una piazza pedonalizzata: bell'educazione civica, a questo popolo di pecoroni sempre col sedile sotto il culo, col volante e l'autoradio che guai a togliergli il gusto dell'intruppamento sul Raccordo, sul Lungotevere, persino nelle due tre strade di Piazza Armerina è un fiotto di macchine che puzzano, ti stringono contro marciapiedi che nessuno ha costruito.
Quand'è, buon Dio, che farai fallire questa famiglia e le sue propaggini? Quand'è che capirà, questa gente infame che chiamano Italiani, che non c'è nessun motivo, tanto meno la difesa del posto di lavoro, per far prosperare questa peste, questo tumore, che per installarsi nel paese si è pure dotata di squadra di calcio ladra così da darsi lustro anche nei circenses? Fin quando dovremo leccare il culo a questa gente adusa a farsi ingroppare o a ingropparsi, non che l'Italia, le aristocrazie vere o presunte del mondo con le esauste risorse della nostra vita civile?
Alla fine dell'invettiva, sudato, vedo alzata una mano tra il pubblico che mi spiega: «Se non ci fossero loro, sarebbero altri. Vedi, non c'è da aspettarsi nulla da questa Penisola se non di essere leccacula fino in fondo, uomini pronti a servire come ai tempi di Tiberio, proni al pelo e al priffe. Scendi da 'sta pedana e fatti una pippa.»
domenica, 15 luglio 2007
Una di quelle giornate in cui sei il vas electionis delle ubbìe degli altri, anche di quelli per solito schivi, che però oggi si scoprono con tutti i loro inconvenienti, il loro incedere, come il tuo, senza una linea retta. E coincide con il giorno in cui sono a corto di parole. Ascolto, scartando termini di conforto troppo generici, cercando di restare concentrato, solidale, con lo sguardo ostinatamente sulle labbra dell'altro. Penserà che voglio baciarlo oppure che non sento bene? No, continua a parlare - capisci? e io capisco. Poi mi chiedono se io, che cosa, oppure invece, e allora penso sì anche io avrei tutto un nonsoché lì, limelight di qualcosa che però alla luce vera e propria non esce, se non con l'epifania del lavoro, del meglio un oboe che un clarinetto, e borbotto affastello sorrido senza alcun senso dell'umorismo. Sono interrogato sulla strada migliore da fare in una città straniera, nella lingua straniera, da persone straniere - e tutto sommato in qualche modo rispondo facendo cenni su una cartina.
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