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martedì, 07 luglio 2009
1. Certo, dopo aver assaggiato le pesche tabacchiere ogni frutto sembra un Ersatz[...]
24. Se io dico che i laziali sono brizzolati e con le basette, questo non vuol dire che io non possa supporre un laziale senza queste caratteristiche. Posso anche pensare che esista un laziale che abbia fatto solo dieci anni in B, ma questo non ne fa un laziale non-caratteristico.
25. Se io dico che i laziali non-brizzolati sono per forza argomentativi, non dico che un laziale non-argomentativo debba essere non-brizzolato. Sembra la supercazzola, ma ho ragione. Dimostrare. [...]
345. Adoro le donne che cercano di metterti in difficoltà. Sai, quelle permalose, che usano i punti fermi. Quelle che precisano sempre, che se non ti ricordi che cosa mangiano a colazione dopo cinque minuti di chiacchiera si adontano, quelle che ti trattano male e come se dovessi dimostrare qualcosa, che traggono conclusioni, quelle che ti dicono di sì ma in realtà è un sì che va letto alla lente del contesto, della puntualizzazione seguente al ciclo della luna che quel giorno era opposta e si è incrociata con un energumeno che ha pestato loro l'incauto alluce uscito fuori dalle infradito, e che dunque ti trattano male perché è destino. Le adoro. Almeno per i primi dieci minuti.
346. Che poi è noto che a me piace il pèsce.[...]
367. L'ispettore Derrick vestiva benissimo.[...]
531. Non è che perché lavoro a casa tutto il giorno vuol dire che non faccio un cazzo e che dunque posso pisciarti il cane.[...]
545. Ma alla fine il teorema di Fermat non era tutta sta gran cosa.
546. Mi sarebbe piaciuto essere chiamato «Gino», per brevità. My name is Gino, Gino Wittgenstein. Informarsi se è possibile.
venerdì, 03 luglio 2009
I. Hanno le date di nascita tra gli anni Venti e i Quaranta i tre responsabili della nobile ancorché squattrinata associazione, vecchia di duecento e più anni, che presenziano alla conferenza stampa, e rinarrano il programma in cui ci sono alcuni concerti comprendenti dei pezzi di giovani compositori. Proprio così. A sentirmi definire giovane compositore, a trentaquattro quasi cinque anni, mi viene da ridere. Li vedo, coi canini affilati, nutrirsi, quei tre signori, uno ancora virente ma svampito, l'altro inappuntabile, l'altro palloso, come quarant'anni fa, come Nosferatu, del sangue dei giovani compositori in una notte illune. Finché i trenta e quaranta - come il gioco d'azzardo - e perché no i cinquanta sono ancora "gioventù", per loro c'è speranza, e quindi lo spazietto che generosamente concedono (e dico «generosamente» sul serio: beati monoculi, e grazie, se no a me chi me se 'nculava?) ai minori e minimi li tiene in vita, la retorica dei giovani a qualunque costo allunga le carriere dei vecchi. Che poi io i giovani li ho sempre odiati, come dico sempre, sono stato giovane nel senso dei bonghi a sprazzi, controvoglia, non più di un paio d'anni, e per questo ho ancora la pelle così liscia, altro che Isabella Rossellini. Ma mi viene da ridere, perché se davvero è così importante dare spazio ai giovani, perché non decidono che tutte le cariche pubbliche debbano essere assegnate a persone che abbiano quaranta, trenta, e perché no, venti anni al massimo? Invece uno lascia quella per un'altra spera, l'altro di sei direzioni artistiche ne rinuncia una, ma a stento, perché siamo in tempi di crisi. I giornalisti stessi sono ravvolti come nella pergamena, gli stessi di quando, dieci anni fa, persi due mesi della mia vita a fare l'ufficio stampa. Ma intanto mi distraggo, io, il giovane compositore; d'altronde noi giovani siamo irrispettosi. E se mi mettessi a fare le boccacce? Noi giovani siamo stranamente mansueti, diamo del Lei e ci facciamo dare l'angolino dove fare pipì. II. L'assessore alla cultura si vanta del fatto che in Inghilterra i giornali parlino dell'Estate romana. Allora per pari condizione mi immagino i Londinesi (i Londrini, diceva quello) avidamente scorrere Il messaggero per trovarvi il consiglio di andare a Londra, e rimanere incollati fino all'ultima riga (fortunatamente sono poche) del «Diario d'estate» di Maurizio Costanzo, o finire all'ultima pagina a vedere le feste dei Parioli coi nomi in grassetto. Aho', che ve perdete!
