passoscuro

   apoditticamente scorretto


domenica, 29 aprile 2007
 

attaccatura di pippa (da leggere in tono non lamentoso)

"And who knows which is which and who is who?" Consumismo: sarebbe la corsa al comprare?  sembra piuttosto l'epoca del vendere. Si trova lavoro solo se vendi qualcosa: assicurazioni, contratti, una conferenza, perfino il tuo nome. Una scatola vuota, ovunque, il cui valore è scritto sulla scatola.

Comunicazione: rende vicino, comune, conoscibile? Invece anche le facoltà comunicative sono deputate alla vendita. Per antonomasia. La parola giusta è proporsi. Il rapporto comunicativo diventa alto-basso: deve finire sempre con una rete di scarto almeno. Non è previsto il pareggio. Ci deve essere un plusvalore anche intangibile. La transazione arrivare a buon fine.

La rete è piena di pubblicitari, e si capisce che ogni giorno ritocchino il proprio cartellino, seguano le azioni di se stessi, un giorno su, un giorno giù. Aggiungere visibilità al tuo post. Persino la macchina fotografica di famiglia finisce all'asta. La mia è invidia: io non ho niente e quel che ho lo accumulo.

Al compratore interessa solo che il prezzo sia scritto col pennarello ben evidente sul cartellino; il cartellino si lascia sull'articolo, la nuova tendenza. Non è nemmeno più la crescita dei bisogni che ingenera questa pletora di commercianti e di pubblicitari. È la paura di aprire la scatola. Di trovare un mercimonio fatto di nulla persino nella conversazione, per strada, nel letto, nel tinello. Non più un baratto di oggetti, nemmeno di sentimenti che si logorano ai bordi, come le vecchie monete - un baratto di nulla.

postato da GiacominoLosi | 09:38 | commenti (11)


martedì, 24 aprile 2007
 

Liberatemi spazio nel cervello (I)

Ricordi inutilmente nitidi si affastellano nella vita, z. B. reminiscenze musicali che occupano spazio prezioso.

Che ci fa quel vecchio partecipante alla Corrida che cantava Il moscolone? Mi ricordo la musica e la strofa, accompagnata dal pubblico in responsorio battendo le mani.

"Nella mia stanza - c'è un moscolone

(pubblico: ah ah ah)

che gira intorno - alla lampadina

(ah ah ah)

e a me nun - me fa dormire

(ah ah ah)

E il moscolone - sto furbacchione

dalla finestra - non vuole uscire

e gira intorno - alla lampadina

e a me nun me fa dormì."

Se poi passo oltre, nel florilegio, mi rivedo a otto anni cantare la seguente canzoncina di mia invenzione:

"Io sapevo che tu volevi - prenderti tutto tutto tutto

per carità - non togliermi la libertà!"

che fa il paio (anzi il trittico) con una composizione di tre note variamente combinate scritta a sei o sette anni, intitolata Composizione in un momento di tristezza. Ero al pianoforte e stavo guardando un vecchio kolossal ispirato alla battaglia delle Termopili. È consolante che sono un vecchio rincoglionito e tutto sommato non è cambiato niente. La composizione non l'ho ancora depositata, potrebbe venirmi utile. Re-Fa-Re-Mi-Re-Fa-Mi...

Ci sono ricordi inutili ovunque. Che magari ti fanno anche piacere. Poi però ti scordi cose più importanti come la capitale del Ghana o il nome di uno che ti presentano, o come si dice "sera" in Inglese. Verrà il momento dell'oblio totale, o quasi. E sono sicuro che allora, farfugliante, io mi riscuoterò e canticchierò, con una camicia dalle strane maniche addosso, in una stanza imbottita

"Ma il moscolone- quel furbacchione - dalla finestra - non vuole uscire..."

Lo spazio è cordialmente offerto a chiunque volesse liberarsi di ricordi in esubero.



lunedì, 23 aprile 2007
 

Et nunc erudimini (III). I consigli del dr. Friedmann

È sempre epoca di scampagnate. La scampagnata nobilita l'uomo. Ma dove? Come? Non vorrete fare mica la fine di Carletto, che fin dall'incipit,

"Malgrado i ripetuti ammonimenti dei suoi genitori Carletto era sgusciato di soppiatto dal giardino nel bosco. Per un po' cantò e zufolò spensieratamente [...]"

evinciamo avviato verso una finaccia. No. Piuttosto le scampagnate - vel uscite - saranno organizzate con buonsenso e razionalità. Generalmente, dal capofamiglia. Immaginiamo il papà e la mamma che cercano di regolamentare e razionalizzare il flusso degli impegni e delle visite, con questo esito:

