passoscuro

   apoditticamente scorretto


martedì, 27 febbraio 2007
 

Che cosa fai?

Già, che cosa faccio? Mia madre va dalla vicina novantunenne che le chiede sempre che cosa faccio. Adesso si è ripromessa che porterà un mio pezzo, un paio di programmi di sala, una vecchia bacchetta. Lacerti della mia esistenza romana, fotocopie di manoscritti rifiutati, il brillante programma della Petite messe, la bacchetta corta che sembrava il pisello di un giapponese. Li metterà davanti alla amabile signora, e proverà a spiegarle di che si tratta. Non ci riuscirà mai. Il fatto è che non lo so nemmeno io, e dunque manco lei. Questa cosa la destabilizza. Per lei sono sempre il meglio fico del bigonzo (poco fico e molto etc. etc.), ma come replicare alla miniera di cugini bancari o ingegneri che chiedono notizie del cuginetto, che sembrava tanto brillante ma saiunasega che fine ha fatto?

Quando avevo vinto il dottorato alcuni parenti si lanciarono nella seguente equazione: "Dunque insegni all'università?". Poi ho finito il dottorato e siamo passati al "ma non eri già dottore?"

"Di ricerca, dottore di ricerca."

"ah, ricercatore. Quindi insegni."

"No. È un titolo. Come dire dottore, ma di più." E mi viene in mente l'allievo del Professore al Turistico: "mi scusi, ma lei già insegna. E allora che le serve un dottorato di ricerca?"

Il Professore non ha risposto. Io non saprei che dire. Metti che Dio non sa nulla e gli debba spiegare che faccio. Imbarazzato. Guardando da un'altra parte.

"Quindi stai all'università."

"No, veramente il mio vero lavoro sarebbe un altro."

"Che fai?"

"Sono musicista"

"Ah. Che bello. Ma ti pagano?"

"Dipende. In genere no."

"D'accordo. Che suoni?"

"Scrivo, non suono."

"Cioè?"

"Sono compositore."

"Scrivi canzoni?"

"Comunque volendo dirigerei pure."

"Quindi suoni tutti gli strumenti"

"No."

"Ma hai un'orchestra?"

"No."

"Mh. Va be', ma insomma, che suoni?"

Decisamente, non ho fortuna.

postato da GiacominoLosi | 23:29 | commenti (33)
roma, opera, musicologia


lunedì, 26 febbraio 2007
 

La Germania è il paese dei microbi

Con questa ed altre battute nutrivo la rubrica "Demenzialità" del giornale del liceo, di cui ero principale estensore sotto vari nomi, senza tuttavia poter essere più che un redattore: il mio mito personale è sempre lo stesso da quel tiepido Novantadue in Reebok pump semidistrutte: rendersi indispensabili ma occultarsi, in modo da poter essere chiamati/implorati in ginocchio. Tipico dei figli unici, che rischiano di accorgersi che il mondo può fare a meno di loro a trenta o addirittura quarant'anni o addirittura mai: peggio di un Buonconte da Montefeltro: finiranno all'inferno senza passare dal via.

C'era anche "-Un verso di Leopardi?" "-ROARRRRRRRR", che mi metteva nella scia del compianto (se è mai esistito) Sergio Paoletti e delle risate a denti stretti. Non per nulla c'è la rima. La Germania era nei miei pensieri anche nella nota  "la città di Leopardi era Jena".

La Germania è sempre nei miei pensieri (senza corsivi, se no sarei Alberto Franchetti: un'altra rima). E questo mi fa pensare che oltre a un Pugile che non è un pugile, a un Napoletano che è di Torre del Greco, a Marazico che era Bruno Conti, la sorella di mia sorella che non è mia sorella, mio padre che è italiano ma è argentino - insomma a una serie di cose che non sono loro stesse ma altre, conosco anche un tedesco che non è un Tedesco, anzi viceversa: il Tedesco è italiano.

Il Tedesco è un emigrante italiano in Italia. Cioè è stato emigrante in Germania, se è vero, e ne ha riportato una quantità impossibile di nozioni sulla birra cruda e sul würstel polacco coi fagioli. È disposto a indottrinarci, quando entriamo nel suo locale attirati dalla mancanza di avventori, in tavoli di legno verniciato. Le casse diffondono a volume bassissimo Azzurro interpretata da Fausto Papetti. Lui indossa un gilet azzurro con alcune spillette, tra cui spicca quella di Italia '90. Il Tedesco ha un sorriso smagliante, i capelli bianchissimi, ma non è vecchio. Senza mai smettere di sorridere ci toglie i cappotti e ci parla della birra non pastorizzata, che lui, con un sistema di sua invenzione, riesce a mantenere alla temperatura desiderata. La moglie è una signora mite, dai capelli scuri. La figlia è una PB. Lo strudel di mele è ottimo.