III. La sera esco con S., mia coetanea, e lei sporgendosi dall'Isola Tiberina mi dice: «Hai visto? sul Lungotevere adesso c'è tutta la movida!»
La COSA?!?
mercoledì, 01 luglio 2009
Brave, brave, fatela la corsa all'anelletto.
domenica, 28 giugno 2009
«Ho un amico che ha fatto un bel lavoro sui misteri della notte; e' un music designer e a settembre si trasferisce per tempo indefinito a ny per riportare a casa il suo lavoro. Ha due date a settimana gia' pronte»
Guai a dire che sei un musicista. Guai. Guai.
venerdì, 26 giugno 2009
Incredibile! Anche a Roma, anche nella caotica Roma, nonostante il traffico, l'agitazione della città che si desta, il cemento che assedia la natura, si può essere svegliati all'alba dal canto degli uccellini.
Sti stronzi.
giovedì, 25 giugno 2009
Per C. sono evidentemente un oggetto sessuale. Mi chiama e finiamo a letto, senza spiegazioni per due mesi di chiacchiere irritanti e di domande su cosa fai di bello. La cosa dovrebbe lusingarmi: oggetto sessuale per trentacinquenni, ecco un'onorata carriera. E pensare, mi dico osservandomi mentre mi muovo, scompostamente ma non senza eleganza, e mi osservo, appunto, godendomi dunque a malapena la metà della faccenda, che pochi mesi fa ero cotto, rovente, incandescente, come direbbe Falstaff, e adesso sono solo rovente e incandescente per via del fatto che fa caldo, come una buona lama di Bilbao nello spazio di un panierin di dama. D'altronde questi sono i tempi e io evito di ri-intossicarmi, pensando al tuo fondoschiena un po' flaccido come memento mori, segno di rivoluzioni epocali. I movimenti ripetitivi non sono senza interesse, se solo si potesse tracciare un grafico ne verrebbe fuori un disegno di puro ornato, una greca imbizzarrita. E poi, come sempre, dopo, hai da fare in breve, fosse mai che possiamo permetterci, dopo la transazione eseguita con successo, un'ora di più oltre i progetti. La cosa però mi diverte: è ancora pomeriggio e ho un'ora di passeggiata davanti a me. Una stretta di mano, in grande amicizia, e come l'Enterprise via verso nuove avventure. Il teletrasporto, però, non l'hanno inventato ancora.
«Pronto?» «Sono sotto l'arco di Costantino al tramonto. A me Brunelleschi me la puppa.»
martedì, 23 giugno 2009
«Ciao mamma, stasera escort»
sabato, 13 giugno 2009
Fossi sull'Adriatico inferiore o sullo Ionio recriminerei per questa schiumetta, questo tono verde-marrone, queste sciabolate di alghe, saltuarie e pigre come un ago di pino molle. Ma questo è il mio mare, in cui mi sono bagnato da prima che nascessi, equidistante da Porto Santo Stefano e Talamone, se intendessimo gli estremi di un golfo che in realtà non è nominato sulle carte. Così in questa bagnacauda sempre battuta dal maestrale, che non puoi tenere due porte aperte contemporaneamente quasi mai, tranne nelle spaventose giornate di scirocco, che però il mare poi si fa, una volta tanto, trasparente, mi volto e do sparse bracciate. La mia fiamma britannica mi cerca, ma per il resto il telefono serve solo a indicare l'ora. Il Pugile e io abbiamo sbagliato, l'altro giorno, i nostri calcoli, penso, e questo mi colpisce ancora di più e più negativamente dei peli bianchi nella mia barba (domani me la taglio), ancora più negativamente del broncio e della stanchezza permalosa di mia madre, che farò senza Euridice, ma anche con Euridice, che farò? Insomma avevamo deciso di andare a vedere Angeli e demoni nella speranza di farci due risate in una sala piena di coatti. Con lo stesso spirito ci eravamo goduti anni fa lo sbarco in Normandia di Troy, io stavo con la sinologa (che poi era magiarista, sostanzialmente) e le zorelle trattenevano il respiro quando si vedevano i glutei di Brad Pitt, mentre Giovanni il Pugile e io ci sganasciavamo. Sbagliamo tutte le previsioni. Il cinema-simbolo dei coatti, l'Adriano, è vuoto in questa sala. Il film, che ci aspettavamo pieno