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giovedì, 31 maggio 2007
Le persone che mandano trenta raccomandate alla volta. Io lo so che non dovete fare un cazzo, altro che i galoppini, gli importuni - e lo so che quando il regolamento delle poste vi ha concesso di mandarne più di cinque avete esultato, lividi, nelle vostre camere piastrellate, con felpe e maglioni con cani e gatti in rilievo, lo so, felici di poter fare aspettare ore il vecchio pensionato, di interrompere lo scorrimento dell'eliminacode, lo so. Che poi alcuni di voi lo facciano per concorsi, per trovare un lavoro, non ci credo più. Vi vedo. Attenti.
I pubblicitari. So altresì che qui sto cacando fuori dal vaso. Splinder è infestata (infestato?) da pubblicitari. Alcuni di loro hanno dei blogs che mi sono cari, e tra l'altro qualcuno dovrebbe scrivere l'oroscopo del mese e promettermi ricchi premi e cotillons e così ritirerei la condanna. C'è un motivo più sottile: io non sono capace. Non sono capace di propormi, parlare bene, gonfiare i minima immoralia della vita. Ho fatto l'ufficio stampa due anni di fila. Una volta sono riuscito a far passare un pianista sconosciuto per l'allievo prediletto del (defunto) Serkin. La sala era piena. Ero soddisfatto. Oddio. La corruzione comincia così - al massimo sopporto l'ometto al banco del mercato che mi dice, spaccando una zucca con le mani (non scherzo), di assaggiarla perché è speciale. E io faccio finta di assaggiarla. E la compro. Senza fiatare.
L'Italia. Taormina. Le prime pagine. Galli della Loggia, Sergio Romano. I telefonini. La cultura. I poveri che votano per i ricchi. E la cosa peggiore è che fanno bene.
Gli errori. Quelli sempre. Ma soprattutto me quando mi rode il culo.
Così diceva un ragazzo di Matera, al Conservatorio. Necessità di trovare le parole giuste, l'espressione esatta, a costo di tacere fino allora. Ascolto il mio pezzo registrato e trovo esattamente il mio carattere. Il mio modo di parlare e il mio modo di scrivere sono uguali. Rallegrarmene mi sembra eccessivo. La chiarezza non basta mai. In classe, leggendo il libro XIII degli Annali, la compagna più "miominipony" che abbia mai avuto:
"Si diceva che Nerone avesse usato violenza a Britannico. Professoressa" cambiando tono "ma che significa: usò violenza a Britannico?"
Voce di Fabrizietto, dal terzo banco: "A Ggiulia, je l'ha buttata ar culo."
In stampatello, appunto.
venerdì, 25 maggio 2007
Saxa rubra, centro RAI, palazzina G2, interno giorno. Corridoio. Busso a una porta. Arriva di gran carriera uno con la barbetta, occhiali e giacca. Uscito da Ecce bombo.
Lui: C'è qualcuno?
Io: Non so.
"Ma ha bussato?"
"Sì"
"E non le hanno risposto"
"No"
"Ha provato ad aprire?". Mi si mette a due centimetri dalla faccia. Provo la maniglia.
"È chiuso"
"Quindi?"
Lo guardo con aria interrogativa. Trae le conclusioni:
"Quindi non c'è nessuno." Soddisfatto.
"Sembrerebbe"
"Perché se non rispondono non c'è nessuno. Ha bussato, non Le aprono. Gira la maniglia, è chiuso. Questo è un posto pubblico. Non è privato. Evidentemente non c'è nessuno"
"Già"
"Lo dico per Lei. Non è che ci sono gli spiriti che Le possono aprire."
"Certo."
"Vuole stare qui?"
"Sì."
"No, perché evidentemente non c'è nessuno. È un consiglio che Le do. Poi fa come preferisce."
"Infatti."
"Se non c'è nessuno non c'è nessuno. Vuole restare davvero?"
"Mh. Sì, grazie."