La Collega ha fatto scoprire questo posto al Pugile, e ovviamente è diventato subito un punto di riferimento. Quando non sappiamo che fare andiamo dal Tedesco. Abbiamo anche cercato il cognome "Dal Tedesco" e abbiamo scoperto che esiste. Il Bruzeauphile quando usciamo viene ammonito: "decidi dove andiamo, se no all'orizzonte si staglia il sorriso del Tedesco". Il Bruzz odia questo posto. Non c'è nessuno, non ci sono i giovani. Una volta ci abbiamo trovato Agnoletto dopo una manifestazione. Un'altra volta dei ragazzini con tanto di berretto. Ci siamo detti che stava diventando infrequentabile. Poi però la marea montante è rientrata. Siamo, se non da soli, sicuramente molto comodi, e in tre occupiamo un tavolo per otto.

Io sostengo che, come il gatto del Cheshire, il sorriso del Tedesco è inquietante. Leggermente, insisto. Ma il Pugile dice di no. Sostiene che da quell'uomo comprerebbe un'auto usata. Anche io: e sarebbe un'alfa tipo quella di Bianco rosso e Verdone. Spiccano nell'arredamento un paralume a forma di cavallo rampante, cereo, gonfio, l'orso simbolo di una birra, e una serie di coppe che forse sono boccali, e possono essere aggiudicate tramite riffa se si beve un certo numero di birre. O forse no. Il Tedesco è caro, ma nel suo seminterrato in cui persone non riconducibili a nessun ceto, molto rade, si incontrano e parlano, alcune signore sbiadite e alcune ragazzine scese da motorini truccati, alcuni romanisti bonaccioni e alcuni zorelli in cerca di redenzione, tutti sembriamo sui generis e ci conquistiamo il diritto a sparare minchiate senza che Ligabue o Dimensione suono ci coprano. E quando siamo in buona, ci mettiamo a sentire l'ennesima lezione del Tedesco sul kirsch o su come prepara il gulash.

Che poi il gulash, come il Tedesco, non è tedesco.

postato da GiacominoLosi | 22:10 | commenti (7)
roma, gay vs vero uomo


domenica, 25 febbraio 2007
 

Possibile che solo le donne possano dare lezioni di sesso orale? eh no. Adesso finalmente un uomo vi dirà come gli piace sentirselo leccare, per la miseria. Per esempio, credete che ci sia solo un modo universalmente corretto e consigliabile? sbagliato.

Ci sono almeno tre specie di pompini:

1) il risolutivo

2) l'attendista

3) il rialzativo

1. Il risolutivo è quello che pone una domanda:

....ma veramente credete che dopo una settimana di assenza mi metto a stendere un messaggio sui pompini!?!? Manco dovessi scrivere un libro! No, no, potrei raccontarvi al massimo i cazzi miei, della mia uscita (trionfale, ammetto, ma uscita) dall'Università italiana, di suocere, di cene, di scampagnate, di duomi, di pipponi religiosi. Ma insomma, stasera solo un benvenuto a me stesso. E forza Roma.

postato da GiacominoLosi | 22:28 | commenti (15)
scorrettezza, gay vs vero uomo


lunedì, 19 febbraio 2007
 

L'unica cosa che mi manca veramente di Roma sono le scampagnate col Pugile. Non abbiamo ancora stabilito univocamente se le scampagnate siano da gay o da vero uomo. Propenderei per la seconda ipotesi, come direbbe Elio. Comunque, visto che amo gli elenchi, sono di diverso tipo.

La scampagnata a Passoscuro, o comunque al mare. Tipica dell'inverno. Arriviamo a Passoscuro verso l'una, entriamo nel paese e già il male comincia a manifestarsi nel cavalcavia sopra la Roma-Pisa, che ha un disegno preso paro paro dai ponti più scoscesi di Venezia. Poi tra varie escavazioni si costeggia il Fosso coi suoi canneti foltissimi fino a lasciarsi alle spalle la deviazione per l'ospedale dei preti.

Parentesi: l'ospedale dei preti è accanto allo stabilimento dei preti. L'acqua è arancione. Sullo stabilimento sventola la bandiera vaticana, il che è peccato. Un prete di rito greco in costume, comitive di suore laiche, nella sabbia si affonda.

