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giovedì, 21 giugno 2007
I Beatles non hanno mai fatto causa - credo - a Raffaella Carrà per l'evidente plagio di Eleanor Rigby, e questo fa bene sperare per un mondo di consapevole sportività. Scendo in piazza e la gente è assembrata per i giovedì d'estate, sorta di iniziativa volta a fare uscire i Padani dal biduo venerdì-sabato e portarli per mano fino al corso, al duomo, alle everlasting bancarelle.
Proposta per una moratoria: aboliamo la musica amplificata dal vivo.
Anzi, la musica amplificata.
Anzi, la musica.
Senti che bello questo silenzio fatto di un vocìo sterminato, suoni tipo il Fontana mix di Cage. Così mi viene in mente un elenco di pezzi quasi nascosti, pochi minuti di musica non celeberrima, che forse l'autore non ha scritto perché passasse alla storia, e che però vale bene tutta la chincaglieria che riusciremmo a produrre in una vita. Che so, tipo l'Introduzione del Comte Ory e i due Lieder di Brahms con viola e pianoforte, o il "mondo che si chiude se non ha | un pugno di felicità". Ci metto un po' a ricordarmi il primo Lied, tra una batteria di cappelli etnici e un rivenditore di lupini bio. Però poi è una festa, privata, in mezzo alla folla che sciama dalla galleria.
Tutti abbiamo questi momenti, di silenzio che risuona fortissimo solo dentro la nostra testa. Sdoganiamoli. Aprite la porta a Giacomino vostro.
Stagno Adda: si chiama così perché c'è uno stagno e perché c'è l'Adda poco distante. L'ovvietà non è mai abbastanza. La parrocchiale è coronata da un campanile altissimo, chiaro, elegante nonostante la data: nato quasi da un eponimo del barocchetto romano, oppure da qualcuno andato a Parma in gita, riportatone confuse immagini di chiarità, di spazio, di crocicchi da dominare. Ci era andato la prima volta per un brutto incidente, due donne e una bambina investite dal solito motociclista padano, un'indagine quasi inutile, che avrebbe potuto fare il vice oppure un qualunque subordinato; ma prese la macchina, in un luglio accecante, sulle provinciali deserte alle quattro del pomeriggio i cartelli di svolta pericolosa erano come virgolette basse, sopraelevate dal caldo; sull'argine passava qualche ciclista con visiera; aveva chiesto a un po' di testimoni possibili, c'era un bar di vecchi; si ricordava la padrona, un parallelepipedo con i lati smussati. Sperava di non essere riconosciuto. Si era portato Eugenio per la sua innata capacità a mimetizzarsi, a imitare dialetti, gli rimproverava, come i terroni, che vanno dappertutto e cercano di nascondere le proprie origini parlando come i mal contenti anfitrioni. Eugenio lo insultò, ma venne lo stesso, lusingato: costituiva la specialità della casa, parlare una cadenza padana (col virtuosismo di fingere di non essere proprio di Cardenza, ma di una città poco oltre) slargando le "a" e finendo con un inatteso groppo di consonanti. Era una di quelle giornate settembrine e pallide, ci andarono in bicicletta alle due del pomeriggio, per figurare scampagnatori vogliosi che facessero un giro sugli argini. Il bar di vecchi era un bar di vecchi anch'esso - in cambio della loro ventura imitazione da Ambra-Jovinelli - mimetizzato da un ombrellone ripiegato con la scritta Heineken. La signora-parallelepipedo c'era. I vecchi giocavano a carte sullo stradone, quasi, contenti del solicchio, e a turno andavano ad abbeverarsi.
"Un biàanc".
Un altro vecchio, appollaiato sullo sgabello, con gli occhi addensati da una cataratta o cose simili, lo correggeva, brandendo il suo bicchiere di Bonarda: "Ma che biàanc! Un ròos, vuoi el ròos."
Il primo, esitava. Il parallelepipedo sorridente quasi decise per tutti:
"Un bianco."