"Caterina, vieni qua; oggi andiamo con Geltrudina alla musica sulla piazza San Carlo. Faremo dapprima una visita alla signora Müller, così la signora Müller verrà poi anch'essa con noi. Vengo subito, e anche mia sorella Mariuccia viene alla musica. Devo però prima scrivere una letterina alla signora del dottor Schmidt. Bene, frattanto cerco i libri di suo fratello Adolfo. I libri del signor Adolfo non sono più in casa mia; già da quindici giorni li ho mandati alla signora del professor Schmidt. Orbene, adesso sei pronta? Sì; chiama Geltrudina, per favore; è tempo che andiamo, altrimenti non troviamo più in casa nessuna di queste signore."

Notiamo che alla signora Müller non è richiesto il suo superfluo parere. M perché limitarsi alla città di residenza o a un bosco suburbano quando le plaghe del Bel Paese si offrono a un tiro di schioppo ferroviario? Ai nostri amici Lombardi non passerà inosservata questa descrizione:

"La ferrovia elettrica traversa una delle più amene parti della Lombardia, il cosiddetto Varesotto."

Il Varesotto: mica pizza e fichi. Ma ecco come la gita - e la perfidia delle ferrovie italiane - volge immediatamente al disastro:

"Qui la velocità del nostro treno superava talvolta gli ottanta chilometri all'ora e non si poté quindi vedere quasi nulla; per giunta pioveva forte, e c'era tanto vento che si dovettero anche qui tener chiusi i finestrini, malgrado il caldo opprimente."

D'altronde, l'uomo è caduco. La perfezione non esiste nel Varesotto né altrove. Ecco come si potrebbe concludere una vera, autentica, giornata di scampagnate. La grammatica non serve solo a imparare una lingua, ma a costruire la propria personalità, a avviarla verso una matura consapevolezza del reale:

"La visita d'un ospedale ci mostra quanti dolori ci sono in questo mondo d'esilio e di miserie."

Grazie, dottor Friedmann. Buona scampagnata a tutti.

postato da GiacominoLosi | 20:44 | commenti (3)
polentoni vs terroni


domenica, 22 aprile 2007
 

Méditation dannuntienne

(Sull'uso de "Gl'impermeabili" nella pubblicità del Monte dei paschi di Siena)

O Paolo

io comprendo

che sei Conte

che sei un genio

della canzone

che sei insonte

che fai il cazzo che ti pare

e piace -

e ti lice:

ma ti necessitava proprio

quEr mi(j)one?

postato da GiacominoLosi | 22:46 | commenti (4)
passoscuro


mercoledì, 18 aprile 2007
 

Ho vinto il mio primo premio e ho avuto la mia prima recensione negativa. Direi che per questa settimana può bastare. L'impressione più durevole è quella di un bambino che corre a rompicollo per una discesa sul suo triciclo, alla fine della discesa lo attende un incrocio pericoloso.
Il bambino si avvicina, la mamma non dice nulla.
Il bambino acquista velocità, la discesa si fa più ripida.
Il bambino sta per giungere all'incrocio. La mamma ha le braccia conserte.
Siamo vicini all'impatto.
A un certo punto il triciclo rallenta, inesorabilmente, e si ferma esattamente sul bordo del marciapiede.
La mamma lo raggiunge, attraversano insieme la strada.
I Tedeschi sono troppo avanti. Chi di voi ha letto Tre uomini a zonzo, vi riconoscerà il protagonista dell'aneddoto e anche il Dr. Friedmann.
postato da GiacominoLosi | 12:31 | commenti (12)


martedì, 17 aprile 2007
 

Et nunc erudimini. Parte II (i consigli del Dr. Friedmann)

Avete bisogno di un consulente epistolare. Lo so. Tutti voi, quando la pagina bianca o il riquadro di Eudora o Outlook si disegna alla vostra vista come un moderno campo per figuracce e balletti (laddove per "balletti" si intendano quelle cerimonie e infiorettature che rendono il tutto più civile), avete un'esitazione, un sospiro, un quid. Basta chiedere al Dr. Friedmann. Lui sa come suggerirvi il tono giusto, corretto ma amichevole, per comunicare con le persone lontane e a voi care. Anche se avete poco tempo, e avete paura che si offenda della vostra bruscheria. Gli lascio la parola.

