passoscuro

   apoditticamente scorretto


lunedì, 23 novembre 2009
 

http://www.youtube.com/watch?v=CAPoIPXp5VI
postato da GiacominoLosi | 20:42 | commenti


domenica, 22 novembre 2009
 

Ce ne ricorderemo, di questo pianeta

Per espressa volontà di Sciascia, questa citazione figura sulla sua tomba.

Ce ne ricorderemo, almeno su questo pianeta? 
postato da GiacominoLosi | 18:40 | commenti (3)


domenica, 15 novembre 2009
 

secondo me è stato il Cinese

che nel suo alibi non ha tenuto conto dei fusi orari, e mi chiede, in un Inglese brutto ma corretto, dove andare coi suoi genitori per santa Maria maggiore, mappa alla mano. La tiene con una mano e punta la direzione, supposta, dove siamo, con l'unghia lunghissima del mignolo. Ha i denti divaricati e sembra un cuoco di qualche film di Bud Spencer. Gli spiego che non siamo nella sua mappetta del cazzo, ovviamente tenendomi per me il giudizio di merito e rispolverando il mio accento East Dulwich, che può sia salire e scendere il Celio e poi risalire l'Oppio (che poi dovrebbe intendersene), oppure prendere lo stradone, questo qui, ecco, tornando indietro, a destra, fino al Colosseo. Ma se va dritto? no, guarda, non farlo: torna indietro, vai al Colosseo. Se vado dritto non trovo la metro? no, non la trovi, puoi prenderla qui a Circo Massimo ma essendoci il vertice della Fao, col segretario ciccione in digiuno e incatenato e uno schieramento di polizia che replica uno pro capite il numero degli abitanti, sarà verosimilmente chiusa: torna indietro, vai a destra, poi giri per la strada quella grande, oppure sali e scendi questa collina, questa qui; gli faccio ampi gesti con le mani, che disegnano parabole perfette come Indurain in una cronometro. Quindi non vado dritto? No. Torna indietro. Lui capisce, ringrazia, mi dice di passare una bella giornata; io sto facendo stretching prima dell'allenamento, lo ringrazio, mi afferro una caviglia e faccio in tempo a vedere che va dalla parte opposta.

Ma allora non sei solo Cinese, sei pure della lazio.

(Intanto abbiamo avuto le Forze Armate al Circo Massimo, oggi il vertice Fao, la banda dei vigili allo zoo e addirittura la sfilata di auto d'epoca - che poi non so come si faccia a chiamare l'A112 un'auto d'epoca, allora pure la Panda. E mi chiedo quando cazzo sposteranno la capitale a Rieti. Sai che bello le olimpiadi sul Turano, le fiction in burino, la festa del cinema con i fan club che dopo l'autografo degli idoli si vanno a mangiare la porchetta.)

 
postato da GiacominoLosi | 13:49 | commenti (7)
roma, dialogo, scorrettezza, cisterne


martedì, 10 novembre 2009
 

Colpo di scena e palinodia

Ecco che prendo l'atteggiamento di mio padre, solo davanti alla trattoria, solo davanti alla cameriera napoletana in una trattoria siciliana a Bologna; alle pareti croste tra cui un'allegoria di segni zodiacali e sulla tavola il pacco di grissini antigienicamente appoggiato sui taralli. La musica è una versione dance del Volo del calabrone. Dico io. Entro e mi rendo conto della cazzata che ho fatto, ma d'altronde sono stremato, e assumo quel sussiego di chi «a lui non la si fa». Madri, padri, figli, ci mancano solo buoi e asini, d'altronde sono figlio unico, e Gesù - è spiegato dai teologi - aveva fratelli solo se pensiamo alle famiglie allargate de' negri (questo dicono, in buona sostanza: dunque siamo entrambi figli unici, ma io sono leggermente più anziano di lui). Mia madre poi mi va ripetendo giustamente che non devo far risparmiare la Fondazione Compositore-Importante-Di-Cui-Mi-Occupo, e che visto che questo viaggio stremante e ossessivo da un manoscritto all'altro, stremante, ossessivo, inutile, aggiungerei, mi viene spesato (anche se subodoro inganni ovunque, e alla fine la storia mi darà ragione, anzi speriamo di no), io sono il Maestro, il Dottore, il Professore - questo ultimo titolo completamente abusivo è quello che preferiscono darmi, senza avermi visto, ovviamente - e che mi devo dare delle arie, o meglio, lei dice che devo darmi un tono e devo essere preso sul serio. Mica facile. Ho uno squarcio in un tallone dovuto alle scarpe, non porto cravatte, Carolina mi ha detto che dimostro vent'anni, e dunque la gente oscilla tra il tu e il lei, mi chiede come deve chiamarmi, maestro, professore, dottore, e io ovviamente vorrei che fossimo in un paese in cui essere chiamati «signor» non sia, essendo in fondo già un titolo onorifico, tutto sommato più che sufficiente. E allora assumiamo sussiego, dicevo, e noto allora proprio i grissini etc. etc., e che l'inzolia ha il sapore un po' troppo virato sull'acido. Ma sono a stomaco vuoto, e dico, e mi chiedo, come si fa a avere un atteggiamento normale e pensare e pensare da solo, in una trattoria siciliana a Bologna, senza arricciare apposta le labbra, senza bere apposta del vino, senza sentirsi soli, oltre a esserlo - come fanno tutti quelli che mangiano da soli, oppure tutti hanno un'amante che quando girano per lavoro li accompagna a cena? non foss'altro che ho visto Firenze e Bologna in una stessa giornata e io nutro una diffidenza e una scarsa simpatia per entrambe le città - e sono sempre stato, chissà perché, criticato per questo. Però è così: sarà perché ci vengo sempre a novembre, a Bologna, sarà per via che ci vado sempre carico di valigie, eppure anche in altre città vado a novembre, in altre città sono trafelato e carico di intollerabili orpelli, di borse in cui nutro pezzi per orchestra insieme a cavetti USB e libri di Veronesi, eppure non sento quel fastidio che ho per Firenze e Bologna - forse per la ricchezza, forse perché sospetto Bologna di essere solo un posto per Leccesi che riscoprono il Salento al DAMS, forse perché la ricchezza così come i Leccesi si travestono, si danno una vernice democristiana di portico rossiccio, con il pavimento lasciato sconnesso, le trattorie e gli aperitivi in agguato. Un malumore immotivato, da Bologna e Firenze non ho ricevuto altro che bene, eppure mi urtano sovranamente, buie e care, come tutte quelle città di mezza tacca grandi abbastanza per avere il traffico e gli aperitivi e il DAMS, ma non grandi per sperderti, per avere veramente tanti rivoli, la confusione spaventosa e senza pietà di una città grande. Bologna, nobile patria di aggressioni e di mortadelle, diceva il Compositore-Importante-Di-Cui, e invece di stare aspettando mortadelle aspetto pescespada in crosta di caciocavallo ragusano e cuscus di ceci con gamberetti, una froceria che sarà sicuramente perniciosa e costosissima.