Si informarono, mentre sorbivano un rosso anche loro, su che cosa ci fosse da vedere in paese. Come succede spesso, la barista, che probabilmente aveva passato i tre quarti della sua vita nelle poche decine di metri tra il crocicchio della provinciale e il bar, non sapeva nulla. Indicò loro come attrattiva la meridiana. E in effetti una meridiana c'era, nuova, metallizzata, posta dietro la strada che quasi faceva corona, separava in trincea il paese dallo Stagno. Poi Eugenio, non parendo, adocchiò e prese un giornale, scartando solo dopo averne visto i titoli sul Milan della Gazzetta e poi afferrando La provincia.
"Che tragedia!" pausa, poi, con un cipiglio appena frenato dalla barba, "Non sapevo che era di qua"
Il vecchio abboccò. "Eh sì." Parlando col parallelepipedo, in dialetto, non troppo stretto, chiedeva se era il figlio della Caterina o della Ivana. Della Ivana, rispondeva la barista. Avevano abboccato.
domenica, 17 giugno 2007
Sei anni fa era proprio domenica 17 giugno, sei anni e mezzo fa pure era domenica (17 dicembre). Maria mi aveva appena lasciato, il mio regalo di laurea era la maglietta numero 17, rosso fiammante, anzi imperiale, bordi oro, paolonegrogo. Ero sicuro, ragionevolmente, che oggi le quattro coincidenze e le tredici ore di treno sarebbero filate lisce.
Ma ieri era il 16 e nessuna ricorrenza poteva pararmi il culo. Guardavo la città con la cupola affusolata della Herderkirche, sotto la collina, e mi dicevo che se per caso veramente mi fossi stabilito lì, con quello che era successo, sarebbe stata la prova che la volontà è tutto. Non è normale smarrire come un coglione un biglietto perché lo metti nella stessa tasca con una piantina (ah! la passione per le mappe della città: che nemesi); non è normale fare millecinquecento chilometri e trecento euro per poi sentirti dire che l'appuntamento era due giorni prima. Normale invece pensare a quel punto che in fondo sono segni del destino che non ti vuole direttore, forse nemmeno musicista, d'altronde mia madre mi deve aver trasmesso il suo bagaglio esoterico e le suore alle elementari il loro misticismo della Provvidenza - e che vuoi di più? E quindi, non sarei tornato lì per viverci. Perché poi ci tenga tanto a questa microscopica città che a giugno tramonta impercettibilmente non prima delle dieci con un estenuato silenziarsi, i turisti che sfumano verso il Frauenplan - non lo so. Però oramai l'avevo presa di mira.
E allora ho controllato: l'appuntamento era proprio quando dicevo io. Palinodia, lieto fine, colloquio, progetti per il futuro. La città è minuscola, alla pensione si ricordano di me, mi dicono "kleine Italiener" e io non capisco: capisco kein Italiener, che non c'è nessun Italiano, e invece sono il loro piccolo Italiano. Sì. Vorrei essere il loro piccolo Italiano e trasferirmi lì a pochi chilometri da Buchenwald. No, non mi sembra normale. Però oggi è il 17 giugno, sono tornato a Cardenza, e sono cresciuto a pochi passi dal Circo Massimo. "Noi siamo gente buona, abituata alle piccole cose, umili e silenziose".
p.s.
Ora che leggo mi sembro quel personaggio di Madonna che silenzio c'è stasera. "O ttu vvai ni Pperù, o ttu sposti la 'hiesa, o ttu vvinci a i Ttothoharcio."
giovedì, 14 giugno 2007
no io lo so che non gliene frega un cazzo a nessuno che dall'alba di domani faccio il giro della Germania in sessanta ore (di cui ventiquattro di treno e sedici - spero- a dormire), e che per scaramanzia leggo l'oroscopo del giorno appena passata la mezzanotte.
Ma spiegatemi perché il mio è l'unico segno zodiacale che invece di quello del quindici giugno ha l'oroscopo del mese scorso.
No, dico io.
Cazzo, in fondo era una scaramanzia innocua.
...