L'entrata in Passoscuro è trionfale, i nuovi edifici sono a terrazzamenti, a gradoni, il viale è ampio, hanno piantato palmizi di fresco. Man mano che si procede, le case cominciano a restringersi, le strade hanno i nomi di comuni della Sardegna. Fortunatamente la maggior parte di comuni dell'interno, che io magari ho visto e che mi sembrano, tra lamiere e macerie, in tono con le vie di Passoscuro. La strada finisce davanti a un hotel che sarebbe decente se fosse nella valle Intelvi, e non sul Tirreno. Davanti al Despar la rosticceria di Nadia. Lasagne polenta salsicce e troiai come se piovesse. Due coche. Ci mettiamo fuori, ogni tanto passa qualche vecchio o qualche badante, a volte insieme a volte no. La strada continua costeggiando il mare senza farlo vedere, è inverno, sulla spiaggia bottiglie, trattori, barche di pescatori in secco, l'industria della tellina - da cui si noma la sagra omonima - ancora tira e si vede dai rastrelli che hanno tirato in secco alghe paguri e minitracine. Il fosso sbuca limaccioso alla fine del paese, con cani che sguazzano e qualche bamboccio che poco più in là, tra i canneti, pesca o tira raudi.

Baracche, e maioliche. Manifesti scolorati di Passoscuro sotto le stelle. Un centro estetico. La piazza del bar centrale. Due telefoni a moneta che non funzionano. Facce dagli zigomi slavi, scarpe nere rinforzate. Il caffè è ottimo. Fotografiamo il centro estetico, che sembra un rigonfiamento sopra una ciminiera di una nave e invece fa pedicure. Hanno inglobato scale e terrazzi nelle case, ecco perché quest'aspetto pustoloso e pentagonale. Lo stemma di Passoscuro dovrebbe essere però una scala: ogni casa, costruita da qualche muratore in pensione o da geometri ripetenti, ha un campionario di scalette che si intorcinano con angoli improvvisi attorno all'edificio, che portano a ex-attici. Un'altra casa sembra una portaerei, un'altra ha un pesce in ceramica, un'altra un enorme scoiattolo che regge una pigna, vagamente osceno e rastremato, un'altra ha un portico talmente poco profondo che una sedia non ci può capire, con dei pilastrini in mattoni che, per malaccortezza, finiscono la fila nel giardino della casa accanto, tipo un quadro di Escher oppure un "scovate l'errore" della Settimana Enigmistica. Cortili, gente che si affaccia, piazze vuote, monumenti incomprensibili - una vecchia si affaccia e grida "pussa via" - preti pedofili - pornobambine che si perdono nella prospettiva di via Florinas - materassi e reti che recintano un orto che ben presto diventerà parcheggio abusivo che ben presto diventerà terreno edificabile. La fermata dell'autobus, i muri, i cancelli. Tutto storto. Crisio (non Cristo) regna su un vetroresina che rinforza una cancellata.

Ci prendiamo un sigaro, riassumiamo, io odio le foto ma uso la giggitale del Pugile. Fotografiamo l'interno di un trattore. Quattro bambocci si fanno fotografare con un pallone, pensando che usciranno su un giornale locale. Gente guardinga si affaccia da usci in alluminio anodizzato, sospesi, al posto delle finestre ci sono porte. Lontano c'è il castello Odescalchi, dopo i preti, Md-80 atterrano lenti lenti verso Fiumicino, ci prendiamo un troiaio suppletivo per digerire, vorrei ascoltare una parola di conforto di padre Livio ma il Pugile me lo impedisce.

La strada procede verso l'interno, non c'è traffico e siamo stati, come sempre, qualificatissimi.

postato da GiacominoLosi | 20:38 | commenti (15)
roma, passoscuro


venerdì, 16 febbraio 2007
 

Categorie sessuali del musicologo: riassunto

Io diffido di chi ama troppo la cultura, di chi ascolta radiotre tutto il giorno, di chi non ha imparato a memoria Febbre da cavallo, di chi non va in vacanza per poter fare ricerca, di chi non parla di pallone o di donne, di chi ha la necessità di andare a un concerto o a teatro per forza, invece di fare una sana mangiata e allungare le gambe sotto il tavolo, di chi ti incontra e ti chiede se hai pubblicato qualcosa. Un po' perché mi sembra quasi un eccesso di zelo, un po' perché mi sa di sfigato.