"Caro Roberto

ci spiace assai che ti sia fatto male a una mano, ma ci confortiamo nel vedere che puoi di nuovo adoprarla con qualche precauzione. Forse ci potrai con essa scrivere presto una bella lettera lunga, sui tuoi attuali studi e sulle tue speranze per l'avvenire.

Domani ci rechiamo tutti insieme in montagna, e io avevo pensato di prender meco il tuo zaino, ma ho scoperto stamane che i sorci vi hanno fatto dei buchi tali che è divenuto inservibile e ne ho subito comprato un altro che tu pure adoprerai durante le vacanze. Non aspettarti lunghe lettere da me che non ho tempo per questo, come sai, ma ti prometto che di quando in quando ti manderò una cartolina illustrata. Coi migliori saluti di tutti, il tuo amico

Enrico"



sabato, 14 aprile 2007
 

Parade

Il mio rivale in questo concorso ha dieci anni meno di me, quasi undici. Vale a dire che non ha compiuto ancora ventidue anni. E´l´ipotiposi del Tedesco pennellone, secco come un chiodo, veste una giacca di color marronegrigiogiallo, un panciotto dello stesso colore, scarpe scamosciate, occhialetti fumé. Ma è un soggetto, non un nerd. Lui non lo sa, ma gli voglio un gran bene perché in questi giorni ha sostenuto il mio traballante Tedesco con una grande pazienza. Ha gli occhietti celesti e lontani, piccoli, la testa triangolare come uno strano serpente, la voce da basso profondo, e ha anche un discreto talento. E´gentile, parla non molto, ma a proposito. Troppo maturo, troppo serio, d´altronde a quell´età ci siamo cascati in molti. Quando decide di camminare veloce fa trenta all´ora con quei rapidi stecchini, snodatissimi. Ci siamo fatti compagnia davanti a maiali e cipolle e patate e cetrioli, combinati in vari modi ma sempre gli stessi, oppure a camembert ricoperti di strani mirtilli, l´unico piatto che preparano la sera dopo il concerto. Ci siamo scambiati segni d´intesa, ma naturalmente esibirgli la mia gratitudine da straniero sarebbe eccessivo.
postato da GiacominoLosi | 09:33 | commenti (4)
polentoni vs terroni


martedì, 10 aprile 2007
 

Unico grande amore

Cantano, li sento, anche da qui. In fondo siamo in trasferta tutti quanti. Solo che loro sono insieme a sorreggersi. Li sento forte, hanno preso uno due tre quattro cinque e ancora intonano il loro inno, senza base, a voce alta, da soli.
Vicino alla pensione qui nella media Turingia c`è una specie di amoretto che regge sulle spalle un´enorme cipolla, come Atlante. La notte è illuminato da un faro sghembo, inquietante e brillantissimo, da sotto in su. Nel locale siamo in quattro: la partita è trasmessa solo a metà, insieme a un´altra. Un incubo, naturalmente, come il tifoso del Manchester che mi sta accanto e poi sparisce. Tanto stanno vincendo, dominando, umiliando. Io resto fino alla fine. Che fede è questa, a strisce oro e rosso sangue? eppure c´è, non me ne vergogno. C`è gente che si fa inculare dai cavalli; altri che collezionano francobolli, donne, salviette degli alberghi. Sono da solo e decido di rimanere fino al termine, fino a sei, sette, perché quella è la mia gente, un po´volgarotta eccessiva e scorretta, ma che ama. Come metafora mi convince, come esercizio ascetico pure. Nella chiesa poco discosto dalla cipolla
appena uscito dal locale stanno suonando i funerali di Sigfrido, nella orchestrazione certo non all´insegna dell´understatement organo e ottoni si intendono bene. Le vetrate tremano, il monumento a Herder volge le spalle prudenzialmente.
Alla fine il pensiero degli sfottò dei telecronisti, dei giornalisti, dei tifosi per un giorno. Io no, quella teppa sdolcinata che è andata fino in Inghilterra nemmeno. Come faccio a spiegarlo? Credo non sia possibile. E`un sentimento che esclude, che si rafforza, senza senso. Canto anche io, sottovoce, ma non per paura, piuttosto come per non disturbare il rituale, mentre vedo il Capitano che saluta la curva, portandosi dietro quell´ "unico grande amore di tanta e tanta gente che hai fatto innammorà".
postato da GiacominoLosi | 22:18 | commenti (5)
roma


martedì, 03 aprile 2007
 

Et nunc erudimini. Scritto lungo ma edificante.