Va be', come non detto. E mi sa che il quindici maggio era pure una giornata di merda.
mercoledì, 13 giugno 2007
I pregiudizi, infatti, sono utili. È una minchiata populista dire - ma con tutto il rispetto per le persone che ci credono davvero, augurandomi che ci ripensino - che "se non conosci una cosa, non puoi parlarne". Macché. Nel 1996 lessi ventinove pagine (contate) di Oceano mare. Non ho bisogno di leggere tutto Baricco per sapere che è un furbo scrittore di quarta categoria. Di Jovanotti mi basta sentire La mia moto per farmi un'idea di che si tratta. Uno che gira un film come Un tè nel deserto (e n.b. che mi sono anche sorbito L'ultimo imperatore) non mi ruberà più sei-sette euro per andare a vedere una sua pellicola al cinema, e nemmeno l'elettricità per scaricarmela abusivamente.
In genere, i pregiudizi sono validi. Beninteso, non quelli reçu dagli altri tipo "gli zingari rubano, Milano è brutta": solo quelli derivanti da osservazioni in proprio. È vero che le Americane parlano perlopiù con una voce nasale orribile, vanno in giro in ciavatte per l'Italia, hanno i caviglioni. Che poi una percentuale infima smentisca questa nomea, beh, tanto meglio. I Romani sono spacconi. Gli assessori socialisti rubavano, i democristiani erano (sono) dei sepolcri imbiancati, la minimal music fa schifo al cazzo, gli scouts e gli scacchisti sono dei nerds, i Tedeschi sono precisi, e non c'è bisogno di conoscerne ottanta milioni per trovare quelli ritardatari.
Gli adolescenti si ammazzano di pippe (ma non che poi si smetta, eh, intendiamoci!), i libri Mondadori con le copertine in rilievo non li leggo, i narratori Feltrinelli sono dei noiosi terzomondisti del volemose bene, i cani ridicoli abbaieranno in modo inversamente proporzionale alla loro mole, i ristoranti con su scritto "Hostaria" vanno evitati come la peste. I bambini fanno casino, smocciolano, ti sbavano addosso. Una commedia americana che esce in quattrocento sale già so che mi annoierebbe a morte. Invece andrò sempre con piacere a vedere un film di Kitano, di Almodóvar, leggerò l'ennesimo giallo di Dickson Carr in cui suppongo che il delitto avverrà in una camera chiusa con un tavolino e quattro sedie e una misteriosa scatola come unico arredamento, andrò dal Tedesco una volta di più ignorando il pub irlandese di Trastevere: non ci vado, ai pubs irlandesi di Trastevere. Non andrò alle mostre al Vittoriano perché sono organizzate sempre male, né al Chiostro del Bramante. Invece andrò dal formaggiaio sfigato o all'osteria di vecchi, convinto (magari a torto) che mangerò bene.
Non c'è tempo, nella vita, per tutto. Non si può conoscere tutto. Bisogna selezionare a monte le cose che ti possono interessare, scartare le altre facendosene anche beffe e con supponenza. Difendo accuratamente la cultura del pregiudizio. Pronto poi a coprirmi il capo di cenere e a dire "non me lo sarei mai immaginato". Vuoi mettere la soddisfazione?
sabato, 09 giugno 2007
È inutile che vada a cercare col lanternino i blogs dove compaiono le mie bestie nere, ossia i bluffs. Faccio da me. Gradirei molto che ognuno completasse l'inventario, ma naturalmente io sono l'unico che se ne intende. Ci pensavo stasera uscito dal Teatro ex-Concordia, dopo aver visto uno spettacolo vergognoso di certo Davide Livermore e aver sentito (nè ton Dìa) che "questa era una regia d'opera". Già, perché al giorno d'oggi non si può più dire se una cosa è una minchiata o no. Eh no. Io me ne intendo. Ed ecco un elenco di sopravvalutati per categorie.
Musicisti "leggeri": Capossela, De Gregori, i REM. Gli Oasis che ve lo dico a fa'. Bocelli. Elisa e tutte quelle che io ho una bella voce. Dee Dee Bridgewater. Amii Stewart. La demo-etno-rock tipo Agricantus e minchiate varie. Piovani.
Musicisti "classici": Weber, Scriabin, Nono, Marin Marais.
Registi:Tarantino, Bertolucci, Martone, i fratelli Coen, Altman, Ozpetek. Dei registi teatrali non parlo.
e inoltre Film sopravvalutati: Schindler's list e i film di Spielberg a parte Incontri ravvicinati, Il postino, i film fintamente indipendenti tipo Buffalo 66 o Ogni cosa è illuminata, tutto Bellocchio dopo I pugni in tasca, Jules et Jim, La meglio gioventù, Caro diario.