Come è facilmente intuibile, il musicologo è sfigato per antonomasia. Nessuno sa che cosa sia, a parte gli stessi musicologi. I musicisti ne hanno un esteriore rispetto, ma in realtà gli chiedono solo un'edizione critica, salvo scoprire che diteggiatura e arcate se le devono mettere da soli.

a) Il musicologo antichista. Non esiste. È un filologo che si è distratto.

b) il musicologo medievista. Asessuato. Generalmente ha a che fare coi preti. Ha imparato a muoversi silenziosamente. Ha gli ordini minori. Sorride interiormente. Sembra Fra Galdino.

c) il musicologo rinascimentalista. Gay sfigato (tranne il Sindaco e il Presidente). Sa tutto della stemmatica. La sua ossessione è dimostrare che Fulcus Arrotinus in realtà è uno pseudonimo di Alfonso d'Aragona, quando in incognito scriveva stornelli sotto i balconi delle mignotte. Ha gli occhiali tondi. Porta giacche beige. Generalmente è odioso, e vive in continua ansia da prestazione; compulsa articoli alla ricerca degli errori altrui per potere poi scrivere un intervento astioso sulla rivista concorrente. Accusa il filologo di non sapere la musica, l'analitico di non conoscere la storia.

d) Il musicologo barocchista. Ancipite. Spesso comincia etero e finisce omo. È divertente, comunque, non fosse che crede nell'esistenza di strumenti tipo l'arcitiorbone basso oppure il gravicembalo sopranino in fa con ottava corta. Va in deliquio per un'aria di Händel e tende al nazismo. La sua forza interiore sta nello scegliere un campo d'indagine o un musicista del Seicento e sostenere che tutto il resto è robaccia. Il sogno nel cassetto è scoprire un monastero o un palazzo con un archivio segreto e inventariare manoscritti per uscire anni dopo con un monumentale lavoro intitolato Un tesoro nascosto: i "Te Deum" della biblioteca capitolare di Sergozzone sul Bumbro.

e) Il musicologo ottocentista: e') musica strumentale: etero sfigato, con tendenze nerd. Suona compulsivamente il pianoforte verticale di casa sua, lasciando il pedale della risonanza sempre abbassato (ha dato l'ottavo). Ascolta musica a tutto volume, riconosce i pianisti a occhi bendati, non ha mai messo piede in un teatro, colleziona dischi ma in genere anche francobolli, e ha le tipiche tendenze del Nerdistan tipo la passione per Guerre stellari. Porta giacchetta nera con camicia bianca. e'') operista: gay allegro, con qualche eccezione. Canta per strada, si autoinstalla nelle conversazioni altrui parlando di cantanti, del disco pirata della Scotto che nel Nabucco tre anni prima di quello inciso era molto meglio, soprattutto il salto di due ottave del recitativo, di Herva Nelli, di Mompeo Bagnaschi, dell' Alahor in Granata eseguito in forma di concerto a Configni (RI). Tutto sommato sa stare in società, passa dalla Callas a Orietta Berti, ha una cultura anni '80 ed è il beniamino delle vecchie abbonate. Noto anche come "melochecca". Elegante anzichenò.

f) il musicologo novecentista. Barbetta, aspetto orribile, etero sfigato. Sotto la giacca porta la polo. Ha fatto studi di composizione, ma è stonato come una campana e tutto sommato odia la musica. Ha fatto due tre esami di filosofia, quando non ci si è laureato, o di matematica. Non vede un pelo di donna dagli anni '20, perché cerca di conquistarla facendo l'elogio dell'aleatorietà o del polistilismo; a un certo punto impazzisce e comincia a intendersi di Spice girls e se è particolarmente intelligente riscopre tutti i gruppi minori del Regno Unito degli anni Sessanta e Settanta, dimostrando come i Beatles, gli Stones, i Pink Floyd e i Led Zeppelin derivino tutti da un brano inciso da tal Russel O'Flanagan in un garage di Cork.