di minchiate, alla fine lo è, ma è moscio come un pisello moscio: tristemente, dunque, salvato dagli ultimi venti minuti, soprattutto grazie all'antipapa che si catapulta da un elicottero. Mi conforta di aver indovinato che il colpevole è appunto l'antipapa, e che sarebbe stato fatto santo subito, ma poteva andare anche nel verso opposto. Siamo i più giovani della sala, fatta eccezione per un paio di pornobambine dall'aria intellettuale. Gli altri, sparuti signori di mezza età, noi che siamo nel mezzo del cammin e abbiamo perduto il polso della situazione. Questo vuol dire che i coatti vanno a vedere qualcosa di ancora più ridicolo. Cioè, che il professore di Harvard che si fa aiutare in Latino da una fisica, la scoperta che esistono Raffaello e Bernini, le fontane che esplodono, la mattanza dei carabinieri e gli attaccamenti di pippa alla Giacobbo non sono abbastanza trash. Giusta punizione per il nostro snobismo. Il postmoderno e il trash, dice Claudio Giunta in un libro che anche potendo non scriverei mai, tanto riflette il mio pensiero, sono per chi se li può permettere. Ma che andranno mai a vedere? Tutte le mie congetture sull'opera italiana e sul tipo di spettacolo che rappresenta sono dunque una fola, se poco mi intendo della società in cui, volens nolens, vivo. Sti cazzi, comunque, mentre ritorno verso riva dopo essermi appeso a una boa, antigabbiano, antipostmoderno, antilaziale, antico.
mercoledì, 10 giugno 2009
A. piange, ma piange perché finalmente, dice, sta pensando un po' a sé. È un pianto irriflesso, fatto delle buone e cattive notizie che lei mi comunica alla rinfusa. «Ma la prossima volta parliamo di te», mi dice. Non me ne fotte un cazzo di me, penso, ossia, mi annoia parlarne. A. è in gamba: intriga, non si fida di nessuno, è l'assistente e l'unico appoggio di un grande personaggio, ha messo su a venticinque anni un'associazione, produce spettacoli, corregge copioni, lavora con una casa editrice, è capace di concorrere a un bando per tre società diverse, è efficiente e organizza, progetta, scappa, rincorre, ha un fondo masochistico che mi spaventa, e lei di converso è spaventata dalla mediocrità, non scende a patti con quello che c'è di imperfetto: non indulge, non si avvicina, non demorde. Non si fida di nessuno, appunto, nemmeno di me che non le ho mai chiesto nulla ma ho ricevuto, sempre ammantata, la cosa, di complotti e io-lo-faccio-perché-mi-conviene, due tra i maggiori favori della mia vita. Così la guardo, i suoi tratti che lei stessa distorce prendendosi le guance tra le mani, stropicciandosi gli occhi leggermente allungati, il naso che si dilata, le labbra che stingono sul mento, e io le dico quel che penso: che non bisogna essere troppo belli, troppo ricchi, troppo intelligenti. Diventa un danno, e si viene puniti. Quando ero ragazzino, penso, ma non glielo dico, ero veramente molto intelligente. Ora no, per fortuna, sono un ottuso in camicia da giovane, mi sono ammorbidito, ho messo la sordina e anzi l'una corda, anche se suono gli stessi tasti, forse anzi di più. No, A., sei troppo intelligente, e non va bene, non va per niente bene. Non so come dirglielo, senza sembrare un accidente, una deviazione già di mezza età del suo percorso fatto tutto in velocità e in silenzio. Sorseggio il passito: era meglio quell'altro, però so accontentarmi. La guardo, è l'ora di riprendere il tram. Ma io, dice, sto pensando un po' a me. La guardo, mentre ci salutiamo già pensa e produce, irrequieta, mobile, fuggevolissima. Vorrei fare qualcosa, ma è inutile, lei sta meglio senza quel qualcosa che pure vorrei fare, una parola o un cenno. Lo faccio per me, penso, come direbbe lei, e non c'è nulla di male. Ma non c'è nulla a parte quel vago protendersi senza un minimo spostamento reale, un'intenzione, un'inflessione del volto, ricomposto.
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