Scrittori: gran parte degli americani del secondo Novecento (a parte Saul Bellow) includendo Salinger, Kerouac, Bukowsky, e ci metto Hemingway anche se è quasi fuori tempo massimo. Inoltre Calvino, Seneca. C'è stato un tempo in cui si sopravvalutava Federigo Tozzi. Per la categoria "premi Nobel", Dario Fo, Pirandello, Quasimodo.
Giornalisti, opinionisti etc.: Sergio Romano, Magdi Allam, Pansa, Galimberti.
Attori: Facile. Tom Hanks. Robin Williams. Travolta. Sparo sulla croce rossa. Jim Carrey o come cazzo si scrive. Depardieu. Tutte le attrici dei film italiani recenti.
Calciatori: Del Piero, Coco (all'epoca), Dino Baggio (all'epoca), Pirlo.
Topa: Julia Roberts (un canotto), la Cucinotta (una scatola di tonno Alco), Paris Hilton (un furetto).
Attività sopravvalutate: la pizzica, l'interrail, recitare scalzi.
Lasciatemi spendere una parola contro i comici di Zelig, prima che sia troppo tardi.
Mi sento attaccabrighe. Vi aspetto.
giovedì, 07 giugno 2007
Sono andato dal mio barbiere di vecchi non tanto per tagliarmi i capelli, né per sentire cosa dicono i vecchi nel dialetto tutte "aaaa" e "sgneeee" della Polentonia inferior (in genere si appigliano alla cronaca come all'unica loro salvezza prima di scivolare nel Maelstrom del rincoglionimento) - no, quando alla fine l'ultimo vecchio si è ricomposto la chierica e una confusa massa grigia è stata spazzata verso lo stanzino, mi sono seduto sulla poltrona di cuoio e mi sono guardato allo specchio - con l'unico scopo di chiedere:
"Ma Lei il lunedì che fa?"
Perché è un giorno del cazzo il lunedì per essere chiusi, penso io. Non so perché, ma ne sono convinto, che il lunedì alla fine lui non faccia che vagare per strada - gli alimentari, qui, il lunedì pomeriggio sono chiusi, molti bar anche - con l'aria assente, a salutare i conoscenti di una vita con un gesto, oppure chiuso in casa a vedere su Sky tigri che si ingroppano o ricette che comprendano almeno un etto di taccole sgusciate.
La risposta è simile, ma diversa.
"La mattina vengo qui e pulisco la bottega. A mezzogiorno finisco. E allora non voglio sentire niente e nessuno. Vado a una riserva di pesca, vicino a una risorgiva. C'è un laghetto in mezzo alla pianura. Immettono trote. Pesco trote, sì, perlopiù. D'inverno, d'estate, a meno che non ci sia un temporale. Le canne le compro all'Iper. Costano poco. Pesco trote, sto là qualche ora, se fa caldo ho un ombrellone. Torno, passo da mia cognata che è di strada e le lascio la gran parte del pesce. Quando non vado si preoccupano."
Neanche se ci fosse sul mercato Brutus Beefcake cambierei barbiere. Il mio barbiere di vecchi.
mercoledì, 06 giugno 2007
Il mio modo di sfidare Milano è camminare lentamente per via Montenapoleone mangiando un panino al prosciutto cotto e uno al salame. Col pane casareccio. Mi farei tagliare una mano piuttosto che guardare una vetrina o una donna. È il mio modo di vivere, un ribellismo puntiglioso e velleitario, niente rivoluzioni. Non vorrei un'altra epoca, in tutte mi sento ugualmente né-bene-né-male, qui posso burlarmi di Ipod e telefoni e comprare il generico dell'Aulin e vestirmi anni Ottanta (decennio di merda se mai ce ne fu uno: semplicemente più allegro, come è tutto allegro quando vai alle elementari e la Roma vince lo scudetto). Entro in una chiesa senza capire se ha la facciata a cappello da maresciallo (o era da ammiraglio?) o a vela - attraverso coi rossi - i panini finiscono troppo presto. Mi sposto da una biblioteca all'altra a raccogliere dati esanimi, rinviviti appena in tempo per stamparli nel XXI secolo. La Sormani è assediata dalla fica, come tutta Milano. Trascrivo le solite tre righe e mi defilo.