E invece no. Tutto è ottimo. Mangio, bevo uno zibibbo, flirto con la cameriera napoletana, torno in albergo.


giovedì, 05 novembre 2009
 

un paese normale?

Sur le cas Chirac, à titre personnel, un ancien président de la République devant les tribunaux, qu'en pensez-vous ?


«Cela ne me fait pas plaisir mais je ne m'exprime pas, parce que je considère que toute expression du chef du gouvernement sur ce sujet est contraire à la séparation des pouvoirs et sujette à interprétation.»

postato da GiacominoLosi | 09:13 | commenti (2)
 

Perfino all'opera

qualche volta si corre il rischio di annhäuarsi.
postato da GiacominoLosi | 07:36 | commenti (1)


martedì, 03 novembre 2009
 

little luggage

non so voi: ma io D'Alema come mister pèsc ce lo vedo proprio bene.
postato da GiacominoLosi | 21:09 | commenti (2)


lunedì, 02 novembre 2009
 

la montagna del sapone

Da quando uno stiramento mi ha impedito di allenarmi, proprio mentre stavo filando a tutta velocità e dopo anni avevo rifatto i 5000 a 20'12", così da poter aspirare, chissà, a ritornare ai dieci chilometri sotto i 41'30" (e intanto sento la voce del Matto che direbbe che lui alla Best woman ha fatto 38'52", ma che adesso non può allenarsi più dalle tre alle cinque ore al giorno, troppo lavoro) - e chissà, a ricorrere la mezza sotto 1h30' - ecco, ho ripreso a camminare forte, spingendo. Come se mi dicessi: c'è da spingere? e allora si spinga, perdio, ecco, tallone che spinge, e la punta, non a ricasco, si figge metaforicamente nell'asfalto bucherellato e irregolare e acquitrinoso del marciapiede della via che porta alla biblioteca di Valle Aurelia, i muscoli si tendono in un ersatz di sforzo, ahi quanto pallido rispetto a un allenamento: spingo ancora di più, per sentire il calore montare dalle cosce che sbattono sui pantaloni umidi, calore che si unisce con quello, di opposta direzione, dei calcagni. Le scarpe, regalate dal sindaco, scivolano ma sono - o paiono - perfettamente impermeabili. Le immergo nelle pozzanghere più insidiose, quelle che stanno tra il marciapiede e la carreggiata, quelle in cui le signore che scendono dal quattro e novantacinque immergono il tacco basso e bestemmiano e fanno cadere la spesa, e resistono: le scarpe, le mie, non le signore. Che invece immagino inzaccherate, con i pacchi di pasta e gli ossibuchi che nuotano nell'acqua grigiopiombo, sotto lo sguardo della coatta un po' cicciona con l'ipod e la gomma da masticare.
Mi viene in mente Tours, quando passo in mezzo al parco dietro le case popolari. Effettivamente è un panorama da periferia francese, cemento a vista, palazzoni, sentieri stremati in mezzo a salici e a panchine di cemento anch'esse, come dietro place saint Paul. Andavo con la stessa andatura anche allora. Non mi potevo permettere la tessera dell'autobus. Undici anni dopo ho finalmente il mio status symbol in tasca, annuale, altra città, molto più vasta. Valuto così la distanza dal me di allora, sempre spingendo sulle salite, e a Tours, di là dalla Loira, per raggiungere le aule di geografia dove potevo scroccare internet, ce n'erano, di salite, e ci mettevo tre quarti d'ora da casa. E andavo di fretta perché se no si faceva tardi, e andavo di fretta anche quando uscivo la sera, e uscivo quasi tutte le sere, perché poi fece meno dieci per buona parte dell'autunno, e allora camminare così impetuosamente mi teneva in uno stato di fretta e di sospensione e di freddo. Spingevo in un paio di scarpe che tornarono scalcagnatissime, e che erano un pelo troppo leggere, e un altro paio che come quelle che indosso adesso mi ferivano i talloni.