Si gira verso il bar, si affaccia e fa: "Qui non c'è nessuno..."
Poi si allontana nel corridoio. Pur essendo un noto statalista, sto rivedendo le mie posizioni sulla privatizzazione della RAI.
mercoledì, 16 maggio 2007
Mi scuso. Nutro un'immotivata prevenzione ed anche astio, se vogliamo, per tutti i Romani che come desiderio hanno andare a Parigi. Anzi, per tutti quelli che si sdilinquiscono per Parigi. Parigi, intendiamoci, non è proprio un brutto posto. Ma è da provinciali desiderare Parigi. Un vero Romano non dovrebbe desiderare Parigi. A Parigi non c'è un sasso che risalga a prima del Seicento (e non avanti Cristo: intendo proprio il 1600), tranne sparute eccezioni che neanche valgono poi tanto la pena.
Poi scavo meglio, e capisco che la colpa è della mignottona. La definizione non è mia, è di un mio amico che stanco di vedermi perdere energie e sonno per lei, disse che insomma sta mignottona era meglio se la lasciavo perdere. Si era scopata mezza Roma. Io ero nell'altra metà. Insieme ai nerd impapabili, ai monchi, ai brufolosi, io, il musicista in fieri che le regalò Eugénie Grandet (l'aveva già, per inciso). Ero innamorato. Di lei, che diceva, ventenne uscita da un liceo finto-alternativo (era di famiglia bene, benissimo, direi), "Parigicheffico". Parigi: che fico. Tutto era fico. Andare al Toretta style era fico. La festa di Rifondazione era fico. Andare alle terme al lago ai monti in Sicilia - a Parigi era fico.
Vent'anni li avevo anche io. Tutte le sere portavo la ipsilondieci di mammà esitante al suo portone vicino Piazza Vittorio. Avrei potuto fare la statua di cera al Tussaud's del servus glebae. Se la statua di cera entrasse in una Y10. Giocavamo a ping pong. Percorrevamo a metà luglio l'Esquilino, Monti, l'arco di Gallieno, via Paolina, la Porta magica, Fassi. Fumava le inevitabili Marlboro dalla scatola dorata. E aveva gli occhi stretti stretti, portava un deodorante che sapeva di bucato, di pergolati da Mulino bianco.
Mi ero innamorato a prima vista di quei capelli corti, di quelle forme convenzionali e di quel viso strano. Per quasi un anno provai a non amarla, a non fare il miglior amico, a cercare di metterlo in mano alle sue amiche. Lei aveva un fiuto impossibile, in quel senso: quando una sua amica era interessata a qualcuno, lei se lo scopava. Io ero fin troppo facile. Io potevo subire il racconto di quelle scopate. In treno. In Italia come in Europa, come dice un coro della Curva sud. Con un rasta mezzo olandese. Con un tastierista di un gruppo sfigato. Con uno che non si lavava. Con un mostro bianchiccio. Con l'intellettuale fuori corso con casa in val d'Orcia. Che poi, dopo pochi giorni, la mollavano.
Sì, certo, non è nuova cosa. Gli avvenimenti e l'intossicatura si successero in serie inestricabile. Io mi sorbivo tutto senza fiatare scrivendo alcune delle migliori tra le peggiori poesie del mondo ("Al quieto volgere del giorno - d'ieri"), alcuni poemi in prosa che non hanno trovato la via del camino solo perché non avevo un camino, e hai mai provato a bruciare i quaderni sul termosifone?
Finché impazzii, mi dichiarai, ruppi con tutti gli amici dell'epoca, feci la scena del matto, quella che si fa al servizio militare.
Non racconto questo per raccontare - l'ennesimo scacco inter raspones, insomma - ma per trarre una serie di conclusioni moraleggianti. Lei smise di farsi mezza Roma, fidanzandosi. Ora che ci ripenso, che aveva fatto di male per meritarsi il titolo di "mignottona"? Aveva argutamente sfruttato l'intervallo prima della melanconizzazione della donna per farsi una collezione di cazzi.