postato da GiacominoLosi | 22:51 | commenti (21)
opera, musicologia, scorrettezza


giovedì, 15 febbraio 2007
 

Giornate difficili. Si vorrebbe essere gli autori del Trittico, e ci si ritrova a parlare di Max von Schillings. Ci si ritrova nel McD di Piacenza all'ombra delle ciminiere. Ci si ritrova addottorandi in limine, e la cosa ti fa pure un po' senso, per non dire schifo. Ci si ritrova a passarsi il dorso della mano sulle guance, di nascosto, con un rossore postumo. Tracce di epistassi nei cessi. La traccia della cisti non la cancella neppure il miglior barbiere di vecchi. Ci si ritrova? a credere che il farro possa diventare insalata e che costituisca argomento. Ci si ritrova estenuati il giorno che fai di meno, salvo posare il culo su velluti nettissimi alternatim con zozzi sedili. Ci si ritrova un contatto nel cavo, il pelo nel sigaro come diceva Petrolini, ma senza quell'asprigno che ti fa rilassare, le scarpe infangate senza sapere dove, il divanoletto sempre più pesante da aprire, i confortandi da non riuscire a confortarli. Ci si ritrova a fare copiaincolla al centesimo giorno, e rischiare solo di parlare di intervalli tonali in musica atonale e fare finta che abbia un senso che sai solo tu. Esperti di nulla, periti in tutto. Aria saputa, sempre piaciuta. Ci si ritrova? no, non ci si ritrova. Domani (oggi per chi legge) è un altro giorno. E, rispondeva Rhett dalle brume, grazie al cazzo.

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opera, musicologia, passoscuro


martedì, 13 febbraio 2007
 

Dio esiste, forse

http://www.ilmessaggero.it/view.php?data=20070213&ediz=01_NAZIONALE&npag=35&file=A_1038.xml&type=STANDARD

Scagliare il cane a leon morente è vile, e quindi vi risparmio l'articolo che ho scritto quando ero dentro il Conservatorio, e quello che non ho voluto pubblicare su una rivista musicale on-line. Però, ho esultato. È meschino, lo ammetto, ma ho esultato.

postato da GiacominoLosi | 18:28 | commenti (4)
 

scusate

scrivo questo messaggio unicamente perché appaia qualcosa su internet quando digito la parola "svegliolino". Ho provato anche con SveglioLino. Non c'è verso. Fate qualcosa.

postato da GiacominoLosi | 10:37 | commenti (16)


lunedì, 12 febbraio 2007
 

La domenica del Vero romano III: all'estero

Ero debitore dell'ultima statio (forza Roma abbasso latio) del Vero romano, in cui si considera l'estero come un prolungamento della domenica, e quindi non come un luogo ove apprendere costumanze altrui, ma dove esportare le proprie, se possibile. Per questo il Vero romano predilige i viaggi organizzati e gli albergoni in Thailandia, i di cui negri sono addomesticati. Se credete che esageri, vi faccio un esempio.

Dovevo fare un normalissimo biglietto per Trippolandia, ma davanti a me avevo una perfetta famigliola romana, sul genere trucido ma ripulito. Padre in canotta, tatuato. Moglie, non monta descriverla. Figliolo con il suo videogioco, già perfettamente obeso, l'aspetto intelligente di un riccio messo sotto da un camper. Ovviamente non sapevano assolutamente come sputtanare lo stipendio e dunque sono stati quarantacinque minuti a scartare tutte le destinazioni offerte dall'addetta:

"Sharm?"

"Nooooo! ce fanno l'attentati"

"Allora quest'altro posto sul Mar Rosso..."

"Nooo, è come annà a Sharm!"

"Ma sta sull'altra riva del mare..."

"Hai sentito? Questa ce vo' mannà tra i leoni!"

"Scusi" interviene la moglie "ma m'hanno detto che Ibbizza è bella..."

"Vede" concilia l'addetta "è un posto per ragazzini... musica forte sulla spiaggia... si fa tardissimo... al mare quasi non si va... non so se è il caso..."

"Se no?"

"Se no-- Tunisia?"

"Ma che, per caso se devono fa'--- che ne so, i vaccini?"

Al che sono uscito urlando in mezzo alla strada "LADISPOLI! dovete annà a LADISPOLI!" (tra l'altro l'Aurelia è molto più pericolosa di qualunque charter sfigato). 

La caratteristica principe del V.r. all'estero è quella di cercare ossessivamente un caffè espresso, trovandolo naturalmente peggiore di quello italiano, mangiare spaghetti alla bolognese (che esistono soltanto fuori dai patri confini), trovandoli peggiori di qualunque cosa italiana, lamentarsi perché deve camminare, del caldo (a Roma ciavemo er ponentino), del freddo (mi sorella ha detto che ce sta er sole), andando al Louvre e dire che la Gioconda alla fine è robba nostra, e concludendo in genere con questo scambio di battute davanti alle Piramidi:

V.r.: (contempla con aria assorta lungamente la Sfinge, le Piramidi, con sguardo circolare. Guarda la compagna)

Compagna: (ricambia lo sguardo, alza un sopracciglio)

V.r.: Sì, p'esse bello è bello. Ma nun ciaavemo anche a Roma la piramide?