Ma mi è andata bene. Penso a Campana scendere a Firenze con una specie di pantalone a fiorami, scarpe in cui nuotava, freddo come l'inverno a Firenze è freddo e umido, lui che parla con Soffici, suo lontano parente, e Soffici che perde il suo manoscritto, non lo nasconde, no, peggio: lo perde, per incuria e non se ne accorge, nemmeno dopo morto. E pantaloni di lino ha il ricercatore tedesco che si mette una giacca solo nel giorno in cui parla. Il giorno prima pantalone di lino, incongruo, ai trentuno di ottobre, mocassino arancione scamosciato. Camminare forte, anzi fortissimo, sulla salita di Baldo degli Ubaldi, con buste di ogni tipo, camminare arrestandosi solo per dar precedenza a qualche vecchia cautelosa, a qualche signora portatrice di ombrello, ed ecco la biblioteca col suo pavimento a rilievo in linoleum, l'uomo dietro il banco ha la pancia e ha la giacca dentro la biblioteca: ha freddo. Mi chiede se leggo per diletto o per - No, per diletto. Non so perché riesca a dire solo la verità. Dev'essere un vizio non di famiglia.
Ho un bisogno che mi si manchi di rispetto per attaccare briga, che se non fosse che questo accade di continuo lo cercherei apposta. La coinquilina che non pulisce, le persone che non ascoltano, quelle che ti usano. Mi ha usato Ch.? penso di sì. E io? ho mai usato qualcuno? Usato, adoperato, per camminare come le scarpe che porto, usate ma nuove, in fondo: adoperato fino a fargli mostrare la corda, riponendo poi il tutto sperando che la casa fosse abbastanza grande per dimenticare, troncare, sopire. - Tra i cornicioni e le farmacie omeopatiche e le autoscuole mi faccio anche un esame di coscienza al doppio della velocità, e non lo supero. Non è che non lo superi, non so se lo supero o no. Il non sapere, come non sapere con un occhio esterno se io mai... se un giorno... se forse... Nulla, solo quest'indecrittabilità moltiplicata per mille, e alle cinque è già buio e di lì per quattordici ore buone non se ne riparla.
Il giorno prima sulla Flaminia, a piedi come le legioni romane, ma il mio obiettivo è più modestamente l'auditorium, non gli Arverni, sole e vento in faccia. Sant'Andrea è aperto, ne sta uscendo il prete, la faccia come un vecchio televisore Sinudyne incorniciata di grigioperla. Mi fa entrare. Non mi godo quanto posso questa chiesa dove non si entra quasi mai, tra il tram i giardinetti e lo svincolo per i Parioli. La sorpresa, che poi non è tale, e che rovino al prete stesso, è che l'esterno è una sfera dentro un cubo, all'interno invece Vignola ha disegnato un'ellissi con una complicata modanatura. La perfezione, sembra dire, non esiste: oppure, la perfezione del Pantheon a cui questa chiesuola si rifà in-sessantaquattresimo, non esiste più, non è possibile. Ma il resto è semplice, come in San Sebastiano a Mantova, rimarrei meditabondo, non fosse che il prete, a colloquio con un bengalese che promette di pulire, di tornare, di sistemare, mi indica il pavimento e mi garantisce che vengono da tutta Europa a vedere la sua chiesa. E ci credo, gli dico. Mi ha fatto un grande regalo, gli stringo le mani, è un po' sordo, glielo ripeto, mi ha fatto un grande grande regalo. Riprendo a marciare verso nord, la sciarpa mi disegna ombre strane nel profilo che si muove irregolare tra i binari.

postato da GiacominoLosi | 22:56 | commenti (7)
roma, pressione, cisterne, passoscuro
 

non tutti i giornalisti sono uguali

http://www.corriere.it/cultura/09_novembre_02/tobagi-libro-benedetta_5a4c4fda-c77d-11de-ace9-00144f02aabc.shtml
postato da GiacominoLosi | 08:07 | commenti (1)


domenica, 01 novembre 2009
 

wie einst in Mai

http://www.youtube.com/watch?v=ICR5uVAx5yg
postato da GiacominoLosi | 08:41 | commenti (5)