Ne deduco che a vent'anni un uomo fa ridere. Anzi, io facevo ridere. Beh, però questa cosa mi consola.
E insomma, anzi: in finale, ai Toretta style, al centrosocialeoccupato, a Parigi ci si può pure andare. Ma sempre con quella certa aria di superiorità di chi a sentir dire
"Perché non andiamo a Parigi?"
risponderà:
"Parigi?" pausa. "Ma sì, sti cazzi, andiamo a Parigi."
lunedì, 14 maggio 2007
"Si nota di più se vengo e sto in disparte..." Al cosiddetto eppiauar che ogni giovedì e domenica si tiene dall'ora dell'aperitivo in poi sulle sponde del fiume ePOnimo di questa pianura, con tanto di sedie sdraio, foglie di banano, cocteils, musica e danze anni Settantaottanta, avevo deciso di andarci solo per far divertire la mia legittima, con l'intento morettiano di guardare da un angolo con un toscanello spento in bocca, scrutare perversamente soggetti e bocce e stivali. A un certo punto ho guardato le orde scatenate con camicie appuntite e catene - donne che ballano ritmicissime senza sbagliare una mossa - gelatina che si scioglie sotto i fari - orecchie stordite da aiuillsurvaiv
e li ho visti nitidamente la mattina dopo alle nove a Milano appena usciti dalla metro gialla, con gli occhiali rettangolari, il computer acceso, la cravatta, i mocassini, sul chi vive, puntuali ed efficienti ad attenzionare a conferire a qualificare a rispondere a compilare
comincio a ridere convulsamente come un idiota e a gridare
"E domani tutti a Milano!"
Accolto da un boato della folla mi lancio in pista e ballo per due ore filate imitando Mauro Repetto, come se avessi parcheggiato nel parcheggio l'Alfasud. Poco importa se Gianni Pettenati non sarà d'accordo con questa versione del suo greitestit che lancio verso la sponda emiliana:
Finché vedraaaai sventolaaar questa ban-die-raaa
semo l'Ur- trà della Rröoomaaaaa...
venerdì, 11 maggio 2007
martedì, 08 maggio 2007
F. Comprendo, o Socrate, che un giorno l'oracolo delfico ti disse il più saggio dei mortali, ma posso cucinare gli spaghetti alle vongole a modo mio?
S. O Fedone, somma saggezza è quella che si ammanta della propria stoltezza - o viceversa, adesso non ricordo. Comunque non ci puoi mettere le scaglie di parmigiano, né il tartufo.
F. Il tuo, maestro, permettimi, è un modo di pensare ancora legato alla modernità, a un antico pensare al lecito e al non lecito.
S. Fedone, quando dici queste cose mi sembra d'avere a che fare con un abitante dei demi più lontani, quelli che Apollo, dividendo le terre dell'Attica al primo viaggio del carro del Sole, definì "nient'altro che burini". Quelli che mettono insieme lo scamosciato e il pantalone di lino. Che bevono un ciato di rosso con il pesce.
F. Come hai fatto a indovinare, o Socrate? l'ultima tendenza è proprio questa.
S. Questa post-modernità mi ha seccato, diletto dei miei discepoli.
F. Rilassati, Socrate. Con le mie ultime opere d'arte in cui vedi Artemide addentare una quattro stagioni, o il Cinghiale calidonio con le scarpe da ballerina ho accumulato abbastanza per poter pagarti la retta arretrata. E anche questa cena.
S. Questa non-cena, dirai. Per Zeus, cessa di metter dentro i cornei involucri dei mitili diletti da Glauco, e lascia che godiamo del molle ventre.
F. Che cosa?
S. Perdio, non buttare l'interno lasciando i gusci nella padella.
F. Socrate, una squisitezza: la pasta con i gusci. Gusci di vongole: scorza di parmigiano: gusci di noce. Il concetto procede ininterrottamente, con una leggera variazione che rende giulivo il nostro intendere. Una audace...