Mio padre a Milano mi regalerà un portachiavi e mi dirà che quando ha sentito l'inno argentino alla Bombonera, cinquant'anni dopo, ha pianto. Una volta tanto a questo mentitore professionista, ora invecchiato, riesco a credere.
Sono anch'io, in effetti, un *iglio di papà. Ho frequentato *igli di papà, e dico *igli indicando con l'asterisco una specie di sibilo. Quando sentivamo Radiomaria in macchina col Pugile (ora non gli va più) avevamo beccato questo predicatore con la esse fischiante, e il bello è che allargava la cerchia delle esse a consonanti improprie. Ecco la frase (subito storica): "*e il Padre manda il *iglio..." - la scuola dove grazie a un sotterfugio mi sono iscritto era la scuola dei *igli di papà. Pubblica, ma al centro, centrissimo, con cinquecento anni di istruzione sulle spalle. Io ero uno dei meno indiziati, visto che con il papà non vivevo, e che la paghetta me la guadagnavo lavorando. Alcuni miei amici si sono salvati dalla sindrome del figlio di papà. Molti altri no. Fai il ribelle gratis per un tot di tempo e poi rientri nei ranghi. Se ne sei mai uscito. Figli di primari che tentavano la pittura (per poi fare medicina). Figli di primari che tentavano la medicina (per poi fare medicina). E quanti, anche in altre classi, figli di politici di ogni colore, di architetti, professori universitari, nipoti di Agnelli, eredi di casati cardinalizi e papali. Dietro all'agitatore di popoli io scorgevo il futuro buon uomo di mezz'età con casa avita e culo al caldo. Le feste di diciott'anni avvenivano in casali semisepolti da ulivi, con macchine guidate col mignolo da incappottati eredi a centosessanta all'ora. A rendersi ridicolo, pure in quell'ambiente così aperto, c'era da aver paura.
Ho letto vari romanzi di figli di papà. Hanno tutti lo stesso difetto, da cui solo uno (il più grande dei figli di papà romanzieri) si è salvato: sono velleitari - si muovono fanno cose stravaganti, fanno gli scudi umani in zone di guerra, ma di fondo non si sono mai mossi dal triangolo Piazza Venezia-Prati-Parioli. Le spalle coperte. Se una macchina cade in un fosso, qualcuno la ripiglia, la si ricompra. Il viaggio in Iran, la Route 66 in America.
Bah - mio padre mi ha regalato un portachiavi orribile. Ma penso che lo userò.
lunedì, 04 giugno 2007
ma, come Mazinga (trovate l'errore), lotto contro il male. Mi butterei anche dalla scogliera con una bicicletta.
http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/news_collection/awnplus_calcio/2007-05-31_13148443.html
domenica, 03 giugno 2007
Maghrebino si presenta, abbastanza lercio, al bancone. E dietro al bancone troneggia un imprenditore padano, di quelli che pur lavorando nel bar sotto al Comune, e quindi nella più centrale delle centralità, sicuramente impreca contro il sindaco di centrosinistra, ha la lega scolpita negli occhi porcini, nella fronte bassa, nella fisionomia da bambino cattivo e ciccione. Il maghrebino parlando malissimo sostiene di aver avuto cinque euro di resto di meno quando ha comprato le sigarette. E non al momento, almeno un'ora prima. È andato a casa - dice, manco troppo convinto - e si è accorto dei cinque euro. Direbbe Verdone, la scusa più stronza. Il proprietario prima non capisce, impassibile, poi afferra e gli urla: "COME FACCIO a sapere che è vero? devi dirlo prima di uscire dal bar!". Ora lo insulterà, scommetto. Ora lo manderà via biascicando contro i negri. Contro il governo. Vengono qui a fare i comodi loro. Contro le tasse, contro gli zingari, contro la CIA. O a favore della CIA.
Invece apre la cassa e gli dà cinque euro.
Quel ciccione. Quel bastardo ciccione. Quasi si vergognava della mia espressione ammirata. Gli ho sorriso e l'ho come ringraziato di avermi fatto sbagliare. Beh, una volta sola.
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