Nel grigio diluvio della vita, c’è qualcosa che ogni tanto sfoglio per sentirmi a mio agio. È la grammatica tedesca del Dr. Wilhelm Friedmann. L’acquistai in una bancarella a piazzale Aldo Moro otto anni fa. Mi attirava la copertina, foderata dal Giornale delle Dame di S. Antonio. Nel 1930 la grammatica era ormai all’undecima edizione. Le belle cose durano nel tempo.
Il dottor Friedmann ha delle certezze, ama la natura, il benessere, l’ordine, lo studio. Come tutti i Tedeschi, una vena di esagerazione lo percorre. In lui scorgiamo una naturale avversione per le regole; è come costretto a esporle, ma il suo interesse è negli esercizi e nei temi in cui la sua visione del mondo (cui partecipano i «professori Sauer e Ferrari») si concretizza. Lo studio del Tedesco non è che una scusa, uno schermo attraverso cui ci comunica la sua aspirazione verso un mondo migliore.
Come si spiega, altrimenti, lo squarcio di caos michelangiolesco del Tema 20?
«Adesso voglio dare assetto al mio studio. Che disordine, mio Dio! Qui c’è una matita sotto una seggiola, là è caduto un calamaio e ha lordato il tappeto. Che c’è adesso sotto questo sofà? Il gatto è saltato in questo momento sotto al sofà. Cacci via il gatto, il suo posto è nel cortile. Non vuol andar via, il cane è lì davanti alla porta. Il cane non c’è più: è già nella mia camera sotto l’armadio. Tutti questi animali domestici portano soltanto disordine nella mia casa, voglio disfarmene. Ciò sia detto fra noi.»
Non li abbandonerà sull’autostrada. Sono sicuro. Friedmann non lo farebbe mai. È un tipo burbero, ma di buon cuore. Vediamo il finale del Tema 18, un vivace dialogo sul tema del viaggio. La prosa è dannunziana, ricorda il Libro segreto, maiuscole a parte.
«Porti anche un regalo per me dalla Sua città nativa. Ciò è contro le mie abitudini. Faccia un’eccezione stavolta.»
Ma non sempre i viaggi portano la felicità: due amici parlano delle vacanze, e uno dei due si lamenta perché è rimasto a casa:
«Ero stanco, e avevo molto da studiare. Perché sei così afflitto, non è forse lo studio un piacere quasi tanto grande come il viaggiare? Lo studio sarebbe certamente un piacere anche per me, se la mia salute fosse un po’ migliore.»
L’altro si preoccupa:
«Fosti indisposto anche quest’anno? Fui addirittura malato, seriamente malato. E qual è la tua malattia? Sono debole di petto, fra pochi anni sarò tisico.»
Il dottor Friedmann ha la risposta giusta, consolatoria:
«Sii tranquillo, mio caro, tu non sei debole di petto e tantomeno tisico; sei disoccupato, ti annoi, e per conseguenza sei spesso malcontento della tua sorte.»
Come per Catullo, è l’otium a essere molesto. E la sporcizia. Un signore rimprovera due giovani che fantasticano della loro vita, perché sono sudici e hanno dei buchi nei loro abiti. «Da quel giorno Giorgio divenne pulito e ordinato; ha avuto fortuna ed è diventato poi negoziante.» L’altro invece diventa mendicante, e torna a chiedere un tozzo di pane in vecchiaia all’amico.
Ma quello che mi commuove, è la difesa del vegetarianesimo.
«Erroneamente credono moltissimi ancora oggi che i vegetariani siano uomini che vivono esclusivamente di frutta e verdura, e che con ciò sia detto tutto. E neppure sono una setta religiosa o politica. I vegetariani sono pacifici cittadini che senza sprezzare menomamente i vantaggi della nostra civiltà progredita, vogliono vivere possibilmente conforme alle leggi della natura. Combattono con grande ardore il bere smodato degli studenti e la vivisezione scientifica che li fa rozzi e senza cuore. I vegetariani appoggiano invece la riforma agraria e la vita all’aperto. I vegetariani non sono dunque degli erbivori egoisti come furono talvolta chiamati da avversari ignoranti e malevoli.»
Ma, attenzione: «Il naturismo è una esagerazione e una degenerazione del vegetarismo e come tutte le esagerazioni arreca più male che bene.»
Insomma, se abbiamo ben capito, maiale no, verdura sì, pisello fuori no. Amo il dottor Friedmann. Non ho mai tradotto nemmeno un rigo, ma sul mio comodino il posto per lui c’è sempre.
postato da GiacominoLosi | 20:43 | commenti (33)