S. Se pronunci la parola "contaminazione", Fedone, credo che ti metterò in un rapporto simile per traslato a quello che intercorre fra la cifra del pi greco e la sua metà. A novanta gradi insomma, visto che quando spiegavano geometria tu disegnavi fave con l'uniposca. Quanto alle tue opere d'arte, ne penso quanto quelle di Tytinos, che poiché non sa esercitare l'arte musica mette insieme melodie ascoltate negli angiporti con gli antichi nomoi. E come questa pasta. Una schifezza.
F. Socrate, non fosti tu, primo tra tutti coloro che si chiamano amanti della saggezza, a porti delle domande che nessuno aveva mai considerato? Tu sei il primo dei post-moderni. Tu hai fatto sì che non considerassimo il fluire della nostra vita come dato a prescindere, ma fatto dalle nostre scelte, da condizionamenti culturali che non potevamo conoscere, da combattere.
S. Fedone, la prossima volta che parlo fammi il favore di prendere il figlio del nostro sacro olivo e percorrermi il podice.
F. Ossia?
S. Ficcami un bastone in culo, piuttosto. E adesso andiamo a prenderci una focaccia e due strappone. In quest'ordine.
lunedì, 07 maggio 2007
www.jocelyn.tv/english_version/Jocelyn.gif
Ditemi che è lui. In cuor mio spero ancora che i Francesi si siano sbagliati.
domenica, 06 maggio 2007
La domenica il rarissimo fruscìo della matita sulla carta e quello più frequente delle buste di plastica adespote in mezzo alle correnti: poi il campanile di sant'Agata col suono che rimbalza sulla parete di fronte, un Re naturale con echi di Mi bemolle grave.
La successiva coincidenza di Here comes the sun coi fiocchi di pioppo che finalmente tornano illuminati e bianchi mi riporta a quando non facevo il chierichetto, ma alla benedizione guardavo dalla vetrata e mi sembrava - lo dissi a un amico di famiglia al semaforo, mentre mi riaccompagnava a casa tenendomi per mano - che fosse un cenno di assenso. Lui, delicatamente ma forse col cuore pesante, per non deludermi si limita a non dire nulla. Ma io capisco lo stesso.
Forse però non ho mai cambiato idea.
sabato, 05 maggio 2007
Nessuno mi nomina per le catene. Del resto io non risponderei. Non so se essere invidioso o smanioso. Per prevenire, do una risposta complessiva a tutte le catene:
Tutte le famiglie felici sono felici allo stesso modo, ogni famiglia infelice è infelice in un modo diverso. No. Se è senza lingua no. Sarei una stecca di cioccolata 71%. Initium mihi operis Servius Galba iterum T. Vinius consules. Solo se non è depilata. In mezzo ai boschi del Molise. Tutti i film tranne Wim Wenders. Mi siedo sul bordo della doccia. Ciccio di Nonna Papera. Due colpi non si negano mai, soprattutto in grande amicizia. Sto a scherzà, non lo vedi che è scarica? Solo con una maglietta a maniche corte. Sì. Sopra la spiaggia de Capocotta ce so du' fiji de 'na signora. Dimmelo tu cos'è. Sì. Non ho un telefono. Le scampagnate, la Roma, Trpzx, in ordine inverso. Stubaschi? Meglio avercelo grosso. Die Musik in Geschichte und Gegenwart. Piuttosto una cozza che un uomo. No. Tua sorella, si farà picchiare!
Non dovrebbe essere difficile ricostruire le domande.
p.s. a gentile richiesta del Tricheco che noi tutti seguiamo aggiungo:
Sui mille non sono mai sceso sotto i 3'26". Mentre scopro quanto una donna è intelligente, per risparmiare tempo le guardo le tette. Mi lavavo col sapone di Marsiglia. Ho ancora un numero di Playboy del '91 in qualche cassetto. Ho le sopracciglia unite (un po' meno di Elio e di Bergomi, per la verità).
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