Che del resto è tutto perfettamente vero. Peccato che quando sta a Roma il V.r. non esca mai dagli stretti limiti imposti dal suo quartiere o dalle tre strade del centro dove vaga insofferente (vedasi Domenica del V.r. I). Quindi, se paragona l'Arena di Verona o di Nîmes sfavorevolmente al Colosseo, pensate che l'ultima volta che è entrato al Colosseo c'era il Pisa in serie A (ad essere ottimisti); comunque sta di fatto che niente è come Freggene, o Sabbaudia, niente è come il bucatino di mamma, o gli straccetti, la partita di calcetto con gli amici bancari, la Roma, le donne. Adde quod il cellulare non prende oppure costa troppo, che l'albergo a quattro stelle con piscina è l'unica cosa che vede dell'estero, ci meravigliamo che il V.r. esca dal Raccordo - eppure la sua natura è quella, come a controllare che dopo la fine dell'Impero qualcuno si ricordi ancora del caput mundi, e a rinverdire le gesta di condottieri di cui non sa più nemmeno il nome.

Però tranquilli, è (siamo) completamente inoffensivo (i). E se c'è una tavolata, sappiate che il Romano appena sale oltre il Po rispetto agli indigeni compassati farà la figura di Woody Allen e vi farà passare due ore di convivio piacevolissimo, oltre a dimostrare che il cibo ingurgitato e la mole del corpo non sono per forza in proporzione diretta. E che pagare "alla romana", visto quello che mangia, conviene solo a lui.

postato da GiacominoLosi | 18:10 | commenti (7)
roma, scorrettezza


domenica, 11 febbraio 2007
 

Invettiva gratuita

Lo so, che posso farci. Non sopporto le feste dei bambini. Non sopporto i bambini. Non sopporto i cani. In genere, non sopporto la gente. Ma soprattutto quelli che si mettono in tondo attorno a bambini o cani a commentarne le gesta. Non sopporto le gesta dei bambini, che consistono nel girare su se stessi e indicare il niente, il nulla. Spalancare gli occhioni. Poi magari diventare della lazio e votare per FI. Sono ipocondriaco. Un bambino che mi scatarra addosso non mi piace. Un cane che sbava o ha la fiatella mi infastidisce. Non mi commuovo a veder pulire il culo a un bambino. Ho troppa immaginazione: lo penso coi ciabattoni sullo scuterone, pizzetto e occhiali alla poncharello.

Diventerò un vecchio rancoroso, di quelli che leggono il giornale o libero (scusate le minuscole) e bofonchiano contro i giovani quando vanno in giro . Di quelli che prendono il numeretto alle poste ma stanno lì in piedi appena al di là della linea gialla per essere pronti a bruciare sul tempo i giovani. Che cercano conforto nelle loro idee reazionarie alzandosi il cappello a scacchi sulla fronte. Che temono i ladri e stanno di vedetta insospettiti sul balcone. Che fanno la morale ai giovani e sembrano appena usciti da una canzone di Vasco. Che si attaccano alla bottiglia di Zabov di nascosto. Che guidano in mezzo alla strada il sabato mattina. Che creano la fila negli alimentari. Che infastidiscono gli amministratori di condominio.

Cazzo. Meglio che scriva la biografia di Lodovico Rocca. Nato a Torino, morto a Torino, vissuto a Torino. Toh! ecco: passare la vita a scrivere biografie di gente non famosa e a inveire. Magari ci si guadagna.

 P.s.: aggiorno violando la legge sulla privatezza della corrispondenza, citando una lettera testè arrivatami dal Pugile: "c'era un vecchio conservatore ingiacchettato, rasato di fresco, profumato di acqua velva alla fermata del tram. Leggeva Il Giornale ovviamente...a un certo punto si è rivolto a me inveendo contro i Pacs. Da 10 metri è arrivato un altro tizio e i due si sono messi a litigare pur essendo entrambi contro i Pacs perchè non si capivano, né ascoltavano....due bei coglioni insomma. Alla mia richiesta di fotografare la discussione non il vecchio ma l'altro ha opposto diniego sostenendo che oggigiorno se ne sentono delle belle."

postato da GiacominoLosi | 21:35 | commenti (13)